L’isola del tesoro. Omelia per la benedizione abbaziale di Madre Maria Grazia Girolimetto

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Domenica scorsa, 10 febbraio, al monastero benedettino Mater Ecclesiae dell’Isola di san Giulio, mons. Franco Giulio Brambilla ha presieduto la solenne celebrazione di benedizione abbaziale di Madre Maria Grazia Girolimetto, nuova badessa. Madre Maria Grazia, eletta nel capitolo dello scorso novembre, succede a Madra Anna Maria Cànopi, che aveva fondato, 45 anni fa, la comunità.


SAN GIULIO D’ORTA: ISOLA DEL TESORO E PICCOLA NAZARETH
Omelia per la Benedizione abbaziale di Madre Maria Grazia Girolimetto OSB
10-02-2019
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Nelle sue parole, rivolte alla comunità claustrale e ai tanti fedeli presenti – consacrati e laici – legati al monastero, il vescovo ha tratteggiato un disegno della storia dell’isola, dell’attività del monastero, e della forza eloquente di testimonianza evangelica che esso è diventato.  Trasformando quella piccola isoletta nel lago d’Orta, nell’Isola del tesoro.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale delle parole del vescovo.

 

 

SAN GIULIO D’ORTA:
ISOLA DEL TESORO E PICCOLA NAZARETH

 

Omelia per la Benedizione abbaziale
di Madre Maria Grazia Girolimetto OSB

 

Ingresso

Il giorno 11 ottobre 1973 approdavano all’Isola di san Giulio Madre Anna Maria Cànopi e cinque sorelle provenienti dall’Abbazia dei santi Pietro e Paolo di Viboldone, nella Bassa Milanese: quattro professe di voti solenni, una professa semplice e una novizia; nel giorno stesso della fondazione si unì a loro, aspettandole sulla riva del lago, una postulante.

Il giorno 9 novembre 2018, verso le 11:30 circa, si è levata in cielo la fumata bianca per l’elezione di Madre Maria Grazia Girolimetto, eletta con due terzi dei voti, come seconda abbadessa del Monastero Mater Ecclesiae dell’Isola di san Giulio, dopo 45 anni dalla Fondazione

In questo arco di tempo, l’isola di san Giulio è diventata rigogliosa, liberata non solo dagli sterpi, dai licheni e dai dragoni, come al tempo del santo fondatore Giulio, ma anche è cresciuta nel suo splendore per aver portato l’antico Seminario Minore della Diocesi di Novara, per l’intuizione spirituale di mons. Aldo Del Monte, ad essere il cenobio di una miracolosa ripresa della vita religiosa monastica femminile, forse una tra le poche in Italia.

La Benedizione Abbaziale della nuova Madre, Maria Grazia, è l’occasione per sostare a leggere il segno che il Signore ha voluto seminare nella nostra terra. Lo faccio ricorrendo a tre aspetti che richiamano tre immagini, le quali si attagliano perfettamente a quanto è successo sull’isola di san Giuio in questi quarantacinque anni e pochi mesi. Il primo aspetto riguarda il luogo, il secondo il tempo, il terzo le persone.

 

 1. Il luogo: “l’isola del tesoro”

Se raccogliamo e raccontiamo quanto è avvenuto in questo luogo, possiamo ben dire che, in 45 anni, esso è diventato l’Isola del Tesoro.

Ho fatto sette domande alla comunità per scoprire il tesoro nascosto nel campo dell’Isola san Giulio. Ecco che cosa ho trovato:

Quante sorelle sono passate nel monastero?  La risposta: 150 in tutto. Attualmente all’Isola le sorelle sono 73, di cui 61 monache di voti solenni, 4 professe di voti semplici, due novizie e 5 postulanti. Le defunte sono state 10.

Quante fondazioni sono nate a partire dall’Isola? Nel 2002 è sorto il priorato di Saint-Oyen con 15 sorelle, che è divenuto monastero autonomo dallo scorso 12 ottobre. Il Priorato «Ss. Annunziata» a Fossano è nato nel 2007, attualmente con 6 sorelle, di cui una di 102 anni. A Ferrara, vi era già un monastero autonomo, ora vi sono due sorelle provenienti dall’isola, di cui una è diventata Madre abbadessa. A Piacenza, un monastero già esistente, è stato arricchito con tre sorelle, di cui una attualmente è la Madre abbadessa; inoltre sono presenti due sorelle in aiuto.

Quali attività artigianali esprimono il benedettino “labora” della vita monastica? Ecco l’elenco:

  • laboratorio di restauro tessuti antichi, che ha al suo interno anche un laboratorio chimico per la tintura dei filati e dei tessuti che vengono impiegati nel laboratorio stesso, di cui alcuni colori sono brevettati,
  • laboratorio di ricamo e confezione di paramenti liturgici,
  • laboratorio di tessitura a mano,
  • laboratorio di iconografia,
  • pittura di pergamene, di ceri ed altro.

 Quali attività culturali irradiano la spiritualità benedettina? Esse sono molteplici:

  • collaborazione alla preparazione dei testi liturgici della CEI,
  • traduzioni di libri,
  • collaborazione a riviste di spiritualità,
  • una piccola stamperia che permette di raccogliere in agili fascicoli lectio e ritiri spirituali, così da offrire agli ospiti la possibilità di ritornare sulla Parola ascoltata,
  • c’è poi l’ambito dell’ospitalità e accoglienza gruppi: questa attività coinvolge quotidia­namente molte sorelle sia per la foresteria, i pasti, l’accoglienza liturgica, ed eventuali colloqui o testimonianze,
  • infine, diverse monache sono impegnate per la manutenzione dell’edificio e nei vari servizi della vita comune e dell’ospitalità.

Osservando l’isola dalla Madonna del Sasso il 3 settembre scorso, mi chiedevo come sarebbe stata questa realtà se non ci fossero state le monache.

Quanti sono gli aderenti alla spiritualità del monastero?  Attualmente ci sono 169 oblati, più 17 in formazione e 12 defunti; inoltre è spiritualmente legata al monastero la Fraternità «Prega e lavora» di Ghemme e dintorni.

Qual è il numero di visitatori all’anno? Presuntivamente sono circa 4700 persone che, assommate ai gruppi (circa 165), salgono a circa 10.000 presenze all’anno! 

E, infine, chi è la Madre Anna Maria Cànopi? È la Madre Fondatrice che, accogliendo con fede l’invito di mons. Aldo Del Monte, si è lasciata guidare dallo Spirito sulle imprevedibili vie del Signore. Dalla infaticabile opera di annuncio e dalla sua penna sono usciti un centinaio di libri, senza contare numerosissimi articoli per riviste e pubblicazioni di ogni genere: ella è stata ed è l’angelo della Chiesa di san Giulio che oggi passa il testimone a Madre Maria Grazia Girolimetto.

Questa è l’isola del tesoro! Ecco il tesoro dell’Isola di san Giulio! Per la verità, stamani ho scoperto che c’è anche don Giacomo che ha “resistito” miracolosamente quarantacinque anni con le monache.

 

2. Il tempo: la piccola Nazareth

L’Isola di san Giulio può essere immaginata come una piccola Nazareth, dove si alterna armonicamente l’ora et labora, che sostiene il respiro dei due polmoni della spiritualità benedettina: l’Opus Dei e il labor hominis. Ho tentato di descriverlo nel mio augurio di Natale, ambientandolo come un presepe su questo lago. Scrivevo così:

 

Che c’entra il lago col mistero del Natale? Perché un Presepe costruito da mani creative su una piccola chiatta, quasi isola che emerge dalla superficie lacustre, ci richiama all’Isola di san Giulio, che affiora al centro del lago, cuore pulsante del silenzio e della preghiera, dove una comunità monastica da 45 anni prega per noi e con noi? E ci ricorda la nascita di Gesù, il canto degli angeli e il mormorio leggero dei salmi, che ha attirato a sé molte persone in cerca di pace, di silenzio e di un minimo d’azzurro. Questo è il segreto di Nazareth, che Gesù ha vissuto tra la sua casa paterna e le visite sul lago di Tiberiade, nella Galilea delle genti. Il Natale non è solo la nascita a Betlemme, ma la lunga gestazione durata trenta interminabili anni, in cui la Parola che viene dal seno del Padre cresce nel grembo della sua terra, sillaba la lingua di Maria e impara la fatica di vivere di Giuseppe. La Parola “viene tra la sua gente” e “si fa carne”, per operare un prodigioso scambio tra i linguaggi umani e la Parola di Dio. A Nazareth ascoltiamo non la “nuda” Parola di Dio, ma la sua voce scambiata con i linguaggi umani.

Osservate come vede la vita Gesù: guarda gli uccelli del cielo, i gigli dei campi, il seme gettato nella terra, il piccolo granello di senape, il grano buono e la zizzania infestante, i pesci raccolti nella rete, la barca sballottata dai flutti, la tempesta sedata, la donna che cerca la moneta perduta, il buon pastore che porta la pecora ferita, il padre con i due figli, l’uno indisciplinato e l’altro bamboccione, e poi narra molto ancora nelle sue insuperabili parabole…

(cfr. F. G. Brambilla, Messaggio per il Natale 2018).

 

Il messaggio sconvolgente sul Regno di Dio, nei tre o quattro anni del ministero di Gesù, sarebbe impensabile senza i trent’anni di immersione silente della Parola nel tessuto e nella terra di Nazareth! Credo che in un monastero debba accadere, anzi avvenga, questa cosa. Questo, infatti, è realmente accaduto nella storia del monachesimo occidentale.

Il monachesimo ha salvato tutta la cultura antica: per citare solo un esempio, passando dai 300 manoscritti del De bello gallico di Giulio Cesare fino ai 3.000 manoscritti della Bibbia. In mezzo ci sono tutti gli altri autori, Aristotele Platone, Cicerone, e via… trascrivendo nell’operoso silenzio degli scriptoria dell’Europa. Il monachesimo ha salvato il rapporto con la natura, ha sviluppato la farmacopea, ha trasformato il modo di bonificare e di coltivare l’ambiente. Anche le forme democratiche della vita moderna sono state anticipate nella vita fraterna del monastero (cfr F. Riva, Ascesi. Mondo e società, Abbazia San Benedetto, 2003). Non ci sarebbe stato questo Occidente senza i monaci e sarebbe un Occidente diverso, se fosse rimasto fedele a questa ispirazione: quella di operare il prodigioso scambio tra le forme dell’umano e la forza della Parola di Dio che s’immerge in esse.

Ecco questa è la piccola Nazareth che si è realizzata anche qui sul lago in 45 anni. Noi la osserviamo ora, stringendo l’obbiettivo della nostra telecamera sull’Isola di san Giulio e ammiriamo che è accaduto proprio così! Questa generatività si è moltiplicata persino nel numero delle Sorelle, con i loro volti giovanili e sorridenti! È quasi un esempio emblematico del monachesimo benedettino nella storia occidentale e non solo.

 

3. Le persone: la brocca abbandonata

Ho trovato un’immagine un po’ strana per illustrare il terzo aspetto: “la brocca abbandonata”. Quando ho letto l’Enciclica Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II, mi colpì un paragrafo intitolato così: «Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna» (cfr. Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem, Lettera Enciclica, V). La citazione proviene dal capitolo quarto del Vangelo di Giovanni, nell’episodio della Samaritana (v. 27). Il Papa in modo scaltro intitola in tal modo un paragrafo dell’Enciclica. Tutte le donne che sono qui presenti dovrebbero iscrivere nella loro casa questo versetto.

Il Cristianesimo introduce il fatto che Dio, nel volto di Gesù, si accosta al pozzo, dove noi scopriamo la nostra sete di Lui, e si mette a discorrere con una donna, tra lo stupore dei discepoli di ritorno dalla città (cfr Gv 4,27). E, nel versetto seguente, si aggiunge che la Samaritana “abbandona la brocca”, l’anfora con cui era venuta al pozzo (v. 28). La brocca è l’immagine della funzione e del ruolo femminile. La Samaritana, quando incontra Cristo, abbandona la brocca, perché d’ora innanzi diventa anch’ella testimone del Vangelo. Tale testimonianza risuonerà, alla fine del capitolo, nell’attestazione cristologica più alta, quando Gesù viene proclamato da tutti σωτήρ του κόσμου, salvatore del mondo (v. 42). Questo accade qui all’Isola nell’incontro delle persone che frequentano il monastero.

La benedizione abbaziale che ora faremo è celebrata nel nome della santissima Trinità. Nel suo nome qui sull’Isola di san Giulio sono state certamente coltivate in 45 anni trascorsi le tre dimensioni con cui Dio “dice-bene” dell’uomo e della donna che si aprono alla sua venuta nel mondo. Queste tre dimensioni dovranno essere custodite dalla nuova Madre nel tessuto della vita della comunità, perché questa Chiesa monastica diventi icona della Trinità e il monastero Mater Ecclesiæ sia sempre la perla del Lago. E quali sono queste tre dimensioni? Ve le racconto brevemente come traccia sul cammino.

La prima è la seguente: quærere Deum. La gente dovrebbe capire che qui c’è un gruppo di donne – sì di donne – che cerca Dio! Non si può venire qui per meno di questo, e non vi si rimane se non per cercare Dio. E occorre dire a tutti coloro che vengono qui, che se non cercano Dio, e non lo cercano solo come tampone dei loro bisogni, ma come ciò che eccede ogni bisogno e tiene aperto e rinnova ogni desiderio, la vita è senza senso. Quando tornerete stasera nelle vostre case, immaginatevi di fare un trasloco: abbiamo le case piene di cose e il cuore povero di significati. Il quærere Deum, invece, custodisce il nutrimento dei significati per il cuore, quelli servono per vivere la vita in pienezza.

La seconda dimensione: vestigia Christi sequentes. La nuova Madre dovrà custodire con la sua comunità l’imitazione di Gesù, dovrà custodire il fatto che “cercare Dio” trova una strada già tracciata, ha delle orme su cui camminare. Anzi, dapprima i nostri passi seguiranno le orme di Gesù, ma poi in qualche modo si sovrapporranno, perché Egli ci prende in braccio – secondo la famosa immagine – per condurci sulla sua via. Negli ambienti spirituali c’è talvolta una tangente di fuga, che pensa il quærere Deum senza una forma storica-pratica con cui lottare, con cui misurarsi, che smussa i caratteri, guarisce le ferite, lavora dal di dentro la vita delle persone e la trasforma.  In questa linea si colloca il tema della stabilitas e della conversio morum che sono propri della vita benedettina.

Da ultimo, la terza dimensione: dulcis hospes animae. È la presenza dello Spirito! Sia il quærere Deum, sia il vestigia Christi sequentes, non può avvenire che all’interno di una Presenza, come ci ricorda il versetto del famoso inno allo Spirito Santo (cfr. Sequenza di Pentecoste). Cercare Dio e seguire Cristo sono un’operazione spirituale. Spirituale, non s’intende con la “s” minuscola, di uno spirito emotivo, fiacco, debole, sentimentale (che misura ogni giorno “come sto?”, “come non sto?”). No! Spirituale è lo Spirito santo, forte, travolgente, creativo, che eccede ogni pensiero ed esperienza umana e la lavora dolcemente nel cuore, se l’anima lo ospita nel suo intimo.

 

Uscita

Alla fine, l’augurio si riassume in quanto ho trovato nella Regola di san Benedetto e che ha sempre sconvolto anche me vescovo! Nel capitolo terzo, versetto 3, si dice che l’Abate, in quanto padre della comunità – e quindi l’Abbadessa, come madre – debba «consultare tutta la comunità – facciamo tanta retorica oggi sulla sinodalità, ma sovente consultiamo quando abbiamo già deciso – perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore». Cara Madre qui all’isola ha da divertirsi poiché di gente giovane da ascoltare ve n’è tanta! Ma credo che sia un grande segno, perché Lei dovrà custodire una comunità che tiene unite le diversità e che non immagina un’armonia a basso costo, ma richiede un’armonia a caro prezzo.

Questo è l’augurio che il vostro vescovo fa di cuore a voi monache dell’Isola del tesoro, della piccola Nazareth, che avete abbandonato la brocca della vostra appartenenza al mondo, per cercare Dio, seguire Cristo e ospitare il santo Spirito. Ed è l’augurio rivolto anche a tutti voi presenti!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara