Le due perle di Charles de Foucauld per raccontare il vescovo Renato

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Lo scorso 12 maggio, in cattedrale, il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la messa in ricordo del card. Renato Corti, a un anno dalla sua morte. Pubblichiamo di seguito il testo integrale con le sue parole.


Le due perle di Charles de Foucauld

Primo anniversario della morte del Card. Renato Corti Vescovo emerito di Novara
12-05-2021
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Le due perle di Charles de Foucauld

Primo anniversario della morte del Card. Renato Corti Vescovo emerito di Novara

 

Alle prime ore del mattino di qualche giorno fa ho avuto una buona ispirazione dallo Spirito Santo che mi ha suggerito ciò che dirò questa sera ricordando il compianto vescovo Renato, di cui ricorre oggi il primo anniversario del suo passaggio alla vita eterna.

In quest’anno sarà canonizzato Charles de Foucauld, anche se non si conosce ancora la data, e mi sono ricordato che don Renato, come lo abbiamo sempre chiamato, quando ero in seminario negli anni di prima e seconda teologia e poi ancora negli anni successivi, ha più volte illustrato a noi e ai giovani delle parrocchie la figura di questo santo. Nella sua esistenza Charles de Foucauld ha avuto una strana vicenda, poiché ha concluso la sua vita senza che nessuno seguisse immediatamente la sua intuizione o, come si usa dire, il suo carisma. Solo dopo qualche decennio, sulla sua intuizione è nata quella forma di vita religiosa a cui lui aveva pensato. Mi è dunque sovvenuto, sempre per quella buona ispirazione, a chi potessi rivolgermi per ottenere il testo di quelle meditazioni, dato che io non lo possedevo. Il parroco con cui ho collaborato a Monza molti anni fa, all’epoca in cui egli era stato vicario parrocchiale a Desio, più volte aveva invitato don Renato, perché tenesse un corso ai giovani su alcune figure spirituali. Così finalmente, dopo qualche peripezia, ho ottenuto questa serie di meditazioni.

Raccolgo due perle sulla figura di Charles de Foucauld e, ascoltando queste citazioni, davvero è come se ci parlasse ancora don Renato. Le due perle sono: la prima, La conversione di Charles de Foucauld del 1886, e la seconda, Il mistero di Nazareth che, potremmo dire, è la linfa più profonda, il succo più autentico dell’esperienza spirituale di questo nuovo santo.

 

  1. La conversione

Questa serie di conferenze pubblicate nel 1982 dall’editrice dell’Azione Cattolica di Milano, ha come sottotitolo “Lezioni di don Renato Corti”. Quindi si suppone che don Renato avesse fatto più interventi di seguito. A un certo punto egli ritrova fra i molti testi che già andava meditando da più di un decennio – all’epoca anch’io su sua ispirazione avevo letto il grande racconto di Jean Francois Six, Itinerario spirituale di Charles de Foucauld  (ora: Morcelliana, Brescia 2000), forse uno dei testi più belli usciti su questa figura spirituale – ben due racconti della conversione che lo stesso Carlo (come viene ricordato nelle lezioni da don Renato) descrive in flashback, cioè in modo retrospettivo nel 1897, l’una in forma di meditazione e l’altra come una lettera inviata ad un amico. Quindi dieci anni dopo, Charles de Foucauld ritorna sulla sua conversione, in due racconti – è un fenomeno che succede spesso –, perché in un primo momento la propria conversione è solo accolta e vissuta, poi, una volta avvenuta, diventa più chiara e, in un secondo momento si può raccontarla, dopo qualche passo di consolidamento, per così dire in flashback.

Primo racconto: la meditazione personale di Charles de Foucauld sulla sua conversione. Carlo scrive così:

All’inizio dell’ottobre 1886, dopo sei mesi di vita in famiglia, io ammiravo, volevo la virtù, ma non Vi conoscevo… Con quali invenzioni, o Dio di bontà, vi siete fatto conoscere da me? Di quali sotterfugi Vi siete servito? Di quali dolci e forti mezzi esterni?… e quali grazie interiori? quel bisogno di solitudine e di raccoglimento, di letture pie, quel desiderio di andare nelle Vostre chiese, io che non credevo in Voi, quel turbamento dell’anima, quell’angoscia, quella ricerca della verità, quella preghiera: “Mio Dio [è questa è la frase martellante che ritorna in tutte queste testimonianze] mio Dio se esistite, fate che io Vi conosca!” tutto ciò era opera Vostra, mio Dio, di Voi solo…

La forma del linguaggio, come si nota, assomiglia molto alle Confessioni di Agostino in dialogo diretto, quasi una confessio laudis:

Un’anima bella Vi aiutava [si riferisce al padre spirituale, Huvelin]; essa non agiva ma in silenzio lasciava che da lei emanassero come un profumo, la sua dolcezza, la sua bontà, la sua perfezione…Voi allora mi faceste quattro grazie.

La prima fu di ispirarmi questo pensiero: dato che quest’anima è tanto intelligente, la religione in cui essa crede così fortemente non dovrebbe essere una follia, come io credo.

La seconda fu d’ispirarmi quest’altro pensiero: la verità, che non si trova in terra in nessun’altra religione, né in nessun altro sistema filosofico, si trova dunque nella religione cattolica ammettendo che questa non sia una follia? [Si percepisce l’animo francese: da buon figlio di Cartesio innanzitutto vuol conoscere Dio con la ragione].

La terza fu di dirmi: “Studiamo allora questa religione: prendiamo un professore di religione cattolica, un prete colto, e vediamo di che cosa si tratta e se devo credere a quel che essa dice”.

La quarta fu la grazia incomparabile di indirizzarmi, per avere queste lezioni di religione, a Don Huvelin. Facendomi entrare nel suo confessionale, uno degli ultimi giorni di ottobre, tra il ’27 e il ’30 credo, Voi mi avete dato ogni bene, mio Dio… Io chiedevo lezioni di religione; egli mi fece inginocchiare e confessare, e mi mandò subito ricevere la comunione (corsivo mio, Charles de Foucauld, Écrits spirituels, 80-82).

È un racconto tipico di molte conversioni francesi che seguono questa parabola: partono con la conoscenza e terminano davanti all’Eucaristia! Don Renato ci avrebbe proposto con il suo stile e la sua voce, questo racconto quasi con un sussurro…

Secondo racconto: La lettera a Henri de Castries. L’altro testo è la lettera a Henri de Castries, un amico in crisi di fede, uno scritto più breve, nel quale si dice una cosa bellissima:

Nello stesso tempo, una grazia interiore fortissima mi spingeva: mi misi ad andare in chiesa e mi trovavo bene soltanto là e vi passavo lunghe ore a ripetere questa strana preghiera: “Mio Dio, sei esistete fate che vi conosca!” Mi convinsi che avrei dovuto informarmi su questa religione in cui forse si trovava quella verità che io di speravo di trovare, e mi dissi che la cosa migliore era di prendere lezioni di religione cattolica.  […]

Appena io ebbi creduto che un Dio esiste, capito che non potevo fare altro che vivere per Lui solo: la mia vocazione religiosa è nata nello stesso istante che la mia fede: Dio è tanto grande! C’è tanta differenza tra Dio e tutto ciò che non è Lui” (corsivo mio, Lettera a De Castries).

È molto significativa la formulazione per cui la conversione, la vocazione, la fede sono la stessa cosa! Sembra di vedere don Renato, con lo sguardo lampeggiante, mentre la ripete con la sua voce inconfondibile, lasciando un lungo silenzio per farla scendere dentro di noi!

 

  1. Il segreto di Nazareth

La seconda perla riguarda il fatto che Charles de Foucauld trova il suo spazio spirituale in Africa: vi era stato prima nel deserto del Marocco come ricercatore e da giovane scrisse anche un suo studio su questa esperienza con un linguaggio molto moderno. Vi ritornò di nuovo perché lì aveva conosciuto questi uomini che “credevano veramente” ed erano mussulmani. Carlo si lasciò molto interrogare da questo – lui francese in cui rimaneva sempre un certo senso di superiorità – perché in questi luoghi aveva trovato gente che credeva più di lui e meglio di lui, egli che era alla ricerca della vera religione. Tra gli eventi di quegli anni, ci fu anche un viaggio in Terra Santa: forse sentiva questo come un modo con cui poteva ritornare nella terra nella quale era diventato adulto. Cominciare dalla terra di Gesù, da Nazareth, per poi andare nei paesi islamici. A Nazareth Carlo rimane tre anni, di seguito sta un po’ di tempo a Gerusalemme. Dopo queste esperienze, egli comprende che Nazareth non è solo un luogo geografico, ma diventa simbolicamente per lui un modo di rapportarsi con la vita delle persone. Anche per questo momento decisivo del suo itinerario spirituale vi propongo due testi di cui il brano finale è uno squarcio sul suo metodo di evangelizzazione.

Carlo era entrato nella Trappa per imitare Cristo [in un primo tempo era diventato trappista] e per il medesimo motivo ne esce.  […] Carlo approda al convento delle Clarisse di Nazareth. Ottiene di alloggiare come domestico di convento abitando una capanna di assi dove vengono riposti gli arnesi di lavoro. Tutto l’arredamento consiste in un pagliericcio, uno sgabello, un tavolino. […] Viene inoltre illuminato in maniera straordinaria della pagina evangelica della Visitazione, meditata durante un ritiro a Efrem: nota che Gesù, fin da prima della nascita è Salvatore e si domanda come aprirsi sempre più alle esigenze dell’evangelizzazione. Con tutto questo, un punto resta fermissimo: che io viva dovunque in una Nazareth, dovunque nascosto in Gesù” (Lezioni di Renato Corti, 29-30).

Ecco qual è il mistero di Charles de Foucauld, il mistero dell’umiltà, del nascondimento, della parola che entra nella terra. Vi propongo il brano finale nel quale egli, Carlo, avendo abitato per tre anni a Nazareth – e cito questo anche come ricordo personale dal momento che don Renato ci faceva leggere direttamente i testi dell’autore – tutte le mattine faceva due o tre ore di meditazione commentando per iscritto i testi del Vangelo. Vi sono dieci volumetti dell’editrice Città Nuova che raccolgono tutte queste meditazioni. Alcune pagine forse sono un po’ di paglia (il suo padre spirituale gli aveva sconsigliato di leggere commenti), ma ogni tanto qualche pagina brilla con il bagliore di una stella di prima grandezza alla luce della sua intuizione originale: “Mi hai fatto conoscere Te, Signore!”. E cosa ha conosciuto a Nazareth, Charles de Foucauld? Ha conosciuto e vissuto il mistero dell’umiltà e del nascondimento, che poi egli ha trasposto nel suo spirito di evangelizzazione.

Sarebbe altrettanto interessante parlare della passione evangelizzatrice, come più volte l’ha descritta don Renato. Egli ha avuto modo di commentare, sotto diverse prospettive, l’opera dei primi evangelizzatori, nel libro degli Atti, nelle Lettere di Paolo. È interessante il fatto che gli evangelizzatori, che vanno in missione annunciando la Parola, non potrebbero andarvi se non ritornando al modo di pensare e praticare la missione per contagio, come la descrive Charles de Foucauld. E come avviene in concreto questa forma della missione? Ecco l’ultimo testo:

Con tutte le mie forze vorrei dimostrare a questi poveri fratelli smarriti [si riferisce ai mussulmani] che la nostra religione è tutta carità e fraternità [è interessante notare come si sia già spostato l’ago della bilancia, non si parla più di religione vera, ma di religione fraterna e di amore], che il suo emblema e il cuore: conversare, dare medicinali, elemosine, ospitalità nell’accampamento, dimostrarsi fratelli, ripetere che siamo tutti fratelli in Dio e che speriamo di arrivare tutti un giorno allo stesso paradiso, pregare per i tuareg di tutto cuore: ecco la mia vita (Lettera ad Henry De Castries, 1904).

È un brano scritto più di secolo fa, eppure è molto attuale, basti pensare anche all’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti”. Poi Carlo rivela qual è il suo metodo missionario che paradossalmente è un ministero evangelizzatore senza l’annuncio della Parola. Dice infatti in un testo indimenticabile:

Anzitutto preparare il terreno in silenzio, con la bontà, con il contatto, con il buon esempio; stabilito il contatto, farsi conoscere da loro e conoscerli; amarli dal profondo del cuore, farsi stimare e amare da loro; con ciò, far cadere i pregiudizi, ottenere fiducia, acquistare autorità – e questo richiede tempo – poi parlare in privato ai meglio disposti, con molta prudenza, a poco a poco, a ognuno in maniera diversa in modo da dare a ciascuno quello che è capace di ricevere… Quando vedranno degli uomini, più virtuosi di loro più sapienti di loro, che parlano di Dio meglio di loro e che sono cristiani, essi saranno ormai disposti ad ammettere che forse quegli uomini non sono nell’errore e saranno pronti a chiedere a Dio la luce (corsivo mio, Lettera a Joseph Hours, 1911).

L’espressione in corsivo ci fa venire alla mente il ruolo dell’amicizia nella conversione di Charles de Foucauld. Concludendo mons. Corti afferma lapidariamente: «il metodo della sua conversione diventa il metodo della evangelizzazione» (p. 35). Questa è insomma la traduzione del mistero di Nazareth secondo Charles de Foucauld. Come Gesù per trent’anni non ha parlato, ma ha vissuto immerso nella vita quotidiana di ogni giorno e attraverso quello ha fatto maturare la parola di Dio, quella parola che era Lui stesso e che Egli portava, così l’evangelizzatore deve avere sempre una “piccola Nazareth”, perché le parole che poi dirà nell’opera di evangelizzazione in famiglia, in casa, con i figli, con le persone a cui vuol bene, al lavoro, saranno più o meno sapide, avranno sapore e colore, solo se non smetteranno di abitare a Nazareth. Il mistero di Nazareth è il Vangelo accolto, il seme nel campo che marcisce e rinasce come pianta rigogliosa per ogni terreno e in ogni tempo. Credo che questo sia anche il segreto dell’immagine del Vangelo che don Renato dava nel suo modo di annunciare, quasi con un po’ di riservatezza, e che ha la sua origine spirituale in quello che abbiamo meditato.

Così lo ricordiamo con affetto!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara