La meraviglia del dono e la premura della donazione

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Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’omelia del vescovo Franco Giulio alla celebrazione per le professioni perpetue delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote, che si è tenuta lo scorso 4 settembre a Varallo.

La meraviglia del dono e la premura della donazione

 

Premessa

La predicazione che offriamo in queste solenni occasioni non può non onorare la particolarità, unica nel nord Italia, della chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, con questo preziosissimo scrigno che contiene la Parete Gaudenziana. Essa suscitò persino la meraviglia di papa Giovanni Paolo II – in visita ai luoghi di san Carlo Borromeo nel 1984 – che esclamò: “Questa è la Cappella Sistina del nord Italia!”. E per voi sorelle che avete abitato un po’ a Roma, se non avete potuto vedere quella, oggi contemplate questa!


La meraviglia del dono e la premura della donazione
Professioni perpetue delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote
04-09-2022
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Un tempo la predicazione dei frati francescani minori, che vivevano nel convento adiacente, avveniva dal pulpito settecentesco collocato, come vediamo, sul lato sinistro, da cui si potevano realizzare facilmente i tre assi simbolici della chiesa: la Parola (dal pulpito), l’Immagine (della Parete) e il Sacramento (nella chiesa conventuale in asse con la Crocifissione che sta al centro del tramezzo).

Da parte mia in questi anni, in occasione delle professioni religiose e poi anche per la conclusione del processo diocesano di beatificazione della Madre fondatrice, ho illustrato i tre assi della Chiesa e poi ho commentato, di volta in volta, due scene della Parete Gaudenziana. Dopo il commento a tutte le scene sul registro basso, compresa la Crocifissione, ho illustrato la prima scena sul registro più in alto, l’annunciazione. Oggi consideriamo il secondo e il terzo riquadro, che raffigurano nell’ordine il Natale e l’Epifania. In verità nel secondo non è raffigurato tanto il momento della nascita, quanto piuttosto l’adorazione di Gesù bambino, nel quale la Madre non lo tiene tra le braccia, ma è in ginocchio nell’atto di adorarlo.

La prima scena potrebbe essere intitolata La meraviglia del dono e la seconda con i Magi La premura della donazione. Esse sono le due facce della vostra vocazione. Voi sorelle avete come centro della vostra vita religiosa il grande momento dell’adorazione eucaristica; tuttavia tale centro diventa una sorta di esplosione che si dilata nella premura della donazione. In genere non colleghiamo la parola donazione a dono – intendendo il dono come la cosa che si dona –, invece l’atto del dono introduce un gesto che si prolunga e diventa donazione continua. Le due scene, dunque, illustrano bene questi significati.

1. La meraviglia del dono

Nella prima scena vediamo l’adorazione di Gesù bambino. Dapprima osserviamo i personaggi: Maria è in ginocchio con le mani giunte davanti al bimbo Gesù. È lo stesso modo con il quale anche voi tante volte state nell’atto di pregare e adorare!  Di fianco san Giuseppe sta in piedi, nella posizione del padre al momento della nascita. Il bambino non sa che centra il padre, sarà la madre che deve fare lo spazio al padre per dire che anch’egli è coinvolto, ma solo la madre dirà al bambino: “Questo è tuo padre!”. Se no, non lo verrebbe a sapere…

Poi abbiamo i due angeli musicanti. Sono bellissimi con le loro ricche e curate capigliature e sono figure tipiche di Gaudenzio Ferrari. – Ricordo che, come ultima grande opera, Gaudenzio dipinse l’interno della cupola del santuario della Beata Vergine Maria dei Miracoli di Saronno, raffigurando oltre cento angeli e più di cento strumenti musicali di cui cinquanta sconosciuti (non si sa se reali o di fantasia).

Adagiato a terra su un panno il bambino con il dito in bocca. Questo modo di raffigurare il Bambino è preso dal maestro di Gaudenzio, il Perugino L’immagine ci chiede di entrare in uno spazio di silenzio, perché l’adorazione sia totalmente libera e gratuita. La madre deve essere capace di andare oltre il legame naturale e lasciare che il bambino uscito da sé, percorra la sua strada e la sua vicenda umana. Ed è per questo che deve fare spazio al suo fianco al posto del padre, perché sarà colui che indica la direzione del cammino di vita. Sullo sfondo s’intravede la scena dell’apparizione dell’angelo ai pastori.

Al centro ci sono il bue e l’asino che non sono presenti nel vangelo di Luca al secondo capitolo, versetto 7 dove si racconto il mistero della nascita, dicendo:

“Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.”

Il testo greco si esprime così:

“διότι οὐκ ἦν αὐτοῖς τόπος ἐν τῷ καταλύματι”.

L’espressione “non [c’]era posto” forse non significa propriamente che nell’albergo era tutto esaurito, ma piuttosto che non era un posto conveniente/adatto partorire nel καταλύμα, luogo dov’era ospitata la gente del caravanserraglio. Così si può pensare che la donna abbia partorito nel locale accanto dove stavano gli animali di ricambio, in un luogo più caldo e discreto. L’espressione non si riferisce dunque a un posto sufficiente, ma a un luogo conveniente.

Le due espressioni seguenti che usa l’evangelista Luca (lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia) e che noi tendiamo ad interpretare secondo il vangelo di Matteo, nel quale si dice che Gesù alla nascita viene rifiutato, indicano al contrario che Gesù è accolto con cura regale dal piccolo “resto di Israele”. La prima evoca il capitolo settimo del libro della Sapienza, là dove è detto che, quando nacque Salomone, «fu avvolto in fasce» (cfr. Sap 7,4): allo stesso modo Gesù è accolto e riconosciuto come re e avvolto in fasce.

Il bambino poi – dice il racconto – è deposto in una mangiatoia. L’espressione “in una mangiatoia” per coloro che conoscevano bene l’Antico Testamento non poteva non sorprendere, rimandandoli a un’immagine tratta dal libro del profeta Isaia:

Così parla il Signore: «Il bue conosce il suo proprietario
e l’asino la greppia [magiatoia] del suo padrone,
ma Israele non conosce,
il mio popolo non comprende»” (
Is 1, 2b-3)

Da questo passo di Isaia nella consueta scena del presepe deriva la presenza dell’asino e del bue. E a partire da esso che san Francesco d’Assisi, che a sua volta si ispirava a san Girolamo, grande commentatore della Bibbia, colloca nel presepe il bue e l’asino, perché, mentre i due animali conoscono bene la mangiatoia del loro padrone, Israele non sa riconoscere la presenza del suo Signore. Qui nella scena del Natale è presente il piccolo “resto d’Israele” che al contrario riconosce il suo Signore.

Ecco qui allora la meraviglia del dono! Anche il frate predicatore che dal pulpito aveva spiegato la scena usando insieme parole e immagini per presentarla adeguatamente, suggeriva e suggerirebbe anche a noi oggi che riconoscere in quel Bambino la presenza del Dio vivo e vivente non è cosa facile e immediata. Il Bambino tiene il dito sulla bocca per dirci di stare in atteggiamento di stupore e adorazione, di ammirazione e di meraviglia davanti al dono di Dio. Altrimenti tu vedrai solo un bambino nudo e tenero. Se in questa chiesa accadesse un miracolo avremmo subito alla porta una folla che s’accalca e che accorre, ma il vero miracolo è quando nasce un bambino e il mondo non se ne accorge. Eppure accade ogni giorno nella storia del mondo. Il miracolo è che gli uomini e le donne possano ancora dare la vita. E la donano non semplicemente creando la vita fisica, perché i genitori in realtà non sono creatori della vita, ma generatori, o meglio “procreatori”, vale a dire creatori in nome di un altro e da consegnare ad un altro.

Ecco ciò che adoriamo nel mistero della nascita di Gesù! È per questo che abbiamo bisogno che i due angeli suonino sugli spartiti la musica divina di questa nascita. Abbiamo anche noi, e voi sorelle avrete, la necessità di accostarci alle persone che incontreremo con la stessa meraviglia e stupore dell’inizio. Se non lo impariamo davanti all’Eucaristia, se non lo percepiamo davanti a Gesù, che anche nel tabernacolo tace come questo bimbo con il dito sulla bocca, come potremo trasmetterlo alle sorelle e ai fratelli che incontreremo da qui in poi?

Si potrebbe persino dire che c’è una legge di proporzionalità per cui noi quanto più saremo intenti come Maria ad adorare il mistero della nascita di Gesù, tanto più diverremo capaci di trasmetterlo agli altri. Il testo di Luca continua affermando che Maria meditava e ruminava nel suo cuore questi avvenimenti (cfr. Lc 2,19), così come il personaggio del libro della Sapienza di cui ci ha parlato la prima lettura (Sap 9,13-18) che medita e rumina la Parola e la fa fermentare nel suo cuore. Sarebbe interessante avere la possibilità di accostare le sue scene che sto commentando sul fronte e retro di un’immaginetta.

Questo è il primo aspetto: riguarda la vostra anima adoratrice, perché in questa chiesa da decenni vivete l’adorazione eucaristica quotidiana. Credo che la gente, coloro che transitano per questo luogo, dovrebbe accorgersi che voi siete qui non tanto banalmente a “tener compagnia a Gesù”, ma in modo più profondo a porre quella distanza che rispetta il mistero di quella nascita, di ogni nascita, della vita che va protetta, fatta crescere, coltivata, sostenuta, anche quando lotta e… muore.

2. La premura della donazione

La seconda scena – osservate – è un tripudio di colori! Rappresenta l’Epifania, con l’adorazione dei Magi. Anch’essa ha alcune caratteristiche e particolarità. Sulla sinistra è collocata la Madonna seduta, che “offre” il bambino al primo dei Magi. Nel biglietto augurale dello scorso Natale 2021, era raffigurata la Madonna con sant’Anna e il bambino Gesù che porge nello stesso modo il braccio, protendendolo verso il primo dei Magi. Quest’ultimo, già avanti negli anni, in segno di adorazione sta in ginocchio e si è tolto anche il turbante. San Giuseppe, posto a fianco e appena sopra Maria, come gli esperti fanno notare, tiene in mano già il dono del primo re. È decisivo osservare che, mentre noi portiamo cose, Maria ci dona il Figlio. E lo dona mettendo in movimento la scena, perché è soprattutto il suo braccio – è un braccio che si protende – che offre il bambino al primo re.

C’è da pensare che Gaudenzio Ferrari, e con lui tutti i grandi artisti, non fossero gelosi. Poteva aver visto la stessa postura della Madre in Leonardo da Vinci, in due versioni differenti ma simili per soggetto: l’uno, il cartone conservato alla National Gallery di Londra; e l’altra, la tavola esposta al Louvre di Parigi. Anche nelle raffigurazioni leonardesche è introdotto il movimento di offerta del Bambino da parte di Maria.

Il secondo re è tutto concentrato sul bimbo con il suo sguardo e il gesto della mano che lo indica. Segue il terzo re che è moro: pare un segno profetico che oggi è ben visibile anche per la presenza di amici sacerdoti che provengono dall’Asia e dall’Africa, così come anche voi sorelle che venite da tre continenti e in certo senso ci restituite lo stesso dono di fede!

Il terzo re moro si sta preparando all’incontro con Gesù, aiutato anche dal paggio che ha di fianco e che gli sistema lo stivale. Il paggio sembra entrare dal di fuori della scena e si trova nella stessa postura nella cappella corrispondente al Sacro Monte (V cappella): qui è dipinto, lassù è scolpito come una statua. È un caso stupendo dove la pittura precede la scultura. Man mano che ci si allontana appare tutto il corteo che si rimpicciolisce, come se provenisse dallo sfondo della scena e sbucasse al di là della parete, in un paesaggio tutto a colori pastello. Lo scenario di Gaudenzio mostra che il movimento di attrazione che si esprime negli uomini (i magi) che portano doni a Gesù, corrisponde al movimento di dilatazione con cui Gesù è offerto ai re venuti da lontano, attirando tutta l’umanità a sé.

Ecco il secondo movimento: la premura della donazione! È il movimento significato per voi dalla “M” di MGES, cioè delle Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote. I sacerdoti conoscono la mia insistenza nel commentare l’Orazione sulle offerte, che si trova alla ventesima settimana del Tempo Ordinario e che si esprime così:

“Accogli i nostri doni, Signore,
in questo misterioso incontro
fra la nostra povertà e la tua grandezza:
noi ti offriamo le cose che ci hai dato,
e tu donaci in cambio te stesso”.

Nessuno di noi avrebbe saputo scrivere una tale preghiera! Neppure i teologi più affermati! Perché la verità è che noi cerchiamo di offrire doni per averne in contraccambio cose, disponibilità, tempo, favori, mentre la Liturgia ci fa esprimere in ben altro modo:

noi ti offriamo le cose che ci hai dato,
e tu donaci in cambio te stesso”.

È esattamente ciò che accade nella messa, in cui avviene il prodigioso scambio – admirabile commercium in latino – tra i nostri poveri doni e la presenza stessa del Signore. È il senso del secondo quadro, è la premura della donazione!

La premura della donazione nella professione perpetua, o come preferirei chiamarla della “professione definitiva”, dice che il dono per essere vero, deve durare. Noi riteniamo che il dono quanto più è raro, tanto più è caro, anzi ha da essere unico. Il dono di Dio invece diventa una donazione infinita, che marca il senso della vita.

Come dice il vangelo, che spesso viene applicato alla vostra condizione di vita religiosa (Mt 25, 1-13), occorre tenere da parte l’olio in misura sufficiente da mettere nell’orciuolo per l’attesa vigilante dello Sposo. È come dice anche il Vangelo proclamato oggi (Lc 14,25-33), secondo cui quando uno deve costruire una casa – di questi tempi poi, con i prezzi che lievitano ogni giorno – deve avere la saggezza dei vecchi che dicevano che se devi costruire per 100, devi avere almeno 200. Mentre noi immaginiamo di costruire la vita senza nulla nello zaino, senza una borraccia per bere lungo il cammino…

Il secondo paragone del vangelo di oggi è ancor più impressionante:

“Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace”.

Anche questa è l’immagine di una premura della donazione che deve durare nel tempo. Tenete nel vostro cuore i due riquadri che oggi ho voluto commentarvi, non dimenticando che siete davanti alla Cappella Sistina del nord Italia. Sono le immagini che il vescovo vi regala per la vostra professione definitiva: la meraviglia del dono; la premura della donazione.