Oggi si è compiuta questa scrittura

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Un ricordo commosso dei sacerdoti e delle tante persone che sono mancate in questi mesi, uno sguardo sul futuro e sul cambiamento necessario nella pastorale e una riflessione profonda sul fondamento e sul senso del ministero.

Li ha fatti il vescovo Franco Giulio Brambilla nella sua omelia per la Messa crismale 2020.


Oggi si è compiuta questa scrittura
Messa crismale – Vigilia di Pentecoste
30-05-2020
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Una celebrazione rinviata a causa del lockdown e che il vescovo ha presieduto questa mattina in un cattedrale, insieme ai rappresentanti del presbiterio novarese, in numero ridotto rispetto al solito a causa delle misure anti coronavirus, che è stata trasmessa anche in streaming, sul canale del progetto Passio.

Ecco il testo integrale con le parole del vescovo Franco Giulio.

Oggi si è compiuta questa scrittura

Messa crismale – Vigilia di Pentecoste

Carissimi,

 

nel vangelo di oggi v’è un passo che normalmente non si cita il Giovedì santo. Gesù dopo aver srotolato il testo del profeta Isaia sul Messia, commenta in modo lapidario: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Il verbo utilizzato (pleróo) è al perfetto e significa che la profezia si compie e continua a realizzarsi in pienezza. Non solo giunge a pienezza l’anno di grazia del Signore, ma Gesù lo annuncia nell’oggi della sua presenza in mezzo a noi. La sua venuta è il tempo della pienezza!

Mi domando che cosa questo possa significare per noi oggi. Come possiamo interpretare lo slogan “niente sarà più come prima” non in modo mitologico, ma come il dono di un tempo nuovo? Saremo migliori se avremo imparato qualcosa da questi tre mesi di astinenza dalla celebrazione comunitaria della Messa e dalla partecipazione alla vita ecclesiale e sociale. Vi ho consegnato le cose più importanti nella lettera che vi ho appena inviato per la ripresa di domenica scorsa. Con intensa partecipazione, vi ho messo tutto ciò che ho sperimentato in questo tempo.

A questo punto avrei voluto farvi solo alcune domande e rimandarvi alla meditazione di quanto vi ho scritto con tutto il cuore nella lettera. E poi sedermi. Poiché però siete venuti in molti, mi è sembrato giusto almeno mettere in prospettiva queste domande. Si riferiscono ai cinque punti che nella lettera ho presentato in termini pastorali e che ora vorrei riprendere in termini ministeriali. Ne aggiungo all’inizio uno solo che mi sembra decisivo, raccogliendo insieme gli ultimi due. Così sono ancora cinque!

  1. Che cosa questo tempo mi ha detto del mio essere cristiano? Forse questa prima domanda ha bisogno di una spiegazione. Mentre pensavo a quanto dirvi, mi è tornato nel ricordo un momento che ho vissuto appena dopo Pasqua. Era il 20 aprile: alle ore 8:31 mando un messaggino a don Paolo Bosio, per chiedergli come stava. Mi risponde alle 12.04 scrivendo: “non ce la faccio più sono stremato”, e al mio “Coraggio!” riprende: “è finita questa volta” e infine aggiunge quanto ho già scritto nella lettera di saluto “Chieda un miracolo. Vado a Re tutta la vita o dove c’è bisogno…”. Credo che siano state le sue ultime parole scritte. Il giorno dopo ci lasciava. Per mezza giornata sono stato impietrito. Ho avuto un momento di grave prova, chiedendomi: se fosse successo a me? Ho sentito che le molte parole che avevo scritto sulla croce e sulla risurrezione di Gesù, sul sacrificio e sulla vita risorta, si sbiadivano ed erano come paglia. Per giorni mi ha tormentato la domanda: che cosa sta al centro della mia vita di cristiano, di prete e vescovo? Il mistero della morte e risurrezione, la fede nella vita eterna si infiltra veramente nella mia testa, nel mio cuore e nei miei gesti? Basterebbe soltanto questa domanda per chiederci se questo tempo ci ha aperto la finestra sul tempo pieno!
  2. Che cosa questo tempo mi ha rivelato del mio essere prete? Questa seconda domanda ci porta a quanto vi ho scritto: abbiamo compreso la bellezza dell’espressione Sine dominico esse non possumus (Atti dei martiri, XI), cioè “senza la domenica non solo non possiamo vivere, ma non possiamo esistere”. Forse per la prima volta la nostra generazione del dopoguerra ha sentito la ferita lancinante di non poter partecipare alla Messa e alla comunione eucaristica. Alcuni hanno persino contrapposto il valore della Messa e della comunione al bene della salute di molte persone che si sono ammalate e tra le quali troppe sono morte. Tanti non sono riusciti a vederne il pericolo per la vita di medici, infermieri, operatori sanitari e sacerdoti presenti sul campo e che hanno donato se stessi. Non potremo dimenticare questa tragica esperienza. Abbiamo balbettato nello spiegare la differenza tra le messe trasmesse in streaming o attraverso la TV e la celebrazione dell’Eucaristia nella sua pienezza che plasma la Chiesa. Quando avremo tempo andremo a rileggere le molte stramberie scritte per giustificare una situazione non tanto di emergenza, ma unica per modi e tempi che stavamo vivendo. Abbiamo riscoperto che la Messa è al centro della settimana e senza di essa non possiamo vivere, perché saremmo persone più sole, famiglie senza focolare, una società senza il cielo sopra la testa. Vi domando quest’oggi: ci siamo lasciati interrogare se siamo funzionari del sacro o ministri del Vangelo e dell’Eucaristia? Rimarrà indimenticabile questo tempo per il mio essere prete?
  3. Che cosa questo tempo ci lascia per la vita pastorale? Credo che, fra le altre cose belle, la più significativa che questo tempo ci ha regalato è la preghiera in famiglia, l’esperienza della vita cristiana domestica. Questi mesi hanno aperto uno spiraglio nella vita della casa. Ho ricevuto molte testimonianze che parlavano dell’interesse anche di non praticanti per una parola e una preghiera portatrice di speranza. Vi domando di non perdere la freschezza della riscoperta della preghiera in famiglia, di momenti come la liturgia domestica della Parola, la preghiera dei salmi con la Liturgia delle ore, il rosario recitato insieme, la meditazione personale. Abbiamo scoperto un ampio spazio di preghiera e nutrimento spirituale “oltre la Messa”. Prima della crisi del coronavirus la Messa era diventata arida, perché suonavamo la musica divina della liturgia senza lasciarla calare dentro di noi con la preghiera del cuore e della vita. Non possiamo dimenticare la felice sorpresa del rapporto tra cristianesimo domestico e vita ecclesiale. Sono certo che la vostra fantasia pastorale non disperderà questo prezioso patrimonio.
  4. Che cosa non dovremo dimenticare nei prossimi mesi? Il tempo sospeso di questi mesi potrà maturare come tempo in pienezza, se saremo capaci di condividere il dolore di tante famiglie di fronte alla morte dei loro cari, in particolare di molti anziani e malati. Tanti sacerdoti non hanno lasciato mancare la loro presenza orante, almeno per il momento della sepoltura al cimitero. Vorrei raccogliere il desiderio della gente – come vi ho scritto – di celebrare nel futuro prossimo una Messa di suffragio con una celebrazione diocesana o vicariale per manifestare la speranza che ci dona il Risorto. Molti di voi, proprio attraverso la prossimità agli anziani e ammalati, hanno scoperto relazioni nuove con le famiglie e una presenza che non passava solo attraverso la preghiera liturgica. Alcuni hanno testimoniato la riconoscenza della gente per un volto di prete che, non potendo esprimersi attraverso il consueto servizio cultuale, è stato apprezzato per la vicinanza, la parola di consolazione, la prossimità, la carità. Vi chiedo una cosa concreta: visitate nei prossimi mesi le famiglie che hanno perso un loro caro e portate con la benedizione del vescovo la speranza della vita eterna a coloro che non hanno potuto vedere e salutare i loro defunti.

5.         Che cosa sfida la nostra azione pastorale sul lungo periodo? La risposta è semplice da dire, ma difficilissima da inventare praticamente: una carità generosa e una nuova fraternità. Diventa necessario promuovere con grande coraggio il lavoro della Caritas e delle altre istituzioni ecclesiali e civili per mitigare le conseguenze della pandemia. Nella lettera vi ho indicato le tre direttrici prevedibili. Bisognerà favorire una sapiente e oculata gestione delle risorse, la collaborazione con tutti i corpi intermedi che si dedicano alla rete di protezione sociale, per realizzare quel “piano per risorgere” di cui ha parlato papa Francesco. Inoltre, dopo questo tempo di dolore e sofferenza, dobbiamo affrontare questa situazione facendo crescere la solidarietà, esercitando la carità personale, sociale e politica. Carità generosa e nuovi legami fraterni saranno i due polmoni per correre con nuova lena e vincere la sfida di un nuovo “rinascimento”. Dobbiamo tenere vivi nella nostra mente e nelle nostre opere questi due aspetti: senza carità responsabile e sapiente è facile che le situazioni che ci verranno incontro non siano intercettate; senza nuovi legami fraterni potremmo essere strumentalizzati e non cambiare la qualità della vita delle nostre comunità cristiane. Potremmo vivere una stagione di grande generosità senza cambiare il volto delle nostre comunità? Questa resta la questione essenziale della nostra pastorale!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara