Quel vaso d’aceto. Omelia del vescovo nel Venerdì Santo

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«Sitio». «Ho sete». La penultima parola di Gesù prima di spirare secondo l’evangelista Giovanni, così semplice e nella quale pure riecheggia un’umanità così profonda da essere struggente nel permetterci di specchiarci in essa. E’ su questo passaggio che il vescovo Franco Giulio punta l’attenzione nella sua omelia nel Venerdì Santo, celebrato il 2 aprile in Cattadrale. «Sì, Signore, con te e come te, ho sete, abbiamo sete di vita! La tua sete è il compimento di tutto il nostro desiderio dell’acqua viva e della fonte zampillante, mentre in questi ultimi anni ci siamo abbeverati alle cisterne screpolate del possesso e del consumo, ci siamo ubriacati delle nostre conquiste e dei nostri traguardi, ci siamo inebriati con il “tutto è connesso” dei nostri nuovi mezzi di comunicazione».


Quel vaso d’aceto
Omelia nel Venerdì Santo
02-04-2021
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Con lo sguardo che si abbassa poi sino ai piedi della croce, a scorgere quel vaso colmo di aceto, per placare la sete e la febbre. «Siamo ricorsi al mezzo che anestetizza il dolore, ma che non riscalda il cuore. È più facile ricorrere a ciò che è sottomano, è meno impegnativo. Tanto è pieno, si può usarne in abbondanza. È più facile curare che aver cura. E ci siamo divisi tra coloro che per curare, secondo la scienza che sola ci può salvare, si sono messi in quarantena con la parola, la consolazione, la prossimità».

Di seguito il testo integrale con le parole del vescovo.

Quel vaso d’aceto

Omelia nel Venerdì Santo

 

Mi ha sempre colpito la notazione che l’evangelista Giovanni lascia cadere quasi per caso nel momento supremo della croce: «Vi era lì un vaso pieno di aceto» (Gv 19,29). Tra i signa passionis (i segni della passione) è quello meno raffigurato. Sono di più i chiodi, il martello, la corona di spine, la spugna, la lancia, la veste inconsutile, che sono dipinti ai piedi del Cristo deposto o sotto le porte scardinate dell’Ade, nelle icone orientali del Descensus ad inferos. Eppure l’aceto per calmare l’arsura della morte di croce, una morte per soffocamento, era sempre a portata di mano per questo tipo di supplizio, altrimenti insopportabile anche per soldati romani, corazzati di fonte ad ogni dolore. Tutti e quattro gli evangelisti menzionano l’aceto, come rimedio al grido di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!» (Mc 15,36; Mt 27,48; Lc 23,36). Sentono l’urlo di Gesù, pensano che è il rantolo del crocifisso, pongono rimedio con un anestetico naturale per calmare la febbre che divora.

Giovanni però parla di un vaso “pieno” di aceto. È la scena centrale del Crocifisso, nobilmente trasfigurato come su un trono di gloria. E da quel patibolo, ironicamente capovolto in un trono, Gesù – dice l’evangelista con tono grave – «sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”». È il momento sublime del compimento della vita di Gesù, che noi dobbiamo saper leggere sul trono della croce, su cui era impressa lo stigma del libro del Deuteronomio: «colui che pende dal legno è una maledizione di Dio» (Dt 21,23). È il momento supremo a cui approda tutta la Scrittura Santa, perché vi porta il dolore e il travaglio, l’attesa e la speranza di quel “tutto è compiuto”. È nella parola di Gesù, la sua penultima, secondo l’evangelista Giovanni, che quel tutto prende suono: «Ho sete» (sitio); è lì che si raccoglie il desiderio degli uomini e delle donne del mondo, della sete di amore, di abbracci, di relazioni, di aria, di sole, in questo lungo e interminabile anno.

Sì, Signore, con te e come te, ho sete, abbiamo sete di vita! La tua sete è il compimento di tutto il nostro desiderio dell’acqua viva e della fonte zampillante, mentre in questi ultimi anni ci siamo abbeverati alle cisterne screpolate del possesso e del consumo, ci siamo ubriacati delle nostre conquiste e dei nostri traguardi, ci siamo inebriati con il “tutto è connesso” dei nostri nuovi mezzi di comunicazione. La tua sete indica la mancanza radicale dell’uomo nudo e povero, così come si trova spogliato sulla croce. Tu dici, come tanti che ci hanno lasciato quest’anno senza respiro: ho fame d’aria, ho sete di vita, ho desiderio di amore, ho bisogno di Dio. E noi abbiamo saputo dire e dare poco o nulla, non siamo stati capaci di stillare una lacrima di amore, abbiamo ogni giorno elencato bollettini che contavano i numeri dei malati e delle vittime, lasciandoci strozzare in gola la parola della speranza. La speranza cristiana, così tante volte predicata nel tempo del benessere, è stata la grande assente nel tempo della prova.

Vi era lì un vaso pieno di aceto. Siamo ricorsi al mezzo che anestetizza il dolore, ma che non riscalda il cuore. È più facile ricorrere a ciò che è sottomano, è meno impegnativo. Tanto è pieno, si può usarne in abbondanza. È più facile curare che aver cura. E ci siamo divisi in due gruppi contrapposti: da un lato, coloro che per curare, seguendo la scienza che sola ci può sanare, hanno messo in quarantena anche la parola, la consolazione, la prossimità; e, dall’altro, coloro che negavano persino che ci fosse un nemico invisibile, parlavano di cure alternative o si sottraevano al rispetto per l’altro, spacciando un fideismo cieco come fiducia in Dio. Non abbiamo visto che curare ha senso solo avendo cura dell’umanità dell’altro e che la forza dell’amore chiede anche l’umiltà di servirsi degli umani mezzi. Abbiamo dovuto farci strada tra due follie: tra chi identificava la salute fisica con la vita umana, e tra chi metteva in alternativa la vita spirituale con la salute del corpo.

«Dopo aver preso l’aceto – termina così la scena l’evangelista – Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito». Il “tutto è compiuto” è il culmine di quel “li amò sino alla fine” (Gv 13,1), con cui si apre il racconto giovanneo della passione. Lì s’incontra la sete di Dio e il nostro bisogno di pienezza. Per questo Gesù, spirando, ci “consegna” lo spirito, il Suo e quello Santo, perché renda meno amaro quel vaso d’aceto!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara