Eucaristia cuore del presbiterio e della comunità

Facebooktwittergoogle_plusmail

Nella suggestiva cornice del Monte Messa innevato, lunedì  11 dicembre si è tenuto il secondo incontro del ciclo di formazione per i sacerdoti nel primo decennio di ordinazione.

Tema è stato “Presbiteri e Celebrazione Eucaristia, presentato da don Antonio Torresin, parroco e collaboratore per la formazione clero in diocesi di Milano.

Di seguito la sintesi del suo intervento, scaricabile  a questo link in formato di testo. Dalla pagina dell’Ufficio del vicario episcopale per il clero e la vita consacrata,  è possibile trovare anche tutte le altre informazioni, le altre  sintesi delle relazioni e gli appuntamenti  del percorso di quest’anno.

Presbiteri e celebrazione dell’eucaristia

Don Antonio Torresin, parroco e collaboratore formazione clero in diocesi di Milano
Preti del primo decennio, Monte Mesma 11 dicembre 2017

Tre premesse

  • Siamo nell’ambito della formazione permanente che per un prete non comporta riprendere trattati teologici già affrontati nel percorso di studi. Per il nostro tema la celebrazione eucaristica stessa diventa il “sapere” dell’eucaristia, “tirando fuori” quello che si sta imparando e rielaborando proprio celebrando.
  • Il cambiamento “che è oro”: dalla ordinazione presbiterale in poi con l’esperienza della presidenza. Proprio questa esperienza cambia il modo di vivere l’eucaristia, complicando e arricchendo nello stesso tempo! A volte anche per un prete è utile l’esperienza di andare a Messa “come fedele”. Il rischio è quello di non viverla per sé, mentre si presiede.
  • Oggi stiamo vivendo un tempo ecclesiale delicato attorno alla celebrazione eucaristica e al tema liturgico. Da un lato sta la riforma liturgica del Vaticano II nella consapevolezza di un evento da cui non si torna più indietro. Pensiamo anche solo alla possibilità di pregare nella lingua che si parla, nella logica dell’incarnazione. Prima prevaleva l’atto personale devozionale: si faceva altro rispetto al rito. In questi ultimi anni è maturata anche una forte critica alla riforma liturgica. Pensiamo a Benedetto XVI e alla possibilità del rito antico. Questo ha creato qualche tensione interna nella Chiesa. L’appello a quel rito antico non può essere usato contro la riforma del Vaticano II. Deve poter crescere un sano pluralismo dentro la comunione e non l’aggressività! Dobbiamo ricordarci che presiediamo un rito di comunione!

Oggi sul tema liturgico rischiamo di essere divisi.

Tre domande

La centralità
Si dice, ed effettivamente così è, che l’eucaristia sia al centro della vita di un credente, di un prete e di una comunità. Ma cosa significa questo nella mia vita? Prima di tutto: in che modo l’eucaristia mi “centra”, unifica la mia vita, mi permette di non disperdermi? E in secondo luogo: in che modo io custodisco la centralità dell’eucaristia?

La spiritualità
Celebrare permette di entrare nel mistero in modo singolare. Quali aspetti del mistero eucaristico ho riscoperto e hanno particolarmente nutrito la mia fede, alimentato la mia relazione con il Signore Gesù?

La pastorale
Celebrare con e per una comunità. Quale relazione vicendevole (io sono sostenuto dalla preghiera dell’assemblea, e insieme ne sono in qualche modo responsabile), quali scoperte e quali fatiche?

Complessità

Il rito della celebrazione eucaristica è complesso. E’ frutto della sedimentazione, nel tempo, di ricchezza e complessità. Questo presenta qualche difficoltà e rende forse possibili stili diversi dentro la comunione di una eucaristia che ci è data. Occorre anche tenere presenti i diversi momenti storici e i diversi luoghi in cui si celebra la stessa eucaristia.

Un rito da fare

Oggi siamo in un contesto culturale completamente digiuno rispetto al rito. Pensiamo all’attitudine spontanea dei bambini al rito. I bambini, però, oggi sono disabituati a ogni forma rituale che si impara solo facendola, praticandola. Il rito si impara facendolo non spiegandolo. In questi ultimi anni è emersa una sensibilità diversa, dopo troppe parole entrate nel rito. Non si tratta di spiegare, ma di fare vivere. Rito come azione.

Un paradosso

Un paradosso del rito cristiano. Da un lato l’eucaristia custodisce ed esprime la parte più intima del cristianesimo, da sempre. A questo riguardo, ricordiamo la disciplina dell’arcano e la mistagogia che richiedevano iniziazione. Nello stesso tempo, oggi, tutti hanno accesso immediato all’eucaristia. Se una persona vuole riprendere il suo cammino di fede e di vita spirituale, da dove può ricominciare? Riaffacciandosi all’eucaristia domenicale. La fatica è proprio quella di tenere insieme il sacrario dei discepoli che si ritrovano con Gesù in intimità e l’apertura alle folle, dove anche l’ultimo arrivato ha diritto all’accesso. Oscilliamo tra queste due posizioni. “La chiesa è una setta a cui è impedito di essere tale”.

Questo paradosso è già stato elaborato nel Vangelo nella dinamica della relazione tra Gesù, i discepoli e le folle. Il centro non può che essere Gesù e d’altra parte il modo in cui si dona e si rende accessibile a tutti passa tramite i discepoli, che a loro volta non possono impossessarsi di lui. Significativo, al riguardo, è l’episodio della donna siro fenicia, all’inizio non trattata bene da Gesù, ma che ha capito la dinamica del pane: bastano le briciole. Questa donna diventa condizione per i discepoli stessi perché capiscano a loro volta la logica del pane. Così anche per noi: abbiamo bisogno di queste persone e situazioni (complesse, di fatica, di fragilità, di lontananza, di ripartenze) per comprendere la ricchezza di quel mistero.

Il prete nell’eucaristia sta con Gesù, ma mai senza il popolo di Dio: proprio servendo quel popolo, accede a quel rito. Stare davanti e dentro il mistero, a favore e grazie al popolo di Dio. Noi stessi ci ritroviamo in questa esperienza. Tenere insieme, in modo fecondo, luoghi di grande tradizione ed esperienza (certi Paesi, certe comunità cristiane) con altri che non ne hanno. Tradizione che ci precede come una consegna. Ci viene tramandato e nello stesso tempo è un mistero che ci rivela sempre qualcosa di nuovo. Quasi un rapporto fecondo tra vecchi e nuovi credenti (cfr Von Balthasar).

Tre passaggi:Entrare – sostare – uscire

La celebrare ha un ritmo: il vero problema è trovare quello giusto!

Entrare
Segnare bene l’entrata, che non è cosa semplice. I luoghi di accesso, gli atri, gli ingressi delle antiche chiese avevano grandi dimensioni: segnavano bene il passaggio dalla piazza del mercato (commercio, confusione, dispersione) all’entrare che richiede raccoglimento. Il mistero di Dio che raduna chiede raccoglimento; facciamo fatica noi preti stessi che arriviamo dispersi. Il rito ritma la giornata, la settimana, la vita; il rito ti dice: ti sei perso, fermati! Di fronte al tempo che divora, il rito mi dice se sto vivendo bene o male il tempo. Già solo con la presenza, il rito ti aiuta. Entrare vuol dire misurare la distanza da quella mensa, a cui accediamo solo come peccatori indegni! Spazio e distanza da colmare in quell’arrivare all’altare. Pensiamo a tutti i gesti penitenziali che hanno arricchito questo momento. Varcare una soglia, segnare un passaggio. Ministero del prete come ministero della soglia, che favorisce l’ingresso anzitutto perché il prete per primo entra e celebra da peccatore che chiede perdono. Tu prete per primo ti devi raccogliere. La gente capirà e si raccoglierà a sua volta. Vivere e favorire quel passaggio, accogliendo le persone. Non lamentarsi se la gente arriva in ritardo: è un ritardo esistenziale. Non arrabbiarsi, piuttosto favorire quel raccoglimento in favore del quale, anche dopo gesti di accoglienza, ci deve pur essere un tempo di silenzio.

Sostare
Mensa della parola e del pane: ecco le due soste. Il nostro tempo è incapace di questa sosta. Su questo tema, una prima citazione significativa è di Heschel, il quale dice che per salvare l’uomo interiore ci vuole il senso del timore di Dio: timore riverente che precede la fede. Occorre fermarsi per cogliere il silenzio interiore che abita la vita, nella quale c’è un di più che per apprezzare bisogna fermarsi in modo riverente, con timore di Dio. Per spiegare questo timore,  l’esempio efficace è quello del figlio appena nato messo tra le braccia del papà: quello che prova è timore, trepidazione dentro stupore e gioia. Altra citazione utile è quella di Sequeri, a  proposito della inoperosità liturgica.  E’ la liturgia come gioco di cui parla Guardini; è il segno di Maria che favorisce la trasparenza assoluta di Dio. E noi che cosa facciamo? Stiamo al cospetto e alla presenza del Signore. Contro l’interpretazione strumentale della stessa liturgia (serve per, funzionale a) occorre avere una motivazione alta. Dalla liturgia come strumento per, alla liturgia come fine: in questo va difesa. Contro l’ansia da prestazione e la preoccupazione di attirare noi.

Concentrazione nella Parola, perché poi nella Parola risuoni anche l’ascolto della vita delle persone. Le nostre omelie sono come una parabola in cui far risuonare amplificata la Parola. Restituita così dall’ascolto della vita delle persone. Dobbiamo rimanere dentro il dialogo tra Dio e il suo popolo, come scrive papa Francesco in Evangelii Gaudium. In questo ci si può riposare; le persone si ritrovano, si fermano, lasciano riecheggiare la loro vita Il momento della preghiera eucaristica è poi da vivere con senso di adorazione profonda del mistero che ci abita.

Uscire
E’ molto delicato anche concludere la celebrazione. Le cose belle devono finire. Rischiamo di non sapere concludere bene. Questo atto conclusivo del rito dovrebbe essere in sospeso, come il levare nella musica.

approfondimenti:

  1. Caldirola, A. Torresin, “I verbi del prete. Forme dello stile presbiterale”, EDB.