Un fatto che parla: Gesù e il lebbroso, programma spirituale per chi opera nella sanità

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«In questa settimana mi è arrivato  un messaggio dal Bangladesh. Proveniva da una suora, una giovane ragazza di 40 anni, medico, che è partita dalla parrocchia di Monza che frequentavo nei primi dieci anni di sacerdozio, ora  in missione come suora del Pime, che cura i lebbrosi a 200 km da Dacca, la capitale del Bangladesh. Voi mi siete parsi tutti piccoli frammenti di questo grande gesto della donna in missione che non è nient’altro che il prolungamento, l’irradiazione del gesto di Gesù che ci viene raccontato nel Vangelo di oggi». Così mons. Franco Giluio Brambilla si è rivolto a medici, volontari e operatori della sanità, durante l’omelia nella messa dell’11 febbraio, festa della Beata Vergine Maria di Lourdes e Giornata mondiale del malato.

Al centro dell’omelia quattro verbi che raccontano la prima giornata di Gesù a Cafarnao e il suo incontro con un lebbroso:  «Gesù ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse» (Mc 1, 41).

«Sono quattro verbi precisissimi – ha detto il vescovo – : i primi due sono verbi che chiamiamo teologali, perché nell’Antico Testamento sono sempre riferiti a Dio. È Dio che ha compassione del suo popolo e che stende la mano su di esso. Gli altri due verbi sono invece tipicamente cristologici, riguardano Gesù. Gesù è sempre uno che quando si trova di fronte al malato, all’indemoniato, lo tocca, parla e intima alla malattia di lasciarlo. Si introduce l’elemento della parola che avvicina. Dunque questi quattro verbi sono anche il nostro programma spirituale. Il programma spirituale di tutti quelli che vogliono “vivere” l’ospedale!».

Di seguito il testo integrale dell’omelia, scaricabile in pdf a questo link.

UN FATTO CHE PARLA

Omelia  in occasione della festività della Beata Vergine Maria di Lourdes

In questa settimana mi è arrivato su whatsapp un messaggio dal Bangladesh. Proveniva da una suora, una giovane ragazza di 40 anni, medico, che è partita dalla parrocchia di Monza che frequentavo nei primi dieci anni di sacerdozio, ora  in missione come suora del Pime – Pontificio Istituto Missioni Estere – e che cura i lebbrosi a 200 km da Dacca, la capitale del Bangladesh. Mi ha inviato un lungo articolo che una giornalista, conosciuta in occasione della visita del Papa in Bangladesh un paio di mesi fa, gli ha voluto dedicare. È interessante il racconto di questa ragazza che ha lasciato la sua vita e la sua carriera: appare quasi un compito eroico rimanere laggiù!

Osservandovi, questa mattina – dal Presidente, ai medici, agli operatori e volontari, a voi tutti – vedevo riassunto il gesto e la presenza di questa ragazza in tutti coloro che vogliono bene all’ospedale. Mi siete parsi tutti piccoli frammenti di questo grande gesto della donna in missione che non è nient’altro che il prolungamento, l’irradiazione del gesto di Gesù che ci viene raccontato nel Vangelo di oggi. Il Vangelo odierno sembra scritto apposta per noi: chiude la prima giornata di Gesù a Cafarnao.

Il vangelo di Marco è il vangelo di quest’anno che ci accompagnerà fino alla fine dell’anno. Inizia con la presentazione di Giovanni il Battista; poi c’è il battesimo di Gesù, segue una breve notizia sulle tentazioni; poi il primo annuncio del Vangelo; Gesù quindi chiama i primi quattro discepoli; e, infine, sono narrati cinque episodi, di cui questo è il quinto, di una “giornata tipo” di Gesù. L’evangelista costruisce la “giornata inaugurale” di Gesù in cinque episodi, tutti incentrati a Cafarnao.

Ho già raccontato un paio di domeniche fa, che siamo appena stati in Palestina a Cafarnao, dove hanno ritrovato il villaggio, che era nascosto due millenni totalmente sotto il pelo dell’erba, mentre si vedeva solo la Sinagoga del III secolo dopo Cristo. Si sono accorti che lo zoccolo della sinagoga era fatto di un tipo di pietra diverso dalla costruzione sopra. Era di pietra nera lavica, di alabastro. Un archeologo francescano degli anni settanta del secolo scorso, quindi non tanto tempo fa, ha continuato con fine intuizione gli scavi e ha trovato un villaggio intero dello stesso tipo di pietra, e in una di queste insulae (piccoli cortili con due o tre camere) ha scoperto il segno di una precedente chiesa bizantina, e nello strato inferiore le tracce di una chiesa giudeo-cristiana del primo secolo, di quei giudei che erano diventati cristiani. Ha scoperto anche delle iscrizioni – scritte sui muri – che riportavano il ricordo di una devozione a Pietro. Ne ha dedotto che quella era l’ubicazione della casa di Pietro, quella della suocera! Infatti l’episodio di due domeniche fa era il Vangelo della suocera di Pietro, quando Pietro chiede la guarigione della suocera.

Il testo di oggi è l’episodio finale della “giornata tipo” di Gesù, dove si racconta l’incontro con il lebbroso. La lebbra è una forma di malattia, come si dice nella prima lettura, “raccapricciante”, la forma della malattia più grave in quell’epoca e che purtroppo raggiunge anche i nostri tempi. La nostra suora in Bangladesh si occupa dei lebbrosi e anche degli ammalati di TBC (tubercolosi), perché è uno dei paesi più poveri del mondo.

Vorrei commentarvi nel racconto solo i quattro verbi che sono riferiti a Gesù, quando gli si presenta davanti il lebbroso, che gli dice: «Se vuoi puoi purificarmi» (Mc 1,40b), mentre la traduzione precedente diceva “guarirmi”. “Purificarmi” si riferisce al gesto che imponeva il libro del Levitico, che abbiamo ascoltato come prima lettura (cfr. Lv 13,1-2.45-46), uno dei libri della Legge. La Legge sostanzialmente imponeva a questi malati, che erano contagiosi, l’esclusione dalla relazione sociale. Chi ha visto il film Ben Hur si ricorderà: i lebbrosi si presentavano con i campanelli ai piedi per avvisare gli eventuali sani della loro contagiosità. Questo dato è molto importante, perché la lebbra nella tradizione antica dei Padri della Chiesa è sempre stata ritenuta il simbolo fisico del peccato morale. In realtà, nel contesto del Vangelo, è molto meglio vederla come simbolo dell’esclusione sociale in rapporto alla propria malattia. Il lebbroso è un escluso, chiamato fuori dalla relazione sociale e una persona che deve essere isolata. Continua il racconto: «Gesù ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse» (Mc 1, 41).

Sono quattro verbi precisissimi: i primi due sono verbi che chiamiamo teologali, perché nell’Antico Testamento sono sempre riferiti a Dio. È Dio che ha compassione del suo popolo e che stende la mano su di esso. Gli altri due verbi sono invece tipicamente cristologici, riguardano Gesù. Gesù è sempre uno che quando si trova di fronte al malato, all’indemoniato, lo tocca, parla e intima alla malattia di lasciarlo. Si introduce l’elemento della parola che avvicina. Dunque questi quattro verbi sono anche il nostro programma spirituale. Il programma spirituale di tutti quelli che vogliono “vivere” l’ospedale!

1. Ne ebbe compassione

Il primo verbo è “avere compassione”. In ebraico e anche in greco vuol dire “essere mosso fin nelle viscere”, perché il verbo contiene nella radice il termine splánchna, che  significa “le viscere”. In effetti gli antichi facevano risiedere la compassione nelle viscere, non nel cuore. Dio è uno che ha compassione; è l’unico che può patire come patiamo noi.

Di solito si immagina Dio come immutabile, apatico, impassibile, che non viene toccato da nulla. La Bibbia sconvolge questa idea di Dio. Egli ha compassione, assume la tua stessa passione. La passione, in prima battuta, è quella passiva, che si patisce e Dio la assume ponendosi a fianco, mettendosi “con”. Noi dovremmo essere tutti così. È per questo che sono molto grato ai nostri sacerdoti che sono qui. Così come sono grato a tutti voi che condividete questa comune passione di voler bene, non tanto all’ospedale, ma agli ammalati.

Per voler bene agli ammalati – per quel poco che ho sperimentato anch’io, poiché  da giovane sono stato ammalato per un anno – bisogna stare al loro fianco. Può avere compassione solo chi comprende fino in fondo la situazione dell’altro. Per comprenderla bisogna quasi trattenersi e persino non essere troppo invasivi, anzi è necessario essere discreti. Lo chiedo alcune volte ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari, perché bisogna avere una spiritualità profonda per star vicino agli ammalati. Se un chirurgo avesse troppe emozioni – egli deve difendersi dal troppo coinvolgimento – non farebbe bene la sua professione. È  per questo che il chirurgo, ma anche lo psicologo, non cura mai i suoi parenti, perché il coinvolgimento emotivo sarebbe così alto, da non renderlo oggettivo. E tuttavia anche questa è una forma della compassione, perché per trattenere l’emozione, per avere la mano sicura, per avere il rapporto sicuro con il proprio ammalato, egli realizza un’altra forma, forse moderna, ma non meno profonda, di compassione.

Dobbiamo sentirci tutti toccati da questa compassione di Dio, che Gesù rende presente. I quattro verbi nel racconto sono tutti riferiti a Gesù, ma i primi due sono verbi di Dio. Nell’Antico Testamento Dio sente compassione e tende la mano.

2.Tese la mano

Il secondo verbo è “tendere la mano”. Tendere la mano vuol dire azzerare la distanza. L’ammalato si colloca naturalmente a una certa distanza, perché, appena uno si ammala, sperimenta che la prima cosa che salta è il potere sul proprio tempo. Tutti noi abbiamo fatto l’esperienza che quando dobbiamo fare un esame medico, in quella mattina, dobbiamo ricuperare un’altra dimensione del tempo. È interessante: il tempo che possediamo diventa il tempo che dobbiamo ascoltare. E così accade per le malattie più complicate, perché fanno perdere anche la serenità.

Per questo il secondo verbo è molto importante: dobbiamo “tendere la mano”. È una mano che aiuta, ma prima di tutto che azzera la distanza. Paradossalmente la cosa più importante, l’esperienza più radicale della malattia è rimanere soli, è sentirsi esclusi. Perché sentiamo intimamente che nessuno potrà veramente capire cosa sta succedendo a me

3. Lo toccò

Poi ci sono due verbi che sono sempre riferiti a Gesù. Potremmo dire che sono disposti in modo inverso, con un chiasmo, rispetto ai verbi precedenti attribuiti a Dio, e che diventano concreti in Gesù. Allora il tendere la mano diventa «lo toccò» (Mc 1,41).  “Toccare”, e non dimentichiamo che siamo di fronte alla lebbra, toccare è fare un gesto trasgressivo. Era escluso che si potesse toccare! Bisognava, una volta guariti, andare a farsi vedere dal sacerdote e Gesù non salta questo passaggio: «E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”». (Mc 1, 43-44). Il sacerdote rivestiva allora la funzione della nostra ASL, che assicurava la guarigione e quindi la possibilità di essere reintegrato in società.

Gesù invece lo tocca, fa sentire che il corpo è una cosa amata. Questa per noi occidentali è una cosa sconvolgente! Il corpo è per noi come un vestito. Noi diciamo “ho un corpo!”, non “sono un corpo!”. Se noi dicessimo “Io sono il mio corpo”, non per questo diremmo che “sono solo il mio corpo”. Tuttavia sentiamo che il corpo ci condiziona: se per esempio al mattino quando ci alziamo siamo bei tonici, ci sentiamo forti, a disposizione…; se alla sera o dopo una grande delusione ci sentiamo depressi e stanchi, sentiamo che il corpo ci abbandona e quasi si sdoppia da noi.

Questa esperienza ambivalente del corpo è molto importante: per esempio, è bello sentire qualcuno che ci accarezza, che ci tocca e che non solo ci sta vicino, ma ci stringe la mano. Io ho sperimentato questo soprattutto in questi ultimi anni con i bambini disabili: da lontano fanno paura, ma se gli stringete la mano, se li toccate, subito diventano vicini, entrano nel vostro spazio emotivo, nella vostra relazione. Questo succede anche con i bambini e ragazzi: ricordo una ragazza che, quando dovevo  sedermi a tavola con lei e i suoi genitori, temevo che mi sporcasse per le sue difficoltà di manducazione, ma se gli stringevo la mano si acquietava subito. L’ho imparato a poco a poco.

4. Gli disse

E, infine, il quarto verbo: «gli disse» (Mc 1,43). È bello perché è il verbo della creazione! Qui diventa il verbo della nuova creazione. «E gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”» (Mc 1, 41). La parola diventa  un gesto che guarisce! Guariscono le medicine? Sì, assolutamente! Ci vogliono tutte le medicine possibili, ma accompagnate dalla parola. Con la parola, la parola detta dinanzi a qualcuno.

La controprova sta in questo: nel racconto Gesù prima gli dice: “Sta in silenzio!” («Guarda di non dire niente a nessuno», cfr Mc 1,44). Qui  è presente un tema importante del vangelo di Marco, perché di fronte alle guarigioni Gesù non vuole che si parli subito di Lui, non vuole che si dica in giro: “Ho trovato un facile guaritore!”. Si deve mantenere il segreto! Gesù guarisce sì, ma egli è di più del suo gesto di guarire, perché dona la Parola che crea, che cambia il cuore. Per questo Gesù impone il silenzio.

«Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto» (Mc 1,45). Il testo greco dice ton logon, “il fatto che parla”, un gesto che dona fiducia e speranza, che apre il cuore, che reintroduce nella vita e nella comunità degli uomini. Ecco, noi oggi abbiamo descritto un “fatto che parla”: questo è il senso profondo del lavoro, della passione, dell’amicizia e del servizio che voi fate. Di tutto questo vi ringrazio.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara