Festa per l’ordinazione a diacono permanente di don Emanuele

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Un gesto eloquente, «quasi segno luminoso, che il tuo ministero non andrà a beneficio soltanto della parrocchia, ma di tutta l’Unità Pastorale Missionaria». E’ stata questa nelle intenzioni del vescovo Franco Giulio l’ordinazione diaconale di Emanuele Bonanno, diacono permanente che è stato ordinato lo scorso sabato a Trobaso, durante la visita pastorale del Vescovo alle comunità di Verbania.


Il Sale e la Luce

Omelia per l’ordinazione diaconale di Emanuele Bonanno
08-02-2020
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E proprio del ruolo del diacono permanente, del servizio che è chiamato a fare «non solo  nelle parrocchie, ma tra le parrocchie» ha parlato il vescovo rivolgendosi a Emanuele – padre e marito -, che da sabato sarà “don” Emanuel

Di seguito il testo integrale dell’omelia.


Il Sale e la Luce

Omelia per l’ordinazione diaconale  di Emanuele Bonanno

 

Caro Emanuele, carissimi familiari e parenti,
qui presenti questa sera con la Comunità di Trobaso,
cari sacerdoti dell’Unità Pastorale di Verbania,
che sto incontrando in questi giorni nella seconda tappa della Visita pastorale,
un cordialissimo saluto a tutti voi

Ho voluto introdurre, nel contesto della Visita pastorale, l’ordinazione al diaconato permanente di Emanuele, perché fosse evidente, quasi segno luminoso, che il tuo ministero non andrà a beneficio soltanto della parrocchia, ma di tutta l’Unità Pastorale Missionaria. La scelta consapevole, fatta circa tre anni fa, dalla nostra Diocesi è stata quella di inserire l’ordine diaconale permanente nell’orizzonte più ampio del lavoro non solo nelle parrocchie, ma tra le parrocchie. Ora cerco di raccontarti tale intento a partire dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato in questa quinta Domenica del Tempo Ordinario. Essa è una sorta di tracciato e di filo rosso, che potrà guidarti domani nel tuo ministero.

Il sale e la luce

La prima parola che diciamo è legata al Vangelo proclamato. Dopo il grande portale d’ingresso al Discorso della Montagna con le Beatitudini, ci viene proposto un brano sapienziale di Gesù, rivolto ai suoi discepoli. Se, da una parte, le Beatitudini, introducono il primo grande discorso di Matteo, considerato il manifesto del Cristianesimo, paragonabile alle grandi costituzioni moderne, anzi queste stesse ispirate a tale discorso, dall’altra, subito dopo segue un doppio sviluppo narrativo che riguarda il sale della terra e la luce del mondo, identificata con la lampada sopra il candelabro. Queste due immagini indicano il movimento, il motore propulsivo della nostra vita cristiana. Quindi riguardano tutte le vocazioni cristiane, per ciò che le unifica prima di ciò che le distingue.

Questa dinamica è illustrata sostanzialmente dalle metafore del sale della terra e della luce del mondo. La prima immagine parla di “immersione”: infatti, se il sale non si amalgama, se rimane inutilizzato, non insaporisce, non dà il gusto – per la verità l’immagine del sale non riguarda soltanto il gusto, il rendere sapido, ma presso gli Ebrei si riferisce anche al riscaldare. Se qualcuno di voi ha potuto visitare il Mar Morto, avrà visto le formazioni di sale sulle sue rive, come se fossero sculture di sale, create dalla forte evaporazione, usate in antico come combustibile per riscaldare –. Il sale è, dunque, un’immagine sia di sapore che di calore!

L’altra immagine, riferita alla luce, è di “emersione” perché è detto che non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio” (Mt 5, 14-15). L’immagine si riferisce alla città sul monte, come si può vedere ancor oggi a Tabgha, da cui si possono scorgere Corazìn e Betsaida, che assumono l’aspetto di due greggi sul monte. Come è pure qui, in questa zona di Verbania, con i paesini che gli fanno corona, punteggiati dalle loro abitazioni che si scorgono anche da lontano. Anche la lampada, dice il Vangelo, non si nasconde dentro un armadio, ma si mette sul lucerniere, così che faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.

Il cristiano è attraversato dalla forza di queste due immagini: l’una di immersione e l’altra di emersione. Ma per indicare cosa? Alla fine del brano ciò è detto in modo sintetico, con una frase sulla quale sovente scivoliamo via, ma che è al contrario decisiva: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). Non viene ripresa l’immagine del sale anche se è sottesa. Le opere buone sono quelle secondo cui la fede matura nella carità. Come afferma san Paolo: “Fides quae per caritatem operatur”, “la fede che opera e fiorisce per mezzo della carità” (Gal 5,6). Sono queste le opere buone, non è solo la pura pratica, ma sono quei gesti che portano con sé l’intenzione di fede e che prendono corpo, si vestono di carne, rischiano per guarire le ferite delle persone. Il testo poi chiarisce: “vedano, , le vostre opere buone, ma rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. La testimonianza ha, pertanto, una dimensione triangolare: l’uno fa le opere buone, l’altro le vede, ma non rende gloria a chi ha compiuto l’azione, ma al Padre che è nei cieli! Al contrario di quello che accade a noi: quando diamo la nostra testimonianza, desideriamo approvazione e applausi per noi stessi.

La gente deve poter vedere la libertà con cui compiamo il nostro servizio. Come ad esempio quello dei genitori, e poi tutti gli altri servizi alla vita e alla fede, in modo tale che vedano le nostre opere buone, e non solo le nostre intenzioni, a cui tante volte riduciamo il nostro cristianesimo (quello delle buone intenzioni, dei buoni sentimenti), una tendenza molto diffusa oggi! “E rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”: questo non significa soltanto che essi ringrazino Dio, ma che riconoscano quelle opere come una via che rimanda oltre, a Dio! Anzi che ci faccia riconoscere la presenza di Dio dentro le nostre opere buone.

Questa dinamica è descritta da Gesù subito dopo nel seguito del Discorso della Montagna. Nelle prossime domeniche ascolteremo la rivisitazione di Gesù dei comandamenti, poi la rilettura delle buone opere dei farisei: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Infatti, come si dice nel Vangelo della prossima domenica: Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli…” (Mt 5, 20). Gesù presenta la giustizia cristiana superiore alla Legge commentata dagli scribi e alle opere supererogatorie praticate dai farisei. Infine, dedicherà un lungo capitolo alla preghiera. Tutto questo, però, deve essere animato, mosso dal di dentro, dalla dinamica della testimonianza. Le opere buone si devono vedere, ma in modo tale che non diventino motivo di glorificazione per ciascuno di noi, ma perché si renda presente l’azione di Dio in noi.

Caro Emanuele, anche il diaconato è attraversato da questa dinamica, da questo motore, da questa spinta! E lo diventa se segue due forze propulsive.

La parola della croce

Come si attua la forza propulsiva di Dio nel ministero del diaconato? Si realizza nel Cristo crocifisso, il Cristo servo (seconda lettura). È da osservare che il diaconato, anche per coloro che diventano preti e per coloro che diventano vescovi, è come il “fidanzamento”, tanto che questo legame, giunto al matrimonio (nel nostro caso al sacerdozio), non fa smettere di essere fidanzati, cioè teneramente confidenti l’uno nell’altro, perché altrimenti il matrimonio rischia di fallire. Così è anche di un’autentica vita sacerdotale! Infatti, anche i sacerdoti e i vescovi, non possono mai dimenticare di aver iniziato da diaconi, cioè da servi, com’è il significato originale della parola greca διακόνοι (diakonoi), cioè ministri.

Ministri e servi di una Parola che indica la croce di Gesù e di una croce di Gesù che diventa Parola. Lo afferma Paolo stesso: “Noi vi annunciamo la Parola della croce: Ὁ λόγος γὰρ ὁ τοῦ σταυροῦ (cfr 1Cor 18,25). La croce per sé non è una Parola, la croce è un patibolo, è il frutto della violenza degli uomini. Quanti uomini sono stati messi ancora in croce, dopo Gesù! Paolo fa diventare la croce la Parola per cui la vittima si trasforma anche in offerta. È una vittima, è uccisa, ma è offerta, perché di lì passa quell’amore che si offre e che smonta e scioglie il meccanismo della violenza che genera la croce. Noi siamo annunciatori di questa Parola! Questo è ciò che gli uomini e le donne devono vedere!

Il diacono non è uno che prima di tutto fa la carità, ma fa questa carità. La carità di annunciare agli altri che l’amore è capace di diventare una parola, un senso, un significato, una ragione di vita, la carità che è capace di sciogliere tutti i grumi della violenza, dell’isolamento, della separazione, della gelosia, del conflitto… Se non lo testimoniamo, con la doppia dinamica che abbiamo sopra illustrato con le metafore del sale e della luce, a nulla vale. Bisogna dirlo “dentro” e dirlo “davanti”, come “sale” e come “luce” – ancora una volta immersione ed emersione! È la bellezza del cristianesimo. Essere cristiano non è semplicemente fare “un poco” di bene, ma è annunciare la Parola della croce.

Una croce che è diventata Parola, che dà forza ed è luce e sale! Solo così è possibile che questa Parola sciolga la forza del male in tutte le sue forme tentacolari. Per questo il male viene raffigurato come un mostro dalle cento teste, che di continuo si riformano, proprio perché il male si presenta sempre di nuovo in questa forma tentacolare! Come un serpente che ti avvinghia e ti stritola. Nell’Apocalisse, alla fine, è raffigurato addirittura come un enorme drago rosso che trascina giù un terzo delle stelle del cielo (cfr Ap 12,3-4).

Il servizio della carità

Caro Emanuele, solo così in te, come pure in tutti i diaconi qui presenti, si potrà riconoscere nel gesto della carità, collegato in modo particolare al diaconato. Ed è il messaggio che proviene dalla prima lettura che abbiamo ascoltato (Is 58, 7-10) “[il digiuno che voglio] non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?” (Is 58, 7).

È particolarmente significativa quest’ultima espressione che, scritta molti secoli fa, sembra riferirsi ad oggi: parliamo molto di carità verso il terzo e il quarto mondo, mentre poi facciamo gran fatica a vivere la carità tra noi. Tra i nostri di casa, persino. E andare altrove diventa un alibi o una fuga. Non si aiuta bene il terzo mondo, se non si serve il primo.

Più specificamente, poi, è la testimonianza del diacono permanente sposato. Emanuele nel suo ministero dovrà essere capace di portare in questa carità anche l’esperienza della famiglia. Non è cosa facile, ma è una forma del ministero che diventa oggi opportuna. Nella Liturgia dell’ordinazione diaconale è solo il vescovo che impone le mani sul candidato, per significare lo stretto legame che c’è tra il vescovo e il diacono, il quale con il suo particolare ministero collabora portando nel servizio della Chiesa anche la sua singolare esperienza di sposato.

Ecco i tre doni del diaconato (permanente) donato a questo giovane padre con la sua famiglia – a suo tempo è stato chiesto anche alla moglie, coinvolgendola direttamente, di dare il suo consenso per questo suo ministero – attraverso i riti a cui parteciperemo tra un momento nel sacramento.

Con il nostro affettuoso augurio!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara