Donna del Vangelo, dell’ascolto e dell’agàpe. Omelia per i funerali di madre Cànopi

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Vangelo, ascolto e agàpe (l’amor divino): ha scelto tre parole mons. Franco Giulio Brambilla, per ricordare madre Anna Maria Cànopi, scomparsa lo scorso 21 marzo e i cui funerali  sono stati celebrati questa mattina nella basilica dell’Isola di San Giulio.

Tre parole unite da una quarta: donna. E allora, il vescovo ha scelto di lasciare che fosse proprio madre Anna Maria, attraverso alcuni suoi recenti scritti, a parlare del senso della sua scelta, della sua vita e del cammino monastico: «la Madre, con una impronta tutta femminile, ci ha raccontato la modernità del cristianesimo, semplicemente facendo memoria del Vangelo e della grande tradizione monastica. E come potrei io sostituirmi a lei per farvi sentir vibrare il principio mariano, il principio dell’“Eccomi” di Maria, che è la prima e l’ultima parola della Chiesa?», ha detto.


Donna del Vangelo, dell’ascolto e dell’agàpe

Omelia per i funerali di Madre Anna Maria Cànopi
25-03-2019
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«Poiché io non sono né monaco, né donna, mi taccio: il mio compito ora è solo quello della voce che evidenzia tre testi per farvi riascoltare, qui davanti alla spoglia mortale di Madre Anna Maria, le sue esili parole di donna del Vangelo, dell’ascolto e dell’agàpe. Sono parole infuocate, che culminano con un piccolo testo, vergato alla vigilia del Natale 2018».

Di seguito, il testo integrale dell’omelia.


Donna del Vangelo, dell’ascolto e dell’agàpe

Omelia per i funerali di Madre Anna Maria Cànopi

 

Incipit 

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che [la tua serva]
vada in pace, secondo la tua parola,
30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31preparata da te davanti a tutti i popoli:
32luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele». (Lc 2, 29-32)

Il 21 marzo 2019, giorno del Transito di san Benedetto, primo giorno di primavera, Madre Anna Maria Cànopi, per 45 anni Abbadessa del monastero Mater Ecclesiae dell’Isola san Giulio, ha cantato con il sospiro dell’anima il suo Nunc dimittis. A poco più di un mese dalla Benedizione abbaziale della nuova Madre, Maria Grazia Girolimetto, dopo aver compiuto l’opera di bene, la sua missione monastica sul Lago argentato del Cusio, Madre Anna Maria è volata nel paradiso delle martiri, delle vergini e delle monache. Lo scorso anno, proprio come oggi nella Festa liturgica dell’Annunciazione (anche se era il 9 aprile) ero venuto a trovarla, chiamato dalla carità premurosa delle sue sorelle, perché sembrava vicina al termine di sua vita. Le ho parlato e ho capito che non era ancora giunta la sua ora. Ho testimoni che possono attestare quanto oggi vi dico.

Aveva ancora nel cuore l’ultima pressante carità: quella di passare il testimone, perché il grande sogno che aveva cullato e cresciuto qui sull’Isola potesse continuare. Il giorno 9 novembre dello scorso anno, dopo quarantacinque anni, alle ore 11:30 circa, saliva al cielo la fumata bianca, che annunciava l’elezione della nuova Madre. In prima fila, anche Madre Anna Maria, aveva deposto il suo voto. E il suo sorriso s’era sciolto, pronto a ritirarsi sul Tabor.

Poco più di un mese fa, Ella ha assistito dalla sua camera alla solennissima liturgia della Benedizione abbaziale. Nell’Omelia ho narrato la storia emozionante di questi anni, in cui san Giulio è diventata l’Isola del tesoro, la piccola Nazareth, in cui un nutrito manipolo di donne (ne sono passate oltre 150), abbandonata la brocca della loro funzione mondana, hanno continuato con il tocco femminile a cercare Dio, a seguire le orme di Cristo, ad accogliere il dolce ospite dell’anima, lo Spirito santo. Potete trovare in quell’omelia tutto il senso sconvolgente della presenza monastica qui a san Giulio d’Orta

La Madre, con una impronta tutta femminile, ci ha raccontato la modernità del cristianesimo, semplicemente facendo memoria del Vangelo e della grande tradizione monastica. E come potrei io sostituirmi a lei per farvi sentir vibrare il principio mariano, il principio dell’ “Eccomi” di Maria, che è la prima e l’ultima parola della Chiesa. I vescovi, i sacerdoti, i laici, sono i servitori che portano le sei anfore d’acqua e il loro servizio consiste nell’incarnare il cristianesimo in questo mondo, spesso disperdendone la bellezza e la forza d’urto; i monaci e le monache, e poi anche tutti i consacrati e le consacrate, sono coloro che rendono presente l’agape, l’amore inesauribile di Dio, il “principio mariano”, che si riassume in una sola parola: “Fate quello che Lui vi dira!”, tenacemente testimoniato nella vibrazione di infinite parole e silenzi. Poiché io non sono né monaco, né donna, mi taccio: il mio compito ora è solo quello della voce che evidenzia tre testi per farvi riascoltare, qui davanti alla spoglia mortale di Madre Anna Maria, le sue esili parole di donna del Vangelo, dell’ascolto e dell’agàpe. Sono parole infuocate, che culminano con un piccolo testo, vergato alla vigilia del Natale 2018.

Ascoltiamole!

  1. DONNA DEL VANGELO

«Eccomi»: questa parola, tanto breve quanto ricca di significato spirituale, attraversa l’intera Sacra Scrittura esprimendo il della piena disponibilità alla volontà di Dio, il che fa dell’uomo un cooperatore di Dio stesso nel compimento del disegno di salvezza, il della fede pura e fiduciosa. Al dell’obbedienza, l’«eccomi» aggiunge una nota particolare: quella della prontezza, quasi dell’impazienza. «Eccomi» è la parola che pronunzia chi vive con l’orecchio sempre teso ad ascoltare la Parola di Dio, la sua voce che lo chiama, e al primo sussurro è pronto, già corre, perché ama.

Il Signore si mette in relazione personale con ciascuno di noi; egli parla al nostro cuore e vuole trovarci ascoltatori attenti. Non solo; vuole che noi stessi diventiamo messaggeri della sua Parola, vuole che la viviamo mettendoci in comunione con i nostri fratelli e che la portiamo anche là dove non è ancora conosciuta o non è più ascoltata. [..]

Ripercorrendo le pagine bibliche sentiremo risuonare tanti «eccomi», a partire da quello silenzioso delle creature che, chiamate dal nulla all’esistenza, subito rispondono alla Parola creatrice di Dio e testimoniano così, semplicemente esistendo, il suo amore. [..]

Inizia così la storia della salvezza, che avanza, in certo senso, di «eccomi» in «eccomi», tra slanci di fede e battute d’arresto, tra fatiche e riprese. Il primo «eccomi» che sentiamo risuonare è quello di Abramo, nostro padre nella fede, tutto donato a Dio, fino al sacrificio più grande; poi incontriamo l’«eccomi» del futuro patriarca Giuseppe che, ancora giovinetto, ma gia grande nell’amore, si mette in cerca dei suoi fratelli, rischiando la propria incolumità; poi risuona l’«eccomi» di Mosè che nella sua ricerca di Dio non teme le fiamme del roveto ardente. Sempre commovente per la sua innocente freschezza è la mistica esperienza del piccolo Samuele che Dio chiama nel sonno, svegliandolo all’improvviso; egli subito corre dall’anziano sacerdote Eli: «Mi hai chiamato? Eccomi!». Così per tre volte, fino a quando l’anziano gli suggerisce come rispondere a quella voce: «Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta».

Così, di tappa in tappa, la storia sacra prosegue fino all’«eccomi» di Isaia che preannunzia la nascita dell’atteso Messia e fa cantare anche le stelle, quando, in un momento buio del cammino del popolo eletto, con il loro gioioso brillare per il Signore ridonano speranza all’uomo pellegrino.

I tempi ormai sono maturi per l’«eccomi» più bello e ricolmo di grazia: quello di Maria in risposta all’annunzio dell’angelo, l’«eccomi» che apre la porta del cielo per la venuta tra noi dell’atteso Messia, di Colui nel quale tutte le promesse del Padre diventano .

A partire da Gesù, l’«eccomi» dell’uomo prosegue nella storia della Chiesa, di generazione in generazione, per diffondere la buona notizia della salvezza fino agli estremi confini della terra e fino alla fine dei tempi.

Ascoltando tutti questi «eccomi» presenti nella Sacra Scrittura, ciascuno di noi può sentire che anche alla sua porta il Signore bussa e lo invita a pronunziare il proprio personale «eccomi» per contribuire al cammino della storia della salvezza di tutta l’umanità.

Nella nostra epoca, nei nostri giorni, si sente forte il bisogno di molte persone disponibili, pronte a dire «eccomi» al Signore, per metterlo al centro della propria vita e per dedicarsi con generoso impegno a farlo conoscere anche a quelli – e sono tanti! – che vivono ancora come se non ci fosse.

Un bambino, nato ed educato da genitori atei, un giorno tornato da scuola – frequentava le scuole elementari – disse loro festosamente: «Oggi ho imparato che tutte le cose del mondo sono state create da Dio! Voi non lo sapevate?». I genitori risposero in modo evasivo, ma il piccolo riprese: «È una cosa tanto bella! Se lo sapevate, perché non me l’avete mai detto?». «Perché sei piccolo…», risposero i genitori un po’ confusi. E il bambino, quasi mostrandosi offeso, ribatté: «Queste cose i bambini le capiscono benissimo! Lo ha detto proprio Gesù: capiscono più dei grandi!». Quanto c’è sempre da imparare dai bambini!

  1. DONNA DELL’ASCOLTO

 Devo anzitutto riconoscere che la Parola di Dio è entrata nelle mie orecchie e nel mio cuore fin dall’infanzia attraverso il linguaggio dei miei familiari e dell’ambiente che mi circondava. In quel tempo – specialmente nei paesini – non si leggevano tanti giornali né si ascoltava la radio o si guardava la televisione: non c’era nulla di quello che poi si è andato rapidamente sviluppando fino al parossismo della comunicazione globale dei nostri giorni. La gente semplice di allora aspettava la domenica e le feste per avere la gioia di andare a Messa e ascoltare la “predica” del parroco e per frequentare il catechismo nelle ore pomeridiane. Le avvincenti esposizioni della storia sacra, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, si imprimevano nella memoria e le espressioni bibliche si impastavano con il gergo corrente; costituivano le massime di vita, i punti di riferimento per ogni situazione; erano insomma la sapienza del popolo. La preghiera con i salmi – consuetudine presa già nell’adolescenza – era pure una fonte inesauribile di vita spirituale, una guida nel cammino quotidiano.

Il primo versetto del salmo 25, ad esempio, mi apriva ogni giornata: «A te, Signore, elevo l’anima mia», così pure l’inizio del Salmo 63: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia». E in ogni momento di difficoltà o di prova, ecco affacciarsi alla memoria del cuore il bel versetto del salmo 37: «Sta’ in silenzio davanti a Dio e spera in lui» e le stesse parole di Gesù: «Coraggio, sono io, non temete» (Mc 6,50); «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), e molti altri versetti che sempre più caratterizzavano il mio modo di pensare, quindi di agire.

La vocazione monastica mi si è rivelata proprio attraverso le Sacre Scritture ed è maturata alimentandosi ad esse.

Ero colpita da quello che è detto del profeta Samuele, che egli non lasciò andare a vuoto una sola delle parole del Signore (cf. 1 Sam 3,19) e desideravo fare altrettanto, per quanto mi fosse possibile con lo stesso aiuto di Dio. Varcando la soglia del monastero mi cantava nel cuore – pur tra le lacrime – il salmo 27: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario… Immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza, inni di gioia canterò al Signore… Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (v. 4. 6. 8).

Non poteva esserci ambiente più adatto del monastero per continuare l’appassionata ricerca di Dio coltivando la Parola. Questa è infatti il pane quotidiano, l’elemento base della formazione alla vita spirituale, di comunione con Dio. E la sua efficacia è tanto più sicura e intensa quando la Parola si fa evento nella sacra liturgia. Celebrando il mistero di Cristo – la stessa Parola vivente – la nostra vita ne è coinvolta in modo tale da diventare luogo della sua viva Presenza e della sua azione salvifica. Trasformati in lui diventiamo anche noi pagina sacra, parola di vita per i nostri fratelli, anche nel silenzio, semplicemente con l’essere sue icone viventi.

L’itinerario però non è senza difficoltà. C’è sempre il rischio dell’illusione e dell’ambiguità, perché si fa presente il seminatore malvagio che lavora di nascosto per disturbare il nostro ascolto del Signore e insinuare i suoi astuti discorsi fino a creare confusione tra l’autentica Parola divina con il suo chiaro significato e le nostre parole umane, le nostre interpretazioni soggettive suggerite dalla logica perversa del “mistero d’iniquità”.

Perché il nostro ascolto non subisca danno dalle interferenze del menzognero, è necessario vigilare e pregare; fare in modo che la Parola stessa diventi preghiera nel nostro cuore e che la preghiera sia all’origine di ogni nostra decisione e azione. La forza di attuare la Parola viene da Colui stesso che ci parla e che ci chiama continuamente alla vita nell’ordine soprannaturale. È noto come abba Antonio, ascoltando la Parola del Vangelo, la ritenne rivolta a se stesso e subito, lasciata ogni cosa, si ritirò nel deserto.

  1. DONNA DELL’AGÀPE 

La vita monastica si pone, di fatto, all’insegna della totale gratuità, quindi anche dell’apparente inutilità e insignificanza, eppure non è una realtà che si ponga accanto o al di là della vita ecclesiale, bensì l’anima della sua anima, il volto segreto della Sposa che solo lo Sposo conosce. E ciò perché – come il martirio – la vita monastica, è la risposta più radicale all’amore di Cristo crocifisso e risorto, del quale “grida silenziosamente” (Cf Messaggio dei vescovi per il XV centenario della nascita di S. Benedetto) il primato e la centralità nell’esistenza di ogni credente. I monaci, infatti, sono coloro per i quali la parola del Vangelo è risuonata come richiamo irresistibile all’Assoluto, come invito pressante a un totale sradicamento da tutto e da se stessi, come voce che li ha sedotti ed attirati nel deserto (Cf Os 2) per un’esperienza di Dio che è insieme sterminata solitudine e intensa comunione.

Nel silenzio che diviene capacità di ascolto di Colui che parla al cuore, i monaci vivono sotto il soffio dello Spirito, ne sono investiti in modo da diventare pneumatofori, sì che ardendo come fiaccole nella notte e nella foschia del mondo, segnano la direzione della trascendenza. Sono il fuoco coperto nel focolare della Chiesa della quale esprimono la dimensione dell’interiorità e della profondità. Perciò stanno a tutta la Chiesa come la radice alla pianta. Questa non può fiorire e portare frutto senza essere alimentata dal lavoro nascosto delle radici; similmente, l’attività pastorale dei cristiani non può essere feconda se non è nutrita da una profonda spiritualità che la immerga nel mistero dell’amore fontale, nella comunione con la Santissima Trinità. [..]

Il nostro modo di attuare il Vangelo della carità consiste dunque sostanzialmente nell’affermare, con la nostra risposta, che amare Dio con tutte le forze, amarlo unicamente, appassionatamente e vivere per Lui è lo scopo fondamentale della vita dell’uomo – il primo e più grande comandamento!  È necessario che in ogni epoca vi siano degli innamorati di Dio, dei “folli di Dio” capaci di imitare la stessa follia divina nell’oblatività dell’amore e quindi capaci di contagiare gli altri e suscitare schiere di uomini e donne veramente spirituali – guidati dallo Spirito Santo – protesi a costruire il Regno «ricuperando l’uomo a se stesso», come diceva Paolo VI, e trasfigurando tutte le realtà di questo mondo.

[..] portiamo perciò nel cuore una profonda ferita che ci spinge a cercare di rendere sempre più autentiche e radicali le nostre risposte quotidiane al Vangelo della carità che costantemente ci interpella.

Vangelo di carità vuol essere la nostra “lode perenne”, il nostro servizio divino, che fa del monastero una scuola permanente di preghiera e di ricerca del volto del Signore; quindi una scuola di spiritualità profondamente radicata nella tradizione patristica e sostanziata di Parola di Dio meditata (Lectio divina) e celebrata (Sacra Liturgia).

Vangelo di carità il nostro impegno di sincera e continua conversione attraverso un progressivo distacco da noi stessi e dalle cose, in uno stile di vita sobrio, umile e penitente.

Vangelo di carità la nostra totale sottomissione a Dio nell’obbedienza della fede, obbedienza che ci configura a Cristo crocifisso e risorto, perché procede dall’amore ed esprime la più grande libertà.

Vangelo di carità la nostra gioiosa ascesi e soprattutto la nostra perfetta castità che ci permette una più pura contemplazione e ci dilata in una smisurata capacità di amore verso Dio e verso il prossimo rendendoci madri e sorelle, padri e fratelli di tutta l’umanità.

Vangelo di carità la nostra quotidiana esperienza della misericordia sul cui ordito viene intessuta la santa koinonia, la “tunica” inconsutile di Cristo, tunica che, quando si lacera, viene anche pazientemente restaurata con i fili d’oro della reciproca accoglienza e del perdono.

Vangelo di carità è pure l’umile ed amata fatica del nostro lavoro per il pane quotidiano, in solidarietà consapevole con tutti gli uomini; è il nostro farci tenda ospitale per tutti i “poveri di Dio” offrendo, oltre la condivisione dei beni materiali e spirituali, un ministero di ascolto, di consiglio e di consolazione.

Vangelo di carità è il nostro modo di assumere la sofferenza, la malattia, la morte in chiave di mistero pasquale, trasfigurando così il peso dell’esistenza in un giogo soave, per irradiare attorno il fascino di quella bellezza e di quella gioia spirituale che scaturiscono proprio dalla croce e sono un anticipo delle nozze escatologiche della Chiesa tutta con il suo Signore.

Vangelo di carità e quindi di mansuetudine, di serenità e di pace vuol essere, in definitiva, l’intera nostra esistenza monastica; ma perché non si pensi che ciò sia facile, devo precisare che anche noi monaci non siamo preservati dalle insidie del male che imperversa nel mondo, anzi, spesso siamo duramente attaccati; siamo anche noi tanto deboli e imperfetti, pur essendo chiamati ad essere i “più somiglianti a Cristo”, quindi i più forti, posti a combattere in prima linea sul fronte della fede e della carità, della preghiera e del sacrificio, dell’umiltà e insieme dell’audacia nell’impegno della santità. Ho usato il termine audacia perché mi sembra quello che davvero meglio esprime la fortezza d’animo oggi necessaria per osare di mettersi all’opposto della mentalità corrente. […]

Ecco, un luogo ecclesiale in cui questa esperienza raggiunge la più grande intensità è proprio il monastero, perché – come ha affermato anche Padre André Louf – i monaci possono essere chiamati a sedere alla mensa degli atei e dei disperati, a scendere negli inferi con i perduti, poiché hanno scelto con Cristo l’ultimo posto al fine di tirare fuori i fratelli dalle tenebre e restituirli alla luce.

 

Explicit

Nostalgia del mattino

E sempre la sera mi sorprende
con la nostalgia del mattino,
di quel mattino
cui non seguirà la sera,
ma il meriggio,
il culmine del giorno
senza tramonto.
Per lo stupore dei nostri occhi
Dio ha alternato il giorno e la notte.
Nel buio ha tutto adagiato
come in una culla
e nella luce tutto risveglia
rendendosi Lui stesso presente
per una sempre nuova
epifania della Bellezza,
sorgente della Gioia.

23 dicembre 2018