La storia spirituale dell’Eremo San Salvatore

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Domenica 22 agosto 2021, il vescovo Franco Giulio ha preso parte all’inaugurazione del primo lotto dei lavori di restauro dell’eremo di San Salvatore (Massino Visconti), il piazzale antistante al quale è stato intitolato alla memoria di mons. Aldo Del Monte vescovo di Novara dal 1972 al 1991.


La storia spirituale dell’Eremo San Salvatore
Omelia in occasione della messa di inaugurazione dell’eremo di San Salvatore
22-08-2021
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Pubblichiamo di seguito il testo integrale della sua omelia, che ripercorre la storia spirituale dell’antico eremo, partendo proprio dall’omaggio alla figura del compianto vescovo emerito di Novara.

 

La storia spirituale dell’Eremo San Salvatore

Omelia in occasione della messa di inaugurazione dell’eremo di San Salvatore

 

Questa mattina, prima di lasciare il mio buon ritiro, dove mi concedo un po’ di giorni per studiare, pregare e scrivere, ho inviato a Roma un contributo sul tema della catechesi e sull’identità dei catechisti, essendo stato eletto presidente della Commissione CEI per la Dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. In questo testo, commentando il Motu proprio di Papa Francesco, Antiquum ministerium, il quale invita la Chiesa a istituire il ministero dei catechisti, ho cercato di tratteggiare la spiritualità del catechista testimone. Mi è sembrato significativo, allora, fare da parte mia un gesto di riconoscenza verso mons. Aldo Del Monte, dedicandogli il contributo in questo modo: “Alla cara memoria di mons. Aldo Del Monte, pioniere del rinnovamento catechistico”. E sono ugualmente felice che al mio venerato Predecessore sia stato dedicato il piazzale davanti al complesso monumentale degli edifici di san Salvatore, che ha una lunghissima storia, come l’irresistibile don Antonio mi ha descritto nel testo che mi ha gentilmente inviato. Lo ringrazio anch’io come voi lo avete lodato: cercate di tenerlo caro al vostro cuore.

Ho pensato dunque che fosse bello commentare, in questa circostanza che ci vede qui riuniti, la lunga storia del Sacro Monte di san Salvatore, che risale addirittura all’anno 867 d.C., collegando le tre grandi tappe della storia di questo sito alle tre letture che abbiamo ascoltato (Sof 3,14-17; Gal 4,4-7; Lc 2, 39-52).

1. Il dono della Presenza

La prima tappa del sito di san Salvatore è legata a una domanda che suscita meraviglia e che formulo così: come possono sorgere a questa altezza monumenti di tal fatta, così come sono sorti altri monasteri ad altitudini simili, ad esempio la Sacra di san Michele in val di Susa? Ancor più strabiliante è il fatto che tali complessi hanno la caratteristica di essere stati costruiti tutti a mano. Allora ecco la domanda che sorge spontanea: “Come una persona può innamorarsi di un luogo come questo?!”. Perché se anche oggi non sentiamo il brivido e addirittura non ravviviamo il fuoco ardente, che cova sotto la cenere e che i nostri amici, qui presenti, hanno cercato di riaccendere, non riusciremmo a capire e rispondere al nostro interrogativo. Ce lo suggerisce la prima lettura che abbiamo ascoltato e che nelle sue espressioni anticipa ed evoca quanto verrà detto nell’annunciazione alla Vergine Maria:

“Rallégrati, figlia di Sion,
(…) il Signore è in mezzo a te! [in ebraico: nel tuo seno]” (Sof 14a.15b)

che nel Vangelo di Luca diventa:

“Rallegrati, piena di grazia, – che sostituisce l’espressione Figlia di Sion –
il Signore è con te” (Lc 1,28)

In greco poi si tratta di un’allitterazione che non può non colpire l’orecchio:

“Χαῖρε, κεχαριτωμένη, ὁ κύριος μετὰ σοῦ.” (Lc 1,28)

È il dono della presenza. Non ci si può innamorare di un ambiente come questo, se non si sente il dono di una Presenza attorno alla quale costruire il cammino della propria vita. In tutte le religioni universali l’immagine del monte, della montagna, a motivo della sua altezza rappresenta il luogo dove l’uomo, mentre ascende fisicamente verso la vetta, in modo simbolico sale verso Dio. Parimenti Dio si abbassa, scende verso l’uomo e intesse un dialogo, crea un’alleanza con lui, incontrandosi a metà cammino. Nella Bibbia la topologia del monte, e sono innumerevoli gli esempi che si trovano nella storia delle religioni, assume il rilievo dell’incontro con la Presenza stessa di Dio. Ed è una presenza che dona gioia. Credo che, se ci sarà un futuro per la fede cristiana, ma più semplicemente direi per la vita umana, sarà in fondo perché scopriremo che uno non può stare in piedi, non può reggersi e non può affrontare la vita, se non abita il roveto ardente di una Presenza che gli dia gioia.
Una religione che non doni gioia, che non sia capace di far ardere il cuore, non può essere autenticamente cristiana. Ma forse lo si deve dire per ogni religione. La fede o dona la gioia oppure semplicemente non esiste, non è capace di donare la felicità, come si usa anche dire, la felicità dell’uomo e della donna, dei genitori, dei figli attraverso i quali passa la trasmissione della vita e nei quali scorre l’onda della vita. Per scoprire questa dimensione della gioia e della felicità è interessante rilevare che occorre estrarsi e astrarsi dalla vita quotidiana, dal cammino comune di ogni giorno. Bisogna trovare un luogo che, come è detto nel Vangelo, sia riservato, in disparte. Lo abbiamo ascoltato nella XVI Domenica del Tempo Ordinario di quest’anno, quando Gesù invita i suoi a ritirarsi in luogo solitario, eremitico, come si esprime il testo in greco: eis éremon tópon, “εἰς ἔρημον τόπον” (Mc 6,31). A questo corrisponde anche il primo momento della vicenda storica del sito di san Salvatore.
La prima fase di san Salvatore è rappresentata dalla presenza dei monaci eremiti (da mónos, colui che vive da solo) di sant’Agostino che hanno abitato questo luogo. Ed è da comprendere che se alcuni uomini sono saliti sin qui e vi hanno dimorato, vi hanno costruito alcune celle, con i rigori dell’inverno e l’austerità di questo tipo di vita, senza l’agiatezza e la tecnologia che per noi è immancabile, se hanno potuto rispondere alla durezza del freddo e alla lotta con le avversità della vita, è perché qui avevano scoperto il roveto ardente a cui s’erano riscaldati. Noi non cerchiamo più questo riferimento, forse neppure i preti o i vescovi. Se i genitori, gli educatori, i formatori, i maestri, gli allenatori, tutti coloro che trasmettono un frammento di vita, non comunicano il fuoco che li anima dal di dentro, è impossibile che i giovani di oggi possano avere un futuro domani.

2. Il segno della fraternità

La seconda fase della storia di san Salvatore è in qualche modo lo sviluppo naturale del primo momento. Perché se i primi abitatori di questo luogo furono alcuni eremiti e questi hanno mostrato la bellezza – e la felicità – di trovare qui la sorgente d’acqua viva a cui abbeverarsi, divenne naturale condividerla insieme con altri, contagiare altre persone, nel tentativo di trasformare l’esperienza eremitica in una vita cenobitica, fondando un percorso di vita comune. Sorse, dunque, un monastero cenobitico (il cenobio è il luogo della vita comune) ed è sorprendente il modo con cui, in un luogo così difficile per la sopravvivenza, questi monaci abbiano potuto abitare, organizzandovi un tipo di vita comunitaria, se consideriamo com’è impervio e inaccessibile questo luogo.
Nella seconda lettura abbiamo ascoltato un versetto fulminante, tratto dalla Lettera ai Galati, un’espressione che amo moltissimo. Nutro il desiderio di ritirarmi anch’io, in un luogo solitario, per scrivere una grande opera di teologia cattolica che commenterà solo questo versetto della Lettera ai Galati. Metterò in esergo proprio questa espressione di Paolo, che contiene il mistero della Trinità, la sua venuta in mezzo a noi e il nostro ritorno nel cuore del Padre:

“E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida: ‘Abbà! Padre!’”. (Gal 4,6)

Se il primo momento ci parla del dono della Presenza, il secondo momento introduce il segno della fraternità. La “prova” (che è in realtà un segno) che esiste il Dio cristiano sta nel fatto che voi siete figli e dunque siete tutti fratelli. Ma non si tratta di una fraternità facile, che dà una pacca sulle spalle come fanno i buoni amici. Riascoltiamo il testo:

“E che voi siete figli – è un plurale: non sei figlio da solo –
lo prova il fatto che Dio (ὁ θεὸς, dice il greco) mandò nei nostri cuori
lo Spirito del suo Figlio (è il movimento discendente)
il quale grida: “Abbà! Padre!” (è il movimento ascendente)

Il verbo finale (“grida”) evoca la preghiera di Gesù nel Getsemani. E forse c’è anche un accenno alla preghiera glossolalica: è la preghiera che cerca il volto di Dio, anche quando sembra essere assente, e che fa affiorare sulle labbra, mediante lo Spirito di Gesù, l’invocazione: Abbà! Padre – Αββα, ὁ πατήρ. Paolo usa l’espressione aramaica: Abbà, accostandovi la traduzione greca: ὁ πατήρ. L’Apostolo sa che πατήρ – padre – non traduce perfettamente il termine aramaico di “Abbà” e per questo mantiene l’originale che ha pronunciato Gesù stesso. È interessante che in molte lingue del mondo le parole mamma e papà (o babbo) contengano le consonanti labiali (m-m-; p-p; b-b) perché le labbra sono coinvolte nel modo con cui il bambino risponde alla madre, mentre lo nutre. E la prima parola che il bimbo dice è pronunciata con le labbra che sono l’organo della suzione.
All’inizio del versetto sta dunque il termine Dio, ὁ θεὸς, senza volto né nome, ed è solo lasciandoci coinvolgere nell’ardito movimento con cui Dio ci viene incontro donandoci lo Spirito del Figlio suo che possiamo entrare nel movimento di risposta, altrettanto audace, che ci fa approdare con il grido della preghiera di Gesù ancora a Dio, invocato come l’Abbà-Padre. Soltanto alla fine del duplice movimento discendente e ascendente scopriamo il volto “paterno” di Dio e quindi il volto “fraterno” del nostro essere insieme. Ecco dunque: la comunità dei monaci che vivevano qui a san Salvatore comprese che quel roveto ardente, quel fuoco incandescente, poteva diventare un legame vivo e vitale, capace di farli diventare tessitori di fraternità.
Oggi ho saputo di un fatto bellissimo che riguarda proprio la vita di mons. Del Monte. Nell’immaginario un po’ retorico sul tempo trascorso qui a san Salvatore dal vescovo Aldo, si dice che egli vivesse in un capanno, dove trascorreva la sua giornata nella meditazione: in effetti lì vi celebrava la messa. Poi però passava la sua giornata accogliendo visitatori, vivendo in famiglia, la famiglia Enoc, anche quando scriveva e lavorava, perché quando si deve donare si ha bisogno di un volto, di una presenza, bisogna abitare una relazione. Non si può vivere solo e sempre “εἰς ἔρημον τόπον”, in un luogo solitario, ma si deve poterlo vivere e donare dentro buone relazioni. Ecco il segno della fraternità.

3. L’eremo della crescita

E, infine, è arrivata la terza fase per “quest’ermo colle” (cfr. G. Leopardi, L’infinito), che è il tempo in cui san Salvatore è stato preso in carico dalla parrocchia, fino ai giorni nostri. È un tempo molteplice e variegato, nel senso che il luogo resta sì uno spazio sacro, ma diventa anche attrattiva turistica, oltre che naturale e artistica, talvolta influenzata dal consumismo. In questo caso faccio un riferimento al brano evangelico che abbiamo ascoltato che ci presenta Gesù nel momento in cui si distacca dai suoi genitori.
Gesù viene sorpreso mentre si distacca dai genitori, al compimento dei dodici anni, che presso gli ebrei ancor oggi è il bar mitzwah (in ebraico בר מצווה‎), per così dire simile alla nostra cresima, quando il giovane ebreo diviene adulto, e quindi diventa soggetto alla Torah ed è abilitato a leggerla nella sinagoga. Gesù si ferma nel Tempio di Gerusalemme. I genitori dapprima lo cercano nella carovana tra i parenti, là dove si aspetterebbero di trovarlo, ma lo cercano nella direzione sbagliata, ancora nel grembo familiare, proprio nel momento in cui sta uscendo da esso. Un po’ come le donne al sepolcro che cercano Gesù dalla parte sbagliata: l’angelo infatti dice loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto …” (Lc 24, 5b-6a). Occorre cambiare direzione e mutare lo sguardo per trovare Gesù. Ed egli si fa trovare in un luogo, come leggiamo in questo testo che potremmo definire molto moderno, che è descritto dal confronto vivace tra le obiezioni della madre e le risposte del figlio adolescente.

“Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio (…) Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto questo?’” (Lc 2,46.48a)

Il testo allude alla situazione della madre quando avverte come un’offesa il tentativo dell’adolescente di emanciparsi dal genitore; e per rinforzare la sua obiezione la madre, quasi in uno spaccato di vita famigliare, coinvolge anche la figura del padre:

“Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. (Lc 2, 48)

La risposta di Gesù è scioccante e provocante:

“Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? – nella direzione sbagliata –

E poi soggiunge: “Non sapevate… – e invece dovreste sapere! Gesù dice in faccia a Maria e Giuseppe che dovrebbero sapere che cosa significa essere papà e mamma. È il sapere della generazione, del dare la vita, che è il sapere proprio dei genitori, degli educatori, dei formatori, dei professori, degli allenatori, dei medici… dei sindaci, cioè di tutti coloro che hanno a che fare con la crescita della vita. Tutti costoro dovrebbero sapere che essi, pur rimanendo un punto di riferimento, mantenendo una relazione e tenendo un legame, devono fare spazio al figlio, devono favorire la libertà di vivere e di realizzare la propria vocazione, devono lasciargli spazio per cercare il mistero della vita (che nel caso di Gesù è stare nella volontà del Padre).

“Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?

Il testo greco è più efficace, perché dice “ὅτι ἐν τοῖς τοῦ πατρός μου δεῖ εἶναί με;” – che io devo essere nelle/nei… del Padre mio (dove l’articolo, senza il sostantivo che è sottinteso, può essere sia un maschile che un neutro): alcuni esegeti interpretano tale espressione con “cose”, altri con “casa” (riferendosi al tempio); una buona interpretazione potrebbe anche essere: “stare nella relazione con il mistero di mio Padre”, così come si è espressa la seconda lettura. Tutti i figli prima o poi rivendicano questo davanti ai genitori.
Allora esprimo il desiderio che questo luogo, che sta vivendo l’ultima fase parrocchiale, diventi l’eremo della crescita, dove le persone vengono qui per trascorrere una giornata nella quale scoprono che non occorre andare chissà dove per vivere una bella esperienza di legami familiari. Una giornata di riposo del corpo e dello spirito con il panorama incomparabile di questi laghi. Auguro che l’eremo san Salvatore diventi il centro di gravità del Vergante per salire al Monte Santo!

Concludendo

A mo’ di inclusione torniamo a mons. Del Monte. Proprio qui in prossimità di questo eremo, nel 2004, mons. Del Monte scrisse un testo, che poi è stato ripubblicato tre anni fa, a cui ho premesso una mia introduzione, intitolato “L’umanità di Dio” (Aldo Del Monte, L’umanità di Dio. Gloria Dei homo vivens, Passio 22, Interlinea, Novara, 2018). Il testo racconta in quale modo il vescovo Aldo fu vulnerato fin nel profondo della sua anima da un fatto avvenuto il 12 dicembre 1942, durante la seconda guerra mondiale, in Russia sulle rive del fiume Don, quando un italiano che era all’addiaccio a -45°, per trovare il proprio posto al riparo, tolse la vita a un suo conterraneo. Del Monte fu segnato profondamente da questo fatto. Non ebbe il coraggio di raccontarlo subito, anche se aveva già scritto un testo per elaborare l’esperienza della guerra, nel libro “La croce sui girasoli” (Aldo Del Monte, La croce sui girasoli. Diario di un cappellano militare sul fronte russo, in varie edizioni), ma in questo testo trapela un dolore insopportabile e una forza d’animo altissima.
Suo compagno nella campagna di Russia era don Carlo Gnocchi (1902-1956), da tutti ben conosciuto. In occasione della beatificazione del prete ambrosiano, il cardinale Carlo Maria Martini fece scrivere a mons. Aldo Del Monte una biografia su don Carlo Gnocchi. C’è un interessante capitolo nel quale si racconta che don Gnocchi comprese che questo giovane sacerdote (don Aldo) non avrebbe potuto superare da solo la crisi derivata dall’esperienza della guerra – e mentre evochiamo questi avvenimenti, non possiamo non ricordare cosa sta succedendo in Afghanistan! –. Allora lo invitò per un giorno intero a Milano, per convincerlo a seguire il suo esempio, a guarire con la carità, che per don Gnocchi era la carità intrecciata alla scienza, la ferita mortifera della tragedia vissuta in guerra. Aldo Del Monte rimase per un giorno intero a Milano con un testimone laico, ma alla fine tornò a casa, e non se la sentì di seguire l’esempio di Gnocchi. Per dieci anni, per un intero mese estivo all’anno, ha visitato alcuni monasteri in Europa – “εἰς ἔρημον τόπον” –, per poter rielaborare e guarire dalle ferite interiori causate dalla tragedia della guerra.
Solo quando riuscì a superare questa situazione, divenne l’“Aldo Del Monte” che noi abbiamo conosciuto. Così lo voglio ricordare in questo luogo dove ha trascorso gli ultimi quattordici anni della sua vita!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara