Attesa, accoglienza, segno: omelia per la Giornata della vita consacrata

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Attesa, accoglienza, segno. Sono le tre parole che ha usato, lo scorso 2 febbraio, il vescovo Franco Giulio Brambilla per descrivere la vita consacrata, nella celebrazione che è stata al centro della Giornata mondiale vissuta in diocesi.

Per il vescovo l’attesa, nella vita consacrata,  prima di un aspetto cronologico ha una dimensione escatologica, che non guarda al «futuro», ma al «sempre»: «Se la Chiesa perdesse il senso della vita consacrata – ed è questo il vero campanello d’allarme, acceso oggi dal calo della vocazione religiosa, un calo preoccupante – mancherebbe un aspetto essenziale della vita cristiana,  perché gli altri, che enfatizzano l’altro aspetto della vita cristiana, “incarnata” nel mondo, potrebbero pensare che possono rinchiuderla tutta dentro il mondo, che non ci sia ancora qualcosa da vivere, da sperimentare, da attendere, da vivere, per dopo… non solo per domani, per il futuro, ma per sempre», ha detto.


Attesa, accoglienza, segno

Omelia in occasione della Giornata diocesana della Vita Consacrata 2019
02-02-2019

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Ma cosa significa accogliere questa eternità, questo elemento di eccedenza, rispetto alla vita dell’uomo? Per mons. Brambilla lo spiega bene l’antifona al Magnificat del rito romano e ambrosiano, dove «c’è un’antifona che canta così: sembrava che fosse Simeone a sostenere il Signore Gesù, ma in realtà era il piccolo Gesù che sosteneva Simeone nell’attesa. Occorre tradurre in modo letterale dal latino l’antifona per cogliere la bellezza della reciprocità del gesto di accoglienza di Simeone e del dono della presenza di Gesù tra le sue braccia: Senex puerum portabat: puer autem senem regebat: quem virgo peperit, et post partum virgo permansit: ipsum quem genuit, adoravit. Trad.: Il vecchio portava il Bambino, e [ma] il Bambino sosteneva il vecchio; lo concepì la Vergine, e vergine rimase dopo il parto; e adorò proprio quel Figlio che aveva generato. Sembra che sia Simeone a portare in braccio il bimbo, ma in realtà gli occhi della fede vedono che è il piccolo Gesù che sostiene la lunga attesa del vecchio Simeone!». Dunque, per il vescovo, «questo è il senso della vostra vita. È il momento centrale della vita consacrata. È il suo punto di eccedenza! Il suo valore non può mai essere posseduto, perché non ha la forma della mano e delle braccia che afferrano il Signore che viene, ma ha la forma della mano e delle braccia che l’accolgono. E va accolto insieme! Anzi va ricevuto non solo come una cosa che fa bene a me, ma che arricchisce anche la sorella e il fratello che vive con me».

Infine, un’indicazione per l’anno che inizia, un interrogativo da cui lasciarsi sollecitare: «Stasera tornando nelle vostre comunità, dovreste poter dire: “Il segno della nostra vita comune sarebbe capace di essere, appunto, significativo?”. Capace di inquietare anche la vita delle famiglie e delle comunità cristiane parrocchiali? Se queste guardassero voi, se le famiglie, le comunità parrocchiali e la società civile guardassero le comunità consacrate, potrebbero dire: “come è bello che esse vivano così!”?».

Di seguito il testo integrale dell’omelia del vescovo.


ATTESA, ACCOGLIENZA, SEGNO

Omelia in occasione della Giornata diocesana della Vita Consacrata

Sono contento di presiedere la mia “prima messa” dopo l’intervento – a san Gaudenzio avevo solo assistito – con voi religiosi e consacrati, perché l’elenco degli anniversari che abbiamo sentito leggere all’inizio dal Vicario, ci dice che la vita religiosa è vocazionalmente lunga, arriva anche sino ad 87 anni di professione religiosa! Spero sia di buon auspicio anche per me. Prendo lo spunto da questa durata della vita religiosa per commentare le tre parole che volevo dirvi: attesa, accoglienza e segno.

 

  1. Attesa

Nel Vangelo, che è appena stato proclamato, si racconta di due figure – è bello che Luca rappresenti sia una figura maschile, sia una figura femminile – che sono figure dell’attesa, la cui età viene enfatizzata come un’età lunghissima, perché sono la raffigurazione dell’attesa interminabile di Israele. È emblematica la bella espressione riferita a Simeone che ha atteso per tanto tempo il Signore. E così anche della profetessa Anna si dice che era in età molto avanzata. Sono due espressioni che vengono riferite a figure, ma che rappresentano tutta l’attesa del popolo santo di Dio.

La vita consacrata nella Chiesa è la vocazione che vive tutta la vita sotto il segno dell’attesa, cioè di un bene che non è mai posseduto fino in fondo, il cui frutto più vero viene lasciato sempre nelle mani del Signore. Questo è il senso della vita consacrata che, come si dice sovente, è anticipo della vita escatologica, è il senso dei tre voti, è il valore della vita comunitaria, che non sceglie una vita familiare secondo la dinamica del mondo, ma anticipa la vita futura. Però non possiede ancora la vita futura, solamente la anticipa, come accade con l’anticipo di una somma, la caparra, che non è ancora tutta la somma, ma lascia qualcosa ancora da ricevere e da vivere, lascia il suo frutto più bello, che è il suo splendore, nelle mani del Signore.

Se la Chiesa perdesse il senso della vita consacrata – ed è questo il vero campanello d’allarme, acceso oggi dal calo della vocazione religiosa, un calo preoccupante – mancherebbe un aspetto essenziale della vita cristiana, perché gli altri, che enfatizzano l’altro aspetto della vita cristiana, “incarnata” nel mondo, potrebbero pensare che possono rinchiuderla tutta dentro il mondo, che non ci sia ancora qualcosa da vivere, da sperimentare, da attendere, da vivere, per dopo… non solo per domani, per il futuro, ma per sempre.

La vita della Chiesa che noi viviamo dentro questo mondo, aiutando i poveri, in tutte le varie espressioni, sono come piccole sfaccettature di questo bene che è anticipato nel servizio ai poveri, ma che in linea di principio non si può possedere totalmente. Forse per questo la vita religiosa – lo vedo guardando i vostri volti – dura così tanti anni… perché significa il tempo dell’attesa.

Questa è la prima cosa bella! La Chiesa non può mancare del segno della vita consacrata, perché correrebbe il rischio di immaginare che si possano vivere i beni della vita umana, possedendone totalmente il valore e il significato. Il valore e il significato della vita eccede sempre ciò che noi possiamo sperimentare. La vita religiosa dice esattamente questo, anzi è testimonianza gratuita di questa eccedenza!

 

  1. Accoglienza

E che cosa eccede? Che cosa è il “di più”, che non può essere totalmente posseduto qui e ora, e che la vita consacrata custodisce? Nella bella espressione, che si trova prima che Simeone esprima il suo canto, e che è diventata la preghiera della compieta alla sera, al compimento della giornata dell’uomo, il testo evangelico dice:

“Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio” (Lc 2,27-28)

Simeone accoglie Gesù tra le braccia. È un dono che può essere posseduto, ma non nella forma di un dono afferrato, bensì accolto tra le braccia! È quel “di più” che non possediamo e non possederemo mai. Anche se uno facesse cento anni di vita religiosa, non potrebbe mai possederlo per intero, perché la forma proprio di possederlo è di “accoglierlo tra le braccia”, non di metterci sopra le mani, ma di riceverlo!

Ho già raccontato altre volte quell’esperienza che noi facevamo, quand’ero bambino piccolo, alle elementari. In una frazione avevamo una pozza d’acqua, dove c’era una sorgente viva, cosa oggi difficile da trovare. Si andava a mangiare il cocomero, che l’acqua manteneva fresco e, mentre le donne chiacchieravano tra di loro, noi ragazzi giocavamo con la sorgente, mettendo le dita sopra la sorgente da dove scaturiva l’acqua. Facendo così l’acqua si spegneva, la sorgente smetteva di sgorgare. Mettendo sotto, invece, la mano concava, l’acqua si faceva strada di nuovo e cominciava a pullulare ancora, a fare le bolle e ad uscire fresca e zampillante. Il dono del Signore va accolto con la mano concava, non con la mano prensile, non con la mano possessiva, ma con la mano che accoglie e riceve.

“Anch’egli lo accolse tra le braccia!”

Ricordo dalla Liturgia ambrosiana (ma ho verificato e ritorna ugualmente nella Liturgia romana) che c’è un’antifona che canta così: sembrava che fosse Simeone a sostenere il Signore Gesù, ma in realtà era il piccolo Gesù che sosteneva Simeone nell’attesa (cfr. Liturgia romana, Antifona al Magnificat, Primi Vespri della Festa della Presentazione di Gesù al Tempio). Occorre tradurre in modo letterale dal latino l’antifona per cogliere la bellezza della reciprocità del gesto di accoglienza di Simeone e del dono della presenza di Gesù tra le sue braccia: Senex puerum portabat: puer autem senem regebat: quem virgo peperit, et post partum virgo permansit: ipsum quem genuit, adoravit. Trad.: Il vecchio portava il Bambino, e [ma] il Bambino sosteneva il vecchio; lo concepì la Vergine, e vergine rimase dopo il parto; e adorò proprio quel Figlio che aveva generato. Sembra che sia Simeone a portare in braccio il bimbo, ma in realtà gli occhi della fede vedono che è il piccolo Gesù che sostiene la lunga attesa del vecchio Simeone!

Ecco questo è il senso della vostra vita. È il momento centrale della vita consacrata. È il suo punto di eccedenza! Il suo valore non può mai essere posseduto, perché non ha la forma della mano e delle braccia che afferrano il Signore che viene, ma ha la forma della mano e delle braccia che l’accolgono. E va accolto insieme! Anzi va ricevuto non solo come una cosa che fa bene a me, ma che arricchisce anche la sorella e il fratello che vive con me.

 

Ecco questo è il senso della vostra vita. È il momento centrale della vita consacrata. È il suo punto di eccedenza! Il suo valore non può mai essere posseduto, perché non ha la forma della mano e delle braccia che afferrano il Signore che viene, ma ha la forma della mano e delle braccia che l’accolgono. E va accolto insieme! Anzi va ricevuto non solo come una cosa che fa bene a me, ma che arricchisce anche la sorella e il fratello che vive con me.

 

  1. Segno

La terza e ultima cosa ve la regalo come “segno” da vivere per questo anno. Giustamente voi fate i vostri incontri, chiamando esperti, ma come vostro vescovo vi direi che c’è un segno che dovete regalarvi a vicenda, ma soprattutto regalare al mondo. Stasera tornando nelle vostre comunità, dovreste poter dire: “Il segno della nostra vita comune sarebbe capace di essere, appunto, significativo?”. Capace di inquietare anche la vita delle famiglie e delle comunità cristiane parrocchiali? Se queste guardassero voi, se le famiglie, le comunità parrocchiali e la società civile guardassero le comunità consacrate, potrebbero dire: “come è bello che esse vivano così!”?

A Roma, nel periodo subito dopo il Natale, si svolge solitamente un convegno nazionale sul tema della vocazione e vi sono andato anch’io più volte per fare qualche relazione. Ricordo che una volta dovevo svolgere un tema che mi stava particolarmente a cuore e quindi la relazione fu particolarmente accorata. Alla fine si avvicinò una maestra delle novizie chiedendomi se potevo andare a parlare alle sue novizie, per rassicurarle nel loro proposito. Le risposi: «Se lei risponde “sì” a questa mia domanda, certamente io vengo a parlare». La mia domanda fu la seguente: «Se una ragazza venisse, non per una settimana, ma per sei mesi, ad abitare da voi, si innamorerebbe dalla vostra vita? Se lei, cara maestra, risponde di sì, io verrò!». Senza il segno della vita comune di cui innamorarsi, la vita consacrata non rinasce. Questo è il segno che voi non dovete lasciarci mancare anche oggi!

 

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara