Essere padri, maestri e guide come fratelli. Omelia alla Fraternità Sacerdotale

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«A noi è chiesto di essere chiesa, costruendo un anello della tradizione: completando magari qualche cosa che manca all’anello precedente, e aprendo spazi per coloro che ci seguiranno. Perché la Chiesa viene prima di noi, passa attraverso di noi e procederà dopo di noi». E’ stata ura riflessione sul senso profondo della missione sacerdotale, che si è allargata ad uno sguardo ecclesiologico al lavoro pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata a svolgere, quella che ha proposto mons. Franco Giulio Brambilla, durante la Giornata di Fraternità Sacerdotale 2019, che si è tenuta lo scorso 21 gennaio.

Una riflessione tutta centrata su un tema caro al vescovo: quella della responsabilità della “traditio”, della trasmissione della fede, che se da un lato segna il senso di appartenenza ad una storia condivisa, dall’altro non può derogare ad un impegno ad attualizzare e a rendere vivo nell’oggi l’Annuncio.


ESSERE PADRI, MAESTRI E GUIDE COME FRATELLI

Omelia per la Messa nella Giornata di Fraternità sacerdotale 2019
21-01-2019

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Con due preoccupazioni, quasi due stati patologici che possono affliggere il presbitero: la «sindrome di protagonismo» e la «sindrome di onnipotenza». Guarendo, o prevenendo i quali, i sacerdoti potranno essere – come indica il vescovo nel titolo scelto per questo intervento – non solo veri «padri, maestri e guide», ma esserlo «come fratelli».

«Possiamo dirci padri, maestri e guide, sapendo che l’unica guida è il Signore, l’unico Padre è nel cielo, l’unico maestro è lo Spirito, e per esserlo noi possiamo farlo soltanto insieme! Sfuggendo magari alla sindrome del protagonismo, dell’essere i più bravi, di essere, come si diceva una quarantina di anni fa, “profetici”», ha detto mons. Brambilla.

«Molta pastorale  – ha aggiunto – è attraversata da una “sindrome di onnipotenza”, che pensa di fare bene perché ha fatto tanto e non perché la sua qualità è custodita, giorno per giorno, con una tonalità che si alimenta ad alcuni gesti. Se noi abbiamo dato tutto in modo quantitativo, alla fine non abbiamo più nulla da dare! Se, invece, agiamo in modo qualitativo, allora non solo sappiamo dare, ma anche ricevere! È una vecchia diceria cattolica, quella per cui bisogna amare in modo unidirezionale, senza saper ricevere, senza anche farsi amare! Farsi volere bene dalla gente, lasciarsi dire “grazie”, farsi apprezzare, incoraggiare, stimolare, è un modo di amare, anzi di essere riconciliati con se stessi! La cura della propria corporeità, della propria umanità, dell’ordine, della pulizia, della casa, la custodia degli occhi e del cuore, sono decisive per questa totalità qualitativa»

Di seguito il testo integrale dell’omelia, scaricabile in PDF a questo link.


ESSERE PADRI, MAESTRI E GUIDE COME FRATELLI

Omelia per la Messa nella Giornata di Fraternità sacerdotale 2019

 

Un saluto affettuoso e grato a tutti coloro che in questi due mesi mi hanno fatto pervenire la loro vicinanza e la loro preghiera e anche a coloro che lo hanno fatto nel silenzio.

Sette anni fa, solo due giorni più tardi – non era il 21 ma il 23 gennaio – proprio in questa Basilica avevo pensato di fare personalmente il gesto che va sotto il nome un po’ strano di “presa di possesso” della Diocesi, prima dell’ingresso a Novara avvenuto il 5 febbraio. La mia intenzione era di proporre una lettura del gesto, che non fosse appunto una “presa di possesso” della Diocesi, ma un “lasciarsi prendere” in carico, tutti insieme, dal Signore. Per percorrere un tratto di strada, per costruire un anello della tradizione, che ogni vescovo, ogni parroco, ogni coadiutore, ogni prete, fa quando gli viene affidata una porzione di chiesa per un tempo determinato. A noi è chiesto di essere chiesa, costruendo un anello della tradizione: completando magari qualche cosa che manca all’anello precedente, e aprendo spazi per coloro che ci seguiranno. Perché la Chiesa viene prima di noi, passa attraverso di noi e procederà dopo di noi.

Mi ha aiutato a riflettere su questo il tempo di “infermità” in questi due mesi. Ero nel posto più bello del mondo, perché vedevo un lembo della mia Brianza e quindi già il panorama rincuorava! E per di più sono stati anche a due mesi di sole… Mi sono trovato a riflettere su questi primi sette anni tra voi e ho elaborato due pensieri che sono collegati alle due letture che abbiamo ascoltato.

1. Anzitutto il Vangelo (Mt 23, 7-12). Penso che non abbiamo ancora fatto pace con questo testo evangelico, il quale dice che non dobbiamo farci chiamare padri, maestri, guide… vescovi, monsignori, parroci, coadiutori, ma semplicemente fratelli!

Chi tentò in modo radicale di farlo, fu san Francesco che cambiò addirittura tutti i nomi degli incarichi all’interno della comunità. Vi lottò fino all’ultimo giorno, non risolvendo il problema, perché, alla fine, dovette trasferire fuori dall’ordine l’istanza del potere, inventando la strana figura di un “cardinale protettore” che risolvesse le questioni, perché secondo il santo di Assisi ogni intervento in qualche modo avrebbe introdotto un elemento di forza, se non proprio di violenza… Per questo si fece da parte prima di morire, e la questione si pose subito dopo la sua morte nelle comunità francescane.

Cosa significa questo? Forse una soluzione sta nel leggere la questione in modo “relazionale”: noi possiamo dirci padri, guide, maestri, ma sapendo che lo siamo “in relazione”, o come “riflesso” dell’unico Padre, dell’unica Guida e dell’unico Maestro! Questa relatività al Signore, che ha una sua unicità e singolarità, ci dice subito due cose molto semplici: non basto solo io a dire Gesù; e il Signore si dice nella diversità e complementarità dei molti, che sono padri, maestri e guide terreni. Essi lo sono, se rinviano continuamente a Lui, come lui rimanda al Padre, nella libertà dello Spirito.

Se io pensassi che guido questa Diocesi, il parroco guida la sua parrocchia, il giovane prete il suo oratorio, e domani i laici le altre forme di comunità che si svilupperanno, se noi tutti pensassimo di farlo in proprio, con un’autorità e una capacità nostra, magari sarebbe anche più facile, forse si andrebbe anche sui giornali, magari si guadagnerebbe la ribalta, ma si spegnerebbe nella nostra vita e in quella degli altri la presenza del Signore Gesù. Forse mancherebbe a me, ad esempio, la possibilità di andare sui giornali, dicendo qualcosa di personale sui migranti? E tuttavia, cercare di farlo in comunione con gli altri vescovi, aspettare che sia una Conferenza episcopale, oppure una Presidenza nazionale, che faccia insieme un intervento più pensato, più ponderato, più meditato, mostra con l’eloquenza del gesto che noi siamo “riflesso” del Signore, che è a sua volta irradiazione del Padre!

E se questo vale per un pronunciamento, ancora di più vale per ciò che facciamo come gesto giornaliero nell’accompagnamento delle persone. Dobbiamo farlo dicendo Gesù e dobbiamo porgerlo dicendo Lui come un gesto comune tra noi! Questo è il senso profondo della nostra Giornata di Fraternità. Credo che tutti i grandi vescovi e grandi padri della Chiesa siano stati capaci di mostrare questo, ciascuno con il suo temperamento e con il proprio carattere. Possiamo dirci padri, maestri e guide, sapendo che l’unica guida è il Signore, l’unico Padre è nel cielo, l’unico maestro è lo Spirito, e per esserlo noi possiamo farlo soltanto insieme! Sfuggendo magari alla sindrome del protagonismo, dell’essere i più bravi, di essere, come si diceva una quarantina di anni fa, “profetici”. La differenza tra i profeti dell’Antico Testamento e quelli del Nuovo è che i profeti dell’Antico Testamento erano isolati e solitari, quelli del Nuovo Testamento possono sì essere pionieri – cioè uno che fa un passo avanti – ma lo possono essere, solo se esprimono il profetismo comune di tutto il popolo di Dio! E così lo si può dire dei maestri, e lo si deve dire di ogni altro servizio ecclesiale. Questo vincolo fraterno ci garantisce dal “delirio di onnipotenza” di dover rappresentare da soli l’unico Signore! Possiamo verificarlo anche dal vivo: diamo a una persona discreta l’incarico di registrare la serie delle prediche che faremo nella prossima quaresima. Per vedere se già nel nostro linguaggio, quando facciamo l’omelia, diamo questa immagine “relazionale”: che siamo padri, siamo maestri, siamo guide, perché rimandano al Signore, con timore e tremore, e non siamo padroni della fede e della vita della nostra gente.

2. Una seconda cosa che volevo dire e che ho pensato in questi mesi e la seguente: come dice l’antico adagio «fa più rumore un albero che cade, e non la foresta che cresce!». Dunque, la maggioranza silenziosa non si fa sentire, ma, per fortuna, è quella che lavora, è quella che serve, è quella che vuol bene alla gente, è quella che porta avanti la tradizione. La tradizione non riguarda solo le “cose trasmesse”, ma anche l’“atto del trasmetterle”. Le cose trasmesse ci dividono (a uno piacciono di più le cose di sacrestia, a un altro più gli aspetti sociali, a un altro i canti tradizionali, a un altro le musiche pop, a uno la veste, a un altro il vestito firmato), mentre l’“atto del trasmettere” mette a nudo la nostra passione del Vangelo.

Qui ci viene in soccorso la prima lettura che abbiamo ascoltato, tratta dalla Prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi (1 Cor 9,16-19.2-3). Anche questo è un testo con il quale non abbiamo mai fatto bene i conti! In sostanza dice la necessità di annunciare il vangelo: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!» (1 Cor 9,16). Dice il fatto che il Vangelo non lo annunciamo per iniziativa nostra, che non siamo padroni del Vangelo, ma servi del Vangelo! Il fatto che nell’annunciarlo siamo totalmente coinvolti, non significa che deve alimentare in noi un delirio di onnipotenza: se non accettano me, significa che rifiutano il Vangelo.

            Dice Paolo: «Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per guadagnare ad ogni costo qualcuno!» (1 Cor 9,22). La frase esprime la tonalità del mistero di Paolo, sempre un po’ totalizzante. Però non possiamo immaginare che il nostro investimento totale, che deve rimanere tale, sia una questione di quantità, ma deve essere una questione di qualità! Noi, infatti, interpretiamo di aver fatto bene, se abbiamo fatto molto, se abbiamo realizzato tanto, ma non se abbiamo fatto, magari anche in modo esemplare, solo poche cose, ma che hanno inciso sull’immaginario della gente, sugli stili della vita delle nostre comunità, sulla libertà del nostro cuore. Osserviamo il rapporto fra tutti e qualcuno: «mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero!». Paolo non dice “tutti”, perché tutti li guadagna solo il Signore! Anche questo pensiero ottiene come effetto la liberazione del cuore!

Molta pastorale è attraversata da una “sindrome di onnipotenza”, che pensa di fare bene perché ha fatto tanto e non perché la sua qualità è custodita, giorno per giorno, con una tonalità che si alimenta ad alcuni gesti. Ve li elenco soltanto, riservandomi di svilupparli magari il Giovedì Santo. La qualità si incrementa, se sappiamo immettere nel ministero alcuni atteggiamenti: coltivando di più la vita spirituale (per esempio: da quanti anni non faccio più gli esercizi spirituali?!), incrementando la vita relazionale (come è la nostra relazione fraterna tra preti?!). Ho visto certe situazioni di miseria umana, come ad esempio alcune abitazioni di preti, che sono desolate, non povere o semplici come dovrebbero essere, ma sporche e disumane. È difficile vedere un sacerdote che con libertà di cuore e semplicità ti dice: “vengo a darti una mano per mettere a posto la tua casa! Ti trovo io una persona che ti aiuti!” E questo non vale non solo per la vita spirituale e la vita relazionale, ma anche per la cura di sé. Quanto tempo dedichiamo alla cura di noi stessi? L’ho imparato in questi due mesi: quanto non decidi di fare tu, poi la natura stessa te lo impone! Se corri troppo, ad un certo punto devi fermarti! Anche la cura della nostra persona è molto importante, soprattutto la custodia dei sentimenti e del cuore: altrimenti poi si cade, oppure in un momento di fragilità si possono fare grandi errori, talvolta irreversibili.

Se noi abbiamo dato tutto in modo quantitativo, alla fine non abbiamo più nulla da dare! Se, invece, agiamo in modo qualitativo, allora non solo sappiamo dare, ma anche ricevere! È una vecchia diceria cattolica, quella per cui bisogna amare in modo unidirezionale, senza saper ricevere, senza anche farsi amare! Farsi volere bene dalla gente, lasciarsi dire “grazie”, farsi apprezzare, incoraggiare, stimolare, è un modo di amare, anzi di essere riconciliati con se stessi! La cura della propria corporeità, della propria umanità, dell’ordine, della pulizia, della casa, la custodia degli occhi e del cuore, sono decisive per questa totalità qualitativa.

Queste attenzioni sono il modo con cui noi amiamo in maniera giusta, non solo dando tante cose, ma mettendo a disposizione una libertà fresca e capace di reciprocità. È una libertà che ho meglio compreso in questi due mesi, costretto a stare fermo, a dover attendere gli altri per potersi alzare, ad aspettare che altri venissero ad aiutarti, anche se era molto che avevi suonato il campanello! La malattia è una sfida per lo spirito: ti insegna a vivere quando ti senti sano… Per me, per tutti noi, c’è sempre tempo per imparare

 

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara