La cura delle anime e il cristiano testimone: primo incontro del Seminario dei laici

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Lo scorso sabato 17 novembre si è tenuto il primo incontro del percorso del Seminario dei Laici.

La giornata, che ha coinvolto circa 300 persone, si è tenuta in tre sedi (Novara, Armeno e Verbania). Dopo la Lectio Divina,  la proposta al centro della mattinata uguale per tutti: una relazione (a cura rispettivamente del vicario per la pastorale don Brunello Floriani; del vescovo Franco Giulio Brambilla e del vicario generale don Fausto Cossalter) sul tema “La cura della anime e il cristiano testimone”.


A questo link tutto il materiale a disposizione sul Seminario dei laici


Nel pomeriggio a Novara un laboratorio sulla catechesi, ad Armeno sulla pastorale giovanile e a Verbania su Comunicazione e cultura.

Di seguito la sintesi dell’intervento della mattinata, scaricabile anche in PDF da questo link, consegnata ai partecipanti durante la giornata.

 

 

SEMINARIO DEI LAICI – PRIMO INCONTRO
Sintesi della relazione della mattina
La cura delle anime e il cristiano testimone

 

Il Seminario dei laici è un “percorso di formazione” proposto a quei cristiani che vogliono prendersi cura della fede degli altri. Esso non si rivolge solo ai cristiani già impegnati (nella chiesa e nel mondo) o a quelli che vorrebbero assumere un impegno domani. È aperto a tutti coloro che desiderano prendersi cura della propria fede, perché solo se la mia fede diventa una fede adulta e matura è anche naturalmente contagiosa.

La scommessa di questo “percorso di formazione” è di vincere l’“accidia pastorale” che serpeggia nelle comunità e spegne la passione per l’impegno cristiano nel tempo presente. L’accidia fa capolino nel vissuto di tanti pastori, ma anche di molti collaboratori laici. È una sorta di torpore, di rassegnazione o di scoraggiamento che attraversa le parole e i gesti dei cristiani, che si rassegnano alla perdita d’incidenza della fede sul tessuto umano.  Il cammino della chiesa deve uscire dal chiuso delle sue sicurezze e slanciarsi nel mare aperto della testimonianza. Per fare questo occorre ritornare all’essenziale e alla trasparenza della gioia del vangelo.

Gli elementi essenziali della vita pastorale odierna possono essere ricondotti a quattro:  1) la condizione della fede oggi; 2) il graduale cambiamento della cura animarum; 3) l’icona della Chiesa di pietre vive; 4) i quattro pilastri della coscienza battesimale del cristiano testimone.

 

  1. La condizione della fede oggi

Oggi possiamo notare un impoverimento della fede, perché la religione è apprezzata soprattutto per la sua capacità di guarire, rasserenare, unificare la vita, dare fiducia e speranza dentro l’esperienza dispersa e frammentata della vita moderna. La fede sembra oggi prevalentemente a servizio del sentimento del sacro (fede devozionale) o del bisogno di solidarietà (fede solidale).

La fede cristiana non è solo religione devota o impegno sociale (è anche questo, ma è molto più di questo), ma richiama tutti a un “bisogno” più grande e decisivo, che non è però solo un bisogno, ma va coltivato come un desiderio inesauribile: il desiderio di Dio che rende liberi il cuore e la vita dell’uomo. Come ricorda sant’Agostino: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Conf. 1,1).

La risposta pastorale a questa situazione della fede sembra riassumersi in un imperativo: concentrarsi sull’essenziale! L’azione pastorale della chiesa è sovraccarica di attese e di bisogni, la vita delle comunità sembra quasi stremata per le molte richieste rivolte al parroco e ai suoi collaboratori.

Da molte parti si invoca una sosta contemplativa, per guardare con pacatezza il molto e il troppo che facciamo e per ritrovare la bussola. Oggi occorre far risplendere il “volto” missionario delle comunità, per orientarsi nelle infinite iniziative che proponiamo e facciamo.

 

  1. Il cambiamento della cura animarum

Fino al Concilio, parlare di pastorale significava parlare del ministero del sacerdote. In realtà non è sempre stato così: durante il primo millennio del cristianesimo, tutti i credenti sono stati soggetti attivi nella vita della chiesa. Anche dopo il Concilio il ministero del prete resta assolutamente necessario: una comunità cristiana non può fare a meno del sacerdote.

Tuttavia due fenomeni nuovi minacciano questa certezza: la scarsità preoccupante del clero e l’innalzamento della sua età media. La nuova situazione pone questioni urgenti. Qual è la forma ideale della comunità parrocchiale? Dev’essere a misura del parroco? Si devono mettere insieme le parrocchie o si può pensare a un modello più dinamico, dove le comunità parrocchiali continuano a mantenere i gesti essenziali della fede, mentre per tutte le iniziative di servizio alla vita delle persone bisogna lavorare insieme nella Unità Pastorale Missionaria.

Ciò che conta è superare la mentalità ancora oggi molto diffusa, incentrata sul rapporto “verticale” e “individualistico” del pastore con la comunità (“cura delle anime”). Oggi si deve prestare più attenzione alla formazione di una comunità fraterna.

L’accento va posto sul passaggio dal binomio individualismo – verticalità a una pastorale che valorizza la dimensione comunionale della chiesa e del rapporto fraterno tra i preti e con i laici. L’essenza della chiesa è di essere il Vangelo accolto in una comunione fraterna, e solo così, vivendo come corpo di Cristo, può donare Gesù efficacemente e fruttuosamente agli altri.

L’agire ecclesiale è il modo con cui il popolo di Dio è edificato dallo Spirito di Gesù, lasciandosi plasmare dall’ascolto della parola e dalla celebrazione dell’Eucaristia come corpo di Cristo e irradiandosi con la carità nel mondo.

Questo è il sogno della chiesa di domani: veder preti e laici che stanno in mezzo alla comunità come coloro che servono alla comunione di tutti. Così il volto delle comunità diventerà da se stesso missionario, perché sarà come il roveto ardente che porta a Cristo.

 

  1. Una Chiesa di pietre vive

Il cuore della cura animarum punta a far crescere la testimonianza cristiana dei credenti e la vita della chiesa come testimonianza. La cura animarum intende sostenere la testimonianza cristiana nella sua forma ecclesiale adulta e matura: l’edificazione della vita buona dei credenti.

Il testo della Prima lettera di Pietro ha fatto da filo rosso al nostro XXI Sinodo, perché introduce il tema della “testimonianza dei credenti” costruita su Cristo (2,1-10). L’autore tratteggia il passaggio da Gesù ai credenti, da Cristo alla chiesa. La relazione tra Gesù e credenti, tra Cristo e la sua comunità di pietre vive è immaginata come la costruzione di una grande cattedrale (costruzione di una casa [tempio] spirituale), in cui si esercita un sacerdozio santo che offre sacrifici spirituali graditi a Dio. Ecco perché esiste la chiesa e a che serve la chiesa!

Cristo è la pietra viva, la roccia sicura, che bisogna scegliere: anche se è rigettata dagli uomini, rimane preziosa davanti a Dio. Su Gesù pietra angolare anche noi come “pietre vive” dobbiamo lasciarci edificare (da Dio) come “casa spirituale”, un tempio che è fatto di persone.

Lo scopo di questa casa/tempio è far crescere un sacerdozio santo. La chiesa è la comunità che offre il culto a Dio: che offre sacrifici spirituali graditi a Dio. Il servizio sacerdotale necessita che si eserciti un sacrificio spirituale (2,5) con la proclamazione della parola (2,9), i sacramenti e la carità fraterna tra noi e con i poveri. Tutto il popolo di Dio è sacerdotale!

Le proprietà del popolo di Dio sono attive e dinamiche («Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato»), e ricevono una proiezione missionaria: affinché proclamiate le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce.

Ciò che i credenti devono annunciare sono le azioni e le opere eccellenti di Dio che li ha fatti passare dalle tenebre dell’uomo vecchio alla luce splendente dell’uomo nuovo.

 

  1. I quattro pilastri del cristiano testimone

La cura della vita buona del cristiano testimone è il centro dell’azione pastorale della chiesa. Da qui nasce la domanda: come realizzare tale cura perché la chiesa cresca come segno del Vangelo? Prima di descrivere i diversi compiti e ministeri nella chiesa (ordinati, istituiti e liberi), occorre cogliere con uno sguardo d’insieme ciò che unisce tutti i credenti.

Quando pensiamo alla vita cristiana, subito si affacciano alla nostra mente le differenze tra preti e laici, tra vita attiva e vita contemplativa, tra servizio ecclesiale e impegno nel mondo, tra educazione e carità. Guardiamo alla vita del cristiano per quello che fa, prima che per quello che è, ci soffermiamo sui suoi compiti prima che sulla sua dimensione spirituale.

Ne deriva una sfasatura, perché il cristiano è definito per ciò che fa o può fare e non per ciò che riceve col dono della fede e della carità. Avviene così che abbiamo cristiani sbilanciati sull’agire, per i quali è difficile vivere una vita umana alla luce della fede cristiana. È raro che il credente abbia una solidità morale e spirituale, una coscienza del suo essere battesimale e della sua testimonianza cristiana.

Per costruire la “Chiesa di pietre vive”, occorre che si costruisca su solidi pilastri l’edificio santo del popolo di Dio. La Chiesa di pietre vive si innalza sui quattro pilastri che sorreggono la vita buona dei credenti e della chiesa.

 

Primo

Il pilastro sacramentale della testimonianza. I cristiani sono fondati sulla pietra angolare che è Cristo, mediante l’ascolto della Parola e la celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia. I primi cristiani celebravano i gesti della fede, erano assidui nella preghiera, si radunavano nell’ascolto della Parola degli apostoli, ricevevano il battesimo e celebravano la cena eucaristica. Il culto “rituale” è la condizione di verità del culto “spirituale”. Non si tratta tanto di tradurre il rito nella vita, ma una vita umana senza rito e senza festa, e in particolare senza il rito cristiano, non può essere una vita nello Spirito, perché non si nutre alla gratuità del dono di Dio.

La vita personale e sociale può essere culto vivo, santo, gradito a Dio, solo se si alimenta alla radice di gratuità che ci fa vivere la vita di ogni giorno come dono e scambiarla nel servizio al fratello e al povero. Abbiamo bisogno di credenti che vanno in Chiesa per vivere e non per farsi vedere. Essi devono trovare nella Parola e nel Sacramento la forza del loro essere credenti. Ciò deve portare al centro della cura pastorale la preghiera personale e liturgica, la lettura e l’ascolto del Vangelo, la celebrazione dell’Eucaristia, la vita liturgica e devozionale, così che diventino il nutrimento costante del cristiano. Credenti malnutriti non possono affrontare la battaglia della vita.

 

Secondo

Il pilastro spirituale della testimonianza. Il vissuto spirituale dei credenti colora la testimonianza cristiana con le molte condizioni di vita. Il bisogno di spiritualità è diventato centrale nelle nostre società occidentali, ricche di un’abbondanza persino eccessiva di beni e segnate da una povertà disperante di significati per vivere. La cura della qualità della vita spirituale dei credenti e della Chiesa presenta oggi un compito delicato, di fronte a un’offerta della vita spirituale segnata da forti tratti emotivi e sentimentali.

Questo propone però alle nostre comunità cristiane una domanda cruciale: le parrocchie sono luoghi di autentica esperienza cristiana forte, personale e personalizzante, che si fa carico della fede altrui, arrischia percorsi vocazionali, promuove il servizio nel volontariato e nell’impegno civile? Bisogna pensare alla vita di famiglia e al servizio cristiano come luoghi in cui la vita dell’amore e della carità plasma credenti forti, che sanno esportare la loro esistenza cristiana anche in altri ambienti di vita.

Proprio perché vivono una vita spirituale nella lingua della loro casa, della famiglia e della comunità parrocchiale, essi diventano capaci di parlare e di testimoniare anche in altre lingue il loro essere pietre vi-ve della Chiesa. Nel lavoro e nella professione, nelle relazioni della vita sociale, nel servizio di volontariato, nell’impegno per la cosa pubblica, essi possono essere lievito nella pasta del mondo, perché sono uomini e donne forti di una profonda autonomia umana, relazionale, spirituale e fraterna.

 

Terzo

Il pilastro morale della testimonianza. Oggi occorre avere un particolare riguardo alla formazione della coscienza morale, alla vita pratica della fede che si misura nella sfida della fraternità e della carità. L’impegno morale del credente appare legato talvolta solo al buon cuore che risponde alle urgenze del momento, ma fatica a collocarsi stabilmente nell’esperienza cristiana.

Proviamo ad osservare anche l’animazione della comunità e delle sue attività (di annuncio, liturgiche e caritative o missionarie) e i luoghi pedagogici (la scuola, l’oratorio, associazioni e movimenti): essi manifestano una grave difficoltà a trovare presenze significative e soprattutto nuove forze giovanili. Il tempo dedicato a educare non è più di moda. Il cristiano non riesce più ad animare i luoghi della professione, del volontariato e dell’impegno sociale.

La coscienza morale si è appannata sia per quanto riguarda la trasparenza delle norme morali (tutto è permesso, anzi sembra compatibile con ogni altro atteggiamento), sia per i comportamenti di onestà, dedizione, gratuità che hanno costruito nella storia splendide figure di testimoni. La coscienza morale è la carta di identità del cristiano. Egli non solo paga le tasse, ma soprattutto paga di persona, perché è presente quando c’è da educare, pensare, animare, servire e testimoniare anche al prezzo della vita.

 

Quarto

Il pilastro dialogante e critico della testimonianza. La testimonianza dei cristiani e della Chiesa ha sempre mostrato due facce essenziali: il martirio e il dialogo, l’uno non senza l’altro. La testimonianza cristiana si è sempre caratterizzata per il diverso dosaggio di questi due elementi, critico e positivo, escatologico e incarnato. La fede non può perdere il suo rilievo “critico”, cioè la capacità di dire una parola e di porre gesti e iniziative che contestano la logica del mondo, quando si accoda al “così fan tutti”. Se non ci è mai capitato di essere in imbarazzo, perché il nostro giudizio e le nostre scelte pratiche andavano controcorrente, dobbiamo sospettare che la nostra fede sia significativa per il tempo attuale.

Tuttavia, nella storia la testimonianza cristiana non ha mostrato solo il suo aspetto critico fino al martirio, ma anche la forza prodigiosa del “dialogo” con altre ideologie e culture religiose. La storia dell’Occidente e dell’Oriente cristiano ne è l’attestazione, nel campo del pensiero, delle arti, della musica, della letteratura e delle forme molteplici del sapere e dell’agire umani. La creatività del Vangelo rispetto alle culture e delle pratiche di vita è forse l’aspetto su cui le comunità cristiane investono oggi di meno. Questo rivela una profonda mancanza di fiducia nella forza innovatrice della fede cristiana.

Chiediamo con forza al Signore che ci doni cristiani testimoni adulti e maturi!