«Instancabili, vigilanti, collaboranti»: omelia alle ordinazioni diaconali

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Sabato 10 ottobre, in cattedrale a Novara, si è tenuta la celebrazione delle ordinazioni diaconali, presieduta dal vescovo Franco Giulio Brambilla. A diventare diaconi, ultimo passo verso il presbiterato, sono stati Luca Longo, della parrocchia di Crodo, e Denis Paglino, della parrocchia di Sizziano, entrambi alunni del seminario San Gaudenzio.


Instancabili, vigilanti, collaboranti
Omelia per l’Ordinazione diaconale
10-10-2020
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La partecipazione in duomo è stata contingentata dalle norme anti-Covid, ma è stata trasmessa sul canale YouTube del Progetto Passio.


Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata da mons. Brambilla, che riprendendo la Colletta e accostandola alle letture proposte dalla liturgia, ha indicato agli ordinandi tre elementi da tenere come cardine per il loro ministero e per la futura ordinazione presbiterale: «essere instancabili nel dono di sé»,  «vigilanti nella preghiera»,  «lieti e accoglienti nel servizio della comunità».

 

Instancabili, vigilanti, collaboranti

Omelia per l’Ordinazione diaconale

 

Carissimo Luca, carissimo Denis,
cari genitori, cari sacerdoti
e tutto il popolo di Dio qui presente
alla celebrazione dell’ordinazione diaconale
di questi due giovani, che chiederanno poi di diventare presbiteri.

Nel sacramento dell’Ordine l’azione della Chiesa accoglie il dono del Signore e conferisce il primo grado con l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione. Perché la nostra celebrazione possa essere illuminata, gustata e anche trasmessa, mi faccio aiutare, per la nostra riflessione, dall’orazione Colletta con la quale abbiamo pregato all’inizio:

Concedi a questi eletti al diaconato
di essere instancabili nel dono di sé,
vigilanti nella preghiera,
lieti e accoglienti nel servizio della comunità…

Queste tre dimensioni sono ben rappresentate dalle letture che abbiamo ascoltato: il dono di sé si trova nella lettura del profeta Geremia, vigilanti nella preghiera nel Vangelo, e lieti accoglienti nel servizio della comunità nella lettera di Paolo.

 

1. Instancabili nel dono di sé

Anzitutto noi abbiamo pregato perché il Signore conceda a questi eletti al diaconato di essere instancabili, e perché questi giovani siano instancabili nel dono di sé! L’aggettivo “instancabili” è piuttosto inusuale: instancabile è colui che “non si stanca mai” e se immaginiamo quanto è lunga la vita, quanto sono perigliosi e talvolta anche pericolosi i cammini, augurare e pregare che questi giovani siano instancabili nel dono di sé fa tremare i polsi! E poi la giovane età, come per i nostri due diaconi, fa tremare ancora di più il cuore, ed è per questo che tale instancabilità nel dono di sé deve passare attraverso un dialogo rassicurante. È quel dialogo che in questi anni avete fatto infinite volte di fronte al Signore pregando come dice il profeta Geremia:

 

«“Ahimè, Signore Dio!
Ecco, io non so parlare, perché sono giovane”.
Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane”». (
Ger 1,6-7a)

 

È interessante perché è ancora il profeta che afferma: “E il Signore mi disse non dire che sono giovane”. Quasi a dire che è nella risonanza di un ascolto interminabile del Signore che noi ascoltiamo che Egli ci dice di non far conto per un verso della nostra giovinezza e per l’altro di non farla diventare un alibi per non avanzare nel dono instancabile di sé!

Il senso del ministero si rivela nella frase che continua:

«Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti». (Ger 1,8)

Così:

«Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca,
e il Signore mi disse:
“Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca”». (Ger 1,9)

Da oggi dovete sentire che le parole che pronunciate hanno la viva responsabilità di parlare in nome del Vangelo, in nome della Chiesa, cioè di trasmettere una parola che non vi appartiene totalmente, ma a cui appartenete!

Una cosa che mi colpisce sempre, talvolta anche nel ragionamento di taluni di noi uomini di chiesa, sia preti che vescovi, è il sequestro del Vangelo! Come se il nostro punto di vista ci desse in qualche modo la chiave per possederlo. Quando avvertiamo questa impressione dobbiamo cominciare a temere.

È il Signore che continuamente ci mette sulla bocca le sue parole! E quando non ce le lasciamo mettere sulla nostra bocca, diremo magari tante parole, saremo anche seguiti da uno stuolo di gente, ma non resterà molto. Talvolta si sente il richiamo ai segni, ai frutti come se fossero una prova: “c’è tanta gente che lo segue, dunque…”. I frutti sono una prova delicata, che non può essere usata come un grimaldello, perché i frutti devono durare nel tempo, e soprattutto devono durare anche dopo di noi, perché il nostro vero frutto è di costruire storie cristiane che stanno in piedi da sole. Questo non significa che poi vivano da sole. Talvolta molti preti, molti vescovi, hanno avuto un grande successo, ma dopo di sé non se ne ricorda più nulla, perché hanno costruito i cammini con una relazione che attraeva solo a sé, ma che non portava al Signore!

Geremia ci dice che per vivere in questa prospettiva, bisogna essere instancabili nel dono di sé! Ciò vuol dire uscire da sé… Viviamo in un tempo, come si usa dire, di forte narcisismo. Si vede già nel linguaggio: su dieci parole che diciamo, cinque volte usiamo il pronome “io!”. È un sintomo abbastanza interessante e può succedere a tutti!

Vi auguro quindi di essere instancabili nel dono di voi stessi. Di essere persone che prima di far la “Chiesa in uscita”, impariate che la vera, difficile, talvolta dolorosa, uscita è quella da noi stessi! È l’uscita che ci decentra, che fa trovare un centro nel Signore e che ci concede per grazia di potere esercitare il nostro servizio nel mondo.

 

2. Vigilanti nella preghiera

La seconda parola ci aiuta a commentare il Vangelo: è il discorso di missione, da cui sono tratti i primi nove versetti nella versione secondo Luca, che riempie tutto il capitolo decimo. Mi piace sottolineare solo un’espressione, perché Luca la introduce in posizione enfatica, nel confronto con gli altri evangelisti, e la introduce quasi in capite, vale a dire, come l’orizzonte dentro il quale si deve leggere tutto ciò che bisogna fare nella missione:

«Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. (…) guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”». (Lc 10,3-5.9)

L’espressione programmatica della missione in Luca non chiede anzitutto di fare qualcosa, ma di pregare:

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! (Lc 10,2)

Tutto quello che noi compiamo in missione, come ci ha detto la preghiera Colletta, è possibile solo se siamo vigilanti nella preghiera! La parola vigilanti è una parola strana perché richiama una radice interessante che è quella di pregare stando quasi in veglia per tutta la notte. Al nostro orecchio essere vigilanti significa essere attenti, premurosi, anche essere lungimiranti! Ma sarebbe opportuno dire: l’atmosfera, l’ossigeno per l’instancabile dono di sé, è l’essere vigilanti nella preghiera! Ancor meglio, per essere concreti, occorrerebbe dire che se uno registra il fatto che su dieci ore di ministero durante il giorno, ne dedica nove e mezzo a fare, e non c’è più un momento per sé, per studiare, leggere e pregare, pensare, ascoltare… avremo forse fatto molto, ma avremo fatto anche bene? Ai nostri tempi, c’era una famosa preghiera del “prete alla domenica sera” che più o meno recitava così: “È sera: sono stremato, Signore!” Preghiera tipica di quel contesto storico-culturale (il ’68) che ho recitato pure io, perché ognuno è figlio del suo tempo. Restava – allora come oggi – la domanda: ho fatto molto, ma avrò fatto anche bene!?

Questo è il nostro grande pericolo, come lo è anche dei genitori, degli educatori, di chi ha una famiglia! Non ci è chiesto di fare molto, ma di fare bene e, per fare bene, bisogna essere vigilanti! L’essere vigilanti comporta uno sguardo profondo di preghiera, è un terreno di significati molto ampio e assai sfumato. Non è solo la preghiera fatta, la preghiera detta…, ma è la disponibilità a stare in veglia di notte davanti al Signore.

3. Lieti e accoglienti nel servizio della comunità

Il terzo e ultimo aspetto, a riguardo del ministero che ora vi verrà donato, è espresso nella Colletta di ingresso così: “lieti accoglienti nel servizio della comunità”. Questo si riferisce soprattutto a ciò che abbiamo ascoltato nella lettera di San Paolo ai Romani. Il capitolo 12 è sorprendente perché, aprendo la seconda parte della lettera, quella detta parenetica o esortativa, Paolo – che pure ha una grande visione dottrinale e una forte capacità di riflessione sul mistero di Cristo – arrischia di tradurla nella carne viva della storia, delle famiglie, del rapporto servi-padroni, della testimonianza della carità. Sono impressionanti le espressioni nella seconda metà della lettera. All’inizio del capitolo Paolo dice:

«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale». (Rm 12,1)

È questo il vostro culto spirituale (τὴν λογικὴν λατρείαν ὑμῶν), cioè la vita che si edifica nella virtù della carità. Il testo aggiunge al quarto versetto:

«come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri». (Rm 12,4-5)

Segue poi la descrizione dei compiti che a quel tempo erano presenti nella comunità. Questi “cataloghi” dei ministeri o dei carismi sono molto diversi. Confrontandoli si potrebbe tirar fuori una sorta di ventaglio carismatico delle funzioni talvolta distinte. Per quanto Paolo sembri parlare di persone precise, non è sbagliato immaginare che quando egli scrive:

«Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione». (Rm 12,6-8a)

sembra difficile pensare che uno a cui è dato un dono non possa averne anche un altro. In realtà nella tradizione molti di questi doni si sono assommati. Pensate ai grandi vescovi che furono anche grandi dottori della Chiesa. Vescovi e dottori sono andati spesso insieme.

Ciò che volevo ricordarvi non è tanto la preoccupazione, che qui sembra prevalere in Paolo, di immaginare la propria azione dentro un concerto di figure, un’azione corale. Non un’azione dove io sono solo, ma un agire dove tutte le membra coralmente costruiscono l’unico corpo che è la Chiesa, e la Chiesa in quanto corpo di Cristo! Un’azione è corale non solo orizzontalmente tra le membra, ma anche verticalmente quando edifica la Chiesa in quanto corpo di Cristo. Questa molteplicità nell’unità, oggi, è molto importante ed è l’aspetto forse più in crisi. Ognuno si pensa ministro isolato e solitario, ed è così anche tra genitori, per cui uno si sente più educatore dell’altro. Se nel suo piano, Dio ha affiancato due persone per l’educazione di un figlio, un senso ci sarà. Per crescere il Signore ci ha messo intorno tante persone, perché non basta al figlio una sola figura autorevole per identificarsi. Noi stessi, per essere significativi presso gli altri, non possiamo pensare di essere esclusivi, ma possiamo immaginare di esserlo solo con gli altri.

C’è una ragione più profonda, tuttavia, del perché non dobbiamo soltanto immaginare che sia così, ma che è realmente in questo modo. Il significato della Chiesa come corpo di Cristo sta nel fatto che il corpo non è fatto solo di molteplici membra nell’unità dell’agire del corpo, ma il corpo, prima della distinzione delle membra, si manifesta nell’unità del suo “essere segno” presso gli altri! Mi spiego: il nostro corpo, il mio che vi sta parlando, è il grande segno con cui io mi esprimo verso di voi, con cui voi entrate in comunicazione e in comunione con me, se condividete le cose che vi dico e se volete accoglierle nella fede e nell’attenzione! Vedete, dunque, che il corpo ha la funzione di mettere lo spirito della persona in contatto con l’esterno e di far entrare in relazione l’esterno con lo spirito della persona. Nessuno di voi vede ad occhio nudo il mio spirito! Questo è il significato profondo dell’immagine del corpo.

Se non lavoriamo con gli altri, se non camminiamo con gli altri, se non cresciamo con gli altri, potremmo essere anche una “mano” del corpo che agisce bene e che può fare persino giochi di prestigio, potremmo essere un “piede” del corpo che cammina speditamente, potremmo essere anche un “occhio” del corpo che vede da lontano, ma non costruiremmo il corpo che è la Chiesa, che per agire ha bisogno di mano, piede e occhio. Non riusciremmo ad essere la Chiesa che è il corpo di Cristo per la vita del mondo.

Questo vi auguro di cuore!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara