L’Orazione sul «Padre Nostro» di san Francesco d’Assisi

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Lo scorso 4 ottobre il vescovo Franco Giulio ha celebrato la messa per la Festa di San Francesco nella chiesa del convento dei frati cappuccini di San Nazzaro a Novara.

Di seguito il testo integrale della sua omelia.

 

L’Orazione sul «Padre Nostro» di san Francesco d’Assisi

Omelia nella messa per San Francesco

 

Nel solco delle feste dedicate a san Francesco, inaugurate negli scorsi anni, proseguiamo questa sera leggendo e commentando un testo degli Scritti di cui è certa l’attribuzione al Poverello di Assisi. È il nostro modo per onorare quel santo che ha segnato profondamente, con una svolta storica, il millennio che si è appena concluso. Lo facciamo anche per tutti coloro che portano il nome significativo di Francesco, e che anch’io condivido, essendo il nome con cui sono stato battezzato, anche se all’anagrafe è stato poi cambiato.


L’Orazione sul «Padre Nostro» di san Francesco d’Assisi
Omelia nella messa per San Francesco
04-10-2021
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Per questa Eucaristia ho scelto l’Orazione sul «Padre nostro», così come lo scorso anno avevo commentato la Preghiera davanti al Crocifisso. Il primo editore degli scritti del santo, Kajetan Esser ofm, aveva chiamato questo testo Expositio in Pater noster, la Spiegazione del Padre Nostro, ma il titolo più aderente ai contenuti del componimento è certamente questo che viene pubblicato nell’ultima edizione critica di C. Paolazzi, di pochi anni or sono (2009), e che si chiama Oratio super Pater noster[1]. In effetti quello di Francesco non è un commento, ma piuttosto una preghiera meditata: il suo è un pregare sulla preghiera di Gesù. San Francesco fa questo esercizio innanzitutto per se stesso: è una preghiera assaporata, interiorizzata, amplificata per accogliere la memoria e i benefici divini e si concentra sul duplice comando evangelico dell’amore verso Dio e verso il prossimo, aprendo anche una prospettiva verso il futuro. Questo testo dunque ci consente di percepire lo spirito stesso di Francesco.

L’Oratio inizia così:

“O santissimo Padre nostro (Mt 6, 9b): creatore, redentore, consolatore e salvatore nostro”.

Con questo primo commento Francesco cerca di svolgere le venature che sono contenute nell’espressione “Padre nostro”. È interessante notare che il santo non percorra la strada dell’ap­profondimento psicologico del termine o del concetto di Padre, ma piuttosto quella teologico dei nomi che sono attribuiti a Dio come Creatore, ma anche a Gesù come Redentore e Salvatore, e allo Spirito come Consolatore. Questa caratteristica sottolinea con forza che per Francesco le opere del Padre nostro, compiute per noi nella storia della salvezza, sono attribuite in unione a tutta la Trinità.

“Che sei nei cieli (Mt 6, 9b)”.

Questa frase relativa della preghiera del Signore, che sembra semplicemente indicare il luogo della divinità – infatti tutta la tradizione antica colloca nel “cielo” la dimora di Dio – in Francesco riceve invece una risonanza singolare. Infatti, egli aggiunge:

“negli angeli e nei santi,
e li illumini alla conoscenza, perché tu, Signore, sei luce;
li infiammi all’amore, perché tu, Signore, sei amore;
poni in loro la tua dimora e li riempi di beatitudine,
perché tu, Signore, sei il sommo bene, eterno bene,
dal quale proviene ogni bene e senza il quale non esiste alcun bene”.

La risonanza presente nella frase relativa che segue all’invocazione “Padre nostro” è veramente sorprendente! L’espressione “che sei nei cieli” dice che la condizione celeste degli angeli e dei beati, che noi chiameremmo la comunione dei Santi, è un dono di gloria nel quale il conoscere sta al primo posto. Dal conoscere nasce l’amore; dall’amore nasce la dimora di Dio nella vita dei credenti, che sono nello stato della beatitudine e la beatitudine è senza fine. È veramente bella questa risonanza sulla spiegazione del “cielo”!

“Sia santificato il tuo nome (Mt 6, 9c)”

Francesco commenta:

“si faccia luminosa in noi la conoscenza di te”, interpretando il santificare sul registro della conoscenza. E poi il santo continua:

“perché possiamo conoscere
qual è l’ampiezza dei tuoi benefici (cfr. Ef 3,18),
l’estensione delle tue promesse,
la sublimità della tua maestà
e la profondità dei tuoi giudizi”.

Con l’invocazione “sia santificato il tuo nome”, Francesco coglie il senso profondo del tema del “santificare” che è legato al tema della festa. Infatti, si tratta del luogo e del tempo dove mettiamo al centro Dio, il suo primato. Il primato di Dio è significato da una ricerca che deve guidarci a conoscere l’ampiezza dei suoi benefici, l’estensione delle sue promesse, la sublimità della sua maestà e la profondità dei suoi giudizi. È come se noi oggi dicessimo che dobbiamo condurre una vita sotto il cono di luce del primato di Dio, il quale colloca al loro posto tutte le cose umane, a tal punto che quelle che noi riteniamo prime diventano seconde, quelle che sono seconde diventano le terze. Non è questo il nostro problema più grande? Oggi invece tutto sembra essere diventato importante e non c’è più il senso della scala dei valori, della graduazione delle cose. Solo il primato di Dio mette in ordine la realtà dal punto di vista valoriale. Quindi santificare è mettere al centro il primato di Dio. Sennò le altre cose diventano inesorabilmente idoli. In questo caso funziona perfettamente la legge dei pieni e dei vuoti: se Dio non sta al centro, tale vuoto è riempito dalle cose che sono innalzate ad essere idoli.

“Venga il tuo regno (Mt 6, 10a):
affinché tu regni in noi per mezzo della grazia
e ci faccia giungere nel tuo regno,
dove la visione di te è senza veli,
l’amore di te è perfetto,
la comunione con te è beata,
il godimento di te è senza fine”.

Notiamo che Francesco riprende i quattro temi della parafrasi al “che sei nei cieli” e li traduce sul versante antropologico. Riprende anche il tema agostiniano che solo Dio può riempire il desiderio del cuore dell’uomo. Tutti gli altri oggetti diventano surrogati, finiscono per essere sostituti incapaci di riempire la profondità del desiderio. Ma il cuore dell’uomo ha un desiderio così ampio che nessuna realtà umana può colmarlo definitivamente. Ci sono realtà belle, utili, tra cui poniamo anche l’amore umano nelle sue varie manifestazioni, ma per vivere bene questi valori è necessario che essi siano messi al secondo posto rispetto al primo, altrimenti “impazziscono”, dal momento che facendo così ci attendiamo dall’altro/a una risposta che non è capace di dare e innalziamo la sua persona a una responsabilità inaudita, perché deve riempire ciò che non può colmare.

Segue poi un’espressione che per me è il gioiello e che urta la nostra comprensione di questa invocazione della preghiera di Gesù che noi spesso percepiamo come formale:

“Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra (Mt 6, 10b)”.

Quando ascoltiamo questa invocazione del Padre Nostro e quando la preghiamo percepiamo il riferimento alla volontà di Dio, quasi fosse inappellabile, anzi per qualcuno persino arbitraria, misteriosa, una volontà che non si può capire! Ma ascoltiamo come Francesco la fa risuonare, pregando dal suo profondo. Sottolineo che, mai come in questo caso, non si tratta di spiegazione, bensì di un pregare con la preghiera del Signore:

“Affinché ti amiamo con tutto il cuore,
sempre pensando te, con tutta l’anima,
sempre desiderando te, con tutta la mente,
indirizzando a te tutte le nostre intenzioni,
e in ogni cosa cercando il tuo nome, con tutte le nostre forze
spendendo tutte le nostre energie
e i sensi dell’anima e del corpo
in offerta di lode al tuo amore e non per altro;
affinché amiamo i nostri prossimi come noi stessi,
attirando tutti secondo le nostre forze al tuo amore,
godendo dei beni altrui come fossero nostri
e nei mali soffrendo insieme con loro
e non recando alcuna offesa a nessuno” (cfr. 2Cor 6, 3).

Queste espressioni sono il cuore di questa parafrasi pregata del “Padre nostro”! In effetti, Francesco usa lo Shemà Israèl – שְׁמַע יִשְׂרָאֵל /Ascolta Israele – che ben conosciamo ed è la citazione al capitolo 6 del duplice comandamento secondo il Deuteronomio – ma egli lo traduce con un ritmo davvero inimmaginabile. Qui abbiamo un esempio sublime di un pregare sulla preghiera di Gesù, che dilata linguisticamente il testo biblico e fa vibrare il senso dell’invocazione “sia fatta la tua volontà”, con una variazione musicale piena di slancio e d’affetto. Potremmo dire che qui si raggiunge il culmine del pregare con il Signore. Si noti il cuore di Francesco risuona all’unisono con il cuore di Gesù e ne viene una meditazione personalissima nella grande preghiera dei cristiani.

La seconda parte dell’Orazione sul «Padre nostro» è invece sorprendentemente laconica, brevissima, quasi che non volesse sciupare le tre intenzioni del Padre nostro, con le quali chiediamo il pane quotidiano, il perdono e la liberazione dal male. Francesco commenta brevemente le espressioni evangeliche, come se facesse vibrare appena appena la corda della preghiera.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Mt 6, 11):
il tuo Figlio diletto, Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi”.

Per il grande genio spirituale di Francesco il pane richiesto è Gesù stesso. Egli pose proprio nell’Eucaristia il suo punto fermo. Ho già richiamato altre volte che san Francesco era molto più radicale di tanti riformatori del tempo, e nonostante ciò è stato capace di non oltrepassare il confine dell’eresia. Il motivo di fondo sta proprio nella sua fede nell’Eucaristia. Dunque:

il tuo Figlio diletto, Signore nostro Gesù Cristo, dà a noi oggi, in memoria e comprensione e venerazione dell’amore che egli ebbe per noi e di tutto quello che per noi disse, fece e patì”.

In questo anno nel quale speriamo di poter ripartire, abbiamo bisogno di recuperare tanti beni, e tra questi dobbiamo custodire certamente il pane e la salute. Sono beni assolutamente necessari, ma essi sono anche assolutamente insufficienti. Ora abbiamo bisogno di ben altro Pane! Infatti, il termine pane nostro, nell’invocazione della preghiera del Signore (τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον – “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”), è accompagnato dall’espressione “quello quotidiano” – τὸν ἐπιούσιον. Con l’articolo la parola è ambivalente, poiché letteralmente significa il pane che sta sopra” e che nei testi antichi veniva tradotto anche con supersostanziale. È il pane essenziale, il pane quotidiano, quello che basta ad ogni giorno. Ma ἐπιούσιον è anche il pane che serve per vivere: se molti di noi, dopo la pandemia, sono ancora sani, occorre usare la salute per un fine e un bene da compiere.

Mi sta a cuore una situazione di cui ho già parlato altre volte: come vivranno in questo anno i ragazzi che hanno frequentato negli anni 2020-2021 la terza media e la prima superiore? O i giovani della quinta superiore e del primo anno di università? Per loro questi due anni, che non torneranno più, sono stati anni rubati! Ma forse ci sono tante altre cose rubate, anche nell’esperienza di molti di noi durante questi due anni. In questo caso è necessario che il pane che chiediamo, quello della Parola, sia una parola viva, sapida – ἐπιούσιον! – sia il pane superessenziale, che nutre non solo il corpo, ma anche il cuore e la mente.

“E rimetti a noi i nostri debiti (Mt 6, 12a)”.

E Francesco commenta:

“Per la tua ineffabile misericordia,
per la potenza della passione del tuo Figlio diletto Signore nostro,
e per i meriti e l’intercessione della beatissima Vergine Maria
e di tutti i suoi eletti”.

Il perdono che riceviamo non è possibile se non nella comunione dei Santi, nella rete spirituale della intercessione dei santi, in particolare della Madre e Vergine Maria. È difficilissimo perdonare da soli: ci pare un gesto fatto in solitudine, mentre tutti gli altri sembra che vivano una vita fatta di ripicche e di gelosie, di musi lunghi e di interminabili risentimenti.

“Come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12b):
e quello che non rimettiamo pienamente,
tu, Signore, fa’ che pienamente perdoniamo”.

Questa è una bellissima e tenera espressione di Francesco. Possiamo donare il perdono e riconciliarci, possiamo tentare una ricucitura di rapporti e una tessitura sociale, che però è sempre insufficiente. Il Santo di Assisi sperimenta che il suo è un perdono imperfetto, e prega perché il Signore lo porti sempre a compimento. Dunque, con san Francesco, invochiamo il Signore perché dia pienezza alla nostra intenzione di perdonare.

Cosicché, per amor tuo, amiamo sinceramente i nemici (cfr. Mt 5, 4 4)
e devotamente intercediamo per loro presso di te,
non rendendo a nessuno male per male (cfr. Rm 12, 17)

Francesco pur non avendo una grande cultura biblica, non sbaglia mai le citazioni del testo sacro a cui si riferisce. Ha una sorta di conoscenza della Bibbia capace di scovare i testi essenziali che dimostrano un fiuto personale molto forte. Ci colpisce la collazione delle citazioni di cui è imbevuta la sua spiritualità. Poi Francesco continua nel commento:

e impegnandoci in te ad essere di giovamento in ogni cosa”.

Andando verso la conclusione della preghiera, il Poverello di Assisi prega:

“E non ci indurre in tentazione” (Mt 6, 13a).

Egli riporta il testo secondo la traduzione precedente della preghiera di Gesù – non ci indurre in tentazione – che in latino propriamente significa “condurre in” e che allora potremmo tradurre pregando non condurci dentro la tentazione”. A questa invocazione Francesco ha aggiunto solo un breve commento:

“E non ci indurre in tentazione (Mt 6, 13a): nascosta o manifesta, improvvisa o persistente”.

E infine termina:

“Ma liberaci dal male (Mt 6, 13b): passato, presente e futuro.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen”.

Questo è il commento di san Francesco alla preghiera del Signore. La seconda parte, come si è potuto notare, è solo accennata e la preghiera è per così dire solo sussurrata. Esprime il momento spirituale della sua esperienza, che avrà poi nelle regole e in tanti altri testi una ricaduta più fortemente morale.

Oggi però è bello esserci accostati al roveto ardente del cuore di Francesco e così preghiamo con lui quest’anno!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


[1]  Francesco d’Assisi, Scritti, Edizione critica a cura di Carlo Paolazzi, ofm, Frati Editori di Quaracchi, Grottaferrata (Roma) 2009, 52-59.