Il discorso della missione, Lectio Divina per il clero diocesano

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Nella mattina di martedì 26 marzo, presso il Santuario di Boca, si è tenuto il ritiro di Quaresima per sacerdoti e diaconi permanenti della diocesi.

Il tema è stato “Essere preti oggi: considerazioni sul tempo presente”, in riferimento al testo del capitolo 10 del Vangelo di Luca sull’invio in missione dei settantadue discepoli. A condurre la meditazione della Lectio Divina è stato il vescovo Franco Giulio Brambilla.


Il discorso della missione (Lc 10)

Schema della Lectio Divina e meditazione al Ritiro quaresimale del clero
26-04-2019
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Di seguito il testo integrale della meditazione. Lo schema della lectio nel Pdf allegato


Il discorso della missione (Lc 10)

Meditazione al Ritiro quaresimale del clero

 

Un saluto affettuoso e fraterno a tutti voi. È un’occasione preziosa per incontrarci, vederci e per fare il punto a circa metà dell’anno pastorale. Quest’anno preferisco, anche per alcune situazioni capitate nella nostra diocesi, non proporre la meditazione come lo scorso anno sulla oggettività del nostro ministero, ma sulla soggettività della nostra partecipazione alla vita presbiterale. Così farò una breve lettura del testo di Luca 10, che è riportato sopra, scomposto nelle sue varie parti.

Il testo di Luca 10 appartiene ai cosiddetti discorsi di missione, che si trovano in tutti e tre i Sinottici. Sta in parallelo al capitolo 10 di Matteo, e trova un suo nucleo generatore, nel senso che ne contiene gli elementi essenziali, in Marco 6,7-13. Quest’ultimo testo si trova commentato già nella prima parte della lettera pastorale di quest’anno.

Tuttavia in questo ultimo mese, dovendo scegliere un testo per un altro lavoro, ho avuto modo di riprendere questi brani e vedere le caratteristiche che si ricavano, guardandoli in sinossi, dai tre testi di questa sezione del Vangelo. Gli esegeti dicono che probabilmente essa contiene le istruzioni per gli apostoli-profeti itineranti che nella Chiesa primitiva  sono convissuti insieme con i presbiteri stanziali.

       Il testo di Marco, nella sua sorprendente stringatezza, è probabilmente il nucleo generatore, che già si riferisce ai dodici, compreso l’invio a due a due, con gli ulteriori elementi. Il testo di Matteo è il più ampio, anche dal punto di vista del numero dei versetti, e mette insieme l’invio dei dodici (cfr Mt 9,35ss) e poi l’invio di ulteriori discepoli (Mt 10). Questo ci consente subito un’osservazione molto interessante che  proviene da Marco al capitolo 6. Si ricordi Marco 3,13-17. Gesù salito sul monte chiama a  sé i dodici perché stiano con lui e per inviarli, a cui poi aggiunge l’elenco dei dodici.

La prima cosa sorprendente è che Gesù coinvolge i dodici/discepoli all’inizio della sua missione, non alla fine della sua vicenda. Certo la Chiesa nasce dalla Pasqua, però c’è un movimento di coinvolgimento già all’inizio del ministero di Gesù, per quanto egli avrebbe potuto occupare, direttamente, tutta la scena! Gesù vuole avere bisogno di noi fin dall’inizio! Noi dobbiamo aver bisogno degli altri… sia il vescovo, sia i preti, fin dall’inizio. Ciò contiene un dato cristologico fondamentale: la nostra missione non supera quella di Gesù, la Chiesa non è il prolungamento della incarnazione di Cristo.

In un senso radicale, noi non possiamo andare oltre e dire altro da Gesù, ma possiamo solo condurre gli uomini a Lui. Siamo ministri del Vangelo, se diventiamo canale che conduce a Lui, ma siamo contraffazione del Vangelo, se siamo schermo che vieta agli uomini di incontrare Lui. La nostra funzione, che si deve vedere già nello stile, è radicalmente referenziale. Esattamente il contrario di quel famoso aggettivo, ripetuto anche a sproposito, “autoreferenziale”. La nostra è una missione referenziale. Se non dice “altro” e non rimanda “oltre” se stessi, certamente non è cristiana. Si può essere preti e non cristiani!

Come vi può essere una preghiera non cristiana, un celibato non cristiano. Una delle cose più interessanti che ho imparato dal mio maestro, don Moioli, che aggiungeva sempre per ogni tema: “cristiano”! Già in questo, prima ancora di iniziare a leggere il testo, nel fatto della posizione dei capitoli, si trova questo dato profondo, essenziale: annunciare il Vangelo significa donare Gesù agli uomini nella loro lingua, condurre gli uomini a dire che noi non siamo semplici cartelli indicatori: i ministri nella chiesa (come la stessa Chiesa) contengono il mistero di Cristo, ma lo contengono mostrandolo nella sua eccedenza, lo contengono non potendolo trattenere. È un pensiero molto importante, perché cambia lo stile, ci fa più umili di fronte all’annuncio del Vangelo. Dunque, il vangelo di Matteo essenzialmente è concentrato sulla missione dei dodici.

In Luca, al capitolo 9, in un brano di soli 6 versetti, abbiamo sostanzialmente lo stesso testo:

Convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. 
E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. 
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. 
In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. 
Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».

Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni

 

I. Cornice d’apertura. L’invio dei settantadue – e arriviamo a Luca 10 – è fatto sul calco dell’invio dei dodici. Probabilmente attesta già lo sviluppo della tradizione ecclesiale dove l’invio era stato ampliato.

1(cap. 10)Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

La cornice di apertura corrisponde alla cornice di chiusura.

e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Abbiamo due dati da chiarire. Il primo dato: perché i discepoli sono settantadue. Si suppone che la missione di Gesù a sua volta coinvolga altri, non solo i Dodici, ma i discepoli. Una grossa questione è se la delimitazione dei due gruppi sia così netta. Anche se probabilmente il secondo può contenere il primo, certo il primo non contiene immediatamente il secondo. L’altro dato da spiegare: perché l’invio avviene a due a due.

Il numero settantadue, probabilmente, corrisponde al numero della tavola dei popoli di Genesi 10. Luca con questo tratto vuol sottolineare la dimensione veramente universalistica della missione. Infatti Genesi 10 è ancor prima della concentrazione su Abramo! È “la tavola dei popoli” che precede Babele (cfr. Gn 11). Quindi il numero settantadue indica l’universalità dei popoli nella cultura ebraica.

L’altra cosa che suggerisce questa cornice – “li inviò a due a due” – l’ho già commentata nella Lettera pastorale. Il libro del Qoèlet dice: «Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi». (Qo 4, 9-10; cfr anche F. G. Brambilla, “Li inviò a due a due” Lettera pastorale sul seminario dei laici, 2018-2019, Diocesi di Novara, p. 8).

       Dunque, non è una cosa facile, non è l’unico criterio, ma è un buon criterio, per capire che la missione non viene da noi soli, ma viene dal Vangelo! Il livello della nostra capacità di ospitare nel nostro spazio ministeriale altre figure, di fare spazio ad altri, di non essere “animali da territorio”, credo che sia importante, per l’efficacia della missione. Appartiene alla cornice e contiene tutto il resto. Anche se non è certamente facile da praticare.

II. L’orizzonte della missione. Segue un elemento tipico di Luca, seppure è presente anche in Matteo, ma spostato nel brano sulla missione dei dodici. Luca lo pone qui. Lo definisco: l’orizzonte della missione:

 

«La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe». (Lc 10,2)

Annunciare il Vangelo è un evento spirituale, la preghiera è il suo organo percettivo. Luca aggiunge sempre questo accento sulla preghiera, poiché, si potrebbe dire, non è solo l’evangelista della povertà, ma anche della preghiera. Gesù fin dal Battesimo è in preghiera. La preghiera “serve per vedere” che la messe è molta e gli operai sono pochi! La preghiera qui ha la funzione di sguardo. Noi, ad una lettura e ad una interpretazione più veloce, dicendo “la messe è molta e gli operai sono pochi”, organizziamo incontri di preghiera (e questo va bene), pur consapevoli, davanti all’inesorabile calo di vocazioni, che siamo quasi rassegnati… che a pregare per le vocazioni non sembra cambiare nulla.

È stato però impressionante, ieri al funerale di Madre Canopi, e nei tre giorni che lo hanno preceduto, osservare il “pellegrinaggio” della gente all’Isola, segno di come una vita di preghiera diventa attrattiva. Alla fine del rito funebre ho citato una testimonianza della Badessa, fatta alle mie famiglie, lo scorso anno, la domenica 26 giugno. Alla domanda che le hanno posto, e che tutti si fanno, sul senso della vita monastica, l’abbadessa paragonò la vita contemplativa ad una centrale elettrica: l’apparente staticità della vita è una forza motrice del mondo. Al contrario di noi che siamo sbilanciati sulla forza motrice! – tutto il giorno presi dalle molte attività –, perdiamo la forza gravitazionale della preghiera. Questo è l’orizzonte dalla missione: per vedere che la messe è molta e gli operai sono pochi occorre  collocarci in questo spazio di preghiera!

III. Lo stile della missione. Prosegue il testo:

Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. (Lc 10, 3-4)

Nella lettera pastorale ho fatto notare che, nel vangelo di Marco invece, il bastone e i sandali, sono concessi in positivo, cioè si possono tenere, probabilmente per un riferimento pasquale, così almeno secondo alcuni studi che ho visto. Probabilmente Luca non capiva più l’eccezione marciana, il riferimento ai sandali e al bastone, per cui mette anche questi strumenti sotto la dimensione negativa. Sono quattro gli elementi presenti: è una missione che ha uno stile disarmato “andate come agnelli in mezzo ai lupi!”; e disarmante: uno stile di povertà (senza borsa, bisaccia, sandali e di premura)!

È un ministero disarmato, che deve essere libero, dev’essere povero ed essenziale, deve essere attraversato da una certa premura. Forse è questo il significato dal “non salutate nessuno lungo la strada”. In questo bisogna ricordare gli orientali che, se si fermano a salutare, viene il giorno dopo! Bisogna spiegare questa espressione alla gente perché non sia  fraintesa con l’essere “musoni” o superficiali. Cosa che noi rischiamo di essere, spesso.

Ecco, lo stile del missionario è uno stile veramente scioccante e che forse si adatta bene ai missionari itineranti della chiesa primitiva. Ma è questo che fa la differenza.

IV. Il metodo della missione.  A questo punto abbiamo una “regola delle case” e una “regola della città”. Forse è proprio questa sezione che indica il background di questi testi sui missionari itineranti:

In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.

È bella ed efficace questa immagine, detta con questo linguaggio semitico! La pace si pone dentro una rete di relazioni: se non transita sulla relazione, ritorna presso di te, se non ottiene risposta dall’altro, torna indietro.

E poi una regola che forse intendeva regolare la presenza di qualche missionario approfittatore e opportunista che restava per mesi… in un luogo. È interessante notare che spesso quando ci sono questi elementi, suppongono già una realtà che viene corretta e regolata.

Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.

Anche noi abbiamo una “regola della casa”, soprattutto per i preti diocesani: è il rapporto con le famiglie. Ci sono alcuni che hanno difficoltà ad avere un rapporto con le famiglie e si chiudono nella propria casa; ci sono altri che sono così facilitati ad averlo, che però si rifugiano nelle altre case… due o tre famiglie, diventano padrone della vita del prete! Questo si chiama “infeudamento nella famiglia”, per cui si rischia di essere sequestrati, attraverso un meccanismo all’inizio inconscio, per cui si diventa una proprietà privata di una famiglia. È un meccanismo diverso rispetto a quello che viene descritto, però ha che fare con  lo stesso ambito: il rapporto con le case.

Questo è percepito come molto sconveniente dalla gente. In un testo, che ho citato anche nel Liber Pastoralis, di Dietrich Bonhoeffer, sulla visita alle famiglie, egli dice che il pastore visita sempre la famiglia da pastore e quindi deve sapere che entra in una casa da pastore. Ciò non significa che debba sempre parlare di religione, ma che può istaurare una bella relazione pastorale, e non un rapporto di dipendenza da una (sola) famiglia. Poi segue anche la regola della città.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi,

Questa espressione, mi è venuta in mente a Bose mentre scrivevo la prefazione al mio libro sulla parrocchia. Dopo qualche giorno di riflessione, non mi veniva il testo, perché la preghiera e il lavoro dei monaci e delle monache mi colpivano per la loro bellezza. Mi dicevo: questa sì che è la vita cristiana! Ma il terzo giorno ho avuto una felice intuizione, pensando alle mie famiglie con bambini disabili: se il cristianesimo era vissuto lì a Bose nella sua forma escatologica, quasi in maniera perfetta, non poteva non essere vissuto in un modo altrettanto perfetto, dentro una casa con un figlio disabile, con un lavoro, con gli anziani, con la malattia, con la preoccupazione di arrivare a fine mese… Sono arrivato all’intuizione e alla formulazione sulla figura di chiesa della parrocchia: la comunità parrocchiale promuove un cristianesimo della casa, un cristianesimo “domestico”, anche se non “addomesticato”!

Realizzare la differenza cristiana nella continuità della vita umana non è una cosa facile. E noi dobbiamo viverlo attraverso i nostri gesti di ogni giorno. Ecco il motivo dell’importanza del cristianesimo domestico, così come è importante che il cristianesimo nella città, soprattutto nella grande città tentacolare, non perda la dimensione della cura.

V. Il programma. In Marco è espresso in modo sintetico, con due verbi: Li mandò per annunciare e guarire i malati: sono i tratti più sicuri, anzi storicamente più accertati, del ministero di Gesù: l’annuncio del Regno e la liberazione dal male, nelle varie forme con cui il male si presenta oggi. Sono i due tratti che qualsiasi ricostruzione del Gesù storico deve riconoscere. Bisogna sottolineare che questi discorsi di missione possono essere intesi come una relazione di aiuto e una relazione di presenza. “Si è avvicinato il regno di Dio”, il Regno di Dio si è fatto prossimo, presente in mezzo a voi. La dizione di Luca è perfetta:

 

       curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Non sono due gesti distinti (annunciare e guarire), ma collegati: la cura radicale del male è quella di manifestare che è presente il Regno. Ciò significa che non debbo rispondere solo ai bisogni delle persone, ma devo liberarle dal bisogno, per collocarle in una dimensione diversa. Il povero, il malato, il disabile, tutte le forme di povertà… hanno bisogno non solo di essere servite, ma di essere liberate. Ho scritto recentemente un testo elencando nove “tipologie di povertà”: 1) dipendenza da droga, 2) dipendenza da (video)gioco, 3) abbandono scolastico, 4) forme di depressione, 5) il pianeta “NEET”, 6) il cyberbullismo, 7) le famiglie disastrate, 8) femminicidio e violenza sui minori, e, infine, 9) il suicidio!

Quando parliamo di “privilegio dei poveri” cosa intendiamo? Se accanto alla povertà materiale, non  ricordiamo questi ambiti, forse non riusciamo a cogliere le nuove forme di povertà! È un tipo di povertà che può essere aiutato solo con la presenza e la proposta educativa e formativa. Il Papa ci dice di tradurre nel nostro contesto questo privilegio. Certo noi abbiamo anche tanti poveri materiali, ma credo ne abbiamo di più di questo tipo, per i quali non ci vogliono solo risorse, ma molte presenze!

Questo è il programma. L’annuncio del Regno, la presenza di Dio, quella che noi celebriamo nella Liturgia, è proclamato perché tutti siano liberati dalle loro dipendenze e schiavitù. Non c’è nessuno che sia così bisognoso, che non possa dare qualcosa, che non possa essere un fratello che dona.

 

VI. l rifiuto. Il discorso di missione continua mettendo in luce il destino della missione:

Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino.

È presentato ora il tema della missione che deve mettere nel conto anche il rifiuto! Dobbiamo essere sinceri: a nessuno di noi fa piacere, durante le benedizioni delle case, una porta chiusa in faccia, ma questa è ancora una forma che è almeno una presa di posizione chiara. Tuttavia, ci sono forme più sottili di rifiuto, nella grande galassia dell’indifferenza, oggi. Come è la nostra reazione spirituale alla possibilità del rifiuto?

Riusciamo a metterla in conto, e riusciamo anche a discernere, se siamo rifiutati perché siamo preti cristiani, o siamo rifiutati, perché siamo preti “altrimenti”? L’argomento del successo o dell’insuccesso, dell’accoglienza o del rifiuto, è delicatissimo, come quello “dai frutti li riconoscerete” (cfr. Mt 7,20).

C’è poi il tema del giudizio. Luca inserisce qui una serie di detti (vv. 12-16), che non si trovano negli altri vangeli e che riguardano la conversione, il giudizio discriminante che discerne la verità della vita, e poi c’è anche un piccolo versetto, il 16, sull’autenticazione dei messaggeri…

 

VII. Cornice di chiusura.  Essa richiama quella di apertura:

I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».

 

In prima battuta, Gesù sembra dire che alcuni segni confermano il successo della missione, però alla fine dice che non è questo ciò che conta. Quanto all’ostentazione del successo della propria missione, basterebbe frequentare i nostri profili Facebook, e vedere come ci raccontiamo…

Il Discorso della missione di Luca termina così: rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli.  Gesù ci dice che bisogna rallegrarsi quando il nostro nome partecipa a quel nome impronunciabile che è il nome di Dio! Quando entriamo nella sfera dell’azione salvifica del nome di Dio

Concludo ritornando al ricordo dell’evento di ieri (25 marzo, Isola san Giulio) che ha visto accorrere moltissime persone. Sono rimasto molto impressionato al funerale di Madre Canopi di questo. Una donna che ho conosciuto solo in questi anni, dal mio arrivo a Novara. Non era solo una donna misurata ed accogliente, ma, anche dalle testimonianze che ho sentito da altri, era una persona che aveva dentro un “roveto ardente”, ma non sentiva mai il bisogno di ostentarlo. Ascoltandola si passava attraverso di lei, per andare verso un “oltre”. E questo è certamente dovuto anche alle sue origini, ai suoi genitori – come si può dedurre da un testo che ho citato durante l’omelia funebre – ma soprattutto ciò è dovuto a una grande ascesi spirituale di decentramento dell’io! Che sia questo il segreto della fecondità della nostra missione?

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara