Indossate l’armatura di Dio. Omelia per la festa patronale di San Vittore

Facebooktwittermail

(Foto Francesco Rossi per il Verbano – edizione dei Settimanali della Diocesi di Novara)

Nella giornata di sabato 8 maggio, nella Basilica di San Vittore a Intra, il vescovo Franco Giulio Branbilla ha presieduto la celebrazione per la festa patronale.


Indossate l’armatura di Dio
Omelia nella Solennità di san Vittore
08-05-2021
Download PDF


 

Di seguito il testo integrale della sua omelia.

 

Indossate l’armatura di Dio

Omelia nella Solennità di san Vittore

Rinnovo il mio saluto affettuoso, ricordando tutte le persone, le iniziative, le azioni, le speranze che sono state menzionate all’inizio della celebrazione dall’introduzione del Prevosto, facendo la storia di questi ultimi tempi. Da un paio d’anni siamo chiusi e abbiamo dovuto ricostruire, qui in Basilica, l’ambiente che rappresentava la cornice ideale della festa, con la celebrazione, la processione e la suggestiva benedizione del lago, coronata dalla spettacolare cornice dei fuochi artificiali. L’anno prossimo, quando la festa patronale cadrà di domenica, pensiamo di ricominciare anche noi l’anno in un modo nuovo, forse anche il decennio e speriamo in modo serio anche il secolo XXI. Finora, infatti, abbiamo fatto solo un assaggio di secolo.

Negli anni scorsi avevo già illustrato il motivo personale della bellezza e dell’importanza di questa festa a me cara, perché san Vittore è pure il patrono della mia parrocchia d’origine e, se non venissi qui, andrei a casa mia, a Missaglia. Ricordo ancora poi che san Vittore, venerato a Milano con Nabore e Felice, fu posto dal grande vescovo Ambrogio come patrono delle chiese battesimali, che in epoca paleocristiana avevano il fonte battesimale vicino alla Chiesa. Infatti, queste chiese col battistero permettevano a preti e catechisti, inviati a evangelizzare le campagne, di preparare e amministrare il battesimo. Si attendeva poi il Vescovo per la confermazione – questo spiega anche perché vi sia stata la separazione dei due momenti sacramentali, battesimo e cresima –. Non ho indagato se l’origine cristiana di Intra risalga alla fine del IV secolo – inizio V secolo d. C., ma nella diocesi di Milano sono dedicate a san Vittore, perché battesimali, le chiese di Missaglia, Varese, Arsago Seprio, Corbetta e alcune altre. Dunque, erano chiese avamposto che formavano il perno di tutta la zona, qui oggi rappresentato dalla nostra bellissima Basilica, restituita quest’anno anche nello splendore delle cappelle restaurate.

La perfezione dell’effetto ottico creato dai passaggi dipinti tra una cappella e l’altra è di una bellezza incomparabile – state attenti a non entrare nelle cappelle pensando che si possa attraversarle tutte di fila! Speriamo per il prossimo anno di poter fare l’inaugurazione definitiva di tutto il complesso architettonico. In qualche occasione, scherzando, ho detto che del mio episcopato a Novara mi fregerò di aver almeno restituito alla bellezza questa Basilica. Non desidero altri riconoscimenti, ma questo è per me particolare, a motivo della comune dedicazione a san Vittore di questa Basilica e della Chiesa nella quale sono stato battezzato.

Per commentare la festa che celebriamo quest’anno, mi piace prendere spunto dalla seconda lettura, perché interpreta bene anche il tempo presente. La lettera agli Efesini (Ef 6,10-20) è un testo che potrebbe avere una tessitura retorica riferibile a san Paolo, forse attraverso la sua scuola e i suoi discepoli. Probabilmente era anche una lettera circolare, oggi noi diremmo un’enciclica, perché in alcuni manoscritti, al posto del nome della città di Efeso, è lasciato libero lo spazio, probabilmente perché chi riceveva la lettera nel circondario potesse scrivere il nome della propria città. Essa rappresenta un passaggio tra le grandi lettere di Paolo e la Chiesa che inizia a camminare nel tempo. E proprio questo passaggio segna anche il brano che abbiamo ascoltato, quasi alla conclusione della lettera. È la parte cosiddetta esortativa o parenetica, che riguarda la vita cristiana e la sua presenza nel mondo. A volte ci sono le tavole domestiche che riguardano la vita familiare, a volte ci sono i consigli per il rispetto delle autorità pubbliche, a volte indicazioni per le relazioni tra le classi sociali, schiavi e liberi, e a volte, come in questo caso, c’è un’interpretazione molto bella della vita cristiana, legata però a un codice che sviluppa una metafora guerresca.

Ora, qualcuno si è già lamentato in questo anno e mezzo per il fatto che nei confronti della pandemia noi usiamo l’immagine della guerra – siamo in una guerra, si dice – e allora molti dicono che è imprudente usare questa metafora. Per la verità, nel linguaggio cosiddetto laico, oggi abbiamo inventato un termine che non si riferisce neppure alla guerra, ma alla resistenza, coniando la parola resilienza che vuole significare sì anche resistenza, ma non di petto e facendo muro, ma assorbendo magari il colpo, e poi avendo la forza di rielaborare l’urto e mettersi in piedi.

 

  1. La lotta contro le Potenze

Nella prima parte della lettura che è stata proclamata Paolo esorta così:

“Fratelli, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo”. (Ef 6,10-11)

Siccome qui siamo in un ambito, come il mondo greco, nel quale si tratta non soltanto delle passioni umane, ma in cui, nella cultura di allora, si credeva al mondo degli spiriti, Paolo interagisce con questa  visione delle potenze che stanno tra la divinità e il mondo.

“La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, – le passioni umane – ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. (Ef 6,12)

Certamente è un testo che interpreta una particolare visione del mondo, tipica del mondo greco e asiatico, però forse ci dà un piccolo spunto da svolgere anche per noi oggi. Noi eravamo arrivati a percepire che il nostro rapporto con la vita, col mondo, col futuro, potesse essere come una sorta di passeggiata trionfale, senza ostacoli. Questo andava sotto il nome de “le magnifiche sorti e progressive” dell’umanità (Leopardi, La ginestra), secondo un modo di dire che il poeta attribuisce ai tempi del razionalismo. E invece ci siamo resi conto che basta un nemico invisibile per farci capire che le magnifiche sorti non sono così progressive! Non diciamo ciò per soccombere di fronte a questa situazione, ma lo affermiamo perché solo chi conosce la propria vulnerabilità, il proprio limite, la propria ferita, può superare bene l’ostacolo.

Paolo ci dice anzitutto che l’armatura di Dio, ci permette di resistere alle insidie del diavolo (cfr. Ef 6,11), alle insidie della vita, anche quelle tenebrose, a quelle a cui non riusciamo a dare un nome preciso. Il seguito del testo riprende quest’idea e la declina, con una sorta di primi piani successivi, alcuni legati al vestito dell’armatura, altri invece agli strumenti cui si accompagna l’armatura: alcuni elementi aderiscono alla persona per proteggerla, altri si riferiscono alla difesa dal nemico. È interessante perché il linguaggio guerresco viene smontato dal di dentro e trasformato in linguaggio non solo di pace, ma in linguaggio umano, un linguaggio di fiducia e di speranza.

 

  1. L’armatura di Dio e le virtù della persona

Se passiamo in rassegna la descrizione degli strumenti ci accorgiamo che ad ognuno corrisponde una virtù che è, per certi versi, il suo contrario.

“Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove” (Ef 6,13).

È quello che chiediamo al Signore proprio in questo tempo. Richiamandomi al fatto che domani passerà da Novara il giro d’Italia e lì si taglierà il traguardo, dopo l’ultimo chilometro di tappa, avrei voluto esordire anch’io dicendo che si può intravedere l’ultimo chilometro di questa pandemia, ma è difficile fare una previsione attendibile. Diciamo prudentemente che vediamo un po’ più di luce, forse mancano ancora un paio di cose da fare, come in questa chiesa le due Cappelle, però in sostanza l’insieme di questi due anni che ci hanno veramente messo alla prova sembra che sia in via di superamento, incanalati sulla volata finale.

“State saldi, dunque…” (Ef 6,14a) ,

dice il testo.

Poi Paolo introduce il primo elemento:

“attorno ai fianchi, la verità” (ibid.)  

La verità deve aderire al centro della vita: è come la cintura che tiene aderente il vestito. E che verità è mai questa? È una verità che dà vita, che contiene sia la sincerità, sia l’autenticità. Quando diciamo che una persona è vera, pensiamo che sia sincera, ma non basta essere sinceri; quando diciamo che una persona è autentica, cioè che quel che fa corrisponde a quel che è, capiamo che non basta essere autentici; e, infine, quando diciamo che una persona è anche vera, cioè che ha anche un ideale che cerca di seguire e di condividere con gli altri, allora sentiamo che è nella verità. Due persone per poter vivere insieme, ad esempio, marito e moglie, hanno bisogno di una verità comune o, come si dice di un ideale comune, o, come un tempo si proponeva, di un progetto di vita: questa è la verità della vita dei due! Questo è il primo elemento dell’armatura!  La verità dell’esistenza, di una vita trasparente, autentica, sincera, che è orientata verso ideali veri.

Come secondo elemento, san Paolo aggiunge:

 “indosso, la corazza della giustizia”. (ibid.)

La giustizia ha la forma della corazza. La forma per la quale essere giusti con sé, con chi ci è vicino, con gli altri, all’interno del rapporto sociale, è veramente difficile. Un conto è fare giustizia, un altro è fare la cosa giusta in una situazione! Anche per me l’unica cosa per cui sento veramente un grave peso, come lo sentono coloro che hanno la responsabilità della città, è il dovere di fare scelte giuste in una situazione concreta, perché la giustizia non scende dal cielo luminoso delle idee platoniche, ma esiste nel rapporto pratico, nel quale io devo dire che cosa è giusto qui e ora concretamente. Per questo l’Apostolo parla di una corazza, perché la giustizia ha bisogno di uomini forti e di donne affidabili, che riescano in qualche modo a costruire la casa, la vita familiare, la vita educativa, la vita sociale.

Il terzo elemento, sempre aderente alla persona, sono i piedi:

“I piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace”. (Ef 6,15)

I piedi o, meglio, i passi che si fanno nella vita devono costruire quell’atteggiamento per il quale potrò anche fissarmi su una determinata cosa, farla valere, marcare la differenza, ma in vista di un sì più grande, in vista dell’edificazione della pace. Questo è difficile perché i piedi camminano seguendo il tempo, ci indicano che veniamo da un passato e andiamo verso un futuro. Dentro tale arco più ampio, dobbiamo costruire percorsi di pace, di riconciliazione, di perdono. Ecco, questi sono i tre elementi che l’Apostolo indica come le tre virtù che aderiscono al corpo, cioè alla persona, alla sua vita pratica, alla sua vita concreta.

 

  1. Le armi di difesa e le virtù del tempo

E poi abbiamo tre elementi, correlati all’armatura, che sono tenuti in mano o in testa, o sono addirittura rivestiti dalla persona. Sono le virtù del tempo: la fede, la speranza, l’ascolto della Parola.

“Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno” (Ef 6,16)

La fede è come uno scudo che ci protegge, ma ci rende anche capaci, proprio perché ci sentiamo protetti, di sfidare il tempo, di essere persone appassionate. La differenza tra un prete e un altro prete, tra un vescovo e un altro vescovo, tra un sindaco e un altro, tra un padre e un altro, tra una madre e un’altra, è la passione che ci mettono nel vivere la vita. Se uno non è un burocrate, se non è uno che lo fa perché deve, accade che, mentre fa il suo compito, ci mette il valore aggiunto che si chiama “passione”. Magari non sempre, non tutti i giorni… perché qualche volta occorre anche ricaricarsi, però sulla lunghezza del tempo si vede se uno agisce con passione. La differenza sta tutta qui: se siamo uomini e donne appassionati della vita! Questa è la fede umana, e la fede cristiana non è nient’altro che il nome cristiano di questa passione umana!

“Prendete anche l’elmo della salvezza… (Ef 6,17a)

Nella prima lettera ai Tessalonicesi Paolo parla anche dell’elmo della speranza (cfr. 1Ts 5,8): si tratta comunque di un messaggio di salvezza per il futuro, per il domani. L’elmo riveste la testa e protegge il capo: di questi tempi noi avremo bisogno ancora di coltivare la virtù della speranza. Cos’è la speranza? È la fede distesa nel tempo! Il prossimo anno avremo bisogno di mettere al centro gli uomini e le donne di speranza. Come se fosse un esercito schierato che ci porta fuori da questo travaglio. E da ultimo:

“…e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Ef 6,17b).

Il riferimento immediato è alla lettera agli Ebrei dove si dice:

“Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4,12)

È una spada che non uccide e non offende, ma che discerne i pensieri del cuore dell’uomo. Questo significa misurare la diversità tra la parola di Dio e le nostre parole, senza dimenticare tuttavia che la parola di Dio si dice attraverso le nostre parole. Se voi osservate, le parole di Dio che ci sono nella Bibbia sono tutte dette mediante il linguaggio umano. Infatti, si dice che la Bibbia è la parola di Dio in linguaggio umano. Quando però leggiamo la parola di Dio, dobbiamo saper avvertire la differenza che c’è tra le nostre parole e quella di Dio. Per questo è una spada che ci penetra dentro, discerne il cuore e ci rende veramente forti.

Terminiamo questa bella pagina che ci dà come una sorta di programma per il tempo a venire, con ciò che dice l’Apostolo:

“In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi”. (Ef 6,18) 

È qui che emerge soprattutto il tema della speranza, indicata come il viatico per camminare insieme. Questa è la nostra festa di san Vittore. Come dice il suo nome, “egli è colui che vince”, ma vince attraverso il martirio, il dono della vita. È un militare che diventa catechista e per la sua testimonianza di fede viene ucciso. Sant’Ambrogio, quasi un secolo dopo, ne raccoglie le reliquie, messe in salvo dal vescovo Materno, che sono custodite nella chiesa milanese che significativamente si chiama san Vittore al corpo. Nella lettura del breviario della liturgia Ambrosiana, Sant’Ambrogio mentre commenta la parabola del granello di senapa, dice:

“Un chicco di senapa sono i nostri martiri Felice, Nabore e Vittore; essi avevano il profumo della fede, ma nessuno li conosceva. Venne la persecuzione, deposero le armi, piegarono il capo, e fatti a pezzi dalla spada sparsero per i confini di tutto il mondo il fascino del loro martirio, di modo che si può giustamente affermare: «La loro voce si è diffusa su tutta la terra» (Sal 18, 5). Ma la fede ora viene macerata, ora compressa, ora seminata”. (Dalla «Esposizione del Vangelo secondo Luca» di sant’Ambrogio, vescovo).

Vorrei allora che tutti coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione di quest’anno, soprattutto coloro che hanno perso una persona cara, facessero diventare questo momento di grande tristezza e travaglio un tempo per risorgere come il seme della vita, il seme della speranza.

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara