Maria, madre e donna, che genera l’uomo nuovo

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«Gesù si rivolge alla Madre dicendo: “Donna, ecco tuo Figlio” e a Giovanni: “Ecco tua Madre”. Gesù la chiama “donna”, perché in quell’“ora” Maria diventa la madre di tutti i viventi, che genera nel dolore il figlio, l’uomo nuovo. Genera il figlio come madre, lo fa diventare uomo nuovo come donna».

L’amore materno, la dimensione femminile, l’esempio di Maria. Sono i temi che tocca mons. Franco Giulio Brambilla nel suo messaggio per Passio 2018, diffuso oggi, giovedì 8 febbraio, durante la presentazione dell’ottava edizione del progetto di cultura e arte attorno al mistero pasquale.

Di seguito il testo integrale, scaricabile anche da questo link.

«MADRE TU SEI OGNI DONNA CHE AMA»*

Messaggio per l’edizione 2018 di Passio, cultura e arte attorno al Mistero pasquale

Il dialogo di Gesù sulla croce con Maria e Giovanni, il discepolo amato, illumina il tema di Passio di quest’anno. Gesù si rivolge alla Madre dicendo: «Donna, ecco tuo Figlio» e a Giovanni: «Ecco tua Madre». Gesù la chiama “donna”, perché in quell’“ora” Maria diventa la madre di tutti i viventi, che genera nel dolore il figlio, l’uomo nuovo. Genera il figlio come madre, lo fa diventare uomo nuovo come donna.

Maria, dice il poeta, è ogni donna che ama. L’amore di una mamma dona la fiducia nella bontà della vita. Per questo Maria è presente in ogni donna. Donare la vita è trasmettere la cura per il vestito e per il cibo. Sono i due segni della cura amorevole di Dio per il mondo, in cui Gesù “vede” all’opera la mano del Padre nella creazione. La madre ama perché accudisce, la donna fa crescere quando dona un amore che libera. Per questo ha bisogno accanto un padre che porti il figlio nell’avventura della vita e di un uomo che la ricambi con un amore tenero e singolare.

Ogni donna che ama dona la vita buona, la fiducia che il mondo sia affidabile, la cura che nutre e veste la fragilità dell’esistenza, il balsamo che fascia il corpo dalle ferite d’ogni giorno. Per questo la donna genera nel timore e nel dolore, quando il piccolo d’uomo viene alla luce e quando nel passaggio della giovinezza deve trovare una luce nel chiaroscuro del mondo. Lì c’è sempre una madre che ama. Lì c’è sempre una donna che cura.

L’umanità che riceviamo alla nascita è un dono promesso: è presente come promessa, ma è ancora assente come dono compiuto. Ha bisogno di passare attraverso il travaglio del mondo e della storia per essere ricevuto come dono. L’amore di una madre è benevolente, confidente e sofferente. È benevolente perché vuole il bene del figlio nello spazio del mondo, è confidente perché affida all’esistenza il corpo del figlio non abbandonandolo mai con la sua cura, è sofferente perché sa che la bontà della vita è consegnata nelle mani fragili della responsabilità personale di ognuno.

Ogni donna che ama si specchia in Maria e la Madre di Gesù è l’icona per ogni donna che ama. All’inizio del vangelo, Maria sembra premere sul Figlio, perché inizi la sua missione e la sua corsa, con segni prodigiosi e parole suadenti. Gesù si sottrae alla Madre, perché non è ancora giunta la sua “ora”. La chiama “donna”, perché Lei non deve smettere di amare un uomo adulto, per far crescere bene il figlio in formato grande.

La Donna-Madre deve attendere l’“ora” del figlio, perché l’infante si lasci plasmare dal soffio dello Spirito come uomo nuovo. Per questo il piccolo d’uomo ha bisogno di parole che gli mettano sulle labbra il senso delle cose e gli aprano il cuore a seguire con tenacia le tracce del suo domani.

Bisogna interrogare i poeti sul mistero della madre che genera e ama. Una di loro – una donna – ha cantato di Maria e, in qualche misura di ogni donna, con queste parole: «E non venne fecondata da alcuno, / eppure generò come il poeta / cui basta uno sguardo / per riavere la sostanza del mondo» (A. MERINI, Poema della croce, in Mistica d’amore, Frassinelli, Milano 2008, 163).

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 

* Un verso tratto dalla poesia “Appena credere” di David Maria Turoldo