Un triplice giubileo: in festa per tre anniversari delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote

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Di seguito il  testo integrale dell’omelia del vescovo Franco Giulio nella messa celebrata nella chiesa di Santa Maria delle Grazie di Varallo, per i 120 anni dalla nascita di madre Guaini, i 75 anni dalla fondazione delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote e i 45 anni di costituzione del Movimento Apostolico Nuovi.

 

Un triplice giubileo

Omelia nella messa per l’anniversario di  fondazione delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote

 

Oggi ci vede qui riuniti un triplice motivo giubilare: i centovent’anni dalla nascita di madre Margherita Maria Guaini, i settantacinque anni dalla fondazione delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote nel 1946, e, infine, i quarantacinque anni di costituzione del MAN, Movimento Apostolico Nuovi. Questi tre Giubilei ci offrono motivi per gioire – la parola stessa giubileo è legata alla parola giubilo ed entrambe prendono la loro origine dallo strumento, lo jobèl, una tromba ricavata da un corno di capra, che nella cultura ebraica dava inizio al Grande Giubileo.

Anche a noi quest’anno è dato di gioire, non solo per la lunga strada che voi, sorelle, Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote, avete fatto sino ad ora, ma anche per considerare i tanti motivi, taluni che proseguono secondo la normale previsione del cammino della fede e delle scelte umane e anche degli azzardi che normalmente si fanno sul cammino di una vita cristiana e di una vita di consacrazione, talaltri che sono sorprendenti, pensando ad esempio che da Matera siete giunte in questo luogo. Guardando a voi non si può non colpirci un sentimento di meraviglia e, seppure non siamo abituati a parlare in questo modo, persino qualcosa di miracoloso.

Siete presenti in Italia con diciotto comunità di cui due di recentissima apertura. La vostra presenza, anche per la nostra diocesi di Novara e facendo qualche confronto ed esprimendolo con l’afflato profetico dei vescovi che vi accolsero nel 1946, ha certamente avuto un grande impatto, così come è accaduto nel 1973 sull’isola di san Giulio con l’arrivo delle monache benedettine “sciamate”, come s’usa dire, dal monastero di Viboldone.

Dobbiamo considerare che questi due insediamenti (a Varallo Sesia e all’Isola san Giulio) sono stati anche di grande effetto civile e sociale. Ogni anno in occasione prima della festa di san Giuliano il 7 gennaio, e poi il 31 dello stesso mese per san Giulio, sono solito chiedere ai presenti che cosa sarebbe stato il Cusio senza la presenza sull’isola delle monache benedettine? E oggi, ugualmente, mi domando cosa sarebbe stato questo scrigno – questa chiesa di grande bellezza che in effetti sfida i patrimoni artistici di tutta Italia, proprio qui dove papa Giovanni Paolo II ebbe una reazione immediata esclamando: “Questa è la Cappella Sistina del Nord-Italia!” – cosa sarebbe stato questo gioiello, dicevo, senza le Suore di Gesù eterno Sacerdote? Infatti, questo luogo, unitamente al Cenacolo di Leonardo a Milano, alla camera degli Sposi a Mantova e, infine, alla Cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova sono le opere d’arte per cui anche nel Nord-Italia si può parlare di grande arte!

Cosa sarebbe stato, dunque, senza l’insediamento delle suore che custodiscono questa singolare architettura per la quale i frati francescani dell’Osservanza avevano immaginato, come per altre testimonianze di chiese simili, un tipo di struttura architettonica che aveva la chiesa conventuale nella parte più interna e qui dove siamo la chiesa per il popolo, con un messaggio costituito da tre segni: il pulpito che evoca la Parola di Dio, il racconto per immagini con gli affreschi della Parete gaudenziana, e, infine, in asse con la grande croce dipinta sul tramezzo, al di là della vetrata, il sacramento dell’Eucaristia!

Questi tre grandi assi della chiesa, la Parola, l’Immagine e il Sacramento costituiscono la bellezza di questo scrigno che voi avete non soltanto custodito, ma anche eletto a Casa Madre, certamente a beneficio di tutta città. Se questo non fosse avvenuto, qui avremmo probabilmente un museo, e sull’isola san Giulio una SPA!

  1. Una storia spirituale

La cornice storica, richiamata dalla presenza delle suore, ci aiuta a comprendere l’esperienza spirituale che ha avuto origine da vicende anche molto pratiche, che hanno la loro figura sintetica in Madre Margherita Maria Guaini. Nella mia vita ho potuto anch’io conoscere una fondatrice, la Responsabile Generale Zaira Spreafico (1920 – 2004) che, insieme con il beato don Luigi Monza, diede inizio all’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità. Per le testimonianze che ho potuto raccogliere tale vicenda ha qualche tratto di somiglianza con Madre Guaini, che invece non ho conosciuto direttamente. Tratti simili che, secondo quanto può descrivere l’antropologia di una persona, ci dicono come queste donne erano molto spirituali ma ugualmente dotate di un grande senso pratico. Questa sintesi oggi non si trova facilmente e corriamo il rischio infatti di avere figure molto spirituali, ma poco aderenti alla realtà, oppure persone pratiche che rischiano di essere solo iperattive (praticone, tuttofare).

In donne come queste, invece, diventa possibile realmente una vera sintesi creativa. La sorella Spreafico, all’interno dell’esperienza dell’associazione de “La Nostra Famiglia”, che viene fondata essa pure a partire dal 1946, ha potuto aprire diciotto case in Lombardia, dodici nel Triveneto, quattro in Puglia, e una in Campania per la cura dei bambini disabili. Poté dedicare tempo e risorse a partire dall’intuizione del primario dell’“Istituto Besta” di Milano, prof. Vercelli, che ebbe a dire: «Io curo questi bambini, ma chi li educa?!». In un tempo in cui si doveva ricostruire tutto il Paese, e c’era altro a cui pensare, si poterono dedicare risorse anche al tema educativo. Perché non basta curare, bisogna anche far crescere.

Questo è ciò che noi ricordiamo: la forza, l’impatto della dimensione spirituale sul concreto, sulla vita umana, sulla storia di una regione, di un lago (d’Orta), di una città (Varallo). Noi potremo comprendere la realtà e il valore delle cose solo per sottrazione, immaginando cosa sarebbe se non ci fossero state, come emerge da altre parti dove non è potuta accadere un’esperienza simile!

2. La festa di Cristo Re

Collego questo pensiero al fatto che oggi celebriamo il Giubileo dell’Istituto MGES nella festa di Cristo Re. La solennità di Cristo Re è una festa che potremmo definire singolare, a motivo della situazione nella quale venne istituita, con un forte tratto apologetico, cioè difensivo, ad opera del grande pontefice Pio XI – papa di origine brianzola, a cui è dedicato anche un passo sulla cima del Monte Rosa che prende proprio il nome del “Colletto del Papa” perché più volte egli lo scalò che con l’enciclica “Quas Primas[1] (11 dicembre 1925) si scagliava contro le dittature imperanti, per indicare che la parola “potere” non vuol dire istituire subito un rapporto di dipendenza, di schiavitù e di servitù, ma può essere liberante e creativo e non è solo un potere obbligante. Anche i poteri umani hanno di che essere liberanti, se vogliono legittimarsi non solo attraverso il voto dei cittadini, ma attraverso la bontà del loro servizio alla cosa pubblica o al bene comune.

Per comprendere e per spiegare perché questa festa sia stata confermata, nonostante il tentativo di emendarla da parte di alcuni liturgisti in nome della Riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II, a motivo della sua ridondanza, forse comprensibile nel contesto del tempo, si deve rimandare al fatto che il tema di Cristo Re è comunque un tema biblico. Infatti, se i tre Vangeli sinottici hanno al centro il tema del Regno di Dio, Giovanni non ha nel cuore del suo Vangelo la stessa tematica, e usa per transenna – in modo inclusivo (Gv 3,3.5; 18,36) – solo un paio di volte l’espressione “βασιλεία τοῦ θεοῦ” (il regno di Dio). Tuttavia, nella passione, come abbiamo ascoltato oggi, sta al centro la domanda “Dunque tu sei Re?” (Gv 18,37), attorno alla quale è orchestrato tutto il processo romano a Gesù. E cosa risponde Gesù? Innanzitutto, risponde in tono negativo nel brano che abbiamo ascoltato, il quale ha in sé una certa cadenza ritmica, secondo il genere letterario ebraico a fraseggio:

«Il mio regno non è di questo mondo;
se il mio regno fosse di questo mondo,
i miei servitori avrebbero combattuto
perché non fossi consegnato ai Giudei;
ma il mio regno non è di quaggiù». (Gv
18,36)

Abbiamo la definizione del perimetro di una regalità, di un esercizio del potere, di una forma del comando, che non è come quella di questo mondo o come quella di quaggiù. È un potere che ha una forza diversa, perché il potere esige anche un certo esercizio della forza. Il potere può essere una forza persuasiva, che attrae, che crea consenso, che offre i motivi dell’adesione e della convergenza comune attorno ad alcune scelte, oppure può essere una forza repressiva. I due termini quindi sono esattamente speculari e questo accade già nell’ambito di questo mondo.

  1. Io per questo sono venuto

Nel seguito del brano, poi, Gesù dice una delle frasi in assoluto più belle del Vangelo, e la riascoltiamo con un breve commento:

Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.

– la risposta di Gesù, secondo lo stile “orientale”, attesta e conferma quanto viene detto dall’interlocutore –. E poi in modo solenne Gesù commenta:

Io sono nato per questo – ἐγὼ εἰς τοῦτο γεγέννημαι –
e per questo sono venuto nel mondo:
per dare testimonianza alla verità.

Chiunque è dalla verità,
ascolta la mia voce». (Gv 18,37).

All’inizio c’è un Io (ἐγὼ), in modo enfatico: viene spiegato sia il senso della nascita di Gesù, sia il senso della sua venuta nel mondo, quindi sia ciò che riguarda la sua persona, sia ciò che concerne l’opera da lui compiuta. Possono sembrare frasi ripetitive, ma sono piuttosto cumulative, per cui Gesù diventa uomo ed esercita la sua missione (“sono nato e sono venuto in questo mondo”), e si precisa “il perché” della sua venuta, vale a dire “per dare testimonianza alla verità!”. In mezzo c’è un’affermazione tra le più rilevanti. Infatti, Gesù dice che il motivo per cui si è fatto uomo – è il Verbo che si fa carne! (cfr Gv 1,14) – e viene in questo mondo, quel mondo dove si esercita il potere talvolta nella forma del dominio, “per dare testimonianza alla Verità”. Egli è un testimone della verità! Ora, in Giovanni, Gesù aveva parlato molte volte della verità, e pertanto qui evoca solo il tema e lo suppone. Ricordiamo ad esempio quando Tommaso aveva “già perso la via” (cfr. Gv 14,5): egli è l’apostolo che quando compare la prima volta ha un atteggiamento spavaldo, tutt’altro che incredulo (Gv 20, 24-28). Nella prima apparizione, infatti, egli afferma:

«Andiamo anche noi a morire con lui!». (Gv 11,13)

Lo dice volendo coinvolgere in questo slancio anche tutti gli altri discepoli. Ma poi qualche capitolo più avanti – e pochi annotano il particolare – è ancora Tommaso che obietta:

“«Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?»”. (Gv 14,5) 

Dopo due capitoli Tommaso ammette di aver già perso la… strada! L’apostolo compare, infine, una terza volta dopo la Pasqua nei due riferimenti che ben si conoscono, quando in un primo tempo Tommaso non è con gli undici e non semplicemente perché fosse chissà dove, ma perché aveva preso le distanze dal gruppo, da cui si era dissociato, forse persino abbandonato (cfr Gv 20,24), tant’è vero che la volta successiva il vangelo annota:

“Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa ed era con loro anche Tommaso”. (Gv 20, 25)

A fronte della provocazione dei suoi condiscepoli, Tommaso fa il tentativo di rientrare, riconsiderando i motivi della sua dissociazione, che sono descritti nel brano precedente. L’essere-con vuol dire condividere lo stesso quadro di ideali, mentre Tommaso si dissocia e poi ritorna sui suoi passi.

Riandando alla seconda volta in cui Tommaso è citato nel Vangelo di Giovanni, la sua dichiarazione è l’occasione nella quale Gesù rispondendo afferma di sé:

«Io sono la via, la verità e la vita». (Gv 14,6)

Che può essere letta anche: «Io sono la Via, che conduce alla Verità che dona la Vita». Quella di Gesù è una verità vitale, non è una verità stampata nel cielo platonico, che poi deve fare i conti con la pasta spesso cruda della realtà, ma la sua è una verità viva e vitale. Per questo Gesù è venuto, come abbiamo ascoltato nel testo di oggi, “a rendere testimonianza a questa forma della verità” (cfr. Gv 18,37b). L’affermazione di Gesù è una sorpresa, perché parla in prima persona descrivendo la persona e la missione, il suo essere e il suo agire.

  1. Chiunque è dalla verità

 «Chiunqueognuno di voi, di noi – è dalla verità, ascolta la mia voce». (Gv 18,37b)

A questo punto il soggetto della frase passa dall’Io (cristologico) al Chiunque umano (antropologico). Ognuno di noi può essere il testimone della verità, attestata con un’espressione singolare: “ὁ ὢν ἐκ τῆς ἀληθείας” – “Chiunque, ognuno che è dalla verità”. Essere dalla verità non è espresso nel nostro modo moderno, come “chi è in ricerca della verità”, ma con la formula “chi è dalla verità”. Si potrebbe tradurre quest’espressione dicendo “chi è immerso nella verità”, “chi si lascia continuamente nutrire, alimentare, abbeverare da essa”, costui ascolta la mia voce! Essere dalla verità ci fa entrare in un’altra dimensione che non è quella del comprendere, ma dell’ascoltare. Quella del comprendere è ancora una dimensione che può esercitarsi nella forma di un capire, di un cápere che significa possedere, così come com-prendere vuol dire prendere-dentro. Ma c’è una forma del comprendere ancora più profonda che è quella dell’affidarsi, dell’in-tendere, il tendere-verso, ma per intendere così bisogna ascoltare.

Questa è una cosa tradizionale del cristianesimo primitivo, il quale recita ad ogni pagina del Nuovo Testamento che la fede non nasce dalla visione, ma dall’ascoltofides ex auditu –. È un grande interrogativo, sia per me che per tutti voi, perché dobbiamo ammettere quanta fatica facciamo ad ascoltare, a entrare in quella dimensione della vita dove i nostri rapporti, i nostri legami, i nostri progetti, le nostre azioni, i nostri desideri, le nostre speranze si lasciano trasformare dall’essere e dal permanere dalla verità che si nutre all’interno dell’ascolto.

Lo andavo dicendo nella riflessione di questa mattina con le sorelle, facendo un po’ di introduzione al cammino sinodale: un ascolto che ci fa comprendere chi abbiamo davanti oggi per annunziare, non solo il senso della fede, ma anche la bontà della vita. Stamattina la Madre Generale mi ha posto una domanda che mi ha fatto fare un salto… “epistemologico”, chiedendomi la ragione dell’insistenza di papa Francesco che ci chiede di essere sinodali, perché non risulti un’insistenza vana come qualcuno potrebbe insinuare. Né è scaturita una cosa bella, quando ho fatto riascoltare dalla viva voce, registrata, un messaggio natalizio del 1960, dell’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (poi Paolo VI), nel quale egli dialogava con l’“uomo moderno”. Montini aveva inciso il messaggio su un long-playing, che ho a mia volta trascritto per gli auguri natalizi dell’anno scorso. Lo ricordavo vivamente per averlo ascoltato da ragazzo di dieci anni, perché faceva da commento in sottofondo al presepe dell’oratorio della mia parrocchia. Iniziava con questa espressione: “Uomo d’oggi, io ho un messaggio per te…!”. Per Montini l’interlocutore era l’uomo d’oggi, l’uomo moderno che si è costruito una visione del mondo e della vita da non credente, cioè senza più un riferimento trascendente, e sviluppa un messaggio di grande potenza, avendo come riferimento il “non credente”!

La Madre Generale, domandandomi perché il Papa ci chiede di essere sinodali, mi ha fatto scaturire un pensiero nuovo. Ragionando insieme abbiamo concluso che il nostro riferimento oggi non è il più il non credente, ma è l’“indifferente”, il “non praticante” per noia, per esaurimento, perché è così pieno di cose che ha perso l’appetito per la bellezza della vita, non è più capace di ascoltare, di sentire il profumo delle cose! È l’inappetente, l’indifferente, il soddisfatto e il sazio di beni! Perciò abbiamo bisogno di ridare energia a coloro che vogliono annunciare il messaggio per cui Gesù è venuto, per rendere testimonianza alla verità, poiché c’è una verità dell’esistenza, che è la vita della vita! Il testo è interessante perché Gesù afferma:

«Chiunque è dalla verità,
ascolta la mia voce». (Gv
18,37b)

questa è la definizione più alta del credente, cioè di colui che abita nella prospettiva dell’esistenza contrassegnata dall’ascolto, e quindi dell’apertura a una Parola che è più grande di quel che egli riesce a misurare o a immaginare. Quando, dunque, verrete qui a pregare nello scrigno di Santa Maria della Grazie a Varallo e vedrete le suore che pregano, sia questo il luogo eletto per ascoltare la verità che dona la vita e la gioia!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


[1] https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_11121925_quas-primas.html