Vocazione al ministero diocesano: omelia alle ammissioni all’Ordine sacro

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Vocazione, ministero e diocesi. Sono le tre parole chiave che il vescovo Franco Giulio ha proposto, lo scorso 13 maggio, a seminaristi e sacerdoti, nell’omelia della celebrazione per il rito di ammissione all’ordine sacro, che è stata celebrata nel seminario diocesano.

Tre parole interlacciate da un nesso di conseguenzialità, a disegnare un movimento che dall’ascolto di quell’«intuizione del cuore e della mente» che germoglia per ogni cristiano, passa da un amore «con cuore indiviso» del Signore che qualifica il sacerdozio, e si conclude in una dimensione pratica concreta di questa scelta, definita dalla parola diocesi convertita in aggettivo, perché strettamente legata a quella di ministero: il servizio al Vangelo per la propria Chiesa locale.


Vocazione al ministero diocesano
Omelia per l’Ammissione all’Ordine Sacro
13-05-2019
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Protagonisti tre chierici del san Gaudenzio: Gianluca Brusatore, della parrocchia della Madonna Pellegrina a Novara, Luigi Donati, di Calice Domodossola e Samuele Bracca di Casalvolone.

« La vita cristiana non è una conquista, ma, per l’aspetto più importante, è una chiamata, un dono che poi faticosamente seguiamo per tutta la vita, cercando di accoglierlo, di farlo fruttare, di non perderlo, di scambiarlo, di viverlo, di appassionarci ad esso», ha detto il vescovo commentando la prima parola.

Ministero, la seconda parola, ha a che fare con un universo di significato legato all’amore più grande e profondo, quella speciale passione, che però della passione non ha, anzi non deve avere, il carattere di fuggevolezza: «questa passione non deve raffreddarsi. Rivolgendomi ai nostri fratelli sacerdoti, e pensando anche a noi vescovi stessi, chiedo: quando nella vita si può raffreddare la passione per il ministero?»

E il ministero, per i chierici del San Gaudenzio, è diocesano: «La diocesanità è certo il legame stretto col vescovo, ma è un legame in questa chiesa e per questa chiesa, che significa per questa gente».

Di seguito il testo integrale dell’omelia.


Vocazione al ministero diocesano

Omelia per l’Ammissione all’Ordine Sacro

  

 

Saluto iniziale

Un saluto a tutti voi che siete presenti a questa solenne liturgia per il Rito di ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato di Gianluca, Samuele e Luigi. Un saluto affettuoso soprattutto ai genitori e parenti, ai gruppi parrocchiali qui presenti, e ai sacerdoti, insieme a tutto il nostro caro seminario.

Questo rito che sostituisce l’antico rito della vestizione, già a partire da ciò che esprime il nome Rito di ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato, indica che questi giovani sono a metà del cammino, per un verso, della verifica, e per l’altro, dell’accompagnamento alla vocazione al ministero diocesano. Commenterò brevemente queste tre parole: vocazione, ministero, diocesano, che indicano il tratto di cammino che avete già fatto, il segno di questa sera e, infine, quello che rimane ancora da percorrere.

 

Vocazione

Se voi siete arrivati sin qui, è perché avete seguito l’intuizione del cuore e della mente a ricevere la vocazione. Parola, questa, su cui abbiamo speso molte parole negli anni tra il ’60 e il ’90 del Novecento, e forse ancora fino al 2000, e poi improvvisamente è entrata in sonno. Allo stesso modo anche per il matrimonio, negli anni ricordati, si è insistito lungamente sul suo essere una vocazione, mentre ora è diventato semplicemente “un mettersi insieme” quanto basta (q.b.). È interessante notare che più si è parlato di questa dimensione, più si è perso il carattere di qualità che connota ogni vocazione cristiana. Perché prima di parlare delle cosiddette vocazioni speciali o particolari di ciascuno di noi, la vocazione connota la chiamata cristiana come tale. Infatti, la vita cristiana non è una conquista, ma, per l’aspetto più importante, è una chiamata, un dono che poi faticosamente seguiamo per tutta la vita, cercando di accoglierlo, di farlo fruttare, di non perderlo, di scambiarlo, di viverlo, di appassionarci ad esso.

Questo elemento profondo appartiene alla vocazione di ogni credente – di tutti noi che siamo qui – ma anche di coloro che credono con meno vigore, e nonostante ciò avvertono che la vita cristiana è di più di quanto si riesca a misurare, a calcolare, a conquistare, a mettere in banca. La vita è di più. E non è neppure un problema comprenderlo subito, perché se non si intuisce chiaramente oggi, la vita è in seguito fatta di tanti passaggi. Prima o poi essa batte colpo, e quando questo accade ci mostra che la vita è “di più”. Accade questo, cioè può battere colpo attraverso l’esperienza sofferta di una malattia, di un’incomprensione, di una separazione, ma batte colpo anche per l’esperienza gioiosa della nascita e dell’amore.

Voi avete seguito la vostra vocazione che si è costruita negli anni passati, dentro il grembo delle comunità che sono qui stasera con noi, quasi a consegnarvi all’ulteriore cammino. E la vocazione si può seguire, solo se noi la sentiamo dentro di noi, non solo come un’intuizione profonda, ma se la seguiamo davvero con passione.

Dire passione è esprimere qualcosa di bello – l’ho già spiegato altre volte –, è qualcosa per cui si patisce e poi diventa qualcosa per cui ci si appassiona. In prima battuta l’esperienza della vocazione è passiva e, in seconda battuta – solo in seconda battuta e solo perché continua a rimanere passiva – può diventare attiva, può diventare scelta di vita. Oggi è diventato difficile fare una scelta di vita. Magari all’inizio ci si sente pronti, poi a un certo punto non lo si è più, e allora si vuole fare una provaMa che significa provare? È ciò che avviene anche nei rapporti di coppia: un ragazzo e una ragazza stanno insieme alcuni mesi, un anno, due anni, e si prova. Passano cinque anni e la prova non è ancora finita, non è ancora sicura. Infatti, non si può sottoporre la libertà dell’altro alla prova, la liberta altrui non può essere soggetta ad esperimento, casomai è soggetta ad esperienza, e la differenza tra esperimento ed esperienza si spiega da se stessa!

Dovete, dunque, ringraziare il Signore che vi ha condotto fino a questo momento, facendovi mettere in gioco nella vostra vocazione. Non avete fatto come chi voleva vedere con una visione anticipata tutto il filmato della propria vita. Ma il filmato della vita non si può vedere in anticipo, qualche volta sarebbe meglio ritornare su qualche scena, che forse abbiamo vissuto precipitosamente, per poterla assaporare più profondamente. Ma della vita non ci può essere anticipo, se non nella forma della promessa, mentre del vissuto già sperimentato si può fare sempre da capo memoria.

 

Vocazione al ministero

È quanto stiamo vivendo questa sera con questa celebrazione. La Chiesa vi rassicura che potete aspirare fondatamente al ministero pastorale. Aspirare con buoni motivi al ministero pastorale significa incominciare a differenziarsi dalle altre vocazioni. Tutte le vocazioni hanno un riferimento assoluto, tutte le vocazioni amano il Signore con cuore indiviso, e tuttavia ciascuna ama il Signore con cuore indiviso con un oggetto proprio. Anche se in realtà non si tratta di un oggetto, ma di una Persona. Il marito ama con cuore indiviso la moglie, così voi amate con cuore indiviso questa chiesa! Questa scelta si chiama ministero, si chiama servizio, si chiama diventare pastori.

Qui ci aiuta un’espressione del Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 10,1-10) e che ci dice:

“(il pastore) cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce” (Gv 10, 4b).

Il pastore, quando ha portato fuori tutte le sue pecore – l’atto per eccellenza del pastore –, quando al mattino spinge fuori tutte le sue pecore perché si nutrano di erbe verdeggianti e bevano a ruscelli zampillanti, cammina davanti a esse perché lo seguano e riconoscano la sua voce.

Questa è la passione dell’essere ministri e pastori e questa passione non deve raffreddarsi. Rivolgendomi ai nostri fratelli sacerdoti, e pensando anche a noi vescovi stessi, chiedo: quando nella vita si può raffreddare la passione per il ministero? È sufficiente che cada uno dei quattro verbi – camminare davanti, seguire, ascoltare, conoscere – e subito ci si raffredda. Quando non lasciamo che Lui cammini davanti a noi – cammina davanti a esse – accade che noi camminiamo davanti alla gente, ma non lasciamo più che sia Lui a precederci.

In effetti, c’è chi fa il pastore, ma sembra che lui sia tutto: Gesù, il Padre e lo Spirito santo! Questo genera un’ansia che può alternarsi in un iperattivismo, oppure in una sorta di sovresposizione. Il ministero sempre in vetrina genera una figura di prete sempre in cerca di approvazione. Anche su Facebook si continua a postare per apparire: la vetrina è piena e affollata, ma come sarà la riserva in magazzeno?

Ecco, allora, occorre prima di tutto che noi lasciamo continuamente camminare Lui davanti a noi. Questo è anche il principio per non svuotarci dal di dentro. Lui ci cammina sempre davanti. Ciò magari ci rassicura, ma è una rassicurazione a caro prezzo. Per quanto io possa cadere, essere depresso, non capire dove mi stanno mandando, Lui cammina davanti a me. Ciò è detto non solo per me, ma anche per tutti quelli che mi sono affidati e “vi” saranno affidati. E poi gli altri verbi – le pecore lo seguono, ascoltano e conoscono la sua voce – ci parlano del seguire, ascoltare, conoscere la voce del Signore. È facile intuire la pregnanza di questi verbi contenuti nel vangelo di Giovanni. Non hanno bisogno di commento.

Oggi molti si fanno la domanda: “è possibile che un giovane oggi s’innamori ancora di un ministero così?” Io credo di sì! E d’altra parte vi dovrete preparare al fatto che seguire il Signore, ascoltare la sua voce, significa che noi parteciperemo al suo movimento che conduce tutti noi, credenti e non credenti, tutti gli uomini, che sono di un altro ovile, come dice Gesù (cfr Gv, 10,16), perché ci introduce ai pascoli della vita e alla vita in abbondanza (Gv 10,10). Non ad una vita in piccolo, non solo a sopravvivere, ma alla vita in abbondanza! Il Cristianesimo propone semplicemente questo. Se non l’avete mai provato, significa che avete incontrato una contraffazione del cristianesimo, un cristianesimo in maschera. Guardiamo coloro che vengono a messa la domenica, talvolta ci guardano con lo sguardo depresso, e chiediamoci se sono realmente venuti per abbeverarsi alla “vita in abbondanza”?! E, soprattutto, se noi gliela offriamo così, perché ogni giorno la cerchiamo infaticabilmente da capo?

Ecco, dunque, la Chiesa questa sera vi fa fare il secondo passo della vocazione al ministero. Vi vien detto: “Sì! Potete camminare, perché la vostra passione porta dentro di sé i tratti di Gesù buon Pastore”

 

Vocazione al ministero diocesano

L’ultima parola (ministero diocesano) illustra il compito dei prossimi anni, prima di arrivare all’ordinazione. Voi diventerete preti in una chiesa locale, in una diocesi. È un nome che trae origine dall’organizzazione amministrativa con cui era suddiviso l’impero romano, e poi già dai primi secoli è passata a indicare la Chiesa locale e/o particolare. Particolare, non perché sia una “parte” rispetto al “tutto”, che è la Chiesa universale, ma perché la Chiesa locale è il “luogo” dove il “tutto” si rende presente nel “frammento”. Per maturare questa consapevolezza ci vorranno ancora un po’ di anni, e i vostri genitori (il vostro papà e la vostra mamma) possono spiegarvi bene questa intuizione, perché l’amore e la passione diventano maturi quando si concentrano in un punto solo!

Mi è già capitato di sottolineare – e non vedo molto affermata questa cosa – che uno da adolescente diventa realmente adulto, quando è capace di concentrare tutta la potenza dell’amore dentro un unico frammento, dentro un unico particolare, dentro una scelta singolare. Si sceglie questo e non quello. Ci si dona a questa vocazione e non a un’altra. Solo così si fanno cose grandi! Solo così anche i grandi pensatori e inventori sono diventati tali, da un tormento interiore per una cosa irrisolta sono approdati all’invenzione, alla scoperta. Ci vorranno un po’ di anni per capire questo, ci vorrà tempo per diventare adulti, anche dopo l’ordinazione. I primi dieci anni dopo l’ordinazione sono come l’adolescenza del ministero! Questo si vede bene nei preti giovani, con il loro entusiasmo iniziale e la loro baldanza, quasi spavalda. In seguito, essi talvolta pagano qualche spavalderia, si rendono presto conto delle fatiche e dei limiti che trovano con i giovani, e tutto questo è salutare.

Questo è il ministero diocesano! La diocesanità è certo il legame stretto col vescovo, ma è un legame in questa chiesa e per questa chiesa, che significa per questa gente. Bisogna amare la gente, amarla nelle loro condizioni di vita particolare, amare la gente che non si è scelta, ma si è trovata. Bisogna stare in mezzo e avere l’odore delle pecore! (cfr. Francesco, Omelia della Messa crismale, 28 marzo 2013). Tuttavia, anche la passione per la chiesa diocesana si è affievolita. Per questo occorrono ancora un po’ di anni per apprenderla. A volte uno si pensa prete secondo un suo disegno, magari organizza anche cose eccezionali, con una certa autosufficienza, ma non respira con il ritmo della sua Chiesa locale.

Nei prossimi anni fatevi aiutare su questo cammino. Guardate cosa succede anche tra di noi: i preti che amano veramente la gente, non stanno in vetrina. Occorre guardare anche ciò che essi hanno di riserva. Vi assicuro che anche per il sacerdote c’è la promessa del Signore che dice: “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza!” Mi viene alla mente l’esempio dato da un caro prete, mio compagno: da sette anni – due mesi prima del mio ingresso qui in diocesi – vive con la deviazione intestinale, ma fa tutto quello che deve fare, fa tutte le benedizioni delle case. E molto altro. È entrato in prima media, non ha la patente, ha girato il mondo e ha fatto diventare anche il suo non saper guidare un modo per coinvolgere gli altri. Il risultato è un prete che ama la gente e soprattutto è tanto amato dalla gente! E non tanto perché la sua gente parla bene di lui, ma piuttosto perché questo prete ha ricevuto in risposta tanta vita in abbondanza. Questo vi auguro questa sera!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara