«Alzati e cammina…», il prete diocesano come Pietro e Giovanni al Tempio di Gerusalemme

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Un «miracolo di guarigione», compiuto dagli apostoli Pietro e Giovanni in un «contesto molto suggestivo», la porta Bella del Tempio di Gerusalemme. Un racconto, tratto dal terzo capitolo degli Atti degli Apostoli, che contiene i tratti «sufficienti per indicare a voi e a noi le dimensioni essenziali del ministero che, per le mani del vescovo e dei sacerdoti, riceverete dallo Spirito Santo e a cui parteciperete entrando nel presbiterio diocesano».

Lo ha scelto il vescovo Franco Giulio per l’omelia che ha tenuto durante la celebrazione delle ordinazioni presbiterali che si è tenuta lo scorso sabato 15 giugno in cattedrale, nella quale cinque diaconi del seminario diocesano – don Riccardo Crola, don Alessandro Ghidoni, don Manuel Spadaccini, don Andrea Lovato e don Diego Lauretta – sono diventati preti.


Alzati e cammina…
Omelia per l’ordinazione presbiterale
15-06-2019
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Il vescovo ha tracciato un’analisi del testo che ha sottolineato la risposta ai bisogni materiali – quelli del mendicante che chiede agli apostoli denaro -, ma anche quelli esistenziali, magari non esplicitati ma sempre più forti. E poi Lo stile e il modo di vivere la propria missione di Pietro e Giovanni, che non si muovono soli, ma in coppia per sostenersi e aiutarsi. E, infine, l’intervento che operano: donando una vita nuova al bisognoso, attraverso una Parola e un gesto che ricalca quello di Gesù.

Il vescovo con i cinque nuovi sacerdoti, al termine della celebrazione di sabato 15 giugno

Con una sottolineatura, che guarda proprio al mendicante storpio ora guarito e ricomincia a camminare e che è rivolta a tutti i cristiani, ordinati e laici: «Noi al contrario siamo diventati cristiani seduti, che non hanno una direzione, non hanno più una mèta! Tutti i nostri santi patroni, al contrario, furono grandi camminatori: chi è venuto dalle isole greche, chi da altrove dell’Europa e comunque da lontano».

E così, l’augurio del vescovo: «Auguro a voi di essere preti che aiutano gli altri a camminare. Oggi è davvero un augurio di cuore».

Di seguito il testo integrale.

 


Alzati e cammina…

Omelia per l’ordinazione presbiterale

Apertura

Gioisce la Madre Chiesa oggi per l’ordinazione presbiterale di questi suoi cinque figli, tra i quali qualcuno è anche abbastanza avanti d’età. Da quando sono presente a Novara non è ancora capitato un numero così rilevante di eletti. Sono persone che si sono preparate bene e hanno desiderato con gioia questo momento.

Per la nostra riflessione prima del rito di ordinazione, mi piace prendere lo spunto dalla seconda pagina dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato e che ha la figura di un racconto. È un racconto tratto dagli Atti degli Apostoli (At 3,1-8), scritto sul calco dei racconti evangelici, che narra un miracolo degli apostoli Pietro e Giovanni.

È un miracolo di guarigione, in un contesto molto suggestivo, nel Tempio di Gerusalemme presso la porta detta Bella. I tratti che caratterizzano questo racconto sono sufficienti per indicare a voi e a noi le dimensioni essenziali del ministero che, per le mani del vescovo e dei sacerdoti, riceverete dallo Spirito Santo e a cui parteciperete entrando nel presbiterio diocesano.

 

  1. Alla porta detta Bella

Così inizia la narrazione:

“Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio” (At 3,1).

Gli apostoli vengono presentati ancora dentro la religiosità ebraica che segue gli orari della preghiera del tempio e della sua liturgia e spiritualità.

“Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio” (At 3,2).

Lo portavano “ogni giorno nello stesso luogo”: il tempo sembra non essere cambiato, poiché ancor oggi portano i bisognosi alla porta delle chiese, mentre altri vengono da sé. Anche noi troviamo sempre presso la porta del tempio qualcuno che chiede l’elemosina, qualcuno che è mendicante, che si presenta come un uomo o una donna, che è nel bisogno e che tende la mano. Non chiede subito di incontrare Gesù, non chiede neppure qualcosa di spirituale, non chiede neanche di incontrare per sé il prete o l’apostolo, ma è lì comunque a domandare…

“Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina” (At 3,3).

Questo atteggiamento, così semplice, così primordiale, descrive anche oggi la situazione nella quale voi sarete collocati come sacerdoti. Bisogna andare incontro con occhio vigile e cuore ardente a questo fatto, che la gente cerca sì il prete, ma già adesso, e sempre più nei prossimi anni, cercherà il pastore, con tutti i suoi collaboratori, non per un desiderio spirituale. La gente cerca il prete, non perché ha bisogno di Vangelo, ma perché ha bisogno qualcosa per se stessa! Tende la mano, vuole l’elemosina… “li pregava per avere un’elemosina” (ivi).

Questa è la condizione dell’uomo mendicante, dell’uomo che ha bisogno, dell’uomo che cerca per il lavoro, per i figli. È una condizione che oggi va letta molto in profondità, perché da un lato, essa si presenta come una domanda rigida, vuole una cosa sola, dall’altro chiede che noi non diamo una risposta altrettanto scontata e schematica, ma, leggendo e agendo dentro questa domanda, gli facciamo compiere un passo in più. Vedremo quale passo in più bisogna fare! Potrebbe persino pre­sentarsi oggi come un bisogno che noi qualificheremmo come spirituale. Se arriva una moglie che ha il marito che è dipendente da gioco o anche da videogioco, se arriva una madre il cui figlio non va più a scuola e che, a undici anni, di punto in bianco, decide una mattina di stare a letto, che cosa ci domanderà se non di risolvere il suo problema? Il bisogno oggi è tentacolare, perché come il bene ha molte facce, anche il male che ci tocca e ci affligge, presenta molti tentacoli. Dobbiamo stare attenti a non essere superficiali in questo, contestando magari che non si vuol fare da balia a nessuno! A volte circolano tutte queste banalità, come circola anche la retorica contrapposta che dice che bisogna “mangiare tanta polvere d’oratorio”, e così ci si trasforma in assistenti sociali. In verità, credo che un po’ di polvere d’oratorio vada mangiata, perché fa tanto bene alla salute del prete! Perché così si rinforza la spina dorsale! E soprattutto dice che siamo presenti, e che non ci rifugiamo in sacrestia o davanti il computer per stampare solo bei libretti.

Occorre, però, in primo luogo ascoltare. È probabile che la gente dei prossimi dieci o vent’anni chiederà sempre meno cose, ma pretenderà sempre più ascolto. È già accaduto che lo abbia detto alcune volte da questo ambone a proposito delle lettere che ricevo: una buona metà di esse chiede lavoro, domanda qualcosa, esige aiuti di vario tipo, ma l’altra metà chiede semplicemente di essere letta. Sul finire esprime persino un ringraziamento per aver letto la lettera sino alla fine.

Questa è l’immagine dello storpio alla porta Bella. Impressiona un po’ questo ossimoro di immagini: uno storpio alla porta Bella del Tempio!

 

  1. Guarda verso di noi

Continua il racconto:

“Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse…” (At 3,4).

È scritto “insieme a Giovanni”. Pietro non è solo. Non si diventa preti da soli, non si diventa preti solo per se stessi. Se uno si stacca dal corpo presbiterale ed ecclesiale, davanti a Dio questo avrà il suo peso! Il racconto dice molto di più delle nostre spiegazioni, perché partendo anche da una piccola cosa, che sembra naturale, contiene invece un’indicazione preziosa.

“Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi»” (At 3,4). 

Pietro non afferma “verso di me”, ma “verso di noi”. È probabile che da soli non riuscirete a risolvere tutti i problemi, occorre invece camminare con il confratello vicino, con il parroco, con il collaboratore laico, con i membri del consiglio pastorale. Così potrete e dovrete dire “Guarda verso di noi!”

L’agire della chiesa, se non è un agire corale – è significativo che oggi cantino insieme i cori di più parrocchie! – se non è l’agire di una chiesa che è sinfonia, qualcuno potrà fare anche del bene, ma si troverà solo. Ci sono alcuni che operano molto bene, che addirittura spopolano, che primeggiano, ma una volta trasferiti – perché si va altrove, perché prima o poi si cambia, o anche perché la vita finisce – rimane solo il ricordo nostalgico, ma non si è creata continuità. La chiesa, al contrario, è “tradizione”, è l’insieme di tanti anelli, dove il “noi” consente di sopravvivere in coloro che vengono dopo di noi!

 

  1. Nel nome di Gesù nazareno

Il centro del racconto è composto di due parti “folgoranti”. La prima contiene un comando, la seconda un gesto. L’azione della chiesa è sempre fatta di parole e gesti, di Parola di Dio e Sacramenti, di consigli e di azioni, di preghiera e di carità. Chi contrappone questi due aspetti, o chi li vive in modo unilaterale, perde qualcosa dell’azione di Dio. La stessa espressione “Parola (dabar) di Dio” nella Bibbia indica una Parola che fa, una Parola che opera, una Parola che agisce! 

“Pietro gli disse:…” (At 3,6).

Poi segue il comando:

“Non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho te lo do: in nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina!” (At 3,6).

La parola di Pietro (alzati e cammina!) è pronunciata sul calco di quella di Gesù, ma la prima parte del suo intervento è notevole, perché noi dobbiamo poter dire alla gente che non possiedo né oro né argento! Dobbiamo dire che non ci devono cercare per questo e che anche i beni che abbiamo (e che sono strumenti perché non siamo angeli, ma uomini in carne e ossa), devono servire per la realtà più importante, per l’annuncio del Vangelo! Bisogna avere quasi l’orgoglio di gridare non possiedo né oro e argento ma quello che ho – espressione che amo molto! – quello che ho, che ho veramente, che possiedo veramente, ma non è una mia proprietà privata, ma lo devo continuamente ricevere in dono, ed è proprio questo: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!”

Il “Nome” indica la forza che guarisce, che risana, che fa crescere, che rimette in strada, che fa camminare, e quel nome è Gesù! Una delle formule di fede più brevi, è presente nella lettera ai Filippesi, e riporta il “Nome” per ben tre volte, un “Nome” che egli riceve di continuo dal Padre:

“Per questo Dio … gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli e sulla terra e sotto terra (Fil 2,9-1o).

Il Nome indica, soprattutto per gli antichi, una formula evocativa, talvolta usata in modo magico, che, invece, la Scrittura rilegge e converte applicandola a Gesù: il Nome è la forza che si trasmette a noi, perché noi abbiamo solo un Nome da annunciare, che è Gesù nazareno, il quale significa “salvezza,” e in questo Nome, dentro questa corrente salutare, noi possiamo dire: “Alzati e cammina!”.

Esaminando il testo originale, il primo verbo non è presente in tutti i manoscritti del libro degli Atti degli Apostoli, perché i manoscritti di questo libro hanno due versioni, breve e lunga. In alcuni è detto solo “e cammina”, ma il primo verbo è presente in molti altri manoscritti del libro degli Atti, ed è lo stesso verbo che indica la risurrezione. Peraltro il comando: “Alzati e cammina!” ricorda a tutti l’episodio evangelico, nel quale Gesù si rivolge allo storpio (Mc 2,1-12), o anche al cieco nato (Gv 9,1-41), e contiene lo stesso verbo della risurrezione: –Ἔγειρειν – tirarsi su, alzarsi in piedi, mettersi in posizione eretta, essere uno che sta in piedi da solo e cammina.

Tutti i nostri interventi, magari per lungo tempo, dovranno semplicemente rispondere ai bisogni della gente, e la gente, dopo aver colmato il suo bisogno, se ne andrà e noi resteremo delusi. Ma la vita è lunga e io stesso ho imparato molto tardi questa cosa! Qualcuno riconosce dopo, magari in un momento difficile, come in occasione del funerale del piccolo Leonardo, che esiste una parola che è di più del bisogno e questa parola suona: “risorgi e cammina”, “va’ avanti tu da solo, sii autonomo”. Questo non significa che egli non dovrà camminare con altri, ma che non camminerà semplicemente perché altri lo sorreggono.

Questo è il centro del Vangelo! Rispondere al bisogno per mettere in sicurezza la persona è il primo passo per far camminare poi autonomamente. Se non facciamo diventar grandi, adulte, le persone, se non le rendiamo indipendenti, se non rafforziamo i piedi, il cuore e la testa della gente, non vogliamo loro veramente bene!!! Anche i poveri, possiamo usarli perché facciano da piedistallo alla nostra voglia di far del bene a qualcuno, per sentirci importanti e talvolta per mettervi in vetrina. E i poveri talvolta sono difficili da trattare… Al comando segue il gesto:

“Lo prese per la mano destra e lo sollevò”. (At 3,7a), letteralmente : lo fece risorgere!

Carissimi, vi auguro che questo sia il cuore del vostro ministero! Perdere tanto tempo, regalare un tempo infinito, per curare le piaghe delle persone, ma non per trattenerle, non per non farle mai guarire, non per vederle sempre convalescenti accanto noi, ma per farle stare in piedi da sole. Un prete è come un papà e una mamma! Il modello papà e mamma è provocante. In effetti, si diventa realmente papà e mamma, quando chi è generato sta in piedi da solo e cammina autonomo per le vie della vita. Ciò non significa che uno non tornerà più a salutare il papà e la mamma, anche se non troppe volte, perché anche per chi è sposato non è salutare che tutte le domeniche sia a pranzo da papà e mamma, per quanto ciò sia comodo… Si diventa papà e mamma quando il proprio figlio sta in piedi da solo. Quando il prete, che ha generato in forma adulta un cristiano autonomo, viene trasferito, se è un vero pastore non obbligherà quell’ex-giovane a fare cinquanta km per andare a confessarsi da lui, ma lo inviterà a confessarsi da un altro prete… Oppure non continuerà a tornare alla prima parrocchia, perché, dopo di lui, non c’è stato, né ci sarà uno bravo come lui…

 

  1. Saltando e lodando Dio

Il racconto termina con il gesto, che è un’azione passiva:

“Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono” (At 3,7b).

Di solito, a questo punto, apprezziamo immediatamente l’evento prodigioso, quasi il miracolo istantaneo, e senza eccedere troppo nella simbolizzazione, se a un certo punto succede improv­visamente che uno cammini da solo, non certo secondo la previsione umana, noi rimaniamo a bocca aperta…

“e balzato in piedi si mise a camminare ed entrò con loro nel tempio, camminando, saltando e lodando Dio!” (At 3,8).

Contiamo quante volte ritorna nel testo il verbo camminare. Noi al contrario siamo diventati cristiani seduti, che non hanno una direzione, non hanno più una mèta! Tutti i nostri santi patroni, al contrario, furono grandi camminatori: chi è venuto dalle isole greche, chi da altrove dell’Europa e comunque da lontano. Nella nostra epoca, se il vescovo dicesse: “Prova ad andare lì, nella parrocchia accanto”, la risposta magari sarebbe: “No, è troppo lontano!”.

Augurio finale

Auguro a voi di essere preti che aiutano gli altri a camminare. Oggi è davvero un augurio di cuore. Siete i primi che diventate preti, dopo avervi visto entrare in Seminario, con i ricordi che mi accompagnano, con i volti del primo incontro e con tutta la trepidazione di quei momenti iniziali, con la preoccupazione per gli studi. Oggi è un punto di arrivo, ma è solo la prima tappa che inaugura il giro più bello, l’avventura dell’apostolo di Gesù!

Con tanti auguri!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara