Fraternità Sacerdotale nel segno di San Gaudenzio

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Si è tenuta oggi, in Basilica di San Gaudenzio, la Giornata di Fraternità Sacerdotale, nel quadro del programma della Patronale di San Gaudenzio. Durante la celebrazione – presieduta dal vicario generale don Fausto Cossalter, con l’omelia tenuta dal vescovo Franco Giulio Brambilla -, come tradizione sono stati ricordati gli anniversari di ordinazione.

Ecco i sacerdoti festeggiati. Per il 25° di ordinazione: don Alberto Agnesina; don Marco Annovazzi; don Francesco Bargellini; don Massimo Bottarel; don Massimo Galbiati; don Massimo Minazzi; don Fabrizio Poloni; don Mauro Pozzi; don Roberto Rondanina e  don Michele Valsesia.

Per il 50° di ordinazione: don Francesco Belletti; don Angelo Calcaterra; don Ezio Caretti e don Franco Ramella. Per il 60°: don Giovanni Cerina; don Franco Ghirardi; don Giovanni Zara. Per il 65° don Felice Bagnati e don Bartolomeo Romanello. Per il 70°: don Gilio Masseroni e don Giuseppe Masseroni.

Un ricordo particolare è stato poi dedicato ai sacerdoti diocesani più anziani: mons. Alfredo Cardano e don Tito Santamaria, che hanno raggiunto il 73 anni di ordinazione.

Dopo la messa, in vescovado, un convegno sul tema San Gaudenzio riletto nell’iconografia e nell’arte, presentato da Paolo Mira, direttore dell’Ufficio per i bene culturali ecclesiastici.

Ecco di seguito il suo intervento.

San Gaudenzio riletto nell’iconografia e nell’arte

 

Buongiorno a tutti e ben trovati.

Un saluto particolare e bentornato a Monsignor Vescovo.

Sono molto contento per questo invito – e ne approfitto per ringraziare don Gianluigi Cerutti per l’attenzione che ha avuto nei miei confronti e dell’Ufficio Beni Culturali che rappresento – per questa occasione di incontro che chiude le celebrazioni dell’Anno Gaudenziano, voluto dalla Diocesi di Novara per ricordare i 1600 anni della morte del suo grande patrono, San Gaudenzio.

Quando don Gianluigi mi ha proposto di parlare a voi – che siete i sacerdoti della Diocesi di San Gaudenzio – mi sono subito detto: “Cosa posso raccontare a loro di San Gaudenzio, del loro patrono? Sapranno già tutto… hanno anche già ascoltato don Paolo Milani lo scorso anno”.

Poi mi sono detto: “Proviamoci ugualmente, facendomi aiutare – visto che mi occupo dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi – da qualche immagine tratta proprio dal ricco patrimonio artistico del Novarese”.

Oggi, quindi, cercheremo di conoscere un poco di più questa grande figura, attraverso l’arte.

Lo faremo a tappe.

Vedremo, quindi, quanto di storico è rimasto e conosciamo di Gaudenzio; quanto, invece, è stato tramandato ed è frutto di una rielaborazione medievale della sua Vita e cosa, infine, rimane oggi ancora a testimonianza del suo passaggio… prima fra tutte la grandiosa basilica a Novara in suo onore, che ne accoglie le spoglie.

 

  1. Gaudenzio nella storia

Rimando a quanto ha già ottimamente sintetizzato il collega direttore dell’Archivio Storico Diocesano, don Paolo Milani, tracciando un profilo di Gaudenzio, che abbiamo potuto poi riprendere e rielaborare insieme (Ufficio Beni Culturali e Archivio Storico Diocesano) in occasione dell’ultima pubblicazione con la biografia di San Gaudenzio, per le Edizioni Velar, realizzata appositamente per questo anno gaudenziano.

I primi Cristiani, secondo le testimonianze che possediamo, si stabilirono a Novara verso la metà del IV secolo.

Di poco più tardi, infatti, è la fondazione del Battistero della Cattedrale.

Il primo vescovo che con certezza si insedia nell’attuale Piemonte orientale fu Eusebio, che troviamo a Vercelli verso il 345, come pure la più antica testimonianza scritta circa l’esistenza di una comunità cristiana, con dei presbiteri, a Novara, è proprio una lettera del vescovo vercellese, scritta dal suo esilio di Scitopoli; probabilmente era lo stesso vescovo di Vercelli che si prendeva cura di questa nostra comunità novarese.

Ma contemporaneo di Eusebio, è un altro grande personaggio. Nella tradizione novarese, infatti, è rimasta viva l’idea di attribuire ad Ambrogio (vescovo di Milano dal 374 al 397) l’iniziativa di consacrare un vescovo per la comunità di Novara.

Secondo questa prospettiva, ripresa e sostenuta poi nella Vita Sancti Gaudentii medievale, il primo vescovo fu Gaudenzio, scelto da Ambrogio, ma consacrato dal suo successore Simpliciano (vescovo di Milano dal 397 al 401).

Dal punto di vista strettamente critico, di Gaudenzio non sappiamo davvero poco.

La tradizione lo vuole vescovo dal 398 fino alla morte avvenuta nel 418.

Le fonti storiche non permettono neppure di stabilire il giorno esatto del suo trapasso.

A Novara esistono due dittici eburnei: il “Dittico del Duomo”, detto anche “Dittico del Patrizio” (conservato presso i musei della canonica della Cattedrale) del V secolo e il “Dittico consolare di San Gaudenzio” (conservato presso l’archivio della basilica di san Gaudenzio) del VI secolo.

Dittico? Di cosa si tratta? Cosa erano i dittici?

Inizialmente tavolette in legno, a due valve incernierate, poi sempre più preziose, poi riutilizzate in epoca medievale all’interno della liturgia.

Infatti, sulle valve interne di questi manufatti, dove un tempo vi era lo strato di cera, in epoca medievale è stata riportata la cronotassi dei vescovi di Novara.

Entrambi gli elenchi sono concordi nel segnalare il nome del primo vescovo Gaudenzio, poi Agabio, quindi Lorenzo…

La Vita, scritta nel Medioevo, che influenzerà la devozione, la tradizione popolare e tutte le rappresentazioni artistiche successive, si situa in un diverso contesto, utilizzando lo strumento agiografico, intriso di formule stereotipiche, per celebrare e rafforzare la chiesa episcopale, senza però fornire apporto storico-critico per le vicende del primo presule.

Interessante notare come il vescovo Carlo Bascapè in epoca di riforma cattolica voglia inserire proprio l’incisione con la riproduzione del dittico della Cattedrale nella sua Novaria Sacra.

Tutti gli elementi popolarmente caratteristici della vita di Gaudenzio, come la sua nascita ad Ivrea, lo spegnimento dell’incendio scoppiato in città, l’incontro con Ambrogio e il miracolo dei fiori, i prodigi di guarigione compiuti, la narrazione della sua morte, appartengono alla tradizione agiografica altomedievale, e pur non essendo falsi, sono tuttavia destituiti di ogni fondamento critico.

Chiese e oratori dedicati a San Gaudenzio – una ventina di edifici sparsi sull’attuale vasto territorio diocesano – conservano gelosamente, ancora oggi, un’interessante documentazione iconografica, che copre un arco temporale che dall’inizio del Cinquecento giunge fino al primo Novecento, per spingersi con qualche tentativo di arte contemporanea fino ai giorni nostri. Prima di tale epoca, non rimane praticamente traccia iconografia del Protovescovo novarese; più fortunata, invece, la Diocesi di Ivrea – ipotetico luogo di nascita di Gaudenzio – che conserva nella cripta della cattedrale di Santa Maria Assunta, una delle più antiche raffigurazioni del Santo, riconducibile al XII-XIII secolo. Altrettanto interessante è la tavola di un anonimo maestro lombardo attivo nell’ultimo decennio del Trecento, oggi conservata nel Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Nel territorio della diocesi di Novara, al di là di qualche immagine di Gaudenzio, inserita nelle teorie di santi che ornano antiche parrocchiali e oratori campestri, riconducibili al pennello delle famiglie dei principali pittori e affrescatori novaresi, quali Cagnola, Merlo, De Campo… dobbiamo attendere l’arrivo sulle scene del grande maestro Gaudenzio Ferrari che, firmando nei primi decenni del Cinquecento i polittici di Novara, ha lasciato, oltre a una rinnovata e più moderna iconografia del Santo, anche un primo ciclo di dipinti monocromi, realizzato sulla predella del grande polittico della basilica di San Gaudenzio, che narra gli episodi più significativi della vita del Santo. Nella stessa basilica fanno eco altri due importanti apparati iconografici: gli otto teleri dipinti attorno al 1630 da Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiammenghino e le dieci formelle bronzee che ornano l’altare maggiore, realizzate un secolo più tardi (1725) dalla maestria di Carlo Beretta.

Infine meritano di essere ricordati il seicentesco ciclo di tele di Pier Francesco Gianoli e della sua bottega, conservate nella cripta della collegiata di San Gaudenzio di Varallo, come pure gli affreschi della parrocchiale di Baceno realizzati nel 1832 dal Raineri, e sempre nella città di Ivrea, un ulteriore e più ampio ciclo di storie gaudenziane affrescato per l’omonima chiesa cittadina tra il 1738 e il 1739 dal pittore cusiano Luca Valentino Rosetti di Orta.

La qualità pittorica potrà anche non essere sempre delle più elevate; accanto ai grandi pittori, come i già ricordati Gaudenzio Ferrari, i Fiammenghino e Gianoli, ma anche Filippo Cavallazzi e Giovanni Antonio De Groot, solo per ricordarne alcuni, si affiancano, infatti, numerose altre opere di artisti locali, o più spesso anonimi; opere sconosciute ai più, magari dal tratto più incerto o infantile, ma che hanno avuto, comunque, tutte quante il prezioso compito di contribuire a tramandare un culto e una devozione a San Gaudenzio, che è rimasta viva e immutata nei secoli.

 

  1. Gaudenzio nella tradizione

Una popolazione totalmente analfabeta, lontana da una liturgia incomprensibile (in latino), ascolta però le narrazioni, le agiografie dei santi e “legge” con gli occhi le raffigurazioni della Biblia pauperum; pensiamo ad esempio Giotto con gli episodi evangelici nella Cappella degli Scrovegni a Padova, o alle storie di San Francesco ad Assisi nell’omonima basilica… ma non è necessario scomodare Giotto – anche se proprio in questa sala del Palazzo del Vescovi conserviamo l’unica testimonianza giottesca del Novarese: lo splendido affresco della Maddalena, che rappresenta il Noli me tangere – sarebbe sufficiente visitare il nostro territorio per scoprire interi cicli pittorici delle grandi famiglie di affrescatori – come si diceva – dei Cagnola, dei Merlo, dei Cavallazzi…

Immagini ricche di simboli ancora tutte medievali, che siamo noi uomini del 2019 a far fatica a leggere e a comprendere, ma che, invece, risultavano chiarissime per l’uomo medievale.

Quindi, anche le vite dei santi diventano uno strumento di catechesi… di insegnamento moralizzante, dove il santo, in mancanza di dati certi sulla vita, diventa il “modello” di virtù al quale il Cristiano deve guardare e verso il quale tendere, cercando di imitarne la purezza dei costumi, la rettitudine, l’applicazione delle virtù teologali e cardinali in maniera completa, il rispetto delle opere di misericordi spirituali e corporali. Che è poi quanto si verifica anche oggi in occasione dei processi di beatificazione e canonizzazione.

Proprio alla luce di tutto questo è stata scritta la vita medievale di Gaudenzio, quella Vita Santi Gaudentii, che conserviamo in alcuni codici manoscritti, conservati nell’Archivio Capitolare di Novara, nell’Archivio del Capitolo di San Gaudenzio, nella Collegiata di Intra… che vanno dal XI al XIII secolo in avanti.

Una vita medievale che è stata ulteriormente arricchita nel corso dei secoli – soprattutto nei Cinquecento e nel Seicento – da numerosi altri episodi.

Ripercorriamo insieme alcuni dei fatti più significativi della preziosa vita di Gaudenzio, che la tradizione ha portato fino a noi. Mi verrebbe quasi voglia di usare il termine “Legenda”, in senso positivo, cioè di fatto da leggere in un’introspezione, da leggere tra le righe.

La tradizione vuole che Gaudenzio sia nato a Ivrea. Se ne fissa l’anno, addirittura attorno al 329-330, da nobile famiglia. Il padre apparteneva alla stirpe dei Solero, poi signori di Ivrea. La madre invece, ai nobili di Challant.

Anche qui un modello. Questi santi, spesso, hanno un’origine nobile, a volte, invece, nascono in famiglie poverissime e riescono a riscattarsi grazie alla forza di volontà

Il nostro Gaudenzio, appartiene alla prima categoria… ma c’è un “ma”. La famiglia è nobile, ma è pagana. Nelle nostre zone – nonostante l’Editto di Milano del 313 – il Cristianesimo fatica a diffondersi…

Ma ecco un maestro, o meglio una maestra. Giuliana, considerata santa, è parente di Gaudenzio, già convertitasi al Cristianesimo, ed è proprio lei a fornire i primi insegnamenti a fanciullo… il quale è dal biografo elogiato: profondo spirito religioso, dotato di sapienza, rettitudine, vita casta, spirito di preghiere e penitenza. Il modello: Gesù fanciullo, che cresceva in sapienza età e grazia.

Anche Giuliana è donna ricca di virtù: a Ivrea svolse azione di recupero delle salme dei martiri cristiani morti nel Canavese, tra cui San Solutore, della legione Tebea, morto a Caravino.

Ma qualche tempo più tardi Gaudenzio lascia Ivrea. Per volontà dei genitori ancora pagani? per allontanarlo dall’influenza di Giuliana? per intraprendere un regolare corso di studio? Non possiamo sapere.

Certo è che, a Vercelli, il vescovo Eusebio, scelto come guida della diocesi da papa Giulio, offriva a chierici e presbiteri una casa comune.

Ci troviamo in un’epoca dominata dall’arianesimo. Papa Liberio, con il consenso dell’imperatore ariano Costanzo II ottiene di convocare un Sinodo. Gli unici rifiutarsi di firmare la confessione ariana furono tre vescovi: Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari e Dionigi di Milano. Conseguenza di ciò l’esilio.

Eusebio è inviato a Scitopoli, dove rimarrà per otto anni. Il discepolo Gaudenzio, che forse poteva trovare rifugio a Pavia (diocesi guidata da un altro grande vescovo, San Siro, di cui anche a Novara vi è un’eccellente testimonianza pittorica nella cappella palatina), vuole seguire Eusebio.

Ma Eusebio, pensando alla sua diocesi, decide di inviare in sua vece a Vercelli proprio il discepolo Gaudenzio, che inizia la sua opera.

Forse proprio in questa occasione il giovane Gaudenzio incontra e conosce Lorenzo (San Lorenzo al Pozzo), con il quale sarà in stretto contatto fino al suo martirio.

Nel febbraio 362, Giuliano l’Apostata, succedendo a Costanzo II, revocava con un editto la condanna ai vescovi esiliati che potevano così fare ritorno alle rispettive diocesi.

Attorno al 363 Eusebio tornando a Vercelli trovava una comunità viva grazie all’opera di Gaudenzio.

Da qui la decisione di affidargli la comunità di Novara.

Si colloca in questo contesto, forse, un temporaneo ritorno – o un semplice passaggio – di Gaudenzio a Ivrea, che però non risulta ben accolto dai suoi  familiari e dalla comunità

Come molti altri santi (San Giulio d’Orta, San Francesco da Paola, San Raimondo de Pananfort…) lascia la città navigando sul suo mantello sulle acque della Dora.

A Novara Gaudenzio inizia a compiere i primi miracoli. Uno dei più famosi è certamente l’incendio della città. Destato dal sonno per le urla, a causa del divampare di un incendio improvviso, Gaudenzio benedice la città e le fiamme “obbedendo” si ritraggono.

Anche gli animali spesso entrano nella vita dei Santi. Un altro episodio narra l’incontro di Ambrogio con Gaudenzio. Ambrogio si era recato a Vercelli per cercare di sedare le controversie che erano sorte alla morte del vescovo Limenio (successore di Eusebio) per la nomina del nuovo vescovo. Di ritorno verso Milano, a ora ormai tarda, Ambrogio vorrebbe proseguire, pur avendo in animo il desiderio di fare visita a Gaudenzio. Il cavallo si arresta.

(Qualche esempio in qualche modo simile: l’Asina di Balaam dal Libro dei Numeri del Vecchio Testamento, la stessa mula di Sant’Ambrogio che cerca di scappare da Milano quando il popolo lo vuole vescovo, la mula del miracolo eucaristico…).

Facendosi notte Ambrogio si ferma in casa di Gaudenzio, il quale – pur in tempo invernale – ingentilisce la povera tavola con fiori profumati miracolosamente sbocciati e frutti maturati e raccolti direttamente dal giardino.

Proprio in questa occasione il biografo mette in bocca ad Ambrogio una profezia su Gaudenzio: “Di questa città, tu sarai vescovo”. Gaudenzio risponde: “Ma non sarai tu a consacrarmi tale”. Episodio collocato nel 396, Ambrogio muore nel 397, Gaudenzio e vescovo nel 398.

Prosegue l’opera di evangelizzazione condotta da Gaudenzio. Contro i mausolei pagani, agisce senza violenza, come invece a volte Martino di Tours (altra grande figura coeva).

Nel 380 l’imperatore Teodosio con l’editto di Tessalonica condannava paganesimo e arianesimo e proclamava il Cristianesimo unica religione di stato.

I mausolei cadono in disuso; il più bello e più ricco diventa la prima chiesa per i cristiani novaresi, dedicato alla Madonna degli Angeli, Madre di Dio.

Interessante notare, inoltre, che battistero e duomo di Novara sorgono proprio su abitazioni civili romane.

Teodosio, in viaggio verso le Gallie, fu colpito da forti febbri che lo portarono in punto di morte. Al suo capezzale venne condotto proprio Gaudenzio, non ancora vescovo. Teodosio, infatti, sarebbe morto nel 395. Tracciato un ampio segno di croce, il malato si riebbe promettendo di ricompensare Gaudenzio, il quale lo condusse per le vie di Novara, mostrando i danni provocati dall’incendio. Novara risorse dalle sue ceneri più bella grazie a Teodosio.

(Un altro esempio di riferimento: l’imperatore Costantino malato e risanato, come ritratto nel ciclo di affreschi dell’oratorio di San Silvestro papa nel complesso della basilica dei Santi Quattro Coronati a Roma).

Finalmente Gaudenzio è nominato vescovo da Simpliciano nel 398.

L’opera evangelizzatrice del vescovo prosegue e si concretizza attraverso l’attenzione ai poveri e ai bisognosi, la costruzione di chiese – in particolare la prima cattedrale e la chiesa di San Lorenzo (sul luogo del martirio, gettato in un pozzo) – i miracoli avvenuti attraverso l’acqua da lui usata per le abluzioni, le guarigioni miracolose, le liberazioni degli ossessi…

In questo frangente si colloca anche l’episodio della “cena di Secugnago” (Lodi).

Alla morte di Teodosio l’impero era stato diviso tra i figli Arcadio (oriente) e Onorio (occidente). Inizia una accesa “lotta” contro Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, che si era schierato contro abusi e scandali del potere. Condannato da Arcadio e deportato in Armenia, Gaudenzio venne inviato quale ambasciatore verso il 405 presso Onorio, affinché intercedesse presso il fratello in favore del patriarca. Proprio al ritorno dal viaggio, in pieno inverno (22 gennaio), Gaudenzio e il suo seguito si fermano a Secugnago, ospitati dal prete locale, che però nulla ha da offrire. Gaudenzio fa seminare l’orto…. E poco dopo ecco sbocciare fiori e frutti rigogliosi.

Da qui la suggestiva cerimonia del fiore che ancora oggi si rinnova ogni anno nella basilica San Gaudenzio.

Sentendosi prossimo alla fine, Gaudenzio designò come suo successore il discepolo Agabio.

Il corpo del vescovo Gaudenzio rimase esposto nella chiesa di San Vincenzo Martire – incorrotto – per mesi, fino al 3 agosto, per essere poi sepolto nell’antica basilica apostolorum, ormai portata a compimento.

Per mesi accorsero turbe di popolo a venerare le sacre spoglie e a implorare miracoli.

Celebre il miracolo della continua crescita della barba e delle unghie che, tagliate, venivano offerte come reliquie ai devoti.

I miracoli proseguirono nel tempo: il più famoso, e ampiamente rappresentato, è quello dell’ossessa di Roma: una giovane e ricca fanciulla, posseduta dal demonio. Portata sulla tomba di San Pietro, il primo papa avrebbe ordinato di condurre la fanciulla proprio sulla tomba del vescovo Gaudenzio. Fatto ciò la ragazza venne liberata dalla possessione.

Nel tempo una nuova chiesa – l’attuale – ha preso il posto dell’antica basilica apostolorum, con un grandioso “scurolo” inaurato nel 1711; cambiano e si rinnovano le strutture, ma immutata è rimasta la devozione al patrono Gaudenzio.