Beati i miti, perché erediteranno la terra

Facebooktwittermail

Lo scorso venerdì 6 maggio, a Ghemme, il vescovo Franco Giulio ha presieduto la celebrazione per la festa della Beata Panacea. Ecco di seguito il testo integrale della sua omelia.

 

Beati i miti, perché erediteranno la terra

 

Torno volentieri, per la quinta volta, alla festa della beata Panacea: la prima volta ci venni da vescovo ausiliare di Milano, a motivo della mia lunghissima frequentazione della Valsesia, che dura da cinquant’anni, e le altre quattro naturalmente come vescovo di Novara.

Vengo volentieri perché è una festa cara a tutta la Valsesia, in particolare a Quarona e Ghemme. Vorrei offrirvi anche in questo anno un commento alla Parola di Dio e poterlo calare nella situazione attuale nella quale viviamo e che vediamo attorno, come ci ha detto all’inizio con grande finezza nel suo indirizzo di saluto il vostro parroco, don Piero. Subito il culto della Beata Panacea, pur essendo il misfatto capitato in un secolo di passaggio, si segnalò come una sorta di punto di riferimento per superare e guarire quello che potremmo definire un dramma della casa, una tragedia della famiglia. In effetti, la circostanza che generò questo infanticidio fu sostanzialmente un dramma familiare: di un uomo che, avendo perso la prima moglie, ne sposò un’altra e, pur di avere una compagna, fece una scelta del tutto sbagliata, che si rivelò tale per come uccise poi la figlia del primo matrimonio.


Beati i miti, perché erediteranno la terra

Omelia per la festa della Beata Panacea
06-05-2022
Download PDF


I due anni di pandemia ci hanno rivelato con sorpresa, che non c’è stata tanto una diminuzione dei contrasti in casa, perché, come si diceva con un po’ di retorica nel primo lockdown, essendo costretti ad abitare in casa a stretto contatto, ci sarebbe stato più tempo per parlarsi, per raccontarsi, per starsi vicino, per recuperare un altro ritmo di vita. In realtà non è stato proprio così. Anche ieri, partecipando ad un convegno a Cuneo, ho ascoltato e hanno raccontato l’aumento del disagio familiare. Psicologi, matrimonialisti e altri interlocutori esperti del ménage familiare hanno riferito il loro disagio nel dover ricucire i rapporti tra le persone, acuitisi nel periodo di pandemia. Anche qualche bravo parroco mi ha restituito il fatto che, dopo le confessioni dell’ultima Pasqua, uno dei gravi problemi emergenti è appunto il disagio familiare.

Ecco, allora, che ho pensato di commentare la pagina delle beatitudini che abbiamo ascoltato nella proclamazione del Vangelo (Mt 5,1-16). È una delle pagine sublimi della Sacra Scrittura, anzi è per definizione il manifesto del Vangelo. In questa forma ritmica è stata ricalcata persino nel manifesto della Rivoluzione francese, quella che noi chiamiamo la “carta dei diritti dell’uomo”! È interessante anche quanto ha evocato don Piero, raccontando come il nome stesso di “beata” passa facilmente in bocca ai bambini – “Sono andato a trovare la Beata, a pregare la Beata!” – perché in quel titolo, in quella qualifica, si sente qualcosa di più della sola parola “felicità”, a cui tutti noi tendiamo. Se noi chiedessimo a chiunque cosa cerca nella vita, sicuramente pur con mille sfumature direbbe: “La felicità!”.

 

Beati

Il testo greco ha “beati” – Μακάριοι/Makárioi – che significa proprio felici! Tuttavia la traduzione, sia in latino, sia in italiano e in tutte le lingue moderne, riporta e richiama il tema della beatitudine, a cui è legato poi nella storia della Chiesa addirittura il destino dell’uomo. In tutta la teologia medievale il destino dell’uomo e della donna è uno solo ed è la beatitudine! Delle nove beatitudini – in realtà sono otto, più una conclusiva aggiunta – approfondisco quella che mi sembra più coerente con la situazione attuale. Essa dice così:

“Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra”. (
Mt 5,5)

Cari amici, oggi vi parlerò della mitezza, una beatitudine impegnativa anche per me! È interessante il motivo per cui i miti sono beati: perché “avranno in eredità la terra!”, cioè entreranno nella terra promessa. Quest’ultima espressione non significa certo avere un podere, magari con una bella vigna, ma è proprio la “terra promessa”, che secondo la Bibbia indica la vita umana nella sua pienezza, e che non rappresenta subito la vita beata nell’aldilà, ma è già l’anticipo nell’aldiquà, di una vita realizzata, di una famiglia bella, di una comunità, nella quale tutti i gruppi che vi lavorano, concorrono al bene comune, per una società civile sana, fino a livelli istituzionali più alti. Tale sarebbe la terra promessa da ereditare! È interessante notare che la terra è “promessa”, è un dono che viene dato, ma non è presente in un’unica soluzione, bensì occorre andargli incontro. È presente come promessa, ma assente come pieno possesso. Non dobbiamo dimenticare che colui che doveva guidare il popolo alla terra promessa, Mosè, la vide solo da lontano, ma egli stesso non vi poté entrare (cfr. Dt 32,52).

 

Miti

“I miti erediteranno la terra”. È un’espressione che vi spiego attraverso la seconda lettura, che contiene uno dei testi più alti del Nuovo Testamento tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi (1Cor 13,1-13). È una pagina sorprendente. Anche noi siamo in difficoltà certe volte a dire che cosa porta di più e di nuovo la fede cristiana, non è vero?! Leggendo una pagina di questo genere, ci dovremmo chiedere come sarebbe stata l’umanità, se non ci fosse stato il cristianesimo. Intendo l’umanità di tutti. In questa pagina si scorge il “plusvalore” che la fede cristiana ha portato nell’evoluzione del mondo.

Questo testo mi è diventato caro, con una lettura in due fasi diverse della mia vita: la prima quando lo conoscevo come testo da commentare eminentemente in alcune occasioni, non solo rivolgendomi alle volontarie della Caritas, ma anche in occasione della vita parrocchiale, della vita di comunità, richiamandomi ad esso soprattutto quando c’era qualche difficoltà; ma nel 2016 l’ho riscoperto. È stato dopo aver letto l’Esortazione apostolica di papa Francesco, Amoris Laetitia, nella quale sorprendentemente al capitolo 4 il Papa utilizza per il matrimonio e la famiglia il canovaccio della seconda metà del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinzi.

Il testo è suddiviso in tre parti: la prima parte, vv. 1-3: “Se parlassi…, E se avessi il dono della profezia, se conoscessi…, se possedessi tanta fede…. E se anche dessi …. e consegnassi il mio corpo”; segue poi la seconda parte, vv. 4-7: “la carita è…” con quindici verbi che in italiano corrispondono ad azioni attive o passive che la carità opera (è la parte che interessa a noi); infine, la terza parte, vv. 8-13: descrive il rapporto tra la carità, la fede e la speranza e si conclude così: “Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”. In conclusione, cioè nella terra promessa, resterà solo la carità.

Ebbene il commento del Papa alla seconda parte del testo (Amoris laetitia, nn. 90-119), con i suoi quindici verbi, ci aiuta oggi ad illustrare il messaggio che la Beata Panacea con la sua mitezza diventa per noi figura e criterio di orientamento nella vita.

Ho ricordato che la seconda parte contiene quindici verbi che descrivono la carità all’opera. In greco si apre con due predicati verbali, mentre in italiano sono espressi con due predicati nominali, ma che comunque esprimono delle azioni che si fanno o che si subiscono.

 

4La carità è magnanima (1), benevola è la carità (2);

non è invidiosa (3),

non si vanta (4),

non si gonfia d’orgoglio (5), 

5non manca di rispetto (6),

non cerca il proprio interesse (7),

non si adira (8),

non tiene conto del male ricevuto (9), 

6non gode dell’ingiustizia (10),

ma si rallegra della verità (11).

7Tutto scusa (12), tutto crede (13), tutto spera (14), tutto sopporta (15).

È interessante perché la prima parte del testo è composta di undici verbi, che si aprono con due verbi positivi, così come pure l’ultimo verbo è positivo (in grassetto); al centro ci sono tutti i verbi che con la negazione escludono un’azione che contrasta con la carità. Essi ci aiutano ad elaborare quello che stiamo vivendo e subendo negli ultimi due mesi. Una volta finita la pandemia, stiamo assistendo attraverso i notiziari alla brutalità della guerra: tanti bambini uccisi, tante case distrutte, tante strutture della vita umana abbattute… “Come fa quest’uomo – mi diceva l’altra sera, la mia suora di casa – a compiere simili azioni? Non gli brucia la coscienza?!?!” Nella sua domanda e nel suo stupore, che sembrano ingenui e semplici, è contenuta invece una questione molto forte.

Come si fa, allora, a smontare l’aggressività, il contrario della mitezza? L’aggressività è un mostro dalle cento teste! Potete tagliarne una, ma poi ne ricresce subito un’altra. Il testo che abbiamo letto ci aiuta, per così dire, a decapitare il mostro della aggressività in modo definitivo. Dice san Paolo:

“La carità è magnanima”.

che significa che “ha un cuore grande”. Proviamo a pensare in un contesto familiare normale, nel quotidiano rapporto tra noi preti, dentro le istituzioni civili e altri contesti, quando siamo di fronte ad una questione, non immediatamente un problema, ma ad una cosa da affrontare: proviamo a chiederci se il nostro primo atteggiamento è di avere un cuore grande, è di essere benevoli, vale a dire di volere il bene.

“benevola è la carità”.

Certamente a tale affermazione tutti aderiamo, almeno nell’intenzione. Tuttavia l’apostolo Paolo è molto chiaro nell’indicare la radice malata, addirittura tossica si dovrebbe dire, che non genera invece un cuore grande, né un cuore benevolente, elencando per otto volte ciò che la carità non è e non deve essere.

“Non è invidiosa”.

La gelosia, l’invidia, a cui è difficile sottrarsi, è un sentimento che nasce e che ahimè permane, continua ad essere portato avanti, viene usato come un’arma. Sussiste nella vita della casa, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra noi preti e vescovi, penso ci sia anche nelle istituzioni civili, c’è tra i gruppi parrocchiali, c’è tra i gruppi di varia appartenenza di un paese… La differenza tra invidia e gelosia è sottile da spiegare, ma in genere l’invidia si riferisce ad un oggetto posseduto da un altro, che suscita in me un desiderio di possesso, mentre la gelosia invece è una cosa più incontrollabile, perché non ha un oggetto da conquistare, ma è piuttosto un sentimento, perché confonde le cose che l’altro possiede con la persona stessa dell’altro, e quindi diventa geloso dell’altro!

“Non si vanta”.

Proprio il vantarsi è una delle radici tossiche dell’aggressività. È un atteggiamento facile da rilevare, lo si vede in chi troppo spesso usa nel suo parlare; “io…io…io”; e purtroppo anche noi corriamo questo rischio, non ne siamo esenti!

“Non si vanta, non si gonfia d’orgoglio”.

È suggestivo il testo greco – ο φυσιοται/ou fusiùtai – che usa un verbo quasi onomatopeico simulando il verso del gonfiarsi. Seguono poi altre caratteristiche che descrivono la radice tossica della aggressività del soggetto, di questa radice cattiva che è in ciascuno di noi.

Due descrivono il nostro rapporto con gli altri:

Non manca di rispetto”.

Nella sapienza popolare c’è un detto che recita: “la lingua non ha le ossa, ma le rompe!”. La prima forma con cui, soprattutto la donna, sente che è ferita nel profondo, sono le parole che le mancano di rispetto. Non meno che i gesti. M’è capitato tempo fa, di incontrare due giovani sposi e lei aveva un braccio pieno di lividi, causati dal poco rispetto e dall’arroganza del marito!

“Non cerca il proprio interesse”

Collegandosi al verbo precedente, se uno cerca il proprio interesse significa che l’altro è trattato come una cosa e non è rispettato.

Ci sono poi ancora tre verbi al negativo, che ritornano sui sentimenti della persona, che perdurano nel tempo:

“Non si adira…”

Anche papa Francesco spesso cita un passo della Scrittura dove è detto: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26-27). Prima di coricarsi è meglio mettere a posto le cose.

“Non tiene conto del male ricevuto”, 

Pensiamo ai rapporti tra i famigliari e ai torti ricevuti da parenti e vicini.

Non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità”. 

Finalmente, dopo otto azioni negative, ritorna un verbo in positivo.

Ecco, con questo ventaglio di sentimenti, con azioni che ci portano ad elaborare, a guarire, a trasformare il nostro cuore, possiamo affermare che questo è il lavoro dell’amore. Il soggetto di tutti questi undici verbi è la carità. Tuttavia, nel testo della Scrittura non è la carità che facciamo noi, ma è l’amore che riceviamo da Dio e che opera in noi. Il greco è rigoroso e parla di γάπη/agàpe; così che nel nostro testo non si tratta dell’ἔρως/eros, l’amore di attrazione, e neppure della ϕιλία/philìa, l’amore di amicizia. Invece, si parla dell’γάπη/agàpe, che è l’amore di Dio che lavora il nostro cuore, la nostra mente, il nostro intimo, le nostre forze, la spinta che muove il nostro agire! Accogliere l’amore/agàpe ci fa lavorare dal di dentro i nostri sentimenti, un lavorio che avviene all’interno di tutto il ventaglio dei verbi che san Paolo ricorda.

 

Le tre virtù

E, infine, ecco le ultime quattro azioni che opera la carità:

Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

La prima e l’ultima azione sono le più difficili da precisare. Purtroppo la traduzione può essere fuorviante, poiché il “tutto scusa” e il “tutto sopporta” non significa che “mi faccio andar bene tutto”. Significa piuttosto che nel considerare ciò che l’altro ha fatto a me e ciò che io ho fatto a lui, sono capace di risalire e di comprendere le cause che hanno generato ciò che mi ferisce. Comprendere non significa giustificare: tutto cerco di comprendere e, anche se non giustifico, tento di rimuovere le cause.

Quindi: Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. I verbi scusa e sopporta (comprendere e correggere) hanno a che fare con la carità! Allora i quattro verbi finali richiamano le tre virtù teologali, le virtù cristiane! È un testo tra i più antichi del Nuovo Testamento, risalente probabilmente al 52/53 d. C., che afferma che noi dobbiamo davvero dedicare un po’ più di tempo a strappare, a togliere, a sanare le radici tossiche della nostra aggressività. Ne parlo qui in una realtà di paese dove c’è molta agricoltura. Nell’agricoltura ora ci sono potenti diserbanti che rischiano a volte di sopprimere anche il frutto buono. Nella buona coltura però dobbiamo in modo selettivo strappare le radici cattive, la zizzania e le erbacce.

Certamente la guerra a cui stiamo assistendo non riguarda direttamente ciò che abbiamo meditato. Tuttavia se il nostro mondo è diventato un mondo che non ha più un senso da condividere, che non ha più l’aria fresca, ossigenata, prima o poi si giustifica tutto! I vecchi filosofi dicevano che “in una notte nera, tutte le vacche sono nere” (cfr. Hegel). Non va bene! Dobbiamo tornare a guarire il nostro cuore, perché sia un cuore magnanimo, un cuore benevolente, un cuore che si rallegra della verità. Il quale tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, così come abbiamo spiegato.

Vi auguro che la festa della Beata Panacea di quest’anno vi doni un po’ di balsamo per guarire, incominciando da noi, che è sempre la cosa migliore.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara