Icone del Vangelo. Omelia nella festa di san Vittore

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Un momento della celebrazione (Foto Rossi – SDN)

Domenica 8 maggio, nella basilica di San Vittore a Verbania, il vescovo Franco Giulio ha presieduto la celebrazione per il santo patrono. Di seguito il testo integrale.

 

Icone del Vangelo

Il Cristianesimo ha fatto tanta strada lungo la storia, da quando Ambrogio di Milano prese la decisione di intitolare le chiese del forese, soprattutto le chiese battesimali, situate nei centri più importanti della campagna, al santo martire Vittore, così come ad altri santi, martiri anche loro che nell’ultima grande persecuzione del 303, perpetrata da Diocleziano, hanno dato un grande tributo di sangue.

Sant’Ambrogio vive nell’epoca successiva (Treviri, 339/340 – Milano, 4 aprile 397), è vescovo di Milano dal 374 e, come ho già ricordato negli anni precedenti, promuove il culto e ricupera le reliquie dei santi martiri. San Vittore, in particolare, proviene dal Marocco: militare, catechista, nell’ultima grande persecuzione che chiude il periodo eroico di martiri, rende la sua testimonianza donando la sua vita. Appena dieci anni dopo, nel 313, con il cosiddetto editto di Milano, la religione cristiana è ammessa tra i culti leciti, diventa religio licita.


Icone del Vangelo

Omelia nella festa di San Vittore
08-05-2022
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Come evocavo prima, il Cristianesimo, anche in questo luogo, ha fatto tanta strada e vogliamo menzionare solo due tappe fondamentali che ci sono state ricordate dal parroco, don Costantino: duecentosettant’anni fa, nel 1752, nel bel mezzo della stagione razionalista, la consacrazione/dedi­cazione di questa chiesa, poi impreziosita dagli affreschi di stile barocco, che hanno la caratteristica particolare di non avere decorazioni a stucco, ma di raffigurare la tridimensionalità nelle prospettive dell’affresco; e il secondo evento, trent’anni or sono, quando tutta la città di Verbania fu affidata al patronato di San Vittore.

Percorrendo tanta strada si fa certamente un cammino, ma si prende anche un po’ di polvere, qualche volta si arriva stanchi, e noi negli ultimi due anni abbiamo sperimentato una situazione, che nei momenti più espansivi e propulsivi della fine del secolo scorso e dell’inizio del nostro secolo, non pensavamo di potere e dovere sperimentare. Abbiamo assistito, nell’anno 2001, al grave attentato delle torri gemelle a New York; nel 2008 alla tremenda crisi economica; nel 2020 alla crisi pandemica e, a seguire, il conflitto che bussa alle nostre porte, l’invasione della Russia in Ucraina, di cui non riusciamo a darci una ragione, ma soprattutto a vedere uno spiraglio d’azzurro! Ripeto, la nostra fede ha fatto tanta strada e ha preso un po’ di polvere, anche se ha sempre trovato il motivo per rinnovarsi.

La Parola di Dio di questa sera ci presenta due istantanee, con tante figure: una sull’inizio del cammino, e proviene dalla prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli; l’altra alla fine del cammino, rappresentata dalla pagina dell’Apocalisse. Il Vangelo ci parla, poi, di Colui che ci conduce sul cammino.

 

  1. La prima partenza del Vangelo

La prima pagina è presa dal capitolo 13 degli Atti degli Apostoli e ci presenta la primitiva comunità cristiana che quasi in sordina prende il largo. Ci racconta qual era il metodo pastorale, anzi evangelizzatore di san Paolo, accompagnato da san Barnaba. Un metodo molto semplice: di sabato i due andavano nelle sinagoghe, dove si trovavano gli ebrei per la preghiera – siamo già nella zona di Antiochia di Pisidia, fuori dalla Palestina, e quindi dobbiamo supporre che in quel sabato ci fosse la riunione sinagogale – probabilmente il testo è successivo al 70, quando Gerusalemme è già distrutta e ormai l’ebraismo, meglio il giudaismo, non è più una religione del Tempio, ma una religione del Libro, che si legge nella sinagoga.

Paolo si inserisce in questo flusso e secondo l’usanza del tempo, quando un ospite era riconosciuto come rabbi, aveva il diritto di prendere la parola nell’assemblea sinagogale. In tal modo a Paolo è permesso di annunciare il Vangelo innestandolo sul tronco del Giudaismo. Così ci dice il testo:

14Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. 

43Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.

44Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. 45aQuando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia” (At 13, 14.43-45a)

Già allora, ciò che ostacola l’annuncio del Vangelo, ciò che ostacola la Parola che vuole contrastare la gelosia, l’invidia, l’aggressività, sembra suscitare subito il sentimento contrario.

45be con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. 46Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza

il greco usa un’espressione classica che significa “con παρρησία/parresìa”, cioè con la libertà di annunciare il Vangelo” –

dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani” (At 13, 45b-46).

Questo passaggio evoca il “titolo” della Lettera ai Romani che al primo capitolo, al versetto 16, dice infatti:

16“Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco” (Rm 1,16).

C’è un prima del giudeo e un poi del greco, e questa sarà la legge di ogni passo in avanti del cristianesimo. Quando la fede cristiana si sente rifiutata da una parte, non è motivo di blocco, ma anzi diventa ragione di scavalco per andare oltre, per andare verso altri che in prima battuta sono più sensibili all’Evangelo.

Qual è il motivo del rifiuto? È chiaramente espresso dall’affermazione: “non vi giudicate degni della vita eterna!”. Il Vangelo viene a portare la vita eterna. E cosa significa questo? Viene a portare una risposta, a dare un senso alla vita di ogni giorno. Lo possiamo comprendere a partire dai due anni dai quali proveniamo. Siamo stati rinchiusi nelle nostre case. Sono venuti persino a dirci – e anch’io l’ho fatto – che forse le famiglie avrebbero avuto più tempo per parlare, i papà e le mamme sarebbero riusciti meglio a dialogare, e anche i genitori avrebbero di più ascoltato i figli. Non è stato però così semplice. Anche la scorsa settimana scorsa, nel contesto di un convegno a cui ho partecipato, è stato detto che sia psicologi che matrimonialisti sono particolarmente preoccupati per l’innalzamento del conflitto familiare di questi due anni. Dovevano essere gli anni in cui non correvamo più in modo trafelato per cercare di riempire la nostra giornata.

Abbiamo avuto tanto tempo per noi, ma come si vede non basta la condizione esterna, è necessario che anche noi ci mettiamo la nostra parte, e cioè che siamo capaci di domandarci una cosa molto semplice: che cos’è ciò di cui viviamo? La vita eterna non è solo quella dell’aldilà. Infatti l’evangelista Giovanni dice che la vita eterna è la vita nella carità, è la vita che costruisce valori e significati che siano capaci di nutrire il nostro cuore, la nostra mente, i nostri gesti, le nostre azioni, non solo per ciò che facciamo, possediamo, capitalizziamo, ma soprattutto per edificare quei gesti, quei valori che costruiscono legami di umanità e di fraternità.

Paolo va altrove e si rivolge ai pagani. Questo schema si trova spesso nel libro degli Atti degli Apostoli. La storia della Chiesa primitiva, che prende vita nel primo secolo, si ripete in questo modo, fino all’arrivo di Pietro e Paolo a Roma. Quando si crea un ostacolo, viene superato andando oltre, e questo è, potremmo dire, il motore della storia delle comunità primitive, la storia della Chiesa in cammino che muove i suoi passi andando sempre avanti. Così accadde anche dopo il tempo di Ambrogio, intorno al 426, quando, ancora vivente Agostino, avvenne l’invasione dell’Africa da parte dei Vandali. Eppure il vescovo di Ippona fece un altro passo avanti, e con le sue grandi opere riuscì a segnare la strada per tutto il Medioevo, fino al tempo moderno. Per il cristiano, per la comunità ecclesiale, nessun ostacolo è un impedimento che frena soltanto, ma è un fermarsi per riprendere la lena e, come si usa dire con un’espressione un po’ enfatica, per gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Questa è la prima istantanea, la prima icona della Chiesa che si ripeterà sempre da capo. Immaginate il tempo nel quale hanno edificato questa Basilica! Mentre celebriamo l’eucaristia, guardate alle profondità degli scenari, agli scorci dei balconi e delle finestre che animano la parete. Speriamo il prossimo anno di poter inaugurare finalmente tutte le cappelle restaurate! Ammirate, tra le cappelle, la bellezza dei dipinti a trompe-l’oeil, che riescono a darci la suggestione che si possa transitare da una all’altra senza soluzione di continuità.

Non c’è nessuno stile artistico, ma anche nessun popolo che sia refrattario al Vangelo! Noi oggi dobbiamo piuttosto aver paura del nostro eccessivo benessere. Certo è che oggi il cristianesimo soffre particolarmente del fatto che abbiamo la casa e la vita piena di cose, ma come dice il salmo:

“Nella prosperità l’uomo non dura:
è simile alle bestie che muoiono (
Sal 49 [48], 13)

È una parola molto forte. L’uomo nel benessere non comprende! Ci fu chi mi disse una volta che il nostro, più che un ben-essere, è un ben-avere. Non stiamo bene solo perché abbiamo le cose, che pure ci vogliono e sono utili, ma occorre sapere che la cosa che conta di più – la vita eterna che inizia fin da quaggiù e che vi illustrerò tra poco nella seconda immagine – ha una dimensione profondamente spirituale.

 

  1. Il compimento del Vangelo

Ecco allora la seconda immagine, la seconda icona: è quella famosa che traiamo dal brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato come seconda lettura. Dice nell’introduzione:

“Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7,9).

Oggi purtroppo non sobbalziamo più ascoltando queste parole! Il cristianesimo, infatti, non è la fede di un popolo, di una tribù, di una lingua e una nazione, ma di ogni popolo, tribù, lingua e nazione. Non può essere sequestrato dentro un popolo, una tribù, una lingua. Vedete come persino i nostri fratelli orientali, gli ortodossi, faticano in questa guerra a concepire la fede cristiana sganciata da un popolo e una nazione! Questo a motivo del fatto che essendo chiese autocefale, autonome, alla fine si identificano con la nazione, con la quale coincidono.

Il testo dell’Apocalisse con cui si chiude tutta la Sacra Scrittura ci dice:

“Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani” (Ap 7,9).

Anche san Vittore porta in mano una palma come segno distintivo del suo martirio cristiano.

“E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello»” (Ap 7,14). 

La voce che viene dal trono dell’Agnello dice una cosa bellissima: se la si legge di fretta, se ne perde il senso. E proclama:

“Non avranno più fame né avranno più sete,

non li colpirà il sole né arsura alcuna,

17perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,

sarà il loro pastore

– ritorna il tema del buon Pastore, che caratterizza la quarta domenica di Pasqua –

e li guiderà alle fonti delle acque della vita” (Ap 7,16).

Nella prima immagine c’era la vita eterna, mentre qui sono richiamate le fonti delle acque della vita, le fonti zampillanti. Se noi faremo il nostro cammino con questa lena e con la legge del Vangelo, che non teme l’ostacolo, ma che si spinge oltre ed è capace di dirsi dentro ogni lingua, popolo, tribù e nazione, sperimenteremo che il Vangelo è l’acqua zampillante della fonte della vita.  Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. Ne abbiamo bisogno. Andate a casa a dire ai vostri anziani che ora bisogna uscire un po’ di più dalle case. Voi, famiglie giovani, dite che ora è meglio riprendere la vita, pur con tutte le cautele necessarie, che si deve riprendere a camminare, a incontrare le altre famiglie, perché, dopo tanto tempo ripiegati su di noi, abbiamo bisogno di scambiarci il pane della speranza: “e li guiderà alle fonti delle acque della vita”!

 

  1. Passatori di vita

Un’ultima domanda ed è il messaggio che lancio in questo anno, tratto dal Vangelo di Giovanni al capitolo decimo: è il capitolo di Gesù buon Pastore. Vi si legge:

 

“In quel tempo, Gesù disse:

prima aveva premesso: “Io sono il buon pastore” –

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute»” (Gv 10,28).

In pochi versetti vi sono cinque verbi: essi ci dicono che per compiere questo cammino, per andare incontro alle sorgenti che zampillano e donano l’acqua della vita, abbiamo bisogno del Buon Pastore! E il Buon Pastore a cui noi crediamo non è un pastore geloso, anzi si “rap-presenta”, cioè si “rende presente” in tutti coloro che nella società, nella comunità, nella famiglia, hanno un compito educativo e formativo. Questi sono frammenti, volti che riflettono l’unico buon Pastore. E nessuno può pensare di dire da solo Gesù! Abbiamo bisogno di tutti voi: i genitori hanno bisogno dei catechisti, i catechisti hanno bisogno dei professori, i sacerdoti hanno bisogno dei genitori, e così c’è bisogno di tutte le presenze sociali… per poter condurre tutti ai pascoli della vita, significati dai cinque verbi del brano di Vangelo: ascoltare, conoscere, seguire, dare la vita, per non perdere.

Da cinquant’anni, d’estate soprattutto, vado in un paesino di montagna, il più alto della diocesi, oltre 1400 metri d’altitudine e, come ho già raccontato in altre occasioni, un pastore che ho conosciuto tantissimo tempo fa in un alpeggio mi diceva che ad ogni animale dava sempre un nome diverso l’uno dall’altro; e se lo chiamava, ciascuno rispondeva alla sua voce, che riconosceva immediatamente. E il pastore ogni sera li riportava alla stalla, magari anche con l’aiuto di qualche cane, ma era lui il pastore… L’immagine del gregge non ci deve ingannare: non siamo né una massa, né anonimi. La relazione del buon Pastore è la più personale e personalizzante! I verbi sono presi proprio da questo rapporto ed esperienza “pastorale”. Continua il Vangelo:

 “Io do loro la vita eterna” (Gv 10,28)

Ricordo ancora quel pastore, quando qualche membro del gregge andava perduto, perché cadeva in qualche burrone, con grande apprensione quel momento era per lui un giorno triste, perché una parte di sé se n’era andata. Allora veniva a chiamarci tutti, per recuperare la pecora o addirittura l’animale caduto giù nel burrone.

La nostra società ha ancora necessità di testimoni e di educatori affidabili, che ascoltano, conoscono, aiutano a seguire, ma soprattutto che donano la vita. Il papà e la mamma sanno che quando si mette al mondo un bambino, fanno il gesto più un audace della loro vita, perché hanno creato una vita che cammina nel mondo. Voi ragazzi, non vi siete mai chiesti riguardo ai vostri papà e alle vostre mamme: se essi non vi avessero voluto, voi non ci sareste mai stati?! I genitori sanno che, mentre danno la vita, con la “v” minuscola, la vita fisica, sono capaci di darci ore di sonno, di attenzione, di vicinanza, di prossimità, tante fatiche, tante energie, per poterci donare quell’altra vita con la “V” maiuscola?! E un genitore sa che nel gesto di dare la vita, è implicitamente contenuto tutto il resto fino al dono ultimo di sé. Tutti gli altri educatori non sono che rappresentazioni dei genitori, perché accompagnano il processo generativo della vita. Mi fa una grande tristezza quando vedo in TV un papà e una mamma che litigano e usano il bambino come un pacco postale per spostarlo da una parte all’altra?! E magari aggiungono questa frase tremenda: “Anche noi abbiamo diritto di essere felici!”. Ma quel bambino non ha diritto di essere felice?! L’unica differenza è che il bambino non può scegliere senza i suoi genitori! Lui non può scegliere senza un bravo educatore, senza un bravo sacerdote, senza un bravo catechista. Noi siamo testimoni di queste realtà!  Così vi auguro di cuore per questo anno.

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara