Il seme nel terreno e le monete nel tesoro: omelia per il Lettorato e l’Accolitato

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La Parola e il pane: il libero dono di Dio che trasforma e libera a sua volta l’uomo e l’Eucaristia, sacramento del sacrificio del Signore, dono supremo di sé, per tutti noi.

Sono i due elementi che ha proposto nella sua omelia mons. Franco Giulio Brambilla, durante la celebrazione del conferimento del Lettorato e dell’Accolitato in Seminario, lo scorso lunedì 25 novembre.


Il seme nel terreno e le monete nel tesoro

Omelia per il conferimento del ministero dei Lettori e degli Accoliti
25-11-2019
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A diventare lettori sono stati Gianluca Brusatore, della parrocchia della Madonna Pellegrina in Novara, Luigi Donati, della parrocchia del Sacero Cuore e San Quirico di Calice a Domodossola e Samuele Bracca di San Pietro in Casalvolone; mentre a diventare accoliti Giacomo Bovio, della parrocchia di San Clemente a Bellinzago; Alessandro Clementi di San Michele Arcangelo in Cameri); Daniel Corrias della parrocchia dei santi Vincenzo e Anastasio a Pieve Vergonte e Gabriele Tibaldi della parrocchia dei santi Pietro e Paolo di Galliate.

Di seguito il testo integrale delle parole del vescovo Franco Giulio.


Il seme nel terreno e le monete nel tesoro

Omelia per il conferimento del ministero dei Lettori e degli Accoliti

 

Carissimi,
mediteremo, questa sera, su due testi biblici e due pagine famose.

  1. Il primo testo biblico è preso dall’inizio del Libro del profeta Daniele (Dn 1,1-20), nel quale vengono presentati i personaggi del libro. Alcuni giovani, deportati da Nabucodonosor, sono avviati e preparati per il servizio del re. La preparazione consiste nel renderli di bell’aspetto, perché nello scenario di un grande impero possano ben figurare, per poi utilizzarli a servizio della corte. È rappresentato uno strano intreccio tra il dover mangiare le pietanze del re e il fatto che la religione da cui questi giovani provengono non lo consenta, ma che però diventa una necessità per essere poi presentabili nell’aspetto. Il testo in modo sorprendente dice:

“Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con le vivande del re e con il vino dei suoi banchetti e chiese al capo dei funzionari di non obbligarlo a contaminarsi. Dio fece sì che Daniele incontrasse la benevolenza e la simpatia del capo dei funzionari”. (Dn 1,8-9)

Da questo momento in poi, e per questo motivo, a Daniele è concesso di diventare sapiente, capace di leggere i segni dei tempi, testimone di una parola che viene dall’alto e che non si può affidare ai normali processi educativi umani, che qui sono certamente un po’ forzati, ma è facile intuirne il paradosso. Il Re vuole preparare gli addetti alla sua corte per manifestare la sua potenza, ma il Dio di Israele scrive diritto sulle righe della potenza umana e prepara i suoi futuri profeti.

A commento di questa pagina ho pensato di leggere un testo a me molto caro, del Cardinale Carlo Maria Martini, sul senso della Parola di Dio che è capace di passare anche attraverso le distrette più difficili. Il testo è riferito alla parabola del seminatore, dove si racconta come avviene l’incontro tra la Parola e la coscienza delle persone, quelle persone che voi siete chiamati a servire. Questo testo è rivolto in modo particolare a voi Lettori.

 La parabola contiene quello che si potrebbe chia­mare un «abbozzo di antropologia pastorale». Non si tratta cioè di una antropologia elaborata, così come si insegna nelle scuole di teologia, ma di alcuni accenni al tipo di uomo che è presupposto da un determinato cammino pastorale. Quest’uomo è indicato nella para­bola dal terreno su cui si semina, dalle diverse configu­razioni e situazioni di questo terreno, dalla capacità di questo terreno di accogliere il seme e di farlo germo­gliare, fino alla maturazione completa. Il terreno è l’uomo, è l’umanità, sono i singoli uomini, è ciascuno di noi. Noi siamo terra in attesa del seme, terra ricca di potenzialità e di succhi vitali, terra irrorata da piogge e irrigata da fiumi, terra lombarda arricchita nella sua storia da molteplici doni del Signore. (C.M. Martini, Cento parole di Comunione. Lettera alla diocesi nell’anniversario dell’ingresso (Milano, 10 febbraio 1987), in Id., Interiorità e futuro. Lettere, discorsi e interventi 1987, EDB, Bologna 1998, 95-103)

Quindi l’uomo non è un puro destinatario amorfo che non porta il suo contributo all’accoglienza della Parola! Le belle e suggestive immagini ci suggeriscono con quale sguardo vedere l’uomo, cioè le coscienze delle persone che noi incontreremo.

“Accogliere la Parola significa credere. L’uomo si realizza nel credere, così come il terreno si realizza nel ricevere il seme. Traducendo in termini pastorali: l’uomo è fatto per accogliere la Parola, l’uomo è capace di accogliere la Parola, l’uomo fruttifica in misura della sua accoglienza della Parola della sua fede. Non si può forzare l’uomo al bene, è vano piegare la sua libertà con mezzi esterni…” (ibid.).

Fino ad ora il Cardinale ha messo in luce l’appartenenza di seme e terreno. Proseguendo dice qual è la loro relazione. Non è una relazione forzata, simmetrica, ma è una relazione che dà un dono, che chiede di essere ricevuto nella libertà, anzi che domanda di essere ricevuto diventando sempre più liberi, un dono che fonda la libertà! E ciò contrasta con l’atteggiamento di chi invece irrompe in modo teatrale nella vita pastorale, per cui sembra che l’efficacia della Parola sia affidata ai mezzi, ai powerpoint, a tutti gli strumenti di animazione, che sono mezzi certamente utili, ma dipende da come si usano.

“… è soltanto dall’abbondante seminagione della Parola che è possibile sperare il frutto. D’altra parte non esiste nessuna persona che sia per natura del tutto impenetrabile alla Parola. Né esistono casi vera­mente «irrecuperabili», fin quando si rimane nel terreno della vita”. (ibid.)

Chissà se tutti i nostri cari sacerdoti, come i tanti che sono qui presenti, quando guardano la nostra gente, quelli di dentro e quelli di fuori, hanno uno sguardo alimentato dalla luce del Signore che dice che non c’è nessun caso irrecuperabile: “Fin quando si rimane nel terreno della vita!”. È bello avere la speranza, vivere l’attesa che ogni generazione abbia la possibilità di incontrare la Parola, a partire dalle sue condizioni storiche!

“Viene così in luce l’altro elemento simbolico della parabola: il seme. Come dice lo stesso Gesù: «II seme è la parola di Dio» (Lc 8,11). Il vero protagonista di tutta la storia del campo è la Parola. La Parola seminata…” (ibid.)

E ascoltate che bella cascata di aggettivi…

“La Parola seminata, la Parola calpestata, la Parola soffocata, la Parola dissi­pata, la Parola accolta e che mette radici nel terreno per poi germinare fino a produrre il cento per uno. Questa Parola non è semplicemente qualcosa di estrinseco, di aggiunto all’uomo, qualcosa di cui l’uomo possa fare anche a meno”. (ibid.)

La Parola è come il seme, che è fatto per mettere le radici nel cuore dell’uomo. Secondo la legge dei pieni e dei vuoti, se non ci apriamo alla Parola, con la “p” maiuscola, riempiamo la vita delle nostre chiacchiere e oggi di quante chiacchiere è pieno il mondo.

“Terreno e seme sono stati creati l’uno per l’altro. Non ha senso pensare al seme senza una sua relazione con il terreno. E quest’ultimo senza il seme è deserto inabitabile. Fuori della metafora: l’uomo così come noi lo conosciamo, se taglia ogni sua relazione con la Parola diviene steppa arida, torre di Babele”. (ibid.)

È un testo scritto nel 1987, ma sembra la foto della realtà di oggi: terra arida … gente scontenta, in preda alle depressioni, annoiata; torre di Babele… gente che non si intende più… che parla per slogan e fatica a comunicare.

  1. La seconda pagina è il Vangelo (Lc 21,1-4). Ci offre una scena tra le più belle per la sua brevità fulminante! Dice che una donna gettò due monetine nel tesoro del tempio (cfr. Lc 21, 2b). Gesù non ascolta il tintinnìo di monetine o il fruscio di banconote, ma dice:

“In verità io vi dico…” (Lc 21,3)

Quando Gesù usa questa espressione intende dare la sua lettura delle cose, anzi rivela la verità profonda delle cose:

“Questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere”. (Lc 21,3-4)

Il testo originale dice piuttosto che «ha gettato tutta la vita che aveva» (πάντα τὸν βίον ὃν εἶχεν ἔβαλεν). Solo lo sguardo di Gesù riesce a soppesare il valore incalcolabile delle due monete della vedova.

Per voi Accoliti, ho scelto di commentare un grande testo della tradizione liturgica che Tommaso d’Aquino compone dopo il 1264, anno della creazione del rito della festa del Corpus Domini, introdotto dalla bolla Transiturus, di cui la nostra Diocesi, per puro caso, conserva una copia originale, trovata nella soffitta della casa parrocchiale di Bognanco: è una delle due esistenti! Quella conservata in Vaticano è rivolta alla chiesa di Gerusalemme, quella conservata da noi è rivolta alla Chiesa universale. Il testo di San Tommaso è la sequenza “Adoro te devote”. Un testo bellissimo composto da sette strofe e che ora commento in modo sintetico.

Le prime tre strofe descrivono l’ingresso nel mistero dell’Eucaristia, quello che voi Accoliti dovrete custodire:

1. Adóro te devóte, látens Déitas,
Quæ sub his figúris, vere látitas:
Tibi se cor meum totum súbjicit,
Quia, te contémplans, totum déficit

Adoro Te devotamente, oh Deità che Ti nascondi, / Che sotto queste apparenze Ti celi veramente: / A te tutto il mio cuore s’abbandona, / Perché, contemplandoTi, tutto vien meno.

È l’ingresso nel mistero dell’Eucarestia nella quale, come la vedova al tempio, il Signore ha dato tutto se stesso, tutta la sua vita.

2. Visus, tactus, gustus, in te fállitur,
Sed audítu solo tuto créditur:
Credo quidquid díxit Dei Fílius;
Nil hoc verbo veritátis vérius.

La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano  / Ma solo con l’udito si crede con sicurezza: / Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio, / Nulla è più vero di questa parola di verità.

La fede nasce dall’ascolto, così come la vita buona nasce dall’ascolto degli insegnamenti materni e paterni. Una madre certo ti nutre, ma tutti i gesti che riguardano la vista, il tatto e il gusto possono essere radicalmente ambivalenti. Solo l’ascolto di una parola che dà loro un significato e li accompagna, li toglie dalla loro ambivalenza. San Tommaso conosce e attesta tale verità antropologica con assoluta precisione: la fede nasce dall’ascolto.

3. In cruce latébat sola Déitas,
At hic látet simul et humánitas:
Ambo támen crédens átque cónfitens,
Peto quod petívit latro pœnitens.

Sulla croce era nascosta la sola divinità, / Ma qui è celata anche l’umanità:
/ Eppure credendo e confessando entrambe, / Chiedo ciò che domandò il ladrone penitente.

Chiedo anch’io come il ladrone pentito, così diceva il Vangelo di domenica scorsa (solennità di Cristo Re), di entrare in paradiso? (cfr Lc 23,42). Questo è l’ingresso nell’Eucaristia. Vi verrà chiesto continuamente di transitare dal segno che si vede alla realtà che si nasconde, e di discendere dalla realtà che si nasconde al segno che si vede, perché il tutto diventi una Parola che nutra!

Le quattro strofe successive sono giocate in modo binario: le prime due su un personaggio e il suo significato, le seconde due su un’immagine e il suo significato.

Nella sequenza il protagonista è Tommaso l’apostolo, mentre chi scrive è Tommaso d’Aquino. Nella mia ultima lettera pastorale, illustrando il bellissimo dipinto di Caravaggio[1], ho fatto notare che quando Gesù appare otto giorni dopo, non è Tommaso che si accosta al Signore, perché vuole toccare e vedere…  ma è la mano di Gesù che prende il braccio di Tommaso e lo guida a non fallire la luce luminosissima del costato del Risorto![2] Peraltro riprendendo il testo evangelico, nel quale naturalmente non si dice che Gesù gli ha preso la mano per guidarla verso il costato, si dice invece che fu Gesù a comandare a Tommaso di mettere la mano, di toccare il costato con il dito. (cfr Gv 20,27). Anche Tommaso non risponde al suo desiderio di toccare, ma risponde alla parola/comando di Gesù che chiama, attraverso la ferita della vita donata fino alla fine, a toccare la luce luminosissima del Risorto! Anche qui la fede nasce dall’ascolto:

4. Plagas, sicut Thomas, non intúeor,
Deum támen meum te confíteor.
Fac me tibi sémper mágis crédere,
In te spem habére, te dilígere.

Le piaghe, come Tommaso, non veggo, / Tuttavia confesso Te mio Dio. / Fammi credere sempre più in Te, / Che in Te io abbia speranza, che io Ti ami.

Un tempo era consuetudine durante la Messa che al momento l’elevazione dell’ostia e del calice consacrati si pregasse, ripetendo la stessa fede di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. È la formula della fede più alta, dove Gesù è chiamato semplicemente “Dio e Signore”, ma con un tocco totalmente personale e personalizzante: “mio Signore e mio Dio!”. Non esiste formulazione in tutta la Bibbia così alta e personalizzata! Fammi credere sempre più in Te, che in Te io abbia speranza, che io ti ami.  La sequenza cita le tre virtù teologali, credere, avere speranza, e amare!

5. O memoriále mortis Dómini,
Panis vivus, vitam præstans hómini,
Præsta meæ menti de te vívere,
Et te illi semper dulce sápere.

Oh memoriale della morte del Signore, / Pane vivo, che dai vita all’uomo, / Concedi al mio spirito di vivere di Te, / E di gustarTi in questo modo sempre dolcemente.

Segue ora l’esplicitazione del significato dell’incontro con il Risorto, con la prima espressione, riferita all’eucaristia “O memoriale della morte del Signore – O sacramento della morte del Signore”: qui è contenuta tutta la tradizione del primo millennio. Dopo si separeranno i due aspetti: l’eucaristia come sacrificio e l’eucaristia come sacramento: così che Lutero non capirà più come si collega il sacramento con il sacrificio. E rifiuterà il sacrificio!

Ancor oggi si discute animosamente se l’Eucaristia sia sacrificio o sia pasto di comunione. Talvolta si usa il sacrificio come una “clava” contro l’aspetto della comunione e della socializzazione; talaltra si enfatizzano i gesti comunitari, trasformando la liturgia in happening, per nascondere il vuoto che ci sta dentro.  Ma la comunione diventa un rito vuoto se non si riferisce al fatto che noi nell’Eucaristia facciamo il memoriale del Signore che è morto e ha dato la vita per noi in sacrificio. Pochi, ad es., mentre pregano nell’adorazione del Santissimo Sacramento, ricordano e contemplano il Signore che dona la sua vita per noi (il Christus passus)!

Nella Messa del Corpus Domini, che ho celebrato nel 2017, ho commentato la bolla Transiturus (http://www.diocesinovara.it/wp-content/uploads/2017/10/omcrpdomini17.pdf), e ho ricordato che alla fine del testo Urbano IV, il papa che emana la Bolla, fa questo semplicissimo ragionamento: noi nella Comunione, mangiamo uno strano pane, perché mentre nella vita solitamente mangiamo il pane, come ogni altro tipo di alimento, che assimiliamo in noi, qui nell’Eucaristia mangiamo un Pane che ci assimila a Lui! Bellissima suggestione: anzi inesauribile realtà!

Infine, le due ultime strofe:

6. Pie pellicáne, Jesu Dómine,
Me immúndum munda tuo sánguine,
Cujus una stilla salvum fácere,
Totum mundum quit ab ómni scélere.

Oh pio Pellicano, Signore Gesù, / Purifica me, immondo, col tuo sangue, / Del quale una sola goccia può salvare / Il mondo intero da ogni peccato.

È introdotta la tenerissima immagine del pellicano che nutre i suoi nati. C’era la credenza per la quale il pellicano è disposto a ferirsi e versare il suo sangue pur di nutrire i propri piccoli: per questo il Signore Gesù viene chiamato “pio Pellicano”, che attraverso il suo sangue nutre i suoi figli piccoli! E Tommaso d’Aquino sottolinea che una sola goccia di questo sangue può salvare il mondo intero da ogni peccato.

Finalmente, l’ultima strofa chiude la bellissima sequenza, la quale con le sue sette strofe riesce a dire molte cose pregnanti di significato – è la concisione sublime del linguaggio poetico che concentra la forza e l’energia della vita cristiana che si alimenta al mistero del Signore Gesù!

7. Jesu, quem velátum nunc aspício,
Oro fíat illud, quod tam sítio:
Ut, te reveláta cernens fácie,
Visu sim beátus tuæ glóriæ. Amen.

Oh Gesù, che velato ora ammiro, / Prego che avvenga ciò che tanto bramo, / Che, contemplandoTi col volto rivelato, / A tal visione io sia beato della tua gloria. Così sia.

Per San Tommaso la stella polare, o si può dire anche il magnete di tutta la sua grande opera, la Summa Theologica, sta nell’intuizione per cui noi veniamo da Dio, e attraverso Gesù, “la via che ci conduce a Dio” (via tendendi ad Deum), raggiungiamo la beatitudine! La beatitudine è il figlio dell’uomo che rivela il Figlio di Dio. Voi dovrete custodire questo, attraverso il vostro ministero dell’accolitato. Non dovete dire e chiedere ai giovani, ragazzi e ragazze, se sono felici, perché felici si è un momento, ma poi tutto passa. Essi e noi stessi siamo chiamati a una cosa più grande che è la beatitudine!

La “grande cattedrale” dalla Summa di San Tommaso termina sulla vetta inaccessibile della “beatitudine”! Tutti vi sono chiamati, anche coloro che dicono di non credere, perché se solo pensano di essere chiamati a questa vetta altissima, che è la beatitudine, possono abbeverarsi non solo alle cisterne screpolate, come dice il profeta Geremia (Ger 2,13), a cui spesso noi purtroppo ci abbeveriamo, ma alle sorgenti d’acqua zampillante di vita eterna, della vita beata! Il Signore vi faccia custodi, voi Lettori, dell’incontro tra il terreno e la Parola; e, voi Accoliti, del mistero santo del memoriale della morte del Signore.

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


[1] 1 Cfr. la lettera pastorale per l’anno 2019-2020, Il laccio del sandalo. La vita spirituale del cristiano testimone, SDN, Novara 2019, p. 32-33.

[2] Ibid.