Il Signore vede il cuore. Il testo integrale dell’omelia per le ordinazioni diaconali

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«Durante il rito di ordinazione noterete una cosa particolare, che c’è solo nel rito dell’ordinazione dei diaconi: solamente il vescovo impone le mani sul capo del diacono, mentre nell’ordinazione dei sacerdoti e dei vescovi, tutti i confratelli sacerdoti e tutti i vescovi presenti impongono le mani! Che cosa significa? Mi piace spiegarvelo così: voi nel diaconato diventate partecipi del cuore del vescovo, perché la carità del vescovo non può arrivare da tutte le parti, e quindi quest’oggi la carità del vescovo ha cinque volti e dieci mani in più! Perché più grande di tutti è l’agàpe».


Omelia all’ordinazione diaconale 2018
6-10-2018

L’agàpe, l’amore di Dio che muove l’introspezione, la vocazione e la chiamata al servizio. E’ stato questo il cuore dell’omelia di mons. Franco Giulio Brambilla alle ordinazioni diaconali dello scorso 6 ottobre, nelle quali sono diventati diaconi Riccardo Crola, Manuel Cesare Spadaccini, Alessandro Ghidoni, Diego Lauretta e Andrea Lovato.

QUI LA FOTOGALLERY DELLA CELEBRAZIONE

Di seguito il testo integrale dell’omelia.

 

 

IL SIGNORE VEDE IL CUORE

Omelia per l’Ordinazione diaconale

Sotto la volta restaurata a nuovo della nostra cattedrale di Novara, attraverso cui brilla riportata all’antico splendore ottocentesco l’ardita concezione del grande architetto Antonelli (Ghemme 1798 – Torino 1888), celebriamo per la prima volta gli ordini sacri nella festa della chiesa Madre. La “cattedrale” indica appunto che qui si trova la cattedra del vescovo.

Lo facciamo con gioia per cinque nostri giovani e meno giovani che si sono lungamente preparati, e che oggi raggiungono il primo traguardo con l’ordinazione diaconale. Forse non tutti coloro che sono qui sanno che, dal Concilio Vaticano II, ci sono due forme del diaconato, l’una transeunte che è quella che ricevono i nostri cinque amici per diventare poi, se Dio vorrà preti, e l’altra  permanente per coloro che, sposati o celibi, vogliono rimanere nel diaconato.

E allora nel sacramento del diaconato, abbiamo come una sorta di cuore, di strato fondamentale, che poi, nelle successive ordinazioni, quando si diventa preti o vescovi, non si perde, ma viene mantenuto, anzi esaltato. Ed è di questo che voglio parlarvi, seguendo le tre letture che voi stessi avete scelto, con non poco ardimento.

Il Signore vede il cuore!

La prima lettura presenta, pur leggermente ritagliata, la scena della scelta di Davide, ancora regnante Saul, come suo successore, avendo Saul perso agli occhi del Signore il suo favore e la sua grazia. A un certo punto il testo dice:

“Era fulvo, con begli occhi, e bello di aspetto” (1Sam 16, 12)

Tutti ricorderanno lo sguardo fulmineo del David che sta sulla piazza di Firenze. Per la verità quella è una copia, perché l’originale si trova nella Galleria dell’Accademia. Essa ritrae il giovane re, scolpito dalla mano magica del grande scultore Michelangelo, nel momento in cui alza gli occhi, per mirare con la fionda la fronte del gigante Golia. Questo, che è il momento in cui salva il suo popolo, è anticipato nel racconto originario della vocazione di Davide a diventare re, con il bel “fermo-immagine” narrato nella prima lettura: “era fulvo, con begli occhi e di bell’aspetto”.

Ciò che colpisce, in questo brano, che racconta la ricerca dell’eletto di Dio, da parte del profeta Samuele – il profeta è colui che viene e che parla in nome di Dio e quindi dovrebbe avere tutte le caratteristiche giuste per discernere colui che è chiamato dal Signore – è che la famiglia, e soprattutto il padre, non presenta tutti i figli, ma presenta quelli più robusti, quelli più forti, quelli che al giudizio umano avrebbero potuto competere per essere scelti come il re futuro.

Il profeta li osserva e il testo annota:

“Il Signore replicò a Samuele… “ (1Sam 16, 7a)

È  interessante perché il profeta dovrebbe avere una certa esperienza per capire, però non serve tutta l’esperienza del passato per discernere qui e ora: ci vuole anche un momento dell’ispirazione attuale che ascolta in quel momento ciò  che il Signore dice:

“non guardare al suo aspetto, né la sua alta statura, io l’ho scartato perché …” (1Sam 16, 7b)

ecco è decisivo l’intervento diretto di Dio:

“non conta quel che vede l’uomo, infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”. (1Sam 16, 7b)

Il Signore vede il cuore! Per essere chiamati dal Signore bisogna lasciarsi guardare il cuore, e bisogna che noi apriamo il nostro cuore per lasciarcelo guardare! Uno può entrare, a piedi scalzi, nella vocazione sacerdotale, ma oggi questo si deve dire anche della vocazione matrimoniale, solo se si lascia guardare il cuore, così come accade per ogni altra vocazione della vita. E può entrare nella vita come vocazione, non solo se si lascia guardare il cuore, ma se apre il suo cuore a lasciarselo guardare. Perché il cuore è il sacrario inviolabile della persona!

Noi tutti abbiamo molti schermi, e il primo schermo è il nostro, quello dei nostri occhi, con cui noi guardiamo il nostro cuore, con cui ci rappresentiamo, con cui vogliamo apparire, con cui desideriamo che gli altri ci guardino! Questa frase rimane incisa come un marchio di fuoco nella Sacra Scrittura:

“L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore!”

Vi auguro che voi cinque siate stati, durante il vostro cammino, persone che si sono lasciate guardare il cuore, e hanno aperto il cuore per lasciarselo guardare, altrimenti ci si può anche nascondere! Il primo nascondimento, la prima maschera è costruita da se stessi e per se stessi. Solo se non ci si nasconde, si entra nella libertà e nella gioia, nel cammino della vocazione, senza avere alcun dubbio! Sennò, poi, rimangono sempre i dubbi, se uno non si è lasciato guardare nel cuore!

Lo auguro anche ai molti qui presenti che faranno scelte diverse dal sacerdozio, visto che, di per sé, questo avviene anche tra marito e moglie. Il cuore non è solo il sentimento. Nella Bibbia è il crocevia di tutte le dimensioni dell’umano: la testa, le emozioni, la volontà, l’amore! Sarà poi il figlio di Davide, Salomone, che dirà:

“Donami un cuore che ascolta, un cuore che sia sapiente” (cfr 1Re 3,9; Sap 9,4)

Il cuore è il crocevia di tutte le dimensioni dell’umano: se lì non è libero può tradire, prima se stesso, che Dio e gli altri.  Vi auguro che sia così anche per voi!

Voi siete miei amici

Il secondo passo può essere fatto, sottolineando anche qui solo un’espressione del Vangelo, un solo detto che amo molto. Gesù parla del comandamento dell’amore e ne parla in termini tali da non cambiare la quantità del comandamento, ma la qualità del comandamento, proprio perché dice:

“Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,12)

Ora, questo insegnamento era proclamato da molti filosofi contemporanei di Gesù, per esempio Epittèto, il quale diceva la stessa cosa, così che l’unica differenza sta nell’espressione “come io (Gv 15, 12b). Si tratta di amare “come io [Gesù] vi ho amati”. La differenza cristiana sta in quel “come io”. Molti altri amano, perché provano un sentimento, forse prevedono un interesse futuro: “con questa persona potrò fare qualcosa, potrò averne un ritorno!”. Invece la qualità cristiana del comandamento dell’amore sta in quel “come io” ! E poi, però, Gesù commenta:

“Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13)

E così Gesù introduce il tema dell’amore di amicizia, che in greco è chiamato con una parola speciale, φιλία-filìa. Noi sappiamo che c’è l’amore erotico, έρως-éros, cioè l’amore di attrazione, di affasci­namento, che trascina e talvolta stordisce. Poi c’è l’amore di amicizia: φιλία-filìa. Aggiunge Gesù:

 “Nessuno ha un amore più grande di questo dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13) 

Tutti sono molto impressionati dal fatto che dare la vita comporta che “io metta a rischio la vita per un altro!” È una sorta di diceria, soprattutto tra i cattolici, che bisogna solo donare e che l’amore consiste solo nel dare e mai nel ricevere! Invece l’amore di amicizia è un amore circolare, che dà e che riceve, che ama e che si lascia amare.

“Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi” (Gv 15,14- 15)  

Ci può essere un amore che rende servi, che crea dipendenze, che dice: “io ti ho dato così tanto, e tu non mi capisci”. E’ soprattutto la donna che dice questo, che è così capace di sacrificio, epperò poi talvolta rinfaccia: “Ecco! io ti ho dato tutto, e tu mi tratti così! Quello non è un amore di amicizia, perché dà magari in dono molto, ma vuole sopraffare l’altro, anche con l’eccesso di zelo, ma ha l’umiltà di lasciarsi amare! Mi ha molto colpito e vi regalo come secondo pensiero questo racconto.

In un’altra diocesi, uno psicologo che accompagnava i seminaristi, all’inizio del cammino chiedeva loro: “ma tu perché vuoi diventare prete?” E questo psicologo – dico di un’altra diocesi, non certo la nostra! – si sentì rispondere dai giovani seminaristi così: “Perché voglio far del bene agli altri, perché voglio stare con i giovani, perché mi piacciono i paramenti della messa…” l’elenco delle risposte era vario e infinito! Ma nessuno ha risposto: “Perché amo il Signore! Perché voglio essere amico di Gesù!” Si può lasciare il primo amore, quello dei vostri genitori, quello della prima casa, solo per un altro amore!

Anche i matrimoni che talvolta non funzionano, sono spesso un ritorno a casa – magari dopo la rottura traumatica, perché si ha bisogno di far lavare i panni alla mamma – che derivano da una “cattiva partenza” da casa. Se non si è partiti bene, se si è partiti per sfuggire a un’esperienza domestica poco gratificante, oppure per cercare una semplice avventura, o perché si è persa la testa per un gonnella, ma senza incontrare la persona, prima o poi si ritorna indietro… E questo può succedere anche per noi preti, per altre ragioni, quando il ministero sta sotto il rullo compressore della banalità del quotidiano.

Per questo mi ha molto colpito l’osservazione dello psicologo menzionato, che nessuno gli avesse detto: “perché amo il Signore, perché voglio essere amico di Gesù!” Se volete io potrei spiegarvelo anche scrivendovi quaranta pagine di cristologia, ma per la vocazione e il cuore basta l’espressione sintetica dalla mia mamma: “si può diventare preti soprattutto, perché e se si ama il Signore!”

La più grande di tutte è l’agàpe

Il terzo momento è rappresentato dall’inno alla carità di Paolo. Questo testo basterebbe per dire che la Bibbia non è solo un prodotto del genio religioso degli uomini. Il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi suscita veramente meraviglia e sorpresa. Sarebbe interessante sfidare gli esegeti per capire se si tratta di un inno già presente nel libro dei canti della comunità primitiva, o se Paolo lo abbia scritto di getto, o se esisteva un inno precedente, che poi Paolo incornicia in un contesto più vasto.

Ciò che sorprende è che in questo inno Paolo dice delle cose paradossali: il termine che è usato per dire “carità” è il terzo termine che definisce l’amore: αγάπη-agàpe. Esso viene tradotto di solito con “carità”. Tutti pensano che significhi far la carità, far l’elemosina, aiutare gli altri, rispondere al bisogno. Se, tuttavia, uno legge i primi tre versetti, l’inno afferma che si può fare tutto (sapienza, scienza, carità) senza l’agàpe, senza la carità che viene da Dio. Infatti:

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità sarei come un bronzo che rimbomba e come cimbalo che strepita e se avessi il dono della profezia… (1Cor 13,1)

La Chiesa, anche oggi, è piena di gente che pensa di essere profeta! In realtà pensa che il suo essere profeta sia importante soprattutto perché è lui il profeta, anche se quel che dice è solo una provocazione…narcisistica.

e se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la scienza e… (1Cor 13,2)

Anche tutta la scienza dei misteri non basta, persino quella dei teologi che spopolano nei talk show; nel testo c’è persino una critica a un certo modo di intendere il Vangelo

se possedessi una fede da trasportare le montagne (ibid.)

Ricordate che questa espressione si trova nel Vangelo: “se tu hai un granello di fede così e dici a questo monte va’…” (cfr Mt 17,20). Si può avere anche una fede miracolistica, ma se non si ha la carità, non si è nulla. E, infine, l’inno aggiunge:

E se anche dessi in cibo tutti i miei beni… (1Cor 13,3)

È la poesia innica che giunge al paradosso:

e consegnassi il mio corpo per averne vanto (ibid.)

Che significa dare la vita fino al martirio…

ma non avessi la carità non sarei nulla (ibid.)

La conclusione è chiara: si può donare tutto, persino la vita, ma farlo senza l’αγάπη, senza la carità, senza l’amore che viene da Dio! Perché l’αγάπη è l’amore che viene da Dio per sostenere e liberare il nostro povero amore umano dal suo ripiegamento narcisistico.

Segue la seconda parte del testo, con la descrizione di quindici azioni attive e passive che hanno come soggetto l’agàpe: le troverete commentate molto bene nel capitolo quarto di Amoris Lætitia, rivolte al matrimonio, ma ricordate che valgono per ogni vocazione.

C’è, infine, l’ultima parte dell’inno: essa si riferisce al fatto che la fede e la speranza ci accompagnano lungo il cammino, ma la carità è l’anticipo quaggiù della beatitudine eterna. Infatti, la fede si affida perché l’io esca da se stesso; la speranza è la fede che perdura nel tempo che passa; ma la carità è il filo rosso che tiene unite la fede e la speranza! Per questo alla fine l’inno dice:

Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! (1Cor 13,13)

Il diaconato è prevalentemente “il ministero della carità” che non si lascia alle spalle diventando preti o vescovi. Dobbiamo imparare anche dalla carità dei nostri genitori, dei nostri nonni, delle persone che ci hanno voluto bene, le quali ci hanno insegnato questa cosa: che si possono fare molti gesti di carità, ma ciò che conta è il seguente movimento: se facendo questi gesti di donazione, non affermo il mio io, ma faccio crescere buone relazioni! Ho usato molto uno slogan per far capire tale differenza: “noi ci scambiamo doni per far crescere relazioni”. Se dessimo anche tutto il nostro essere, ma non facessimo crescere le relazioni, non saremmo nella sfera dell’αγάπη! Saremmo come una campana, rotta che suona in modo sgraziato!

Durante il rito di ordinazione noterete una cosa particolare, che c’è solo nel rito dell’ordinazione dei diaconi: solamente il vescovo impone le mani sul capo del diacono, mentre nell’ordinazione dei sacerdoti e dei vescovi, tutti i confratelli sacerdoti e tutti i vescovi presenti impongono le mani! Che cosa significa?

Mi piace spiegarvelo così: voi nel diaconato diventate partecipi del cuore del vescovo, perché la carità del vescovo non può arrivare da tutte le parti, e quindi quest’oggi la carità del vescovo ha cinque volti e dieci mani in più! Perché più grande di tutti è l’agàpe.

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara