Quella candida stola. Omelia del vescovo della Veglia pasquale nella Notte Santa

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«E’ Risorto!». Le parole che fanno sintesi di ciò che sta al cuore della fede dette per prima volta dall’angelo alle donne venute al sepolcro di Cristo, che per prime lo sanno ascoltare. E’ su di lui  – l’angelo  dalle vesti candide che ricorda immediatamente  il giovane fuggito la sera prima –  che il vescovo Franco Giulio punta l’attenzione nella sua omelia nella Veglia pasquale, celebrata in cattedrale il 3 aprile. «Pensate: questa parola – E’ Risorto! – unica, risuona da duemila anni come la fonte zampillante della speranza. Possiamo, anzi dobbiamo, dirlo a voce alta per la nube di testimoni (medici, infermieri, amministratori, educatori, sacerdoti, semplici uomini e donne), che hanno dato la vita per vincere il temibile conflitto con la morte».


Quella candida stola

Omelia della Veglia pasquale nella Notte Santa
03-04-2021
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Di seguito il testo integrale con le parole del vescovo.

 

Quella candida stola

Omelia della Veglia pasquale nella Notte Santa

 

Non è un angelo, ma è un giovane (Mc 16,5)! Con una stola candida (stolén leukén)! Sta seduto alla destra, come un messaggero divino! Subito è diventato un angelo (Mt), anzi due (Lc), perché solo in due possono testimoniare il grande racconto del Crocifisso risorto. E poi le donne che corrono al sepolcro, con i passi affrettati dall’amore e lo sguardo reso cristallino dalla tenerezza. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, nell’aria tersa, lambite dai raggi di sole che s’affacciano all’orizzonte. È il dominicum, il “giorno del Signore”, il giorno dell’incontro col Risorto.

Avevano lasciato la tomba in fretta, due giorni avanti. Giuseppe, «comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto». (Mc 15,46-47). Lo sguardo delle donne non ha perso la memoria, ma custodisce il ricordo. Per questo subito, di buon mattino, «passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo». La cura del corpo trafitto e vulnerato è l’estremo servizio delle donne. Non possono tralasciare ciò che gli occhi dell’amore hanno impresso nella vista di un passato che non può terminare.

Ma c’è una pietra enorme, “molto grande” impossibile da smuovere per braccia di donne, messa lì da uomini a custodia del perimetro della vita, per poter dire che Gesù non solo è morto, ma è anche sepolto!  “Morto e sepolto” è il modo di dire con cui gli uomini dichiarano la fine di un’avventura umana, e lo stesso vogliono fare per il profeta di Nazareth. Le donne però hanno la fiducia sconfinata della tenerezza che lungo la via fa loro domandare, rincuorandosi a vicenda: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?»

Mi ha sempre intrigato questo giovane: sta seduto alla destra, come dice il salmo di Davide: «Oracolo del Signore al mio signore, siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi» (Sal 110,1). E mi ha ogni volta lasciato con la bocca aperta quella stola candida. Il lenzuolo senza il quale è fuggito un ragazzo innominato, mezza pagina prima nel racconto di Marco, nel trambusto dell’arresto di Gesù («Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo», Mc 14,50-52), ricompare ora come una “stola candida” che veste il messaggero di risurrezione. Là il ragazzo è scappato come mamma l’ha fatto, lasciando una “sindone” tra le mani degli sgherri che arrestavano Gesù, qui ricompare come giovane con una veste bianchissima. Alcuni manoscritti antichi lo identificano addirittura con Gesù, ma forse la tradizione primitiva ha ritenuto sconveniente che il Risorto apparisse prima alle donne, e l’ha trasformato in un annunciatore del kérygma pasquale…

Parla il giovane di bianco vestito e dice: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto». Mette in guarda dal cercare il Risorto nella direzione sbagliata (non è qui!), nella tomba aperta: lì c’è il vuoto, è il regno della morte! “Ecco il luogo dove l’avevano posto”, coloro che pensavano di essere i signori della vita! Ma le donne sanno cercare con lo sguardo dell’amore, come Maria e Giuseppe hanno dovuto cercare, non nella carovana dei parenti, ma a Gerusalemme il giovane Gesù che “stava nelle cose del Padre suo” (Lc 2,49). Il giovane con la stola candida è forse il doppio di Gesù: in ogni caso è colui che proclama a voce spiegata, sul margine della tomba, “È risorto!”. Pensate: questa parola, unica, risuona da duemila anni come la fonte zampillante della speranza. Possiamo, anzi dobbiamo, dirlo a voce alta per la nube di testimoni (medici, infermieri, amministratori, educatori, sacerdoti, semplici uomini e donne), che hanno dato la vita per vincere il temibile conflitto con la morte (mors et vita duello conflixere mirando)!

Infine, il giovane incalza le donne, dicendo: «andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Il Risorto cammina avanti, ripartite dalla Galilea da dove avete iniziato, rileggete ogni anno il suo racconto, le sue opere e le sue parole, i suoi gesti e i suoi segni, i suoi incontri e i suoi silenzi, e non dimenticate il suo sguardo che trafigge l’anima e scalda il cuore. E il giovane se ne va dal sepolcro con quella stola candida.

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara