Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?

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«Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse». Lo ha detto il vescovo Franco Giulio Brambilla ai giovani riuniti sulle sponde del Lago d’Orta – alla spiaggia di Lagna di San Maurizio d’Opaglio – lo scorso 1° giugno per la Route 2019, durante l’omelia che ha concluso la giornata dedicata al tema #EccoCI e alla riflessione su testimonianza e comunità.


Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?
Omelia della Messa alla Route dei Giovani
01-06-2019
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Il vescovo ha accompagnato i ragazzi a riflettere su un tema che spesso ha riproposto ad adolescenti e giovani: la ricerca di una propria strada nella tensione tra il trovare le risposte nella propria vita e il rischio di immobilismo nell’attesa di quelle giuste.

Abitare questo limite, abitare la ferita tra la tensione a qualcosa di alto e lo stato di ricerca è la via indicata dal vescovo. Senxa timori, e consapevoli di non essere soli: «Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme».

Di seguito il testo integrale dell’omelia.


Uomini di galilea, perché state a guardare verso il cielo?

Omelia della Messa alla Route dei Giovani

Introduzione

Doveva essere proprio così, all’inizio, intorno all’anno 30, quando Gesù incontrò i primi discepoli sulla riva del Lago di Galilea. Quel lago è due volte il lago che abbiamo di fronte, le cui misure dicono che il punto più profondo è di 143 metri, con una media di 70,9 m, mentre il lago di Galilea ha una profondità massima di 43 m, essendo un lago che subisce una forte evaporazione, perché si trova in una zona depressa.

È un lago simile a questo, ma certo Gesù non aveva schierati davanti a sé i giovani che tra voi partiranno per la missione! I suoi erano confusi tra la folla. A un certo punto Gesù dice: “Io vado a pescare!” (cfr. Mt 4,19; Mc 1,17Lc 5,4.10) Questa espressione è la stessa che Pietro ripete, sempre sul lago di Galilea, dopo la resurrezione (Gv 21,3a). Il Vangelo di Giovanni aggiunge che “in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3b). Così si sperimenta una sproporzione, uno scarto, una distanza, un’ascesa, una salita tipica della vostra età.

Una psicanalista, Julia Kristeva, di origine bulgara, che vive e opera in Francia, e che fin da giovane ha studiato questi grandi fenomeni, ripresi nel suo libro dal titolo Bisogno di credere. Un punto di vista laico, Roma, Donzelli, 2006, afferma che noi coltiviamo dentro un incredibile bisogno di credere – usa proprio questa espressione! L’età nella quale questo bisogno è massimamente concentrato è l’adolescenza, la prima giovinezza. È il periodo nel quale uno deve credere al suo ideale e deve misurarlo poi col suo reale vissuto, che gli verrà incontro giorno per giorno. L’ideale è ciò che vediamo allo specchio, ciò che mettiamo sul profilo di Facebook e che cambiamo ogni giorno, perché la vetrina sia sempre rinnovata, mentre poi c’è il reale, ciò che realmente siamo e viviamo. Questo scarto tuttavia non è una condanna, ma è una sproporzione importante per l’adolescente-giovane. Al contrario noi adulti tendiamo ad accorciare questo scarto, questa ascensione, questo sguardo in alto. Se uno lo vive in modo drammatico come una lacerazione, una separazione, tra un “io”, quasi hollywoodiano, e poi il sé reale, che è diverso, depresso… allora si comprendono molte tensioni adolescenziali.

Ho voluto introdurmi con queste espressioni perché credo che in quell’inizio del Vangelo, che ho citato prima, anche per Gesù sia stata una situazione simile. Certo i discepoli non avevano il nostro modo di vedere la vita e attendevano piuttosto un Messia nella Palestina di quei tempi, che non era messa meglio di oggi, occupata allora dai Romani. Attendevano un Messia che venisse con braccio forte e disteso, e sistemasse tutte le cose quasi con un tocco di bacchetta magica! Questa è la grande tentazione: immaginare che la vita si possa sistemare con un tocco di bacchetta magica, e c’è chi anche oggi ci incanta con queste promesse.

Invece le cose belle stanno dentro questo scarto, che se talvolta diventa una ferita, una ferita aperta e guardata come una scommessa, ci fa decidere di partire! Con i ragazzi vestiti delle maglie azzurre, con cui ho fatto volentieri la foto, ci diamo questo appuntamento: tornate a casa con la vostra maglietta azzurra logora, consunta – anche come prova che siete stati in Africa o in America Latina! – però ritornate a casa per raccontare quello che avete visto e vissuto. Non saranno cose strane, cose difficili, però vedrete come laggiù la vita vi mette in sesto, come il reale diventa così forte e potente da essere lì nella sua bellezza. Vi metterà in ordine anche le paturnie che ci fanno soffrire magari durante l’anno! E questo sarà l’effetto collaterale previsto…

Per tutti noi, che invece rimaniamo, possiamo vivere la stessa cosa anche stando a casa. Partiremo idealmente da questa sponda, come dal mare di Galilea, da una riva proprio uguale a questa …

E dentro questo scarto, questa apertura, questa ferita, oggi cosa portiamo? Ci facciamo guidare brevemente da una frase, tratta dagli Atti degli Apostoli:

“Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo?” (At 1,11)

La domanda di questi uomini in bianche vesti è provocatoria, perché essi ci dicono di non guardare in alto, per non perdere l’aderenza dei piedi alla terra. Questo è il vero significato dell’espressione! E, l’aderenza dei piedi alla terra, quale significato ha? Ci viene detto al versetto 7 dello stesso primo capitolo degli Atti:

1. «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere» (At 1,7). Dunque la prima cosa che vi dico è: non spetta a noi conoscere i tempi, i momenti! Significa che non spetta a noi tenere in mano il tempo, dominarlo, mettere tutto sul calendario, senza lasciare uno spazio libero, soprattutto quello del cuore. Vedrete che la prima cosa drammatica, e ugualmente bellissima, in Africa o in America Latina è la seguente: non c’è più il tempo, o meglio il tempo è un’altra cosa. Quando ci diranno: “Ci vediamo verso il calar del sole o il sorgere del sole!” Vi chiederete: quand’è di preciso? Non sappiamo! Là si vive un’altra dimensione del tempo, già a livello umano, perché non è il tempo da rincorrere, ma il tempo che è per noi. Quest’aspetto tuttavia, che è solo il lato esterno, ne custodisce uno più profondo. Il tempo è il luogo dove noi facciamo le esperienze più belle: se noi vogliamo prevedere tutto, niente di buono bussa alla nostra porta, niente di bello può sorprenderci, cioè può prenderci-come-da-sopra. Dunque alla domanda «perché state a guardare il cielo?», la risposta è che non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti! È una cosa che vale per tutti noi, anche per noi che rimarremo a casa. Vi invito a vivere un anno in questo modo, un anno nel quale ci concediamo almeno mezza giornata in una settimana, per assaporare la vita come ci viene incontro, non come la vogliamo dominare noi. Bisognerebbe proprio sbarrarla sulla nostra agenda. Magari ci capita qualcosa di imprevedibile, che sta lì a bussare alla nostra porta!

2. «Ma riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi» (At 1,8). Il tempo opportuno non è un tempo vuoto, un tempo da ammazzare, ma è un tempo che ci fa sentire una mancanza, è lo spazio nel quale si riceve una forza che scende dall’alto. Se vi raccontassi la mia esperienza, le cose più belle della mia vita sono accadute così, le ho ricevute così. Noi abbiamo bisogno di credere che in questo scarto, in questo attraversamento, non siamo noi da soli! Non è facile perché, se uno si guarda, sembra che debba fare i conti solo con se stesso, in una solitudine estrema, ma questa non è una cosa bella.

Provo con una domanda: “Noi avremmo tre persone di cui poterci fidare ciecamente?” Nella mia esperienza io le ho trovate, conquistate con fatica…  Queste persone sono un po’ la forza dello Spirito che vi sta accanto, sono un segno nella storia della promessa: “Ricevete forza dello Spirito dall’alto”. A volte la vita è stata dura, però non mi ha mai abbandonato. Ho imparato per esempio la “regola delle tre notti!” Quando mi è accaduto di vivere un fatto molto difficile, ho appreso che non ci si deve mai agitare subito, ma è saggio dormirci su tre notti! Poi comincia a cambiare il modo di percepirlo, magari resta come è, tale e quale, però cambia lo sguardo, cambia la tua disponibilità, cambiano le tue cose, perché la regola è che dopo la pioggia o la tempesta torna sempre il sereno…

Queste stagioni dell’anima, rappresentate dalla tempesta e dal sereno, sono difficili da gestire dentro le nostre emozioni. Sono tutti frammenti di quello Spirito che viene dall’alto e che si rendono presenti nelle persone, negli amici, negli educatori, nei referenti… e che si rendono presenti anche negli eventi, negli incontri. È anche il recupero della dimensione del “noi” – la dimensione di quell’ “EccoCi” che è il tema di oggi. Dovremmo poter dire sempre “EccoCi!”. Ciò dimostra che nella mia disponibilità ci sarà sempre uno accanto a me che mi stringe la mano per camminare insieme. Come ho detto in altre occasioni, il motivo vero per cui Gesù li manda a due a due (cfr Mc 6,7 e Lc 10,1) è richiamato dal libro del Qoèlet, il quale dice che “è meglio essere in due che uno solo, perché se uno cade, l’altro lo sostiene” (Qo 4,9). È una sorta di proverbio dell’Antico Testamento, molto semplice, che però ha dentro una sapienza e una bellezza infinita. Ecco il senso di questo “EccoCi”! È anche il senso della Chiesa, che non è una sovrastruttura, ma è il legame senza il quale noi moriremmo. Se noi restassimo soli, moriremmo!

Lo diciamo anche di fronte ai fatti di cui abbiamo sentito parlare in questi giorni: non sappiamo cosa si è annidato nel cuore e nella mente di quei due giovani e non possiamo valutare questa follia, ma è significativo che non ci sia stato intorno nessuno che li aiutasse a portare avanti una difficile situazione ed è accaduta la tragedia per il piccolo Leonardo!

  1. “…e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

Stamani si è parlato dei santi Giulio e Giuliano, partiti da Ègina. Questo tempo, questo spazio, che noi non dobbiamo dominare e per il quale riceviamo una forza dall’alto è – dice san Luca – il tempo dalla testimonianza! San Luca è il primo che genialmente interpreta l’assenza di Gesù – dall’ascensione Gesù non è più presente col suo corpo in mezzo a noi – non come un tempo vuoto, ma come il tempo della testimonianza.

Cosa significa “testimonianza”? Vuol dire che io sono capace di indicare a te la presenza di un altro. Indicarlo a te con il tuo linguaggio, ma attraverso la mia vita: ti dico che io ho avuto un “incontro” importante, talmente decisivo che me lo fa attestare a te! Il testimone è come attratto da due poli contrapposti: da un lato, verso il destinatario, dall’altro, verso chi lo manda…

Ricordate, cari giovani che partite (ma anche voi che restate), di non vivere con l’intento di essere solo bravi: date agli altri quel che potete, date e ricevete da loro quel che possono darvi. È uno scambio simbolico tra voi e loro. Porterete voi e le vostre cose, ma loro vi daranno le loro esperienze: il senso della comunità, dell’appartenenza, del tempo, cose che noi ormai abbiamo dimenticato. Noi dobbiamo essere testimoni di tutto questo.

Possiamo anche noi prendere la nostra barca e la nostra barca può arrivare anche semplicemente solo all’Isola San Giulio… Ho già ricordato stamani il funerale della Madre Badessa, Anna Maria Cànopi, che ha abitato in quel luogo ben quarantacinque anni. Una domenica di un anno fa, era il 26 giugno dello scorso anno, al mio gruppo famiglie la Madre ha dato una risposta bellissima. In particolare, a chi le aveva chiesto qual era il senso della loro vita, la Madre, rispondendo, usò questa immagine: “Noi siamo come una centrale idroelettrica” – una volta si diceva che il monastero era come il parafulmine, usando un’immagine un po’ difensiva –. L’immagine utilizzata richiama il fatto che una centrale idroelettrica trasforma l’energia cinetica dell’acqua, o un’energia di altro tipo, per trasmetterla verso l’esterno come energia elettrica. E, come se l’energia continuamente ricevuta dall’alto coi doni dello Spirito, venga continuamente trasformata, nella preghiera, nell’ascolto e nella vita comune del monastero, e rilasciata come corrente di vita nello Spirito che alimenta la nostra povera esistenza quotidiana. In effetti tutte le volte che passo di qui mi interrogo e chiedo anche agli adulti e alle autorità di provare ad immaginare questa situazione: se per quarantacinque anni sull’Isola San Giulio non ci fossero state queste monache, cosa ne sarebbe stato di questo luogo!? Dal giorno della morte della Madre al giorno del funerale sono passate a salutarla circa ventimila persone. Questo è il segno: la “centrale idroelettrica” che trasforma energia! Questo è il testimone: è chi accoglie talmente tanta energia che viene dall’alto, e la trasforma e trasmette naturalmente… a chi lo incontra, perché gli trasmette che l’incontro con Gesù è stato e continua ad essere decisivo per lui. Un incontro contagioso!

Questo è il mio augurio: accompagniamo con la preghiera questi nostri amici che partono, con un po’ di santa nostalgia, ma desidero che stasera tutti voi, quando andrete a casa, possiate dire: “Abbiamo trascorso e vissuto una bella giornata!” Ripeto. Che possiate dire: “è stato un bel giorno di festa!”.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara