Malattia, tempo per… Omelia alla Giornata dell’Amicizia

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«Ho sempre dimostrato una particolare sensibilità a questo momento. Ma quest’anno c’è una novità, perché sono passato dalla vostra parte! Nel senso che anch’io ho vissuto quasi un anno a scartamento ridotto. Dunque, ho pensato di parlarvi delle tre cose che ho imparato, non solo mettendomi dalla vostra parte, ma stando dalla vostra parte».

Lo ha detto il vescovo – riferendosi al periodo di sosta forzata vissuto tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di quest’anno per un intervento – lo scorso sabato 25 maggio ai malati e ai volontari del mondo della sanità, riuniti a Boca per la tradizionale giornata dell’Amicizia.


La malattia, un tempo per…
Omelia nella Giornata dell’amicizia
25-05-2019
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«Sono tre cose molto semplici e facili, a cui io devo solo dare la parola. Quando si diventa anziani, quando si ha qualche acciacco, quando si cade ammalati, accadono almeno tre cose, che sono le tre più evidenti: si è più passivi che attivi, si ha più tempo per sé che per gli altri, si ha più tempo per pregare che per fare», ha detto il vescovo.


Ecco il testo integrale della sua omelia.

La malattia, un tempo per…

Omelia nella Giornata dell’amicizia

 

Un saluto affettuoso a tutti voi che siete venuti sfidando il tempo inclemente per festeggiare e onorare questo momento dell’anno, nel quale qui al santuario di Boca solitamente l’Oftal, insieme a tutti gli altri gruppi e persone che si prendono cura dei malati, si ritrova per indicare quale sguardo bisogna avere sulla situazione della disabilità, della malattia, dell’anzianità, e per preparare anche il pellegrinaggio che si fa a fine luglio.

Ho sempre dimostrato una particolare sensibilità a questo momento. Ma quest’anno c’è una novità, perché sono passato dalla vostra parte! Nel senso che anch’io ho vissuto quasi un anno a scartamento ridotto. Dunque, ho pensato di parlarvi delle tre cose che ho imparato, non solo mettendomi dalla vostra parte, ma stando dalla vostra parte.

Sono tre cose molto semplici e facili, a cui io devo solo dare la parola. Quando si diventa anziani, quando si ha qualche acciacco, quando si cade ammalati, accadono almeno tre cose, che sono le tre più evidenti: si è più passivi che attivi, si ha più tempo per sé che per gli altri, si ha più tempo per pregare che per fare.

Si è più passivi che attivi

La condizione di anzianità, di disabilità e di malattia ci fa sperimentare, come a me è toccato per quasi tutto l’inverno, di essere più passivi che attivi, di essere persone che hanno bisogno e dipendono dagli altri, più che persone che possono fare e dare qualcosa agli altri. Nessuno di noi sceglie questo spontaneamente, ma ci si trova nella condizione di dover essere passivi, bisognosi, dipendenti.

Questa situazione ci aiuta però a scoprire una dimensione della vita: che l’essere passivi, l’essere bisognosi, l’essere dipendenti, ci fa imparare che è bello anche essere voluti bene, essere amati. Noi spesso pensiamo che amare voglia dire solo fare qualcosa per gli altri, amare gli altri, fare un’attività per gli altri, dare qualcosa agli altri. No! Si potrà fare meglio questo, solo se ci si lascia amare. Questo essere più passivi che attivi è quasi un canale obbligato per vivere tale esperienza. Certo non è facile, così come anch’io ho sperimentato in ospedale, quando tutte le mattine il primo pensiero non era chiedersi cosa fare, ma come vivere quel momento!

Questa esperienza è una cosa importante. Un mondo senza persone che hanno bisogno, che sono dipendenti e che a diversi livelli vivono una situazione di passività, così come vedo guardando i vostri volti, sarebbe un mondo disumano! Sarebbe un mondo solo di macchine, solo di persone che producono, che vivono un ritmo di vita iperattiva.

Tutto ciò diventa anche un’esperienza che illustra come si dovrebbe vivere, nel tempo della salute e della vitalità. Questa è la prima cosa che ho imparato. La sapevo già dai libri, ma un conto è saperla dai libri, un conto è conoscerla e riconoscerla sul proprio corpo. Ha un sapore tutto diverso, come può dire ciascuno di voi.

Si ha più tempo per sé che per gli altri

La persona che è in carrozzella, la persona che ha una disabilità, la persona che è un po’ acciaccata, la persona anziana, ha un ritmo giornaliero che gli fa avanzare molto tempo per sé. Ciò che può e deve fare con gli altri diventa più misurato.

A volte mi chiedono come sto e rispondo “sono al cinquanta per cento!”. Anche questa è una scoperta positiva, perché avere il tempo per sé, ti dà modo di entrare in se stessi, di essere più riflessivi, meno rigidi, meno intransigenti, meno pretenziosi, di diventare gente che non rincorre la prestazione. La nostra società è la società della prestazione, uno vale solo se raggiunge certi risultati. È per questo che un mondo senza malattia, sarebbe un mondo tremendo. Perché sarebbe un mondo nel quale l’unico criterio di normalità sarebbe la prestazione che una persona riesce a dare.

Ho imparato, invece, che c’è una prestazione che non produce nulla, ma è l’ascolto di sé e degli altri. Molte persone sono venute a trovarmi, con le quali ho parlato di tante cose belle e profonde. Ho letto molto e ho fatto anche cose impreviste: tra queste, ho scritto anche un testo per il capitolo delle suore presenti in clinica e che mi curavano. Si impara, insomma, anche l’aspetto del tempo per sé, non del tempo che si deve rincorrere, segnato dall’oro­logio… Il tempo dell’orologio è il tempo che rincorriamo; invece è il tempo per sé, è il tempo che ci è donato. È un tempo che ha una strana fisionomia, per cui un’ora di questo secondo tipo di tempo vale molto più di dieci ore dell’altro! Quando diciamo “non ho tempo”, dieci ore ci sembrano un minuto! Mentre quando ci doniamo del tempo, un’ora sembrano cinque!

Si ha più tempo per pregare che per fare

La terza e ultima cosa che si sperimenta è la seguente: si ha più tempo per pregare che per fare. Nel periodo del mio ricovero, ho letto tanto, narrativa, filosofia, teologia… ho pregato di più. Forse in questo anno ho fatto poco praticamente. Però c’è una bellezza anche in questo tempo nuovo: per pregare, per ricevere, per ascoltare. Questo è un tempo che potrebbe essere definito “spirituale”. L’unico accenno che faccio al Vangelo è preso dalla Sesta Domenica di Pasqua, anno C:

Dice Gesù ai suoi discepoli:«Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». (Gv 14,25-26)

Il tempo della malattia è il tempo, nel quale lo Spirito, attraverso la preghiera, ci ricorda le cose che magari ci ha già detto, ma in tale tempo ce le fa assaporare e vivere in un altro modo. È facile tutto questo? No, non è facile, perché tendenzialmente noi ci difendiamo da queste esperienze. Infatti speriamo di ritornare in fretta ad essere macchine efficienti e produttive.

Raccontandovi le cose che ho imparato, voi stessi riconoscerete le cose che già sapete. Il Signore vi doni la consolazione nel tempo della passività, della cura di sé e della preghiera.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara