La Vita nella Città: ritrovare la dimensione spirituale che anima il desiderio di speranza

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Una meditazione su tre delle cinque scene della giornata inaugurale del Vangelo di Marco con una riflessione sull’oggi – sulle sue «febbri», ma anche sulle sue potenzialità – che ha puntato l’attenzione sulla famiglia, sulla società civile e sulla necessità della dimensione spirituale. E’ quella che proposto il vescovo Franco Giulio nel suo Discorso alla Città 2020, l’omelia durante la Patronale di San Gaudenzio in basilica a Novara.


La Vita nella Città

Discorso di San Gaudenzio 2020
22-01-2020
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A concludere un invito alla riscoperta della dimensione spirituale, che riaccende il desiderio profondo dell’Uomo: «Egli è venuto per indicarci questo “altrove”, che va oltre il benessere che ci sta tutti narcotizzando. È l’altrove che si trova nel bene di quella Parola che sola dà senso al nostro desiderio: il desiderio di amore, di stima, di attenzione, di prossimità, di amicizia, di compassione, di perdono, di accoglienza, di fiducia, di ripresa, di vita nuova, di speranza!».

Di seguito il testo integrale del Discorso alla Città 2020


 La Vita nella Città

Discorso di San Gaudenzio 2020

Carissimi,

ho pensato di dedicare la festa di san Gaudenzio di quest’anno alla vita della nostra città di Novara. È un’intuizione che mi proviene da alcuni segnali di fatica e da molte realtà positive di volontariato e di cultura che animano il panorama cittadino. Prendo spunto dalla giornata inaugurale del Vangelo di Marco, che l’evangelista organizza in cinque momenti: il primo e l’ultimo raccontano un esorcismo e la guarigione di un paralitico, il secondo, il terzo e il quarto sono ambientati nella casa, alla porta della città e in un luogo deserto. Tralascio i due episodi dell’inizio e della fine e invito anche voi ad entrare nella casa, a sostare alla porta della città, e a ritirarvi in un luogo deserto. È l’inizio di un nuovo decennio: il secolo XXI compie vent’anni, sta diventando adulto! È l’ora di dedicarsi a grandi cose.

 

  1. Nella casa di Simone

29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Dopo aver annunziato il tema del Vangelo (Mc 1,14-15), Gesù entra nella casa di Pietro in compagnia dei primi discepoli. Pietro invita Gesù ad andare nella sua famiglia, perché la suocera è a letto con la febbre. Gli parlano subito di lei. La scena è semplicissima: la suocera è malata, è il perno della casa, non può accudire i suoi membri. L’ospitalità della casa è senza focolare. Gesù le si avvicina, la prende per la mano e la fa alzare, letteralmente in greco il testo dice che la “fa risorgere”. Appena alzata, la suocera si mette a servirli. Tutto qui.

Sembra una normale scena delle nostre famiglie, con i suoi ruoli e i suoi compiti, con i suoi affetti e le sue presenze, con i suoi malesseri e la ricerca dei rimedi. Pietro non perde l’occasione della visita di Gesù, per raccomandargli la salute della suocera. Gesù entra nella casa di Simone in compagnia dei discepoli. Tutto questo dice l’importanza del rapporto tra la casa e la comunità dei discepoli, tra la famiglia e la Chiesa.

Forse potremmo dire che anche la famiglia di oggi ha la febbre. La febbre è un sintomo di qualcos’altro. Non si può curare direttamente, si può abbassare, ma la cura è solo sintomatica. Bisogna curarne soprattutto le cause, più che lenirne gli effetti. Sì la famiglia è malata, ma si può e si deve curare. Come di fronte a un male di stagione, occorre fermarsi e non sottovalutare la febbre, soprattutto per gli anziani, gli adolescenti e i bambini, i più fragili. Mi sembra, tuttavia, che la febbre di questa stagione della famiglia stia proprio nel suo punto di forza.

La famiglia italiana, infatti, dopo il secondo conflitto mondiale, è diventata gradualmente la famiglia nucleare, la “famiglia affettiva”, che vive in un appartamento. Questa sua vita “appartata” ha rinfrancato le relazioni personali, gli affetti della coppia, la presenza di papà e mamma, la voglia di casa dei figli. Questo è il suo punto di forza! Tuttavia, questo può diventare anche il punto debole, perché ha allentato il suo rapporto con le generazioni precedenti, dal momento che i nonni sono chiamati in causa – come la suocera di Pietro – solo per impegni di supplenza e di servizio. Anche se spesso a loro sono lasciati importanti compiti educativi. In questa lenta marcia, la famiglia ha raggiunto nei primi trent’anni dal dopoguerra grandi risultati, per la casa, la scuola, il progresso e il benessere.

C’è stato però un improvviso innalzamento della temperatura a partire dal 1989, prima apparentemente positivo, poi ha mostrato i suoi tratti più febbricitanti, soprattutto dopo la crisi del 2008. La famiglia è stata quasi travolta dal consumismo, cioè da un modo di vivere incentrato sull’avere, più che sull’essere, sul progresso economico, più che sulla crescita educativa, sulla disponibilità dei mezzi, più che sulla trasmissione dei valori e degli ideali. Abbiamo inoculato l’idea che le cose possano riempire la vita. La casa di proprietà e l’automobile (l’80% delle famiglie italiane) e le vacanze, brevi o lunghe (il 60%), sono divenute un fenomeno di massa, creando l’anomalia italiana: dove il risparmio dei padri è diventato per i figli un alibi per non affrontare le sfide e le fatiche della vita. Una scusa che per loro rimanda sempre più il tempo per assumere le responsabilità del futuro, vale a dire il lavoro e la famiglia.

Oggi viviamo una grave difficoltà ad educare: le famiglie, attonite, cercano intorno qualcuno che dia loro una mano nella formazione dei figli. Anche la denatalità sembra favorita dalla paura che nasce dal compito educativo, il quale per molti è diventato un’impresa impossibile. Bisogna che come Gesù entriamo nella casa e facciamo rialzare la famiglia che ha la febbre, perché ritrovi la sua capacità di servizio. Invito tutti i sacerdoti e le comunità cristiane a dedicare tanto tempo per favorire i cammini educativi dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani. Entriamo nelle case e nelle famiglie, stiamo accanto ai genitori, perché riscoprano la bellezza della casa come luogo degli affetti per crescere e far crescere: diciamo loro che bisogna dare ai figli meno cose e più presenza, più stimoli, incentivi, sostegni, sogni e speranze.

  1. Alla porta della città

32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

La prima giornata di Gesù termina alla porta della città. È la sera, dopo il tramonto del sole. Per Gesù il giorno non sembra terminare. Gli portano di continuo malati e indemoniati, sofferenti per i mali materiali e spirituali. Egli non si sottrare ai bisogni della folla. La sua missione non è vissuta con le ore contate, va ben oltre il tramonto del sole. Egli si espone al bisogno degli abitanti della città al di là del dovuto. Quest’immagine di Gesù, mangiato dalla folla, è indimenticabile. Nella prima parte del suo ministero Egli appare come colui che si prende cura dei nostri mali. Di tutte le malattie del corpo e dello spirito, senza fare discriminazioni, e senza calcolare la previsione delle risposte. Gesù resta disponibile fino a ora tarda.

Questa immagine di dedizione ci fa venire alla mente molti sacerdoti, numerosi uomini e donne, genitori ed educatori, docenti e volontari che si dedicano a curare i mali materiali della nostra città. Il volontariato nella nostra città è molto diffuso e fa un servizio encomiabile nella cura di tanti svantaggiati. La Chiesa e la comunità civile, proprio oggi nel giorno del patrono san Gaudenzio, ricordano i molti che portano soccorso ai diversi mali che affliggono le persone. Mi faccio voce di tutta la città per esprimere a loro il più sentito ringraziamento.

V’è però un punto su cui quest’anno vorrei richiamare la vostra attenzione. Ho letto in questi ultimi giorni un’interpretazione del nostro tempo attuale che mi ha messo in allarme, anche se già molti osservatori avevano lanciato segnali di preoccupazione. Nell’epoca della società opulenta e del consumismo, l’enorme ricchezza, materiale e finanziaria, accumulata dalle due generazioni del dopoguerra, ci ha concesso il lusso di abbassare l’asticella della qualità degli studi nella scuola e nell’università. La massificazione dell’istruzione ha avuto come effetto collaterale, forse non previsto e non voluto, l’impoverimento del livello effettivo dell’istruzione. L’accesso democratico di massa ad ogni ordine e grado di scuola ha avuto come conseguenza che ci vogliono otto anni in più per ottenere lo stesso livello di conoscenze e di organizzazione mentale rispetto a cinquant’anni fa.

La padronanza della lingua italiana e delle conoscenze essenziali richiesta per accedere ai concorsi e per varcare la soglia del mondo del lavoro si è dimezzata in cinquant’anni, con conseguenze che stanno sotto gli occhi di tutti: inflazione dei titoli di studio con la richiesta di qualifiche più elevate per accedere a determinati lavori; diminuita capacità dei giovani di memorizzare conoscenze, di concentrarsi e di affrontare compiti difficili; lunghezza degli studi con aumento dei costi che hanno penalizzato i ceti popolari, i quali non possono permettersi tempi più lunghi di istruzione dei figli. Siamo arrivati alla conseguenza estrema della disoccupazione volontaria. Non già perché non si trova alcun lavoro, ma perché non si è disposti ad accettare i lavori che si trovano. La disoccupazione volontaria nella società del benessere produce nei giovani uno sdoppiamento della personalità, che oscilla tra un finto sé stesso rassegnato ad accettare ogni compromesso per sbarcare il lunario e un sé ideale che non si sente valorizzato dal mercato e che s’infila per molti anni nella ricerca di professioni incerte e mal definite.

Vorrei qui dire un grazie sentito a chi nella scuola oggi si dedica all’istruzione e alla formazione e invito le famiglie a una riscoperta dell’alleanza con la scuola e gli ambienti formativi, anche delle nostre comunità cristiane. I docenti non sono nostri nemici nella formazione dei figli, perché il fallimento educativo è uno scacco della loro professione. Essere formatori è una sfida, perché oggi siamo al minimo storico dell’apprezzamento sociale e della retribuzione economica per coloro che insegnano ed educano. Una società che non apprezza i suoi maestri è destinata a un traumatico tramonto.

La Chiesa insieme a tutte le persone di buona volontà – come Gesù nella prima giornata del suo ministero – sta alla porta della città e non smette di curare coloro che sono piagati nel corpo e sono depressi nello spirito. Mi domando se non siano malattie dello spirito queste che vi elenco: le dipendenze da alcool e da droghe; la schiavitù dal gioco d’azzardo e da videogiochi; forme di depressione e alti livelli di dispersione scolastica; la condizione del pianeta NEET (Not in Education, Employement or Training: persone che non studiano, non lavorano né sono impegnate in percorsi di tirocinio: siamo i primi in Europa); gli episodi di cyberbullismo nella scuola; la piaga dei femminicidi e della violenza sui minori; le situazioni di disagio della famiglia; il drammatico fenomeno dei suicidi. Vi dò un solo dato: noi tutti, giovani e adulti, spendiamo in Italia per il gioco d’azzardo (legale), in tutte le sue tentacolari forme, quanto ci costa l’intera spesa sanitaria del Paese: nel 2018 abbiamo buttato 107,3 miliardi di euro! Se questo è il panorama di una depressione, invisibile ma reale, che denuncia una grave mancanza di senso e di gioia di vivere, non dovremmo noi tutti, come Gesù, fermarci alla porta della città per dedicare tempo e risorse e guarire da questa legione di demòni cattivi del nostro tempo?

Ho però un’ultima parola da dirvi, la più importante. Per scoprirla bisogna ascoltare il racconto dell’ultimo episodio della prima giornata di Gesù.

  1. In un luogo deserto

35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Gesù è rimasto fino a ora tarda alla porta della città. Stremato per il servizio fino a notte fonda, forse è andato a dormire molto tardi. Oso immaginare che sia stata una notte travagliata. Perché il racconto evangelico, senza troppe spiegazioni, introduce nel seguito una notizia sconvolgente: Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Gesù sente il bisogno di ritirarsi “in un luogo deserto” (εἰς ἔρημον τόπον – eis éremon tópon), sembra voler introdurre una distanza tra i bisogni della gente e il suo annuncio del Vangelo. I suoi discepoli, con in testa Simone, cercano di scovarlo nel suo eremo di preghiera, per riportarlo nel campo derelitto della ricerca della gente (Tutti ti cercano!). La gente cerca Gesù, perché le interessa trovare chi satura i suoi bisogni. Gesù, che per tutta la prima giornata ha soddisfatto le sue attese, ora si sottrae, scappa via, fugge, va altrove, perché vuole indicare a tutti noi, che non potremo aiutare e liberare i poveri, che non potremo educare i ragazzi e i giovani, se non apriremo il loro cuore al desiderio di Dio!

La preghiera è il luogo dove si educa il desiderio di Dio! Il desiderio di Dio è la sorgente del desiderio dell’altro, perché non sia solo la saturazione del nostro bisogno. I beni, l’istruzione, la scuola, il lavoro, il divertimento, l’incontro con gli altri, non sono solo il tappo del nostro bisogno, ma aprono il cuore al desiderio con cui noi forgiamo il domani, costruiamo il futuro, generiamo la vita e doniamo sogni ai nostri figli.

Oggi sono preoccupato soprattutto di questo: non riusciamo a risvegliare nei nostri giovani il desiderio di vivere, perché noi per primi non siamo capaci di aprire il cuore al desiderio di Dio! Se essi ci guardano e ci osservano, vedono che viviamo solo di cose, ma se ci affidiamo solo alle cose, diventiamo anche noi oggetti da vendere o comprare, non persone da stimare e amare. Sono preoccupato perché non ci sentiamo più uomini e donne spirituali, ma, senza questa dimensione della vita, moriremo anche noi con tutte le nostre cose materiali. Per questo ho scritto quest’anno una lettera sulla vita spirituale (mi ha molto consolato sapere che un ragazzo di diciott’anni l’ha letta tutta da solo): se volete star bene, non riempitevi di beni, ma cercate quel bene che si trova solo là, in quel “luogo deserto”, dove anche Gesù si è rifugiato sul far del mattino della sua prima giornata fra noi. Là egli ci dice anche oggi: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

Egli è venuto per indicarci questo “altrove”, che va oltre il benessere che ci sta tutti narcotizzando. È l’altrove che si trova nel bene di quella Parola che sola dà senso al nostro desiderio: il desiderio di amore, di stima, di attenzione, di prossimità, di amicizia, di compassione, di perdono, di accoglienza, di fiducia, di ripresa, di vita nuova, di speranza!

Buon san Gaudenzio!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara