Nel palmo della sua mano: omelia per la professione perpetua al monastero di San Giulio

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Sabato 9 novembre mons. Franco Giulio Brambilla ha presieduto la celebrazione per la professione solenne di suor Maria Victoria,  delle monache benedettine dell’Abbazia Mater Ecclesiae dell’Isola di San Giulio.


Nel palmo della sua mano

Omelia per la professione perpetua di Suor Maria Victoria Spini osb
09-11-2019
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Il vescovo ha iniziato la sua omelia ricordando tre passaggi nodali, che hanno segnato la vita della comunità nell’ultimo anno: «A guardarlo retrospettivamente, si può dire che, come ci fu nel 1978 l’anno dei tre papi, questo è stato l’“anno delle tre madri”: la Madre che ci ha lasciati, la nuova Abbadessa, e poi la cara suor Maria Raphaela che, come avete potuto ascoltare dalla lettera che ho inviato non avendo potuto partecipare con grande rammarico ai suoi funerali, mi è rimasta molto nel cuore. Oggi siamo qui a coronare questo momento, così che quest’anno 2019 possa rimanere una specie di spartiacque nella vita della comunità dell’Isola san Giulio», ha detto, per poi accompagnare nel cuore della sua meditazione: la riflessione sull’Opus Dei,  «che è letteralmente l’opera di Dio. L’Opera di Dio è certamente la preghiera, ma lo è in quanto è la sorgente del lavoro dell’uomo e della vita comune».

Di seguito il testo integrale dell’omelia.

Nel palmo della sua mano

Omelia per la professione perpetua di Suor Maria Victoria Spini osb

 

Cara sr. Maria Victoria, cari papà, mamma e parenti, cara Madre e care sorelle e anche carissimi fedeli di Robbiate e delle terre circonvicine che portate al vescovo anche un po’ di clima della sua terra!

Celebriamo il momento emozionante della professione solenne di suor Maria Victoria nello stesso giorno e quasi alla stessa ora in cui un anno fa è stata eletta la nuova abbadessa, madre Maria Grazia. Era ancora presente la madre Anna Maria Cànopi che, quasi sopravvivendo a se stessa, ha voluto passare il testimone.

A guardarlo retrospettivamente, si può dire che, come il 1978 fu l’anno dei tre papi, questo è stato l’“anno delle tre madri”: la Madre che ci ha lasciato, la nuova Abbadessa, e poi la cara suor Maria Raphaela che mi è rimasta molto nel cuore, come avete potuto ascoltare dalla lettera che ho inviato non avendo potuto partecipare con grande rammarico ai suoi funerali. Ecco, oggi siamo qui a coronare questo anno, così che il 2019 possa rimanere come una specie di spartiacque nella vita della comunità dell’Isola San Giulio.

Inoltre, in questo stesso giorno, sempre il 9 novembre or sono trent’anni, cadeva il muro di Berlino… Significativa coincidenza! Ora voi siete impegnate a costruire “ponti” di dialogo e di vita.

 

Ora et labora

Quando vengo per celebrare una professione, in genere mi soffermo a sottolineare qualche elemento della vita monastica, in particolare secondo la forma benedettina. La vita monastica altro non è che vita cristiana radicale. Iniziata nel primo millennio, è continuata nel secondo generando – anche in risposta a profonde crisi interne ed esterne – nuove forme di vita religiosa. Per mille anni i cristiani hanno avuto come forma di vita cristiana esigente, dopo il tempo dei martiri, la vita monastica e in particolare, in Occidente, quella benedettina, fondata su preghiera e lavoro, i due elementi, ben noti a tutti, iscritti nel motto: Ora et labora. Vi è, però, anche un terzo aspetto, quasi nascosto dietro la congiunzione “e”, vale a dire la vita comune e l’ospitalità, essendo ospitalità e vita comune le due facce della stessa medaglia. Questi sono, quindi, i tre assi strutturali della vita monastica benedettina: preghiera, lavoro e relazione con gli altri.

Questa volta vorrei soffermarmi sul primo elemento: quello della preghiera, che san Benedetto chiama Opus Dei.

Inizio col dire che l’Opus Dei è il fondamento del labor hominis, del lavoro dell’uomo, quasi a correggere la prevalente comprensione odierna del lavoro umano come opera dell’uomo-macchina, che non ha nulla a che fare con l’Opus Dei, con il “lavoro di Dio”. In una visione cristiana, invece, l’Opera di Dio – la preghiera – è sorgente del lavoro dell’uomo e della vita comune.

Le letture che abbiamo ascoltato ci portano chiaramente in questa direzione.

 

La profezia di Isaia

Nella prima lettura abbiamo ascoltato un passo di Isaia, in cui il Profeta, riferendosi probabilmente al popolo di Dio, gli dà voce usando la metafora dell’amore sponsale:

 “Io gioisco pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza,
mi ha avvolto con il mantello della giustizia,
come uno sposo si mette il diadema
e come una sposa si adorna di gioielli.” (
Is 61,10)

L’Opus Dei celebra la gratuità di Dio, riconoscendola in ogni giorno, anzi, in ogni ora, poiché si distende, con le sue sette ore canoniche, lungo tutto il corso della giornata. Noi non siamo solo preceduti, ma siamo costituiti ogni giorno, ogni ora, dal dono gratuito di Dio, al punto che possiamo permetterci di “perdere” tutto il tempo che vogliamo per accogliere tale dono. Questo è il senso profondo della preghiera, che accade in un dialogo, in un incontro, all’interno di uno scambio simbolico. Per usare le parole del grande teologo Karl Barth, Dio-ha-avuto-tempo-per-noi e continua ad averne, e così ci dona di vivere il nostro tempo in un modo diverso.

Coloro che mi ascoltano – seppure la nostra celebrazione abbia una connotazione di intimità, essendo presenti soprattutto gli amici di suor Maria Victoria – forse non percepiscono immediatamente perché si possa e si debba perdere così tanto tempo per la preghiera! In altre occasioni ho fatto accenni anche più drammatici su questo tema dell’apparente inutilità della consacrazione monastica, quando coloro che erano convenuti per la celebrazione provenivano da esperienze e realtà molto lontane dalla vita religiosa e monastica, ma penso che la gente della Brianza qui presente possa meglio capire che la vita è fatta di queste due mani: accogliere il dono di Dio e trafficarlo dentro il lavoro dell’uomo.

Questa è la realtà più bella dell’Opus Dei, splendidamente descritta dal profeta Isaia. L’Opus Dei, dunque, rivela che la ragione profonda del nostro essere uomini e donne cristiani, testimoni di Cristo, è di diventare come una “centrale idroelettrica”, secondo l’immagine cara a Madre Anna Maria, immagine che ho già citato e commentato altre volte. Sì, il monastero è una “centrale idroelettrica” e non un “parafulmine”, come alcuni dicevano, ma è un’immagine troppo apologetica, difensiva, per cui noi attireremmo i fulmini dell’ira di Dio e le monache, pregando, ci farebbero da riparo! No! Il monastero è una “centrale idroelettrica”, nel senso che la comunità monastica riceve il dono di Dio, lo rielabora trasformando l’energia cinetica in energia elettrica, e quindi la irradia all’esterno: è un’immagine molto più dinamica, che ho voluto citare anche nella mia ultima lettera pastorale[1].

Una volta che l’Opus Dei è accolto e celebrato, abita i nostri giorni e le nostre ore, anima i nostri spazi e i nostri tempi, rendendoci capaci di leggere la nostra vita e la storia del mondo con uno sguardo diverso. È lo sguardo sorprendentemente contenuto nella seconda lettura, l’inno che introduce la lettera di san Paolo agli Efesini (Ef 1,3-10).

 

L’inno degli Efesini

Se noi mettessimo a confronto la nostra preghiera, quella che facciamo nel nostro spazio privato e che chiamiamo “spontanea” (sottintendendo con questo aggettivo che è più umana), con questi testi, soprattutto i cantici del Nuovo Testamento, ma anche i Salmi dell’Antico, ci troveremmo nella condizione di dover dire o che i cantici biblici sono improponibili o che la nostra preghiera è riduttiva. In genere, nella nostra preghiera chiediamo solo tre povere cose: la buona salute per noi, per i nostri cari e di non avere troppe tribolazioni… Questa è la preghiera che chiamiamo spontanea, più umana, ma è una preghiera piuttosto angusta e povera, che non sgorga da un cuore dilatato. Al contrario, quando noi preghiamo questi testi biblici siamo sorpresi dallo sguardo panoramico, come se fossimo sulla cima dell’Everest, che ci permette uno sguardo totale sul mondo intero, e oltre. Tutto l’innario del Nuovo Testamento, ma anche semplicemente un solo inno, ci consente di dire cose che non riusciremmo con le nostre parole a far sgorgare dal nostro cuore in un anno intero!

L’Opus Dei educa il nostro cuore ad una preghiera universale, sconfinata. Chi lo prega, giorno dopo giorno, giunge a far suo nel modo di pregare il tessuto dell’inno agli Efesini, il quale dice sostanzialmente tre cose che trasformo in augurio per voi, in particolare per te, sr. Maria Victoria.

  1. Chiamati prima della fondazione del mondo

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo (v. 3)

Noi possiamo benedire Dio (movimento ascendente della preghiera) solo se ci lasciamo benedire da Lui (movimento discendente). Egli ci ha preceduti con “la sua benedizione spirituale nei cieli in Cristo”, cioè ci ha raggiunto con lo Spirito di Cristo. Questa benedizione contiene tre momenti essenziali, che hanno un riverbero sulla vita umana.

Il primo momento è il più difficile ed esige di lasciarci educare nello sguardo. È stato anche oggetto di tante interpretazioni fuorvianti e devianti.

 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
(vv. 4-5a)

È il tema della “predestinazione”. Il termine greco non ha al suo interno la radice “destino”, presente invece nella traduzione latina praedestinare, in quanto il verbo greco προορίζω (proorízo) contiene la radice di “orizzonte”. Si potrebbe tradurre: “pre-disegnandoci ad essere suoi figli adottivi in Cristo Gesù nella carità”. Dio ha su di noi un “disegno” che ci precede, un disegno che è sempre come un abbozzo da realizzare; ebbene, la preghiera ci permette di vederlo, per poterlo compiere. Anche tu, suor Maria Victoria, hai dovuto cercare di conoscerlo, di scorgerlo in questi anni, ed è interessante perché a volte ci appare nel suo nitore, altre volte in controluce, tanto che sembra deformare il disegno iniziale, eppure tutto accade:

“secondo il disegno d’amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”. (
Ef 1,5b-6)

Gesù è il disegno di Dio su di noi, la “forma” della nostra vita cristiana! Avendo dovuto fare l’introduzione ai Saggi di Cristologia del mio maestro, don Giovanni Moioli, morto ancora giovane trentacinque anni fa, rileggevo – e vi consiglierei di leggerla – pochi giorni or sono la voce “Cristocentrismo” nel Nuovo Dizionario di Spiritualità[2] nella quale il teologo milanese presentava alcuni modelli di spiritualità cristiana (modello monastico, imitazione della vita di Cristo, modello berulliano, cristocentrismo della croce, cristocentrismo del cuore): sono spiritualità tutte formate a partire da questo centro, da questo disegno previo, precedente, che è il pensiero di Dio sull’uomo e sulla donna di ogni tempo:

“Essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. (Ef 1,4)

È il contrario di quanto ci viene detto oggi da chi sostiene che abbiamo una strada segnata in modo quasi fatale e a noi non resta che seguirla passivamente, oppure da chi dice, e sono la maggioranza, che l’uomo non ha nessun disegno previo, tira a campare, va avanti improvvisando. Questo primo momento è fondamentale. Ciò che ci dice questo testo paolino è decisivo: Cristo Gesù non entra nella partita della vita nel secondo tempo, a sistemare la situazione. No, Cristo è il “titolare” della nostra vita, non è la “riserva” che entra nel secondo tempo a raddrizzare il risultato.

Mi domanderete come è possibile che la Lettera agli Efesini, che è una delle lettere più tarde del Nuovo Testamento, ci offra questa prospettiva. Vi rispondo con un esempio: è come quando uno arriva in cima al Monte Rosa e solo di là riesce ad avere uno sguardo ampio, complessivo, su tutta la vita. Fin tanto che resta in basso, nella valle, e ancora mentre sale, sembra che le prospettive siano diverse, solo in alto si vede il panorama completo. Così è stato per la comprensione della fede cristiana: al termine del Nuovo Testamento si è raggiunto un orizzonte retrospettivo su tutta la storia della salvezza e sulla nostra storia.

  1. Nel palmo della sua mano

Il testo prosegue con un secondo momento:

 “In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe,
secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi
con ogni sapienza e intelligenza” (
Ef 1,7-8a)

È il momento drammatico, che passa attraverso il dramma della vita, fatto di azioni e di reazioni alle cose che ci capitano o che teniamo nascoste nel nostro cuore. In questo secondo momento, noi riconosciamo che possiamo rispondere al disegno previo di Dio anche nei momenti di oscurità, di opacità, persino di noia della nostra vita. Perché Dio non è messo a scacco matto da nessuna delle nostre azioni o reazioni, anche quelle più gravi: anzi, le tiene nel palmo della sua mano! È questo il senso della parola Provvidenza e il vero senso anche di quei testi del Nuovo Testamento, nei quali si dice che alcuni personaggi (ad es. Giuda) hanno  dovuto “recitare” la loro parte quasi in modo deterministico (espresso col verbo ἔδει, “era necessario”). L’obiezione viene formulata in modo paradossale: se non c’era Giuda come poteva Cristo morire? Ma questo “era necessario” non allude a un disegno “superiore”, per cui anche Dio sarebbe irretito nella drammatica della storia degli uomini. Al contrario, significa che, anche quando l’uomo cammina su vie storte, non diritte, rimane sempre nel palmo della mano di Dio. È fondamentale riconoscere questo e aver presente che tutto ciò è costato il sangue di Cristo. Il testo lo dice chiaramente:

 “In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe,
secondo la ricchezza della sua grazia!”

L’Opus Dei è la memoria viva della redenzione operata da Cristo mediante il suo sangue. Ed è proprio per questo che ha bisogno di distendersi lungo tutte le ore del giorno, lungo i giorni della settimana e il corso dell’anno, accompagnando tutto il tempo dell’uomo.

Già gli autori dei salmi avevano ideato una cosa simile. Ad esempio il salmo 118 (119) è composto di ventidue strofe, una per ogni lettera dell’alfabeto ebraico, e ogni strofa è composta di otto distici, i quali iniziano tutti con la stessa lettera, quasi a dire che la parola che prega la Torah – che è “luce ai miei passi e guida al mio cammino” (Sal 119118v.105 Nun) – copre tutto il dicibile, tutto ciò che noi possiamo dire, comprendere, esprimere. È una sorta di “gioco” del salmista orante, redatto in forma di acrostico, che però ha un significato pregnante. L’Opus Dei è quella parola che s’infiltra in ogni piega della vita, anche la più tenebrosa e la più opaca, anche quella che ci mette più paura. Tuttavia, noi restiamo sempre nel palmo della sua mano!

 

  1. Ricapitolare in Lui tutte le cose

Il terzo momento ci dice che tutto questo ha lo scopo di ricondurre a Cristo tutta la realtà. Dice il testo:

 “Facendoci conoscere il mistero della sua volontà,
secondo la benevolenza che in lui si era proposto
10per il governo della pienezza dei tempi:
ricondurre…

Il verbo è stato talvolta tradotto anche “ricapitolare”, uno dei termini su cui Ireneo ha costruito tutta la sua teologia, l’ἀνακεφαλαιώσις, la “riconduzione sotto un unico capo”. Il disegno “personale”, che ha il volto di Gesù, sta all’inizio ed è anche la mèta verso cui andiamo.

…al Cristo, unico capo, tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra”. (
Ef 1,9-10)

Auguro a te, cara suor Maria Victoria, di essere nella comunità il richiamo vivo alla gratuità di questo dono che ci precede, ci accompagna e che procede davanti a noi fino alla fine. E ciò ha come risultato anche la “ricongiunzione”, lo dice il Vangelo di oggi (Gv 17,20-26), delle separazioni più forti all’interno di noi e tra di noi. San Paolo lo ribadisce nella prosecuzione del brano, nella distinzione tra noi e voi.

 “In lui siamo stati fatti anche eredi,
predestinati – secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà –
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi…” (
Ef 1,12-13)

Questo passo si riferisce ai Giudei (noi) e ai Greci (voi), fa riferimento al muro di separazione che era stato eretto tra le due componenti del mondo antico. Anche le divisioni più forti, più radicali, sono ricomposte sotto questo sguardo originario!

 

Il balsamo della consolazione

Cara suor Maria Victoria, tu sei infermiera. Questa diaconia del corpo, però, oggi deve essere anche molto attenta alla cura delle anime. Come noi osserviamo nella nostra società complessa, avanzata, opulenta, consumistica, le malattie dell’anima vanno aumentando sempre di più. Come già ho detto altre volte, ne ho contate ben nove! Le malattie del tempo presente attraversano tutti gli strati sociali e toccano quindi anche la realtà del monastero. Anzi, tutti quelli che approdano qui desiderano prima di tutto ricevere il balsamo della consolazione. Insieme alle cure della medicina moderna, sappi dare anche questi beni spirituali alle tue sorelle e a quelli che busseranno alla porta del monastero. Ricordati, allora, che insieme alle medicine ci dovrà essere sempre una stilla di questo balsamo della consolazione! Così che la professione che hai portato dal mondo si trasfiguri nella professione della tua vocazione nel monastero. Qui all’Isola di San Giulio.

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


[1] Cfr. La mia lettera pastorale per l’anno 2019-2020, Il laccio del sandalo. La vita spirituale del cristiano testimone, SDN, Novara 2019, p. 27.

[2] Giovanni Moioli, «Cristocentrismo», in S. De Fiores – T. Goffi (a cura di), Nuovo Dizionario di Spiritualità, Edizioni Paoline, Alba 31982, 354-366.