Quattro scene per raccontare il martiro di San Vittore

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La decapitazione; le torture e la persecuzione; la condanna ed infine il ritrovamento del corpo. Quattro scene, quattro immagini che nel racconto assumono dinamicità e mostrano come in un film la vicenda di Vittore, cristiano, soldato, catechista e martire: patrono di Verbania che già pochi anni dopo la morte, all’alba del IV secolo, divenne una figura-simbolo della fede vissuta nel «periodo eroico» dei primi tre secoli di cristianesimo.


Il martirio di San Vittore
Omelia nella Solennità di san Vittore, martire
08-05-2019
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Le ha proposte il vescovo Franco Giulio Brambilla lo scorso 8 maggio, celebrando proprio la festa del santo nella Basilica di Intra a lui dedicata. Alle quattro immagini, raffigurate sul tamburo della cupola, il vescovo ha accostato una meditazione ispirata alla Parola, con brani del Vangelo sul processo e sulla Risurrezione di Gesù, e alla tradizione, con un commento ad alcuni passaggi dell’inno di san Vittore, tratto dalla Liturgia ambrosiana delle Ore. Ma ha anche guardato al presente, e in particolare alle stragi di Pasqua in Sri Lanka: un terribile e doloroso segno di come, ancora oggi, la fede e i cristiani siano perseguitati.

Di seguito il testo integrale dell’omelia del vescovo.


Il martirio di San Vittore

Omelia nella Solennità di san Vittore, martire

 

Saluto iniziale

Un cordiale e fraterno saluto a tutti voi, carissimi Intresi e Verbanesi, che siete qui presenti questa sera, sfidando l’inclemenza del tempo. Saluto questi ragazzi che si mettono nella scia di san Vittore che sostenne una dura prova. Saluto i sacerdoti. Saluto le autorità e tutti coloro che rendono solenne questa celebrazione nella cornice splendente di questa Basilica, appena restaurata, e della quale abbiamo già decantato le glorie del barocco scintillante che fa brillare gli occhi e scaldare il cuore.

Le quattro scene del martirio di san Vittore

In questa sera ho pensato di commentare le quattro scene del martirio di san Vittore, che si trovano raffigurate nell’alto tamburo della cupola, e che raffigurano, in senso antiorario: la decapitazione, sul lato verso l’altare, visibile dal centro della Basilica; le torture e la persecuzione, sul lato sinistro; la condanna, sul lato opposto all’altare; e, infine, il ritrovamento del corpo, sul lato destro.

Intermezzerò la breve presentazione delle quattro scene con un pensiero spirituale, ciascuna con la lettura di una parte dell’inno di san Vittore, tratto dalla Liturgia ambrosiana delle Ore (cfr. vol. III, inno proprio delle Lodi mattutine e dei Vespri della memoria). La memoria del Santo di influenza milanese si rifà all’operato di Sant’Ambrogio che ricuperò le reliquie di san Vittore e di altri santi collocandole nelle chiese battesimali, in modo che diverse chiese furono e sono a lui dedicate: tra le più note nella diocesi di Milano vi sono Albavilla, Arcisate, Arsago Seprio, Brezzo di Bedero, Corbetta, Esino Lario, Missaglia, San Vittore Olona, Rho, Varese, Villa Cortese e, nella nostra diocesi, Cannobio, Sizzano e naturalmente Intra.

Sant’Ambrogio pensava in tal modo di celebrare la memoria di questi che sono stati i martiri dell’ultima persecuzione, del periodo “eroico” dei primi tre secoli, anche se poi le persecuzioni sono continuate nella storia della Chiesa fino ai nostri giorni – si pensi al giorno di Pasqua, quanti morti nello Sri Lanka!

Excursus storico

Nel 303 avvenne l’ultima persecuzione di Diocleziano e dieci anni dopo ci fu l’Editto di Milano, che sancì la pace religiosa per cui il Cristianesimo diventò culto ammesso, religione praticabile. Non ancora religione di stato, come avvenne poi nel 380 con Teodosio. Nel frattempo nel 325 c’era stato già il Concilio di Nicea, convocato da Costantino, per dirimere la questione della fede.

Nel 313 a Milano, con l’incontro tra Licinio e l’imperatore Costantino, si stipulò l’Editto di Milano. In realtà fu un’intesa orale con la quale si decideva di abrogare la legislazione repressiva nei confronti dei cristiani. Soprattutto doveva avere effetto in Oriente, poiché in Occidente non era necessario dal momento che già il padre di Costantino (Costanzo Cloro) aveva praticato una politica di tolleranza. Nella tetrarchia di Diocleziano, invece, nella parte orientale, bisognava abrogare le leggi persecutorie, cosa che avvenne traducendo l’intesa di Milano messa per iscritto come un Editto, ripreso e citato poi nell’opera cristiana di Lattanzio “De mortibus persecutorum”.

Prima scena: la condanna di san Vittore

Nella prima scena san Vittore è in piedi davanti all’imperatore, che è seduto con la corona d’alloro in capo. Intorno vi sono alcuni personaggi nel momento in cui è emesso il giudizio e la condanna. Vittore è raffigurato con l’indice della mano rivolto verso l’alto. Qual era il problema che è significato nella scena? Vittore era un militare, diventato poi cristiano e catechista. Ai militari veniva chiesto il giuramento nei confronti dell’imperatore, ma unitamente al giuramento era domandato anche di sacrificare – bruciare incenso – a favore dell’imperatore. Ma per un cristiano, sacrificare in onore dell’Imperatore veniva inteso come alternativo e opposto alla propria fede. Pertanto Vittore e gli altri, Nabore, Felice, Gervaso, Protaso potevano anche fare giuramento all’imperatore, e obbedire a Lui, ma non sacrificare, perché al di sopra c’è un potere più alto. Sembra di vedere la scena di Gesù davanti a Pilato quando dice: “Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19, 11a). Il testo greco dice ἄνωθεν che può significare dall’alto, cioè da Roma, o dall’alto, cioè più in Alto, l’origine trascendente del Potere. Tanto è vero che poi i capi del popolo ricattano Pilato dicendogli che, se non avesse fatto quello che chiedevano, non si sarebbe dimostrato amicus Cæsaris, amico di Cesare. Questo titolo designava una sorta di dignità, che peraltro Pilato ottenne da parte dall’imperatore, ma che perse sul finire della vita, cadendo in disgrazia. Ecco dunque lo scontro tra un potere che può mettere a morte, e invece un riferimento che trascende questo potere, significato dal dito di Vittore che fa guardare verso l’alto.

Questo chiede anche a noi di non confondere i rapporti di forza, di prossimità, di aiuto, tutte le forme di relazione della nostra vita, da quelle più facilitanti ed utili, a quelle che invece sono più impegnative, le relazioni educative e lavorative, fino alle relazioni di potere. Le relazioni che riguardano la verità della vita – ecco il dito di san Vittore – non possono mai essere rapporti di forza! Alla verità di Dio e alla verità del cuore dell’uomo si aderisce solo con la libertà. Noi cattolici talvolta abbiamo dimenticato che la verità cristiana è in relazione alla libertà di ciascuno. Ciò non significa che uno può fare quello che vuole, ma significa che il modo di accedere alla verità è di accoglierla liberamente. La verità se imposta con forza – se uno viene in chiesa per forza, se uno è cristiano per necessità, se è credente perché non trova di meglio – non è la verità che salva, non è la verità dell’amore, perché all’amore si risponde nella libertà. L’amore di Dio è un amore inestinguibile che crea quindi una libertà inesauribile. Amate il dito del vostro san Vittore! Quando entrerete nella vostra Basilica, scorgerete sempre il dito di san Vittore che indica l’alto. Quando avete qualche difficoltà nella vita, per cui dovete interpellare con fatica la coscienza per ciò che è buono, per essere corretti e onesti, piuttosto che cedere a qualche compromesso, ricordate il dito di san Vittore che indica l’alto. Ascoltate come Sant’Ambrogio commenta e descrive la vita e la testimonianza di san Vittore (il testo italiano non è la traduzione letterale del testo originale in latino, ma ne interpreta il senso)

Victor, Nabor, Felix, pii
Mediolani martyres,
solo hospites, Mauri genus,
terrisque nostris advenae.

Torrens arena quos dedit,
anhela solis aestibus,
extrema terrae finium,
exulque nostri nomini.

Suscepit hospites Padus
mercede magna sanguinis:
sancto replevit spiritu
almae fides ecclesiae;

Et se coronauit trium
cruore sacro martyrum
castrisque raptos inpiis
Christo sacrauit milites

Vittore, Nabore, Felice, santi
martiri di Milano:
vi ha generati l’Africa,
arsa dal sole bruciante.

(Siete venuti da una lontana,
straniera al nome romano;
ora la verde pianura vi accoglie
per un compenso di sangue.

Una Chiesa ospitale vi regala
la forza dello Spirito,
vi onora soldati di Cristo
e del vostro martirio si corona).

A chi riceveva la cresima, un tempo si diceva che diventava soldato di Cristo. Seppure con un’immagine forse esagerata, voleva indicare che con la cresima si entra in quella stagione della vita  che esige la lotta e un impegno forte!

 

Seconda scena: tortura o persecuzione di san Vittore

Nella seconda scena è raffigurato uno sgherro di spalle che cerca di costringere san Vittore a ritrattare il suo rifiuto di sacrificare all’Imperatore. Visto che Vittore non ha timore dell’Imperatore, il potere tenta di farlo cedere con le sofferenze e la tortura! La scena è raffigurata nel dipinto persino in modo trasfigurato. Tuttavia, questa seconda scena ci ricorda un secondo aspetto della vita cristiana per chi vuole essere conforme al Signore Gesù: in genere le scelte di vita si pagano nel corpo e nella vita, perché le scelte che si pagano solo nella testa, non sono vere scelte. Le decisioni che contano si incidono, si scrivono nel corpo, addirittura formano piaghe nel nostro corpo, dentro la nostra vita! È diventato difficile essere coerenti e non riesco a comprendere perché anche in Italia sia così difficile mantenere la barra a dritta. La vita cristiana esige delle scelte che si incidono nel concreto, che toccano addirittura il corpo, che lasciano talvolta persino ferite. Credo che chi non ha sentito qualche volta la propria carne scarnificata, possa temere della propria autenticità cristiana.

Commenta Sant’Ambrogio, nel suo inno, enfatizzando questo aspetto:

Profecit ad fidem labor,
armisque docti bellicis,
pro rege vitam ponere,
decere pro Christo pati.

Non tela quaerunt ferrea,
non arma Christi milites:
munitus armis ambulat,
veram fidem qui possidet

(Avvezzi alla dura fatica
e al rischio di tragica morte,
semplice cosa vi parve morire
uccisi per l’eterno Re.

Armi ferree non servono
ai militi del Signore:
vero scudo è la fede
e la morte è vittoria).

Terza scena: la decapitazione di san Vittore

Nella terza scena è raffigurato il martirio di san Vittore. La pena di morte per un romano avveniva per decapitazione. Era una morte veloce e traumatica! Mentre Gesù e Pietro non furono decapitati, ma crocifissi. Questa era una morte straziante, quella comminata agli schiavi. San Paolo, cittadino romano, si appellò a Cesare e venne decapitato. La scena della decapitazione di san Vittore è quasi devota: il nostro santo è in ginocchio e un soldato con una daga sferra il colpo finale! È la morte del discepolo. È la condivisione della croce di Gesù. Bisogna notare che ciascuno partecipa alla croce di Gesù, secondo la sua origine e appartenenza: se sei un romano vi partecipi con una certa modalità; se sei un barbaro in un altro modo. Se oggi sei un cristiano dello Sri Lanka ti capita di soccombere per una bomba.

Il momento della morte per il cristiano è sempre il momento dalla testimonianza radicale. Ma a questo proposito vorrei dirvi una cosa semplice ed immediata: noi non sapremmo – io stesso non saprei – dare la vita per il Signore, se ogni giorno non fossimo capaci di far prevalere la vita sulla morte. Se ogni giorno non sapessimo trasmettere più speranza che depressione, se ogni giorno non fossimo capaci di trasmettere più affetto che abbandono. Amo molto un passaggio della sequenza pasquale, “mors et vita duello conflixere mirando”la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello!  In verità la morte e la vita si affrontano ogni giorno. Dobbiamo essere uomini e donne che fanno prevalere ogni giorno più vita che morte, più forza che debolezza, più vicinanza che distanza, più attenzione che dimenticanza, più prossimità che abbandono… queste polarità sono il modo con cui si deve percepire che la vita è in gioco ogni momento dell’esistenza. Al tempo di Vittore erano i laici, non anzitutto preti, monaci, vescovi, ma militari e altri, che, venendo in città come Roma o Milano, diventavano catechisti, evangelizzatori. Questo è sorprendente: purtroppo noi siamo influenzati dalla storia del secondo millennio del cristianesimo, quando i santi furono soprattutto monaci, preti o vescovi. Nel primo millennio per la gran parte erano martiri, santi e beati  anche i laici.

Continua l’inno di Sant’Ambrogio:

Scutum viro sua est fides
et mors triumphus, quem invidens
nobis tyrannus ad oppidum
Laudense misit martyres.

(Sembra che il bieco tiranno ci invidi
il vanto di questo martirio
e da Milano manda
le sacre vittime a Lodi).

Nella chiesa parrocchiale del mio paese d’origine, che è anch’essa dedicata a san Vittore, mi hanno sempre impressionato due raffigurazioni del Santo: da un lato è rappresentata la scena del martirio che stiamo commentando ora, e dall’altro lato è invece raffigurata la processione con il corpo di san Vittore che viene riportato indietro da Lodi a Milano. Sabato scorso ero a celebrare a “San Vittore al corpo” a Milano, là dove appunto venne portato il corpo del Santo.

 

Quarta scena: il ritrovamento del corpo di san Vittore

Infine, nella quarta scena, molto bella e piena di colori, quasi una scena della deposizione e del compianto, il corpo di san Vittore è disteso a terra, mentre la testa mozzata sta a lato. Intorno vi sono i fedeli che vengono a prendere il suo corpo, con il vescovo, san Materno, che lo riporta a Milano. Nei testi della risurrezione di Gesù si dice che non si trovò il corpo di Gesù, (cfr. Mt 28,6; Mc 16,6; Lc 24,3; Gv 20,1), mentre i primi cristiani custodirono gelosamente i corpi dei martiri. Quasi a dire che, come nel corpo di Gesù Risorto rimangono le piaghe del Crocifisso, Gesù risorto non azzera i segni della passione, ma li porta per sempre con sé. È il Crocifisso Risorto! I cristiani custodivano i corpi di Martiri; e in effetti, nell’antichità, durante la settimana, non si celebrava l’Eucaristia nelle chiese, ma sulle tombe dei martiri. La custodia e la venerazione delle reliquie, significa anche memoria, amore che si concentra in un segno che ci ricorda che la vita è una realtà che costa!

A questo proposito vorrei fare l’augurio alla città di Verbania, per questo momento che stiamo vivendo: custodite la vostra memoria! Ho già citato altre volte un fatto che mi è capitato da queste parti. Durante la prima estate dal mio arrivo a Novara, era fine agosto, e un pomeriggio, insieme con il gruppo delle mie famiglie, da Casa Immacolata di Pallanza stavamo andando verso Omegna, dove doveva esserci la processione di San Vito. Verso sera ci fu un tornado. Rientrando verso le undici di sera – anche in quell’occasione la processione, come stasera, non si fece, a causa del forte maltempo – trovammo un larice che era stato ribaltato e abbattuto sull’aiuola della rotonda esterna alla casa. Era un larice molto grosso: ci volevano forse tre uomini per abbracciarlo. Fui colpito dal fatto che l’albero, nonostante la sua possanza, riverso com’era sulla rotonda di ingresso di Verbania, avesse radici solo di venti centimetri. Se le nostre radici sono così corte, possiamo essere anche una pianta gigantesca, ma basta un tornado – peraltro non tra i più impetuosi come quelli dell’Oriente – per essere travolti!

Custodite la memoria! La memoria dei vostri genitori, dei vostri nonni, delle persone che ci  hanno voluto bene, delle persone che sono state significative per la vita civile e la città. La pianta se non ha radici può crescere anche rigogliosa, ma è fragile. Vi auguro di essere una pianta rigogliosa con radici profonde!

Conclude così l’inno di Sant’Ambrogio:

Sed reddiderunt hostias
rapti quadrigis corpora,
revecti in ora principum
plaustri triumphalis modo.

Patri, simulque Filio,
Tibi, Sancteque Spiritus,
Sicut fuit, sic augite,
Saeclum per omne gloria. Amen.

(Ma, consumato il sacrificio,
a noi su quadrighe tornarono:
il carro del loro trionfo
passò glorioso al cospetto dei re.

A Te, Padre, la lode
e all’unico tuo Figlio
con lo Spirito santo
canteremo nei secoli. Amen).

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara