Tre forme del vigilare: omelia per il conferimento dei ministeri in seminario

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Domenica 29 novembre il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto il rito  dell’Ammissione agli Ordini sacri e del conferimento dei ministeri del lettorato e dell’accolitato per cinque seminaristi del Seminario San Gaudenzio.

Il ministero del lettorato – con l’Ammissione agli Ordini sacri – è stato conferito a Lorenzo Armano, della parrocchia di San Giovanni Battista in Alagna Valsesia e Matteo Norrito di Sant’Agabio in Novara. Il ministero dell’accolitato è stato conferito invece ai seminaristi Gianluca Brusatore, della Madonna Pellegrina in Novara, Samuele Bracca di San Pietro Apostolo in Casalvolone, Luigi Donati, del Sacro Cuore e San Quirico in Calice Domodossola.


Omelia per la celebrazione di conferimento dei ministeri
Omelia per la celebrazione di conferimento dei ministeri
29-11-2020
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Di seguito il testo intebrale dell’omelia del Vescovo Franco Giulio.

Tre forme del vigilare

Omelia per la celebrazione di conferimento dei ministeri

 

Carissimi,

in questa situazione straordinaria, come ci è stato ricordato all’inizio, in differita di sei mesi, celebriamo sia il rito di ammissione all’ordine del diaconato e del presbiterato, sia i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato. Salutiamo di cuore anche tutte le persone delle vostre comunità che sono in collegamento streaming.

Celebriamo questo rito, nella prima domenica di Avvento, entrando attraverso un bel portale nel percorso spirituale dell’anno liturgico, nel tempo che ci introduce al Natale. Questo anno è sottolineato dall’inizio dell’uso del nuovo Messale Romano, con formule nuove che dovremo gustare, soppesare, talvolta persino commentare nelle nostre comunità.

Ho trovato nel tema della vigilanza il motivo di fondo e il filo rosso che oggi ci accompagnano nella breve riflessione sulle letture dell’anno “B”, ascoltate prima del rito di istituzione dei ministeri. Solitamente nella prima domenica d’Avvento ci vengono offerti i grandi discorsi escatologici; quest’anno ci è proposto un brano molto preciso e semplice, che ha al centro il verbo vigilare.

Dunque, mi pare che si possa declinare il verbo “vigilare”, dicendo che è una forma dell’attendere, è una forma del passare il testimone – perché non si può vigilare tutta una notte da soli, ma ognuno deve fare un turno di veglia, come fanno coloro che sono di guardia tutta la notte – e, infine, vigilare è anche un saper contare le ore dell’attesa, perché la vigilanza comporta di saper scrutare il sorgere del giorno nuovo.

1.Vigilare è attendere

Anzitutto vigilare è una forma dell’attendere. Da qui deriva il tema dell’avvento. Per sé questo termine non deriva dal verbo attendere, perché attendere significa tendere verso – dal latino ad-tendere –, ma la parola “avvento” deriva da un’altra radice, dal verbo venire incontro – dal latino ad-venio .  Infatti, il modo con cui noi attendiamo è duplice ed è significato dai due termini che indicano ciò che ci viene incontro, la realtà che noi attendiamo. La prima parola è futuro (futurum), la seconda è avvento (adventus). Ciò che attendiamo o ha la dimensione del futuro o ha la dimensione dell’avvento.

Futuro (futurum) è la proiezione dei nostri desideri, ciò che speriamo per il domani, ciò che noi aspettiamo, attendiamo, vogliamo, desideriamo, programmiamo ed è il modo con cui agiamo per ottenere questo! L’avvento (adventus), invece, è ciò che ci viene incontro in maniera inaspettata, “sorprendente”, ciò che ci “prende da sopra”! Queste due parole indicano le dimensioni dell’Avvento: la prima è la proiezione di ciò che noi attendiamo, ad esempio in questo periodo, in questi giorni, l’attesa di come fare il Natale da parte di tante famiglie; la seconda, invece, è l’apertura a ciò che ci viene incontro, a ciò che ci sorprende, a ciò che è inaspettato. Tuttavia, vi sono due forme dell’attendere che sono limitate e potremmo dire in certa misura sbagliate. Esse sono suggerite da due famose opere della letteratura.

La prima è “Aspettando Godot” (1952) di Samuel Beckett che, nella storpiatura del nome, Godot, allude vagamente a Dio (da God=Dio in inglese). L’opera presenta una forma dell’attendere come un tempo vuoto, in cui realmente non si attende nessuno, un tempo da passare, da ammazzare, da riempire di chiacchiere. La pièce teatrale è impostata su un’attesa come finzione, come vuoto banale e dispersivo! Tutto ciò che avviene, è collocato in questa finta attesa, in un’aspettativa di ciò che è in-attendibile, in un tempo sostanzialmente vuoto, che va riempito giocando, chiacchierando del più e del meno. È il tempo del divertissement, della banalità e dispersione. Nel testo ci sono anche scene un po’ tragicomiche, come ad esempio quando i due discutono delle differenze dei vangeli durante la passione, in cui il linguaggio e le cose diventano giochi di parole, perdono contorno e consistenza vera, perdono la linfa della vita!

Dobbiamo stare vigili: forse questa è anche la prima impressione che avete avuto in questo tempo di chiusura un po’ forzata dentro la comunità del seminario. Avete fatto a casa il primo tempo del lockdown e ora sperimentate questo secondo tempo in seminario, per vedere… l’effetto che fa! È probabile che il primo effetto sia quello di un tempo che ci mette alla prova, perché la vita comunitaria ha i suoi punti di fuga e i suoi momenti di convergenza, perché in questo caso si tratta di una vita comunitaria forzata, costretta, che ha il perimetro blindato, chiuso.

La seconda grande immagine dell’Avvento la desumo da un’altra opera, “Il deserto dei tartari” (1940) di Dino Buzzati. Questo romanzo, scritto in un italiano che torchia l’anima, ci presenta un capitano che nel suo avamposto nel deserto (la fortezza Bastiani) deve attendere il nemico, ma muore prima che il nemico arrivi. La sua non è l’attesa di un tempo vuoto, ma l’attesa di un tempo che rimanda a un futuro minaccioso, incombente, quello del nemico, che di certo deve venire, ma che non arriva mai! Qui la vigilanza è definita dalla tensione, dall’essere-tesi verso una realtà che può apparire all’orizzonte da un momento all’altro, ma che ha la figura della minaccia oscura, del nemico senza volto. Un nemico che solo può giustificare di stare lì per anni in una sperduta fortezza di confine, che solo può dar valore alla propria vita. È un attendere che non ha un’apertura, non ha uno spiraglio sul futuro, non è disponibile all’avvento!

Queste due descrizioni sono abbastanza facili da interpretare: l’aspetto antropologico dell’attesa, del vigilare, cioè del modo con cui possiamo proiettare e immaginare un domani (futurum) a partire da noi stessi, se non è toccato dal dono, dalla grazia dell’avvento, da ciò che è sorprendente, da ciò che è inatteso, da ciò che è addirittura inconcepibile e inimma­ginabile (adventus), rischia di essere ambiguo e frustrante, può essere un tempo vuoto o il tempo di una passione impossibile. Attendere con vigilanza è il felice incontro tra l’agire che anticipa il futuro e la disponibilità ad accogliere il dono che ci viene incontro.

Allora il primo augurio che faccio a voi e alle vostre famiglie, a coloro che ci ascoltano, è il seguente: quest’anno sia un Avvento, in cui, quando avvertiremo le due minacce, rivelate attraverso i personaggi di “Aspettando Godot” e de “Il deserto dei tartari”, cercheremo di vivere una vigilanza attiva e attenta. Nel nostro cuore, nella nostra carne, nei nostri giorni, nell’organizzare la nostra giornata, potremo farci aiutare a limare le parti della nostra personalità che sono messe in chiaro da una vigilanza che è attesa e dono. Allora potremo dire di aver fatto due mesi di comunità abbastanza intensi, che ci hanno fatto vivere una vera esperienza di vita comune e che ci rendono più consapevoli di che cosa significa aspirare alla vita comune. Senza illusioni utopistiche.

2.Vigilare è passare il testimone

La seconda modalità del vigilare – ora sarò più breve – consiste nell’intuizione che non si può vigilare da soli, ma è necessario passare il testimone. I turni della notte, chiamati “vigilie”, erano di tre ore ciascuna, anche perché stare svegli tutta la notte era impegnativo e si correva il grosso pericolo che la guardia del luogo fosse sguarnita e quindi sopraffatta.

È interessante che per vigilare bene bisogna sperimentare che non si può vigilare da soli, ma occorre vigilare con altri. Viene dall’interno dell’attendere l’esigenza che la vigilanza comporti un passare le armi a un altro turno di veglia nella notte. Per questo c’è un rito particolare, osservato con scrupolo anche di notte, del cambio del turno di veglia. Come quando avviene il cambio della guardia al Quirinale. Ecco questa è un’altra forma importante del vigilare.

Noi sostanzialmente, nonostante tutta la retorica che facciamo sulla sinodalità, sulla vita comune, ancora dopo cinquantacinque anni dal Concilio, ci prepariamo al ministero alla maniera dei marines! Vale a dire ci attrezziamo come quelli che dovranno vivere da soli sui cavalli di frisia, là su un avamposto dimenticato, sperando che qualcuno venga ad avvisarci che la guerra è finita! Noi ci prepariamo ancora, nel nostro inconscio mentale, ad essere preti che devono vegliare tutta la notte da soli. È un’immagine del percorso di vita del prete in solitaria!

E questo diventa causa di grandi frustrazioni e di inconsce paure, talora anche di grandi sofferenze. Comunque non corrisponde alla realtà della vita, perché in qualche momento di veglia della notte, ci troveremo inesorabilmente addormentati. E soli.

3. Vigilare è contare i giorni

Il terzo e ultimo aspetto, che mi piace sottolineare, è che vigilare significa anche saper contare le ore! Una famosa espressione del profeta Isaia dice: “Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21, 11b). Devo sapere che ora è della notte, perché non tutte le ore della notte sono uguali. Le prime sono piuttosto toniche, affrontate con freschezza, via via poi diventano sempre più faticose per l’attenzione da sostenere, fino a portarci nell’ultima veglia a scrutare i segni dell’aurora, stropicciando gli occhi. L’avvento vissuto bene comporta anche la capacità di coltivare la sapienza del contare i giorni. Dice il salmo: “Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90, 12).

L’avvento rappresenta questo momento magico in cui ritorniamo ogni anno a imparare a contare i nostri giorni! Sapendo che non sono tutti uguali e che, se li vivessimo come tutti uguali, non sarebbero giorni umani, giorni per l’uomo e per Dio. Sarebbero solo i giorni dell’orologio. Ho già altre volte ripreso l’immagine mitica di Krónos che mangia i suoi figli. Il tempo cronologico ci divora! Infatti, cosa significa quando diciamo che non abbiamo tempo per questo o per quello, se non che siamo schiavi del tempo che abbiamo? È un tempo che abbiamo, ma per il quale non abbiamo tempo. Per questo non riusciamo a vivere il tempo per noi, come tempo che è una dimensione creativa della nostra vita e della nostra libertà!

Saper contare così i nostri giorni è l’altra dimensione del tempo, è il tempo dell’attesa e del dono, è il tempo per noi e per gli altri. Vi confido fraternamente che in questo secondo lockdown anch’io sono più in fatica. Nel primo periodo avevo impegnato il mio tempo a scrivere la lettera pastorale e ne era venuto anche un libretto in aggiunta. Ora dobbiamo essere capaci di darci un piccolo o grande obiettivo, che anticipa il futuro che noi vogliamo costruire. Seguendo quella traccia, la nostra giornata acquisterà un po’ di sostanza e di speranza. Questo vi auguro per il vostro ministero!

 

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara