Oggi devo fermarmi a casa tua, l’incontro col Signore che cambia il cuore

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« Non si viene in Cattedrale solo per ascoltare qualche buona parola. Se uscendo dal nostro Duomo, pur grande e maestoso, una persona, incontrandoci, ci chiedesse: “Oggi hai incontrato il Signore?”, che cosa gli risponderemmo? Proprio per questo da sempre abbiamo costruito queste Chiese grandi e maestose: per innalzare lo sguardo al Mistero santo di Dio!».

Il vescovo Franco Giulio ha concluso così, domenica 6 ottobre, la sua omelia nella celebrazione che concludeva l’anno del 150° anniversario della dedicazione della cattedrale, in una giornata che è poi proseguita con un convegno in vescovado organizzato dalla rivista Novarien.


Oggi devo fermarmi a casa tua

Omelia nel 150° anniversario della Dedicazione della Cattedrale riedificata
06-10-2019
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Un richiamo a riscoprire non solo la cattedrale di mattoni, ma la cattedrale “casa” dell’incontro con il Signore che trasforma e cambia i cuori. Il vescovo lo ha fatto proponendo una meditazione sulle letture del giorno, in particolare sul brano del vangelo che narra proprio di un incontro: quello di Gezù con Zaccheo.

Ecco di seguito il testo integrale dell’omelia di mons. Brambilla.


 

Oggi devo fermarmi a casa tua

Omelia nel 150° anniversario della Dedicazione della Cattedrale riedificata

 

Celebriamo oggi i 150 anni della Cattedrale di Novara, edificata sul luogo dell’antico Duomo bizantino o romanico, un tempio costruito dopo un’animata discussione sull’opportunità di abbattere la precedente del 1132. Il presbiterio, alle mie spalle, era già stato rinnovato sul progetto del Melchioni e, come si vede, ha uno stile diverso. Vinse la partita l’Antonelli, che già aveva iniziato la costruzione della cupola di san Gaudenzio, ed edificò questa grande aula con stile neoclassico, come era nel gusto e nel canone estetico dell’800. L’insigne architetto ghemmese donò alla città questo tempio con il porticato esterno, edificando anche il peristilio, salvando e preservando almeno il Battistero, la cui parte inferiore risale al IV secolo, e quindi addirittura alla fondazione gaudenziana della Diocesi di Novara.

La Chiesa Cattedrale – o Duomo che significa casa, da domus – prende il nome dalla cattedra del vescovo, in quanto i vescovi un tempo parlavano e predicavano da seduti. La “cattedra” non allude solo alla Parola di Dio, ma all’annuncio della Parola di Dio ascoltata e proclamata, alla Parola vivente di Dio che diventa attuale per l’oggi. Non soltanto una parola scritta in un libro, ma una Parola che viene ascoltata e proclamata, perché diventi cibo e sorgente di preghiera per l’oggi.

Le tre letture che abbiamo ascoltato ci indirizzano a celebrare con un tratto più spirituale questo centocinquantesimo anniversario, di cui potrete trovare tutti i particolari sulla rivista Novarien., nel numero intero dedicato a tale anniversario e che sarà presentato nel pomeriggio.

La prima lettura è tutta intessuta con la bella preghiera di Salomone, nella quale il re chiede al Signore di abitare questa casa, benché Egli non possa essere contenuto in alcun luogo. Il gioco delle parole – pregare per essere ascoltati – è il seguente:

“Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera del tuo popolo” (2 Cr 6,19).

Noi abbiamo bisogno di una casa comune per ascoltare il Signore che si rende presente.

“Ascolta la supplica de tuo servo e del tuo popolo Israele quando pregheranno in questo luogo” (2 Cr 6,21)

Il significato essenziale afferma che questo è il luogo dove il Signore ascolta la nostra preghiera! Quest’azione è raccomandata a ciascuno di noi, a noi che, come si diceva un tempo, non dobbiamo solo partecipare passivamente secondo l’espressione “sentir messa”, titolo persino di un’opera di Manzoni: il Signore invece ci ascolta, se noi lo invochiamo e lo preghiamo.

La seconda lettura ci dà una mano per invocarlo nel modo giusto. In essa si dice che “noi siamo tempio di Dio” (1 Cor 3,16). Questo tempio, che si chiama anche con il nome comune di chiesa, non è nient’altro che la rappresentazione materiale del fatto che la nostra persona è il luogo dove Dio incontra la nostra coscienza e quindi, personalmente e insieme, noi siamo il luogo in cui Dio ci viene incontro, dove Egli ascolta la nostra preghiera!

“Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16).

Perciò non bisogna distruggere questo sacrario che è la coscienza in cui Dio ci parla e noi lo ascoltiamo. Questo il secondo aspetto del nostro incontro personalizzato, che diventa cioè realtà personale.

La bella pagina evangelica è il terzo e ultimo passo. È conosciuta come la conversione, o meglio, la chiamata di Zaccheo, che l’evangelista Luca pone nel capitolo 19. Il vangelo di Luca è organizzato come un grande viaggio verso Gerusalemme, che inizia al capitolo 9, al versetto 51, quando dice: “Gesù fece la faccia dura, prese una posizione risoluta, di mettersi in cammino verso Gerusalemme!”. Dal capitolo 9 e lungo nove capitoli, l’evangelista costruisce il cammino del discepolo, di colui che vuole vivere la sua vita umana illuminata dalla fede cristiana. Terminato il capitolo 18, Luca riassume tutto il cammino in un’icona, in una figura, in un incontro, che è quello di cui oggi abbiamo ascoltato il racconto, nei primi dieci versetti del cap. 19. Questo brano viene solitamente letto nella festa della Dedicazione della Cattedrale, perché ha la caratteristica di avere al centro il tema della casa.

 “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5b).

È interessante il gioco spaziale che si crea: noi veniamo da casa nostra nella casa comune, perché dalla casa comune possiamo tornare a casa nostra rinnovati e rincuorati! E allora cosa deve avvenire in questa casa? Che incontro avviene, per chi avviene, a che condizioni avviene? Per spiegare questo, non si può dirlo solo con delle idee, bisogna narrare un racconto. Questa raccontata dal Vangelo è una storia tra le più belle e famose: ogni volta che la si rilegge si rimane quasi incantati di ciò che ci viene narrato. A differenza delle idee, il racconto non parla di cose generali, ma parla di cose che riguardano ciascuno di noi; consente a ciascuno di noi di identificarsi nel personaggio.

“Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando” (Lc 19,1)

Questa annotazione geografica sembra banale e invece dà subito al racconto un tratto drammatico! Gerico è a 395 m sotto il livello del mare: è il punto più basso della terra e poi un po’ oltre si scende verso il Mar Morto, perché in questa depressione che si apre tra l’Eurasia e l’Africa s’è creata una fossa tettonica che è appunto a quasi 400 metri sotto il livello del mare. E, dunque, l’inscenatura del racconto a Gerico è fondamentale: significa che nessuno è escluso! Anche chi si trova giù nel punto più basso, anche chi è più lontano da Dio, può tornare a incontrare Dio! Anzi Dio gli viene incontro in Gesù. È così vera questa lettura che ne abbiamo conferma nella parabola del buon Samaritano, dove si dice esattamente l’inverso che “un uomo scendeva da Gerusalemme – la città di Dio – a Gerico” – il punto più lontano da Dio (cfr. Lc 10,30).

“Quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2)

Ci viene presentato il personaggio e purtroppo in italiano non emerge il contrasto contenuto nel nome. Il senso ebraico del nome sarebbe: “Quand’ecco un uomo, di nome “Giusto”, che era il capo dei pubblicani (ἀρχιτελώνης) e ricco”. Zaccheo è presentato come uno che contava, un esattore delle tasse, anzi il loro capo. Nei paesi soggetti a Roma le tasse venivano raccolte con una tangente, prevista ufficialmente. Quindi un “pubblicano” non godeva il massimo della considerazione sociale. Questo lo fa percepire anche come ricco. Segue poi un’espressione che sembra introdurre uno stacco… e suscita un’attesa narrativa.

“Cercava di vedere chi era Gesù” (Lc 19,3a)

Non dice “voleva vedere”, ma “cercava di vedere”. Il verbo “cercare”, che ricorre in ventidue brani del Vangelo di Luca, costituisce altrettanti episodi che stanno tra loro in perfetta simmetria. Il verbo ζητέω, significa cercare con passione, con metodo e con studio, non è una curiosità superficiale. Lo cercava, perché probabilmente ne aveva sentito parlare, e gli pareva che si presentasse l’occasione della vita. Ora si introduce il primo elemento che poi ritornerà più avanti sotto un altro aspetto.

“ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura” (Lc 19,3b)

Si mette di mezzo un ostacolo. Nell’incontro con il Signore, sempre si introduce un ostacolo. Nell’incontro con ciò che nella vita è importante per noi – noi spesso usiamo un termine astratto, cioè il “senso della vita” – c’è sempre qualcosa che si oppone e ci allontana. Ma Zaccheo con un colpo di genio sale sul sicomoro.

Quando giunse sul luogo…” (Lc 19, 5a)

Questo è significativo. Se non stai sul luogo, se non ti accorgi che Lui deve passare di là, non puoi incontrarlo. E ora accade uno stupendo incontro di sguardi:

Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». (Lc 19, 5b)

L’iniziativa è presa Gesù. Il cercare di vedere Gesù è rinchiuso nel cuore di Zaccheo, ma è Gesù che pronuncia l’invito esplicito, un invito che risuona qui e ora. L’ “oggi” poi ricorre sempre e solo nel Vangelo di Luca nei punti più importanti. Ad esempio a Natale: “Oggi nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore” (Lc 2,11). Ritorna nella prima predica di Gesù nella sinagoga a Nazareth: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Ricorre nel primo miracolo fatto a un paralitico quando i presenti dicono: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc 5, 26b); è presente qui e poi sulla croce, quando viene detto al buon ladrone: “Oggi sarai con me nel paradiso!” (Lc 23,43).

È l’oggi della salvezza – se vogliamo dirlo con un linguaggio teologico –, è l’occasione della vita, è il momento decisivo, che può accadere se non ci lasciamo prendere nella rete dall’ostacolo della folla, perché altrimenti l’occasione non torna più. Non avviene domani o domenica prossima, perché magari in questa settimana una situazione vissuta mi ha rattristato, oppure mi preoccupa una cosa che dovrò scegliere, oppure che dovrò fare: devo capire “oggi” come mi devo disporre di fronte al Signore e di fronte agli altri.

Nel racconto segue una suggestiva “cascata di verbi” che mette subito in movimento Zaccheo. Solo di fronte alla profferta di Gesù di fermarsi a casa sua, Zaccheo si muove. Noi ci muoviamo solo se qualcuno ci chiama, solo se nell’incontro ci sentiamo trattati singolarmente e personalmente e, così considerati, diventiamo unici e singolari. Se, al contrario veniamo chiamati genericamente – esperienza che facciamo tutti i giorni – possiamo anche fare migliaia di manifesti, ma non si presenta nessuno. Se invece c’è la rete delle chiamate, che una volta si faceva tramite il telefono, ora attraverso i messaggi, ci si sente interpellati in modo unico e personale.

“Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia” (Lc 19,6)

L’incontro tuttavia non è così facile e immediato: di per sé l’episodio sarebbe concluso, e invece sorge ancora un ostacolo, che è lo stesso di prima (la folla), che però ora mostra l’altra faccia!

“Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!»” (Lc 19,7)

La folla mormora, l’ostacolo ora non è più fisico, ma morale «È entrato in casa di un peccatore!» Alla folla non va bene neppure quando uno si converte! Manzoni è stato il grande descrittore della volubilità della folla. Il verbo utilizzato per indicare il “mormorare” è rivolto nei confronti di Dio. Chi è questo Dio, chi è questo Gesù, chi è questo suo Messia che entra nella casa di un peccatore?!?! Perché la “casa” significa lo spazio, il luogo dell’incontro. Per la folla Dio non può essere così, Dio è uno che vuole giustizia. E così risponde e reagisce anche Zaccheo, che ha ancora in mente un dio che in qualche modo bisogna compensare, che ci chiede di riparare in proporzione.

“Zaccheo, alzatosi, (è lo stesso verbo che indica la risurrezione!) disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»” (Lc 19,8)

Il diritto ebraico prevedeva la restituzione del doppio in caso di furto. Qui, giuridicamente parlando, c’è un atto di generosità verso i poveri (la restituzione di quattro volte tanto), a cui peraltro il capo dei pubblicani precedentemente aveva estorto il denaro. Sostanzialmente Zaccheo immagina di fare una compensazione. Zaccheo pensa di tornare indietro facendo semplicemente un gesto di giustizia… generosa, ma non ha ancora capito che l’incontro con Gesù opera qualcosa di più profondo! E per rivelare questo “qualcosa di più profondo”, che avviene ogni domenica in chiesa, occorre ascoltare l’ultima parola del Signore:

“«Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo…»” (Lc 19,9

Zaccheo pensa semplicemente di riparare all’errore, al peccato, alla sua lontananza, cerca di risalire un po’ più su dall’abisso di Gerico, e invece non accade solo questo. Il Signore, quando ti incontra, non ti vuole solo un po’ più buono, un po’ più giusto, ma ti fa “figlio”. Ti immette in una relazione che rimane e che nutre la tua settimana, che ti fa vivere e crescere. Solo dopo viene la dottrina e la morale, ma se dentro di noi non scocca questa scintilla, non accade nulla. Ecco la rivelazione: da un lato, Gesù rivela chi siamo noi, ci dice che non siamo solo gente che deve riparare alla giustizia e far crescere la carità, ma molto di più, dobbiamo essere persone che vivono e permangono in una relazione filiale.

Ma ciò ci consente anche di scoprire realmente l’identità di Gesù: solo qui, infatti, ritorna nuovamente il verbo cercare:

“«…Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»”. (Lc 19,10)

La ricerca ora definisce addirittura “chi è Gesù”: è il “cercatore” e, in parallelo, il “salvatore” dell’uomo perduto. La sua identità si scopre nell’evento dell’incontro! Non interessa anzitutto che si restituisca il maltolto, se uno poi non cambia vita. Vi propongo, mentre tornate a casa, di riflettere sull’espressione “cambiare vita”. Oggi essa non significa più cambiare la nostra interiorità o cambiare le relazioni con chi sta accanto a noi, ma piuttosto la intendiamo con fare un viaggio, andare in giro, cambiare lavoro, distrarsi, ecc. Cambiare vita non ha più un carattere ascetico, tirocinante, militante, agonistico. Invece, per Zaccheo cambiare vita significa diventare figlio! Figlio di Abramo, figlio della fede! Mentre gli si rivela l’identità di Gesù come il “cercatore dell’uomo”, rinasce dentro di lui il figlio di Abramo, “l’uomo della fede”!

Ecco: il modo più bello e significativo per celebrare i centocinquant’anni della nostra Cattedrale è che ogni domenica avvenga, come dice la liturgia in un’orazione sulle offerte che ritorna spesso, segnatamente, il 29 dicembre, il 2, 5, 7 e 10 gennaio e nella XX domenica del Tempo Ordinario: «Accogli, Signore i nostri doni, in questomeraviglioso incontro” (admirabile commercium) tra la nostra povertà e la sua grandezza: noi ti offriamo le cose che tu ci hai dato – le cose della vita che non sono altro che i beni che Lui ci ha donato – e tu donaci in cambio – egli ci dona in cambio non quello che noi penseremmo: la salute, la serenità, la pace in famiglia, il lavoro o altro ancora, ma l’orazione conclude con una altissima espressione – donaci in cambio Te stesso!». Nientemeno che il mistero del Signore, la comunione con la vita di Dio così com’è in se stesso!

Non si viene in Cattedrale solo per ascoltare qualche buona parola. Se uscendo dal nostro Duomo, pur grande e maestoso, una persona, incontrandoci, ci chiedesse: “Oggi hai incontrato il Signore?”, che cosa gli risponderemmo? Proprio per questo da sempre abbiamo costruito queste Chiese grandi e maestose: per innalzare lo sguardo al Mistero santo di Dio!

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara