La Santa Casa di Loreto e il pellegrinaggio dei Papi

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Pubblichiamo di seguito il testo integrale della relazione del vescovo Franco Giulio Brambilla, al convegno di avvio dell’anno pastorale al Santuario della Santa Casa di Loreto dello scorso 25 settembre.

 

La Santa Casa di Loreto e il pellegrinaggio dei Papi

Relazione al Convegno di avvio dell’anno pastorale al Santuario Pontificio della Santa Casa di Loreto

Da quando Papa Giovanni XXIII, con un gesto sorprendente, prese il treno per Loreto, il 4 ottobre 1962, a soli sette giorni dall’inaugurazione della grande assise del Concilio Vaticano II, tutti i Papi che lo seguirono – salvo Paolo VI, che però tenne un memorabile discorso proprio a Nazareth – hanno sentito la Basilica che custodisce la Santa Casa quale mèta simbolica del loro pellegrinaggio e della loro missione ecclesiale. Loreto è considerata l’approdo naturale per la devozione e l’annuncio del Vangelo della famiglia, sia nella sua figura di valore (rapporto uomo-donna), sia nel suo aspetto generativo (rapporto tra le generazioni), e per questo è diventata il Santuario del pellegrinaggio nazionale ed europeo dei giovani. Anzi proprio il tema della Santa Casa è il grande simbolo che fa sintesi del mistero dell’Incarnazione e del segreto di Nazareth. Ad essa si sono rivolti i Papi del Novecento, quando Giovanni XXIII lasciò dopo lungo tempo il Vaticano, per recarsi nel Santuario delle Marche, rinnovando un’antica tradizione, che risaliva almeno a Pio II (Enea Silvio Piccolomini), a Paolo III (l’iniziatore del Concilio di Trento), a Pio VI e Pio VII, Gregorio XVI e Pio IX, per non dimenticare san Carlo Borromeo, san Francesco di Sales e una moltitudine di altri santi.


La Santa Casa di Loreto e il pellegrinaggio dei Papi

Relazione al Convegno di avvio dell’anno pastorale al Santuario Pontificio della Santa Casa di Loreto
25-09-2021
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Lo scopo del mio intervento è di proporre una lettura dei discorsi fatti a Loreto dai Papi del Novecento sino a Papa Francesco, trovando un possibile filo rosso che, di là dalla contingenza che ha motivato i pellegrinaggi, potesse raccoglierne il messaggio valido ancora per oggi. Il filo che collega i multiformi interventi è facilmente rintracciabile nella simbolica della casa per percorrere il sentiero che va dalla Santa Casa al Natale di Gesù. È il mistero dell’Incarnazione che si prolunga nell’umiltà di Nazareth per illuminare la famiglia, i giovani, il lavoro. L’indimenticabile discorso di Paolo VI a Nazareth (il 5 gennaio 1964) potrebbe fare da ideale tracciato per entrare nella Santa Casa, tenendo come bussola la “simbolica della casa”.

Una simbolica della casa ci può fornire alcune immagini in cui l’icona della “casa” si presenta con le sue molte facce[1]: la casa “natale” per illustrare il mistero della nascita di Cristo e della nostra; la casa “paesaggio” per penetrare nel segreto di Nazareth e negli affetti della famiglia; la casa “finestra” per spronare i giovani a trovare la loro vocazione; la casa “appartamento” per venire incontro alle domande di chi ha il cuore ferito; la casa “aperta” per suggerire una pratica della casa come cardine del mondo[2].

Tutti questi significati della casa sono aperti ad illuminare il significato teologale dell’abitare. Il tema della Santa Casa può fornire così il filo rosso che aiuta a leggere gli interventi papali a Loreto, per loro natura occasionali. Mi sembra, dunque, che il messaggio dei Papi alla Santa Casa possa essere raccolto attorno ai seguenti cinque aspetti.

  1. La casa “natale”: l’arca dell’alleanza

La prima immagine dell’abitare è la casa natale, percepita come la “grande culla”, cioè come il progressivo dilatarsi del grembo materno nei primi anni della vita. La dimora del bimbo passa dal seno accogliente della madre (e dalle braccia del padre) alla culla, al lettino, alla propria stanza, alla casa natale, al nido d’infanzia, alle prime esplorazioni verso il mondo. Soffermiamoci su questo aspetto della simbolica della casa, che riguarda il dare e il ricevere la vita.

La “casa natale”, allora, ha a che fare con il dare la vita, concepito non solo come un mettere al/nel mondo, ma come un dare alla luce e un donare la luce. A volte la vita viene solo procurata, ma dare la vita come un bene comporta di donarla e, rispettivamente, tale scelta deve consentire al figlio di riceverla. Tra il donare la vita e il riceverla si colloca l’avventura dell’esistenza e questa è la prima grazia che si riceve nella casa “natale”. Pertanto la maternità della casa è il luogo dove sorge la meraviglia di fronte al mondo e instilla pian piano la fiducia nella vita.

In tal modo la casa è “natale” in senso forte, non solo perché vi si nasce, ma perché si è continuamente generati alla vita come dono gratuito, una cosa buona, un bene promesso, che dovrà essere poi scelto come bene per sé nella lunga generazione che dura tutta l’esistenza. Perché, è vero, si nasce solo una volta, ma si è generati durante tutta la vita. Per questo la casa è “natale”!

Su questo primo significato della casa (come dono trasmesso e intimità ricevuta) hanno molto insistito i Papi parlando della “tradizione della Santa Casa”, definendola Arca dell’alleanza. In particolare Giovanni Paolo II, subito al suo primo viaggio a Loreto, lo ha detto in modo sublime: «Il culto della Genitrice di Dio in questa terra è collegato, secondo l’antica e viva tradizione, alla casa di Nazareth. La casa nella quale, come ricorda il Vangelo odierno, Maria abitò dopo gli sponsali con Giuseppe. La casa della Santa Famiglia. Ogni casa è soprattutto santuario della madre. Ed essa lo crea, in modo particolare, con la sua maternità. È necessario che i figli della famiglia umana, venendo al mondo, abbiano un tetto sopra il capo; che abbiano una casa. [..] Probabilmente, tutti i predecessori di Cristo, di cui parla la genealogia dell’odierno Evangelo secondo Matteo, venivano al mondo sotto il tetto di una casa» (n. 4: 08.09.79). E poco più avanti: «in mezzo a tutta la mutevolezza della storia, i cui protagonisti sono gli uomini, e soprattutto i popoli e le nazioni, rimane sempre la casa, come arca dell’alleanza delle generazioni e tutela dei valori più profondi: dei valori umani e divini» (n. 5 corsivi miei: 08.09.79).

Arca dell’alleanza delle generazioni: questo è il senso radicale della casa “natale” che Papa Wojtyla ha messo alla base del suo insegnamento. Ed è qui che s’illumina il mistero dell’Incarnazione, sia nel suo aspetto orizzontale che inanella la catena delle generazioni culminante in Gesù di Nazareth, sia nell’alleanza tra Dio e l’uomo, tra il cielo e la terra, così come risuona nel testo più bello di Papa Giovanni XXIII: «Questa contemplazione, che Ci è tanto familiare, di qua particolarmente vuol prendere slancio per invitare gli uomini a riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo della Incarnazione e della Redenzione; e dunque, in concreto è lo scopo anche del Concilio Ecumenico, che vuol estenderne sempre più il raggio benefico, in tutte le forme della vita sociale. Il grande fatto storico della Incarnazione, che apre il Testamento nuovo e dà inizio alla storia cristiana, merita bene di venire salutato dalle campane di tutto il mondo tre volte al giorno; ed è ben naturale che chiese e cappelle, fino a questa insigne Basilica, siano consacrate alla memoria del primo Mistero Gaudioso, divenuto fonte di meditazione e di buoni propositi» (n. 1: 04.10.62).

La destinazione di ogni uomo e donna a essere “figlio/a” è l’approfondimento di Giovanni Paolo II che illustra il senso teologico del dono della nascita. Si nasce come figli per diventare figli di Dio: «In questo luogo ha inizio l’opera divina della salvezza, trovandovi quasi la sua nuova dimensione. L’opera della salvezza consiste nell’adozione dell’uomo, da parte di Dio, come proprio figlio. L’uomo adottato da Dio in Gesù Cristo, Figlio di Maria, è allo stesso tempo fatto erede della promessa, erede della Nuova ed Eterna Alleanza. Tutto questo “novum” evangelico di vita e di santità ha inizio, in un certo senso, nella casetta di Nazareth. Coloro che, dall’Italia e da tutto il mondo, vengono in pellegrinaggio al Santuario di Loreto si lasciano guidare dal senso profondo del mistero dell’Incarnazione» (n. 3: 10.12.94).

Infine, Papa Benedetto ritorna, da par suo, richiamandosi a Papa Giovanni, sul tema con una bella espressione, che è rivolta a Maria, ma che si può estendere ad ogni casa materna. «La volontà di Maria coincide con la volontà del Figlio nell’unico progetto di amore del Padre e in lei si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa “casa vivente” del Signore, tempio dove abita l’Altissimo. Il Beato Giovanni XXIII cinquant’anni fa, qui a Loreto, invitava a contemplare questo mistero, a “riflettere su quel congiungimento del cielo con la terra, che è lo scopo dell’Incarnazione e della Redenzione”, e continuava affermando che lo stesso Concilio aveva come scopo di estendere sempre più il raggio benefico dell’Incarnazione e Redenzione di Cristo in tutte le forme della vita sociale» (04.10.12)

Ne deriva l’insistenza sulla Santa Casa come luogo generativo: Maria è “casa vivente” del Signore e ogni nostra casa non può non diventare “dimora vivente” che genera alla vita. Tale accento sulla casa come luogo generante è la migliore promessa, perché anche tutti coloro che formeranno una nuova casa portino con sé il timbro della “casa natale”, cioè di un abitare che santifica e trasfigura l’esperienza domestica facendone lo spazio e il tempo per rinascere e per crescere nel mondo.

  1. La casa “paesaggio”: il segreto di Nazareth

La seconda immagine della casa è la casa paesaggio. La casa è il mondo in piccolo, anzi è il mondo nell’angolo più intimo della nostra vita, è il paesaggio interiore, è lo spazio degli affetti e delle relazioni. La casa natale, allora, è il luogo degli affetti, per tutte quelle relazioni da cui si è toccati, da cui si è in qualche modo sorpresi, cioè presi-come-da-sopra. La casa natale non è solo il luogo della protezione e dell’intimità, ma diventa anche il luogo dell’e­stro­versione e della scoperta. Anzi l’intimità è la sorgente inesauribile per la scoperta dell’al­tro, la protezione è come l’ombrello sicuro per l’esplorazione del paesaggio della vita.

Sostiamo per un momento sulla simbolica della casa nel bambino: il fatto che la casa sia lo spazio sicuro, affettivamente garantito, inaugura la possibilità dell’esplorazione del mondo (degli altri e delle cose). Introduce cioè una direzione di scoperta, una dinamica verso l’oltre, che è simbolica della ricerca di sé e dell’apertura all’altro, in una parola apre alla relazione. Osserviamo che la casa natale diventa il mondo in miniatura, il primo paesaggio per l’esplo­razione del bambino: dal basso verso l’alto, dall’interno verso l’esterno.

La casa diventa così spazio degli affetti e delle relazioni: spazio degli affetti che consente di ricevere il dono della vita e tutti i modi con cui il papà e la mamma lo rendono quotidianamente presente, come un dono per sé e come un dono che lascia spazio e concede tempo per la crescita del proprio io. La vita data deve essere donata e deve dischiudere lo spazio-tempo per essere ricevuta ed ereditata. Per questo la casa da “grembo” si trasforma in “paesaggio” da esplorare, da sognare, da immaginare, da scoprire. Anzi la casa comincia ad aprirsi, verso l’alto e verso l’esterno, non è una scatola chiusa, una caverna che porta solo verso l’origine, ma ha una soffitta, una finestra, un balcone, un giardino, un cortile, apre su una piazza. La casa abitazione diventa la casa da abitare, da addomesticare, da rendere propria dimora, mentre si differenzia dalle altre case.

Nei discorsi dei Papi a Loreto registriamo qui l’approfondimento più sorprendente, che entra a piedi nudi nel segreto di Nazareth, la parte più interiore della simbolica della casa. Tre sono i temi: la scuola del Vangelo, l’umiltà della vita nascosta, l’incubazione della Parola. A questo proposito resta indimenticabile il discorso di Paolo VI, fatto proprio a Nazareth, primo pontefice a ritornare dopo Pietro nella terra di Gesù, e pronunciato con grande emozione proprio nella Basilica che sovrasta la Casa dove Gesù ha vissuto trenta interminabili anni. Egli, che è la Parola che viene dal Padre, s’immerge nel silenzio, perché da tale silenzio la Parola possa attraversare i freschi linguaggi di Galilea per narrare i misteri del Regno.

Nazareth è la scuola del Vangelo: «La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo». Il testo detta quasi un programma di ricerca spirituale: «Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine!». Il segreto di Nazareth introduce ad una disciplina spirituale per diventare uomini e donne del Vangelo, come Francesco d’Assisi, Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld.

Nazareth custodisce l’umiltà della vita nascosta: «In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto». Gesù si immerge nella religiosità dei padri, impara a sillabare il nome di Dio, si inserisce nella grande attesa e nella preghiera del popolo santo, nei gesti e nelle pratiche della Legge, per portare a compimento l’alleanza tra Dio e l’uomo, iscritta nella sua stessa persona.

Nazareth, infine, è il luogo di incubazione della Parola. Gesù entra nella casa, spazio degli affetti e delle relazioni, della lingua e delle pratiche di vita, per immergersi in essi e aprirli ad esprimere il mistero del Regno. Da dove vengono tutte le immagini delle parabole, i gesti del ministero di Gesù, se non da questa incubazione e acclimatamento della Parola, che è Gesù stesso, dentro la pasta dei linguaggi, delle pratiche, dei costumi e delle attese del popolo dell’alleanza, per farli crescere con il lievito della Parola? Sono trent’anni di incubazione della Parola dentro i linguaggi della vita di Israele, per dire la novità di Dio nell’humus del suo popolo. Umiltà deriva da humus, da terra: solo quando la Parola muore come il chicco di grano nella terra, con la sua linfa e suoi succhi vitali, può portare molto frutto (cfr. Gv 12,24-26; Gv 15,1-8). Seme e terreno s’appartengono, la Parola feconda il cuore dell’uomo, lo spazio degli affetti e delle relazioni fa attecchire e germinare il frutto.

Questo è il segreto di Nazareth! Come dice Paolo VI: «Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale». Al Papa del Concilio hanno fatto eco, con non minore commozione, gli altri Pontefici che sono venuti qui a Loreto. Prima Giovanni Paolo II rivolto ai giovani: «L’appello che oggi rivolgiamo all’Europa, e insieme a tutto il mondo, si potrebbe sintetizzare in questa sola parola: “casa”. Una parola chiave! Pensiamo innanzitutto alla Casa di Nazareth: la Casa nella quale prese dimora il Figlio di Dio, la Casa della Santa Famiglia. Una casa profondamente umana. Essa non è soltanto un grande simbolo, ma una meta che ci è posta innanzi. Siamo venuti qui per chiedere la casa per ogni uomo del nostro tempo, per le famiglie di tutto il mondo: per quanti vivono in patria e per gli emigrati, per i profughi e i perseguitati. Siamo venuti in particolare a chiedere che nessuno manchi di una casa nelle nostre società europee. Domandiamo una casa per tutti gli uomini e per tutte le famiglie» (n. 4: 10.09.95). E Benedetto XVI riprende, sempre con i giovani, il tema dell’umiltà a riguardo di Maria: «L’umiltà di Maria è ciò che Dio apprezza più di ogni altra cosa in lei. […] Non è forse una felice coincidenza che questo messaggio ci venga rivolto proprio qui a Loreto? Qui il nostro pensiero va naturalmente alla Santa Casa di Nazareth che è il santuario dell’umiltà: l’umiltà di Dio che si è fatto carne, si è fatto piccolo, e l’umiltà di Maria che l’ha accolto nel suo grembo; l’umiltà del Creatore e l’umiltà della creatura» (02.10.07).

  1. La casa “finestra”: l’avventura della vocazione

La terza immagine della casa è la casa “finestra”. Il raccogliersi nello spazio della casa consente ai suoi membri di rendersi prossimi agli altri. La casa diventa così una finestra sul mondo. Lo strumento espressivo di questa interiorizzazione del mondo e dell’addomesticamento della natura è il linguaggio in tutte le sue varie forme. Non è un caso che la lingua-madre sia la matrice originaria dei linguaggi, della cultura umana, cioè dell’insieme di quegli usi, costumi, comportamenti e istituzioni che determinano l’es­sere vivente come essere culturale. La stessa topologia della casa rappresenta questo duplice movimento: il mondo è raccolto nel punto di orientamento della casa ed essa diventa il centro da cui partire per l’esplorazione del mondo. Il mondo nella casa riceve un centro, a partire dal quale il mondo può essere indagato nella sua totalità. Il cuore della casa diventa il luogo di orientamento al quale possono essere riferite tutte le coordinate del mondo.

Lo spazio della famiglia diventa il luogo per elaborare linguaggi, comportamenti, gesti, scelte, iniziative. La famiglia dovrebbe aiutare a costruire la vita come luogo di scambio simbolico, spazio per aprirsi all’altro/a e per costruire insieme all’altro/a non solo prodotti da consumare, ma un sogno per crescere insieme. Basti pensare ai primi anni della vita di un figlio per accorgersi quanti linguaggi la famiglia trasmetta, nel bene e nel male: essi non sono soltanto modi per denominare le cose, dare spiegazioni e ragioni, ordinare e classificare le realtà, ma anche modi con cui esprimere valori e giudizi, comportamenti e progetti, sogni e speranze. Basti osservare ancora quanto i bambini siano mimetici nei confronti dei loro genitori e dell’ambiente familiare e, anche quando da adolescenti e da giovani si distanziano dall’ambiente familiare, la lingua-madre in tutte le sue variegate ramificazioni resta la matrice di ogni ulteriore esperienza e progetto. Basti ricordare, infine, come gli adolescenti e i giovani, partano da questo “lessico familiare” per uscire dalla casa e tentare l’avventura della vocazione, in un primo tempo emancipandosi dal mondo familiare, ma poi riconquistando quella lingua che li ha generati con una nuova sintesi personale: talvolta con un gesto di continuità, talaltra con un gesto di creatività, in ogni caso passando da una situazione di dipendenza ad una condizione di relazione matura.

La casa è tanto più generativa e spazio degli affetti quanto più consente la partenza per la vita: la metafora della finestra indica una feritoia, un varco e uno spiraglio da cui si comincia a guardare e a sognare, per partire a costruire una nuova casa: «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna, e i due saranno una carne sola» (Gn 2,24). Il modo con cui si apre la finestra e si parte da casa segna la direzione con cui si diventa grandi, perché solo dall’esperienza positiva della casa natale è possibile costruire la “propria” casa del futuro. A questo hanno dedicato grande attenzione gli ultimi tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, proprio qui a Loreto. Nei grandi raduni di Giovanni Paolo nella valle di Montorso con i giovani del 1995, durante la veglia dal titolo EurHope; e poi nel 2004 ancora con il Pontefice polacco nel raduno patrocinato dell’A­zione Cattolica per la beatificazione di tre giovani (Pedro Tarrés i Claret, Alberto Marvelli e Pina Suriano); in seguito con la convocazione del 2007 con Papa Benedetto, in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù di Sidney, sino alla visita lampo durante la quale Papa Francesco ha firmato l’Esortazione postsinodale ai giovani Christus vivit (2019), il tema della casa come spazio che genera all’avventura della vocazione ritorna insistentemente. Merita ascoltare tre testi, uno per ciascun Pontefice, che sottolineano tre aspetti di tale chiamata a partire dalla casa per lanciarsi nel mondo, tre interventi che potrebbero essere letti in crescendo.

Giovanni Paolo II indica il punto di partenza: «La Casa di Nazareth si inquadra nel mistero della Incarnazione. Si potrebbe dire che in essa è stato annunciato il vangelo dell’infanzia e della giovinezza del Figlio dell’uomo, e questo ci parla in modo particolarmente efficace, evidenziando che la nostra fede e il nostro cristianesimo rimandano a una casa concreta, nella quale si è compiuto il mistero dell’Incarnazione» (n. 2: 10.09.95).

Benedetto XVI ne disegna il sogno: «Cari giovani, mi sembra di scorgere in questa parola di Dio sull’umiltà un messaggio importante e quanto mai attuale per voi, che volete seguire Cristo e far parte della Chiesa. Il messaggio è questo: non seguite la via dell’orgoglio, bensì quella dell’umiltà. Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti vanno propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. […] Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune» (02.09.07).

Papa Francesco prefigura i passi del discernimento: «La Santa Casa è la casa dei giovani, perché qui la Vergine Maria, la giovane piena di grazia, continua a parlare alle nuove generazioni, accompagnando ciascuno nella ricerca della propria vocazione. Per questo ho voluto firmare qui l’Esortazione apostolica frutto del Sinodo dedicato ai giovani. Si intitola “Christus vivit – Cristo vive”. Nell’evento dell’Annunciazione appare la dinamica della vocazione espressa nei tre momenti che hanno scandito il Sinodo: 1) ascolto della Parola-progetto di Dio; 2) discernimento; 3) decisione. Il primo momento, quello dell’ascolto, è manifestato da quelle parole dell’angelo: “Non temere Maria, […] concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (vv. 30-31). È sempre Dio che prende l’iniziativa di chiamare alla sua sequela. È Dio che prende l’iniziativa, Lui ci precede sempre, Lui precede, Lui fa strada nella nostra vita. […] Occorre essere pronti e disponibili ad ascoltare ed accogliere la voce di Dio, che non si riconosce nel frastuono e nell’agitazione. Il suo disegno sulla nostra vita personale e sociale non si percepisce rimanendo in superficie, ma scendendo a un livello più profondo, dove agiscono le forze morali e spirituali. È lì che Maria invita i giovani a scendere e a sintonizzarsi con l’azione di Dio. Il secondo momento di ogni vocazione è il discernimento, espresso nelle parole di Maria: “Come avverrà questo?” (v. 34). Maria non dubita; la sua domanda non è una mancanza di fede, anzi, esprime proprio il suo desiderio di scoprire le “sorprese” di Dio. In lei c’è l’attenzione a cogliere tutte le esigenze del progetto di Dio sulla sua vita, a conoscerlo nelle sue sfaccettature, per rendere più responsabile e più completa la propria collaborazione. È l’atteggiamento proprio del discepolo: ogni collaborazione umana all’iniziativa gratuita di Dio si deve ispirare a un approfondimento delle proprie capacità e attitudini, coniugato con la consapevolezza che è sempre Dio a donare, ad agire; […] La decisione è il terzo passaggio che caratterizza ogni vocazione cristiana, ed è esplicitato dalla risposta di Maria all’angelo: “Avvenga per me secondo la tua parola” (v. 38). Il suo “sì” al progetto di salvezza di Dio, attuato per mezzo dell’Incarnazione, è la consegna a Lui di tutta la propria vita. È il “sì” della fiducia piena e della disponibilità totale alla volontà di Dio. Maria è il modello di ogni vocazione e l’ispiratrice di ogni pastorale vocazionale» (25.03. 19).

  1. La casa “appartamento”: la pratica della famiglia

La quarta immagine della casa è tipicamente postmoderna, la casa appartamento, Essa comporta l’abbandono dalla famiglia “patriarcale” a favore della famiglia “nucleare”. Questa non sembrerebbe un’immagine positiva della casa, ma piuttosto il luogo che la rinchiude nella sua privatezza. Conviene fare un cenno a questa esperienza recente, epigono della lunga storia di modificazioni della casa, per mostrane i pregi e i limiti. Potremmo dire che la forma moderna della casa “appartamento” rappresenta insieme il luogo personale e lo spazio privato della vita di coppia. L’appartamento rappresenta, nelle sue varie forme, nella casa singola, nella villetta a schiera, nel condominio, nel grande conglomerato fino al grattacielo, la scelta di staccarsi simbolicamente dalla famiglia di origine e di costruire la nuova famiglia a partire da un solo nucleo di coppia. Decisiva in questa figura è la mancanza dei genitori nello spazio familiare, per non dire degli altri parenti.

Questa immagine emergente della casa ha dato figura all’enfasi moderna sul primato della persona, e quindi al primato della coppia, all’amore personale, al sentimento su cui si fonda la coppia moderna. Il sogno, la scelta della casa, il suo arredamento rappresentano il momento simbolico con cui la coppia dà corpo al mondo delle proprie emozioni, alla forma romantica dell’amore, in cui il sentimento rappresenta la connotazione essenziale della vita personale, dello scambio affettivo, dell’intesa sessuale, del progetto comune. La “forma appartamento” della casa sembra vestire perfettamente questa dimensione del primato della persona, intesa però come il primato del sentire personale e del sentirsi dentro un cammino comune. La casa appartamento è dunque il luogo simbolico dell’amore personale e, nel caso positivo, del progetto comune di vita.

La casa appartamento ha, tuttavia, la forma di un progetto disegnato da capo, rappresenta quasi uno strappo rispetto alla successione della casa paterna, allo scambio generazionale, così che la donazione parentale non ha più un elemento simbolico con cui trasmettersi, se non il corpo del figlio e il contributo finanziario alla costruzione della (nuova) casa. In tal modo la casa “appartamento” rappresenta un’interruzione della tradizione, e decreta la debolezza della casa e, insieme, della famiglia post­moderna. L’appartamento – come insinua il termine stesso – fa vivere la coppia e la famiglia in modo “appartato”, in maniera “privata”, collocando l’esperienza e la coscienza dei coniugi in uno splendido isolamento. Occorrerebbe riflettere più profondamente su questa privatezza della coppia postmoderna, per mostrare il mal sottile da cui può essere contagiata.

Il carattere privato dell’esperienza della coppia nel­l’ap­partamento la espone a due fenomeni abbastanza facili da osservare: quello della dipendenza a distanza e quello della mancanza di punti di riferimento. Il primo (la dipendenza a distanza) si esprime nella forma concitata con cui la famiglia mantiene una relazione con la famiglia d’origine per le visite, per il giorno festivo, per la cura dei figli, per la malattia dell’anziano, da rendere compatibile con il lavoro di entrambi gli sposi. Il secondo (la mancanza di punti di riferimento) produce un distacco che si paga al caro prezzo dell’isolamento, della difficoltà a gestire i ritmi della vita quotidiana, della solitudine nella cura e nell’educazione dei figli, da ultimo nella “privatezza” della vita di coppia. La famiglia “privata” genera così una “privazione” della famiglia.

 I Papi che sono venuti a Loreto hanno sempre dedicato un’attenzione al mutamento della condizione familiare. Già Papa Giovanni ne parlava in modo positivo ed entusiasta: «Ecco l’insegnamento di Nazareth: famiglie sante; amore benedetto; virtù domestiche, sboccianti nel tepore di cuori ardenti, di volontà generose e buone. La famiglia è il primo esercizio di vita cristiana, la prima scuola di fortezza e di sacrificio, di dirittura morale e di abnegazione. Essa è il vivaio di vocazioni sacerdotali e religiose, e anche di intraprese apostoliche per il laicato cristiano; la parrocchia prende dignità nuova e fisionomia inconfondibile, e si arricchisce di nuova linfa vitale di anime rigenerate, e viventi nella grazia del Signore. Il Concilio Ecumenico vorrà essere anche per questo un solenne richiamo alla grandezza della famiglia, ed ai doveri ad essa inerenti» (04.10.62). Non meno delicato l’accenno già citato di Paolo VI a Nazareth: «Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale» (05.01.64).

Soprattutto Giovanni Paolo II è stato il profeta della famiglia. Il suo amore per la famiglia appare subito nel primo viaggio con un accenno nostalgico: «Nel raggio di questa luce crescono, in tutto il vostro paese di sole, le case familiari. Sono tante dalle vette delle Alpi e delle Dolomiti, alle quali mi son potuto avvicinare domenica 26 agosto visitando i luoghi natali del Papa Giovanni Paolo I, fino alla Sicilia. Tante, tante case; le case familiari. E tante, tante famiglie; e ognuna di esse rimane, mediante la tradizione cristiana e mariana della vostra patria, in un certo legame spirituale con quella luce, che promana dalla casa nazaretana, particolarmente oggi: nel giorno della nascita della Madre di Cristo» (08.09.79). Poi nel famoso discorso di Loreto al Convegno della Chiesa italiana, con uno sguardo che monitora il cambiamento: «Non poche sono le tendenze negative: dalla crisi dell’istituto familiare, con l’aumento delle separazioni e dei divorzi, oltre che delle pratiche abortive, e con la connessa diminuzione dei matrimoni religiosi, ai problemi derivanti dalla presente fase nel processo di trasformazione sociale, anche per l’introdursi di nuove tecnologie nel campo dell’informazione, della comunicazione e della produzione, alle difficoltà soprattutto per i giovani e le donne di trovare un lavoro» (n. 3: 11.04.85). Oppure nel tenero discorso fatto ai bambini nel quarto viaggio in occasione del 7° centenario del Santuario: «Ciascuno di noi ha un Padre nel cielo e una famiglia sulla terra. Dobbiamo imparare ad ascoltare la voce di Dio Padre che parla nel cuore. Questo significa “diventare grandi”! Una persona è “grande” quando riconosce Dio come Padre e si comporta da figlio degno e riconoscente. Gesù, a dodici anni, ha voluto far capire ai suoi genitori che voleva seguire prima di tutto la volontà del Padre celeste e, potremmo dire, proprio per questo rimase sempre obbediente, vivendo a Nazareth e aiutando Giuseppe nel lavoro di carpentiere. Così, egli diventa modello da imitare nell’obbedienza ai vostri genitori. Nello stesso tempo invita ad amare con tutto il cuore il Padre che è nei cieli e ad ascoltare la sua voce, che chiama ognuno a compiere una singolare missione nella Chiesa e nella società. Cari ragazzi, quando Dio vi fa capire che vuole da voi un segno di amore, di onore speciale, non abbiate paura di farlo, e anche i vostri genitori si accorgeranno che voi state diventando cristiani maturi, che amano Dio al di sopra di tutto» (n. 3: 10.09.95).

Non manca un prezioso accenno, oltre a quello riportato sopra sulla “casa vivente”, fatto durante il secondo viaggio di Papa Benedetto: «Ma il dimorare del Figlio di Dio nella “casa vivente”, nel tempio, che è Maria, ci porta ad un altro pensiero: dove abita Dio, dobbiamo riconoscere che tutti siamo “a casa”; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono più stranieri. Maria, che è madre di Cristo è anche nostra madre, ci apre la porta della sua Casa, ci guida ad entrare nella volontà del suo Figlio. È la fede, allora, che ci dà una casa in questo mondo, che ci riunisce in un’unica famiglia e che ci rende tutti fratelli e sorelle» (04.10.12).

  1. La casa “porta aperta”: il cardine del mondo

 L’ultima immagine della simbolica della casa è quella della “porta aperta”. Nel movimento centripeto l’uomo deve rinchiudersi all’interno, nascondersi per preservare la propria intimità, non solo perché si difende dall’ambiente ostile e avverso, ma anche perché interpreta questa difesa come posizione della differenza. La parete pone un di-fronte, fa riascoltare la propria voce, differenzia dal cosmo e consente poi l’esplorazione del cosmo come un atto umano e non semplicemente come un’im­mersione con-fusionale. È interessante che anche nelle forme delle case più indifese, come la tenda presso gli arabi, l’ospitalità prevedesse una simbolica di avvicinamento e di allontanamento: una porta aperta, la lavanda dei piedi, il dono del cibo, l’alloggio temporaneo, le provviste per il proseguimento del viaggio. In questo modo il movimento di chiusura, la parete, il focolare, la parte più intima della casa-capanna, è il principio della separazione dal cosmo, della singolarità della forma umana e l’inizio del processo culturale.

Da qui nasce il secondo movimento: la casa, proprio perché è luogo di separazione e di interiorizzazione del mondo diventa anche luogo di trasformazione, di civilizzazione, di “addomesticamento” del mondo. La costruzione del mondo appare, dunque, una protesi della casa nelle sue varie forme, è il corpo allargato dell’uomo. La natura diventa “mon­do”, “cosmo ordinato” a partire dall’ordinamento di spazi, di rapporti e di modi di abitare, iscritti nella casa. Sarebbe interessante mostrare come l’esperienza e la costruzione della casa si rifletta nell’espe­rienza e nella comprensione dell’ambiente e del mondo. Così all’espe­rienza della casa come castello corrisponde l’esperienza del mondo come luogo di transito inospitale che può trovare riposo solo in un’altra costruzione munita di difesa (qui la città diventa la città murata). All’esperienza della casa come villa con grande giardino corrisponde l’esperienza del mondo come rete di dimore in un immenso giardino-paradiso (si pensi alle ville venete o toscane). All’esperienza della casa nella corte corrisponde l’e­sperienza del mondo dei comuni-città attorno alla piazza e alla chiesa (qui l’Italia ha disegnato planimetrie urbanistiche di intensa bellezza). All’espe­rienza della casa come appartamento corrisponde l’esperienza del mondo come alveare, luogo di lavoro e di transito, spazio di scambi e di commerci. In tal modo la casa “porta aperta” rappresenta il luogo dove il mondo si raccoglie e da dove l’uomo si espande per civilizzare la natura e addomesticare la società. La casa si comprende come “cardine del mondo”.

Quest’ultimo aspetto della simbolica della casa è stato molto valorizzato dai Papi nei loro pellegrinaggi a Loreto, perché il Santuario lauretano è visto come l’ideale punto di riferimento spirituale dell’impegno civile e sociale, in particolare per la Chiesa italiana. Qui sta al centro il discorso di Giovanni Paolo II al già ricordato Convegno della Chiesa italiana a Loreto del 1985, ma non si possono neppure dimenticare gli interventi di Papa Wojtyla e Papa Benedetto ai giovani, in particolare durante i due convegni di respiro europeo del 1995 e del 2007.

Al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985 è attribuito il valore di intervento programmatico per la Chiesa italiana nella società civile, sul tema Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini. La preparazione al Convegno fu l’occasione di accesi dibattiti su associazioni e movimenti; sulla famiglia con le sue forze e le sue debolezze; ed infine sugli spazi di partecipazione all’interno della Chiesa e di pluralismo culturale. A distanza di tempo si può dire che la polarizzazione su una teologia e una spiritualità della “presenza” o della “mediazione” introduceva un falso problema, anche se il periodo seguente sembrò decretare la prevalenza del primo orientamento con l’ascesa dei movimenti. Anzi qualcuno vide nell’intervento del Papa l’appoggio a una presenza diretta dei cattolici in politica: «Per promuovere la comunione ecclesiale e la capacità di presenza apostolica della Chiesa appare molto significativa e carica di promesse la grande varietà e vivacità di aggregazioni e movimenti, soprattutto laicali, che caratterizza l’attuale periodo post-conciliare. […] Associazioni e movimenti costituiscono, in effetti, un canale privilegiato per la formazione e la promozione di un laicato attivo e consapevole del proprio ruolo nella Chiesa e nel mondo, secondo il genuino insegnamento del Concilio. Questa autentica laicità cristiana, che sarà oggetto della prossima sessione ordinaria del Sinodo dei vescovi, non può intendersi in alcun modo in alternativa all’ecclesialità, ma solo all’interno di essa, come un modo specifico, caratterizzato dall’inserimento nelle realtà terrene, di vivere la comune appartenenza e missione cristiana ed ecclesiale» (n. 6: 11.04.85). Se questa chiamata alla missione era intesa come la condizione per iniettare un dinamismo all’azione missionaria della chiesa, Giovanni Paolo II ne indicava poco oltre nel decisivo n. 7 la finalità: «Ovviamente la complessità del contesto socio-culturale rende particolarmente necessario quell’esercizio del discernimento spirituale e pastorale che è al centro dell’attenzione del Convegno. Occorre innanzitutto aver chiaro il criterio di fondo di tale discernimento. Già il Concilio individuava nell’uomo, nella centralità dell’uomo, il principio di convergenza tra credenti e non credenti nell’epoca presente, che non può non dirsi umanistica. […] Occorre superare, carissimi fratelli e sorelle, quella frattura tra Vangelo e cultura che è, anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca; occorre porre mano a un’opera di inculturazione della fede che raggiunga e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero e i modelli di vita, in modo che il cristianesimo continui ad offrire, anche all’uomo della società industriale avanzata, il senso e l’orientamento dell’esistenza. Ciò potrà avvenire solo a condizione che non si appiattisca la verità cristiana, e non si nascondano le differenze, finendo in ambigui compromessi: il dinamismo inesauribile della riconciliazione cristiana e del perdono “fino a settanta volte sette” non annulla infatti le esigenze oggettive della verità e della giustizia» (n. 7: 11.04.85). Di qui la solenne chiamata all’azione sociale e politica dei cattolici: « Proprio la forma di governo democratica, che l’Italia ha conseguito e che come cittadino ogni cristiano è impegnato a salvaguardare e a rafforzare, offre lo spazio e postula la presenza di tutti i credenti. I cristiani mancherebbero ai loro compiti se non si impegnassero a far sì che le strutture sociali siano o tornino ad essere sempre più rispettose di quei valori etici, in cui si rispecchia la piena verità sull’uomo. […] La storia del movimento cattolico, fin dalle origini, è storia di impegno ecclesiale e di iniziative sociali che hanno gettato le basi per un’azione di ispirazione cristiana, anche nel campo propriamente politico, sotto la diretta responsabilità dei laici in quanto cittadini, tenendola ben distinta dall’impegno di apostolato, proprio delle associazioni cattoliche. […] Questo insegnamento della storia circa la presenza e l’impegno dei cattolici non va dimenticato: anzi, nella realtà dell’Italia di oggi, va tenuto presente nei momenti delle responsabili e coerenti scelte che il cittadino cristiano è chiamato a compiere» (n. 8: 11.04.85).

La collocazione a Loreto del Convegno della Chiesa italiana era motivato da una ragione occasionale, ma il riferimento all’Italia e all’impegno nella vita civile del Paese è ritornato in prospettiva europea nell’insegnamento dei Papi a Loreto in occasione degli incontri dei giovani. È significativo questo appello di Papa Wojtyla di respiro europeo, che accenna ai due polmoni del Continente: «Questa grande moltitudine di giovani d’Europa, riuniti per la celebrazione dell’Eucaristia, sullo sfondo del Santuario, è anche l’e­spressione eloquente di una importante verità storica: da duemila anni il cristianesimo ha posto le radici nelle nazioni del nostro continente ed è diventato il germoglio salvifico della vita, della cultura e della civiltà europea. Questo vale non soltanto per il passato. Se è vero che la civiltà europea, specialmente quella moderna, ha avuto molteplici radici, non è men vero che essa è cresciuta prima di tutto da radici cristiane. E ciò si avverte a tanti livelli. Forse in nessun altro luogo come in Europa la presenza del Vangelo ha potuto esprimersi in modo così ricco, non soltanto attraverso le opere della cultura e dell’arte, presenti dappertutto, ma anche mediante la testimonianza di numerosi santi e beati, cominciando dagli Apostoli Pietro, Paolo, Andrea e Giacomo. Quanti santi sono sorti nel corso dei secoli all’interno delle varie Comunità ecclesiali in Europa! Sono nati sia nel contesto della tradizione occidentale che di quella orientale. Due tradizioni che si completano a vicenda e che sono non soltanto due modelli d’inculturazione del cristianesimo nella vita delle culture e delle nazioni, ma anche come due polmoni con i quali respira l’organismo spirituale della Chiesa di Cristo» (n.3: 10.09.95). Tale richiamo ritorna nelle parole di Papa Benedetto a Loreto nel 2007, nell’ultimo incontro con i giovani: «Seguire Cristo, cari giovani, comporta inoltre lo sforzo costante di dare il proprio contributo alla edificazione di una società più giusta e solidale, dove tutti possano godere dei beni della terra. So che molti di voi si dedicano con generosità a testimoniare la propria fede nei vari ambiti sociali, operando nel volontariato, lavorando alla promozione del bene comune, della pace e della giustizia in ogni comunità. Uno dei campi, nei quali appare urgente operare, è senz’altro quello della salvaguardia del creato. Alle nuove generazioni è affidato il futuro del pianeta, in cui sono evidenti i segni di uno sviluppo che non sempre ha saputo tutelare i delicati equilibri della natura. Prima che sia troppo tardi, occorre adottare scelte coraggiose, che sappiano ricreare una forte alleanza tra l’uomo e la terra. Serve un  deciso alla tutela del creato e un impegno forte per invertire quelle tendenze che rischiano di portare a situazioni di degrado irreversibile. » (02.09.07). Col procedere degli anni è bello vedere lo spostamento degli accenti che porta, all’inizio del terzo Millennio, a temi di impatto mondiale come la salvaguardia del creato.

In cammino

Ho cercato attraverso la simbolica della casa di raccogliere il filone più importante, anche se non l’unico, del messaggio dei Papi a Loreto. Mi piace terminare con una citazione di Papa Benedetto nel 50° anniversario del primo viaggio di Papa Giovanni a Loreto, alla vigilia del Concilio. Essa riassume il nostro cammino: «La fede ci fa abitare, dimorare, ma ci fa anche camminare nella via della vita. Anche a questo proposito, la Santa Casa di Loreto conserva un insegnamento importante. Come sappiamo, essa fu collocata sopra una strada. La cosa potrebbe apparire piuttosto strana: dal nostro punto di vista, infatti, la casa e la strada sembrano escludersi. In realtà, proprio in questo particolare aspetto, è custodito un messaggio singolare di questa Casa. Essa non è una casa privata, non appartiene a una persona o a una famiglia, ma è un’abitazione aperta a tutti, che sta, per così dire, sulla strada di tutti noi. Allora, qui a Loreto, troviamo una casa che ci fa rimanere, abitare, e che nello stesso tempo ci fa camminare, ci ricorda che siamo tutti pellegrini, che dobbiamo essere sempre in cammino verso un’altra abitazione, verso la casa definitiva, verso la Città eterna, la dimora di Dio con l’umanità redenta (cfr Ap 21,3)» (04.10.12). La Santa Casa di Loreto ci invita a sostare per rimetterci di nuovo in cammino!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 


[1]     Per una simbolica della casa il rimando è all’opera ormai classica di G. Bachelard, La poetica dello spazio [1957], Bari, Dedalo, 1975. Ma si veda anche H. Eickhoff, voce: Casa, in Ch. Wulf (a cura di), Cosmo, corpo, cultura. Enciclopedia antropologica, Edizione italiana a cura di A. Borsani, Prefazione di Remo Bodei, Milano, Paravia Bruno Mondadori, 2002, 217-227 (bib.); orig. Vom Menschen. Handbuch Historische Anthropologie, Weinheim und Basel, Beltz Verlag, 1997.

[2]     Di recente è ritornato in prospettiva pragmatica e morale: E. Coccia, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità, Einaudi, Torino 2021, p. 155.