«Una foto indimenticabile»: omelia per la veglia di Pentecoste

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«Vorrei iniziare l’omelia facendo un’istantanea, perché la foto di questa sera è una foto indimenticabile. Perché è un’istantanea indimenticabile? Perché quanto celebriamo corrisponde perfettamente al primo capitolo del Libro degli Atti degli Apostoli che, più opportunamente, dovrebbero essere chiamati “Gli atti dello Spirito nelle azioni degli Apostoli”».  Uno “scatto” che immortala gli apostoli con al centro Maria che ricevono i doni dello Spirito, come immagine originaria della Chiesa una «prima immagine» che  «è semplicemente indimenticabile, e non si può lasciare alle spalle! È piuttosto come il “motore”, il “roveto ardente” che anima poi tutte le altre immagini: la Chiesa “popolo di Dio”, la Chiesa “corpo”, la Chiesa “sposa”, la Chiesa “campo di Dio”, la Chiesa “tempio di pietre vive”, che abbiamo ricordato come una delle immagini più belle per il nostro Sinodo».

L’ha proposta mons. Franco Giulio Brambilla nell’omelia per la veglia di Pentecoste, celebrata a Borgosesia il 19 maggio, in contemporanea con quelle celebrate dai vicari episcopali negli altri vicariati della diocesi.


Omelia nella veglia di Pentecoste 2018
19-05-2018

E allora, quello ce propone il vescovo, è un percorso di riscoperta proprio di questa forza motrice per la Chiesa, che arriva dallo Spirito.

«Per spiegare il dono che dobbiamo invocare questa sera, userò quattro espressioni bellissime, una per ciascuna delle quattro letture che abbiamo ascoltato e che ci fanno capire, perché dobbiamo, possiamo avere nostalgia di questo dono che ci manca, che ci manca un po’ sempre, anche perché quando lo riceviamo non diventa mai nostro possesso!».

Eccoli nel testo integrale:

UNA FOTO INDIMENTICABILE

 

Questa celebrazione vigiliare della Pentecoste intende coronare la visita pastorale in Valsesia, anche se poi vi sarà un’appendice all’inizio d’ottobre con la Veglia Missionaria, collocata nuovamente qui in valle.

Vorrei iniziare l’omelia scattando un’istantanea, perché l’immagine di questa sera è una foto indimenticabile. Perché è un’istantanea indimenticabile? Perché quanto celebriamo corrisponde perfettamente al primo capitolo del Libro degli Atti degli Apostoli che, più opportunamente, dovrebbero essere chiamati “Gli atti dello Spirito nelle azioni degli Apostoli”. La prima immagine della Chiesa, che si trova al capitolo 1, è un’immagine indimenticabile: di solito citiamo l’immagine della Chiesa del capitolo 2 con l’episodio di Pentecoste descritto nella Liturgia della Parola di Dio di domani (cfr. Messa del Giorno di Pentecoste, prima lettura, At 2,1-11); oppure ricordiamo la fine del capitolo 2: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42),  o, ancora, il capitolo 4: “erano un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32)

In realtà, la prima istantanea della Chiesa, quella indimenticabile, si trova esattamente al capitolo 1 di Atti, dove, dopo aver completato il numero degli Apostoli con l’elezione di Mattia (At 1, 21-26), si dice:

 

Tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui (At 1, 14).

Maria è al centro della scena, e qualcuno ha chiamato quest’immagine “la chiesa mariana”, o si potrebbe dire: “il momento passivo della Chiesa”. In questo senso è un’istantanea indimenticabile, perché non si può dimenticare, non si può lasciare indietro, per poi concentrarsi solo sulla Chiesa che fa, che agisce, che va in strada, che si sporge verso gli altri, che opera la carità, che fa tutte le belle cose, che abbiamo visto durante la visita pastorale.

Tuttavia, questa prima immagine è semplicemente indimenticabile, e non si può lasciare alle spalle! È piuttosto come il “motore”, il “roveto ardente” che anima poi tutte le altre immagini: la Chiesa “popolo di Dio”, la Chiesa “corpo”, la Chiesa “sposa”, la Chiesa “campo di Dio”, la Chiesa “tempio di pietre vive”, che abbiamo ricordato come una delle immagini più belle per il nostro Sinodo.

La prima immagine indimenticabile, tuttavia, è quella del Cenacolo, prima del dono dello Spirito, in attesa dello Spirito, che manca del dono dello Spirito e che ha bisogno di invocarlo. E che, anche quando lo riceve, lo accoglie non nella forma di un possesso e di una proprietà privata, ma di un dono che non si può sequestrare.

E qual è il dono che non possiamo sequestrare? E che rimane sempre da invocare, da chiedere, da desiderare, di cui avere nostalgia? La parola “nostalgia” ha la sua radice composta da “nóstos” (ritorno alla patria) e “álgos” (dolore) e indica la sofferenza per la patria che manca. È lo Spirito che manca all’uomo e alla donna, a tutti credenti, anche a quelli che sono di fuori, che si esprime come una sofferenza per la mancanza di qualcosa, del dono decisivo per la vita.

Per spiegare il dono che dobbiamo invocare questa sera, userò quattro espressioni bellissime, una per ciascuna delle quattro letture che abbiamo ascoltato e che ci fanno capire, perché dobbiamo, possiamo avere nostalgia di questo dono che ci manca un po’ sempre, anche perché quando lo riceviamo non diventa mai nostro possesso!

 

 

  1. Su ali di aquila

La prima espressione viene dal libro dell’Esodo e dice così:

Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: “Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me” (Es 19,3-4).

L’espressione si riferisce all’immagine dell’aquila che insegna ai suoi aquilotti a volare, perché, quando sono ancora inesperti, se li porta sopra l’ala, così che imparino a volare e, dopo i primi tentativi, siano capaci di librarsi da soli! La liberazione dall’Egitto è immaginata come questo volo dell’aquila madre che porta sulle ali i suoi piccoli e li conduce verso il paese della libertà!

Questo volo e questa esperienza di liberazione, che ci viene insegnato, il volo libero – bella questa immagine! – è possibile solo se noi stabiliamo un’alleanza, un’alleanza che porta con sé un comandamento da ascoltare! Tutta la scena è incentrata sull’alleanza e nel seguito, infatti, abbiamo l’elenco dei comandamenti, con Mosè che sale sul monte ed è ormai prossimo a ricevere il dono della Legge.

Ecco dunque la prima esperienza dello Spirito! Lo Spirito è colui che ci fa fare il cammino della vita. Il deserto è la grande immagine del cammino della vita, dove ci manca l’acqua, ci manca il pane, ci mancano i beni essenziali. E però “voi avete visto che Dio vi ha sollevato su ali di aquila”. Può succedere che qualche giorno non si capisca questa cosa, ma, se osserviamo dall’alto, se osserviamo tutto l’arco dei nostri giorni, si vede che Egli ci porta su ali di aquila. Questa è la prima espressione che ci guida stasera.

 

  1. Il cuore di pietra

Poi vengono i giorni amari nel deserto, ci sono le ferite della vita, ci sono le mattine in cui uno non riesce ad alzarsi, ci sono gli incontri che tolgono la speranza. E il nostro cuore corre il rischio di diventare di pietra, cioè può scambiare il materiale (le tavole di pietra) su cui è scritta la Parola del Signore, il suo comandamento, di scambiarlo con l’alleanza con il Signore! È come se il bambino scrivesse sul suo quaderno i comandi del papà e della mamma, ma si dimenticasse che sono comprensibili e attuabili solo dentro la relazione di amore col papà e con la mamma. Il popolo ha dimenticato tutto questo.

E allora è interessante questa constatazione: non bisogna perdere il senso che il comandamento, in tutte le sue dimensioni, si vive solo nella relazione di alleanza con il Signore e non è solo una comando da eseguire. Infatti, tale perdita può avvenire in due modi: c’è chi dice: “io ho eseguito il comandamento e sono a posto”, e sono coloro che obbediscono al comandamento in termini doveristici, è questa la religione del dovere; oppure, c’è l’altro atteggiamento di chi agisce quando si sente, quando gli piace; e questa è la religione del sentire, del piacere (“mi sento, non mi sento”). La religione c’è, quando e perché è sentita. Sono le due forme della religione più facili, molto diffuse anche oggi! C’è chi viene in chiesa, chi fa la carità, chi educa i figli, solo perché lo deve o chi lo fa solo quando e fino a quando si sente! Tutto questo pietrifica il cuore. Ecco la seconda espressione:

 

Vi darò un cuore nuovo metterò dentro di voi uno spirito nuovo toglierò il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.

Il cuore si può pietrificare, può diventare di pietra; eseguire una legge perché scritta sulla pietra, può far diventare anche il nostro cuore di pietra, quasi in modo irriflesso. Il profeta, che aveva già visto secoli e secoli di infedeltà del popolo all’alleanza, annuncia invece uno spirito nuovo. Questo è il secondo passo.

L’hanno previsto i profeti, prima che ce lo donasse Gesù. Questo è molto importante perché bisogna desiderarlo. Il popolo d’Israele lo ha desiderato per cinque secoli: “Oh se i tuoi cieli si squarciassero” (Is 63,19) – diceva il profeta del secondo Isaia che ha desiderato tanto il tempo nuovo, dove lo Spirito veniva a togliere il cuore di pietra e faceva di nuovo pulsare il cuore di carne.

È per questo che la nuova legge del cristiano, quella che tutta la tradizione, dal nostro Pier Lombardo fino a san Tommaso, ha chiamata la lex nova, la legge nuova del cristiano, non è scritta più sulla pietra, ma è scritta nel cuore! Pier Lombardo arriva addirittura a sostenere la tesi, che poi sarà corretta da san Tommaso d’Aquino, che la lex nova è scritta nel cuore, ma il cuore ha bisogno che la legge sia scritta sempre da capo, perché la grazia (il dono dello Spirito) non diventa mai nostra proprietà, ma si riceve dentro un rapporto vivo.

 

  1. Fiumi d’acqua viva

Ecco tale legge ci è donata da Gesù! Lo abbiamo ascoltato nel Vangelo, un solo versetto:

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù ritto in piedi gridò: “Se qualcuno ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi d’acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti (Gv 7, 37-38).

La Pentecoste – il termine significa “cinquanta” poiché domani saranno esattamente i cinquanta giorni dalla Pasqua – era il giorno nel quale Israele celebrava il dono della Legge (torah); proprio in quel giorno, lo Spirito diventa “il dono della legge nuova” per i credenti!

E com’è questa legge nuova? Il Vangelo citato è un piccolo frammento di Giovanni, che parla dello Spirito come un fiume che sgorga dal grembo di Gesù. Giovanni anticipa con un linguaggio un po’ cifrato quello che poi avverrà sulla croce, quando:

dal fianco squarciato – dice il testo – uscì sangue e acqua (cfr Gv 19,34).

Cioè i sacramenti cristiani effusi dal dono dello Spirito.

Ecco, dunque, dove troviamo il dono dello Spirito, quello Spirito che si scrive nel cuore, che rende il cuore “tonico”, rende il cuore pulsante, ci fa viaggiare nella via stretta che passa tra la religione del dovere e la religione del sentire. È la religione dell’amore.

La parola “amore” è una parola impegnativa; è molto più impegnativa la religione dell’amore, a confronto della religione del dovere o del piacere. Questo spiega tante cose della nostra vita, come noi le facciamo: se andiamo avanti per dovere, quante volte cadremmo o saremmo stanchi! Se andiamo avanti solo quando ci sentiamo, quante volte resteremmo senza sensazioni. Vedete bene come vanno i matrimoni! Si MOINEdice: “Non sento più niente per lui, per lei, e uno si separa, con tre figli che non ho fatto io!” La religione dell’amore ha bisogno di riceversi continuamente, di lasciarsi continuamente messaggiare e massaggiare dallo Spirito! Infatti:

 

Dal suo grembo sgorgheranno fiumi d’acqua viva! (Gv 7,38).

E noi, nella grande indifferenza del nostro tempo, che è la malattia mortale di questa epoca, passeremo come persone che non sente più la forza che promana da questi testi.

 

  1. Salvi nella speranza

E da ultimo, la quarta espressione, viene dall’Epistola, la lettera di san Paolo apostolo ai Romani. Alla fine di questa visita pastorale che cosa rimane? C’è una bella espressione nel capitolo 8 della Lettera ai Romani, che è stata anche il titolo di un’Enciclica di Benedetto XVI, che dice:

Nella speranza infatti siamo stati salvati (Rm 8,24)

Questa è la parola che il vostro vescovo lascia alla Valsesia, come sintesi della visita pastorale! Nell’Enciclica di Benedetto si diceva in latino Spe salvi – nella speranza siamo stati salvati –. Il vostro vescovo vi lascia questo messaggio, lo lascia ai cari sacerdoti, ringraziandoli davvero di cuore, perché hanno preparato con grande attenzione la visita pastorale, perché mi hanno aiutato a incontrare molta gente!

E che cosa vi dice il vescovo alla fine? La Valsesia ha bisogno di “rimanere nella speranza”! È interessante che il verbo che viene collegato generalmente alla speranza è in greco ὑπομένω, che significa da “star sotto a portare il carico [della vita]”,“resistere sotto”, “non aver paura che ci schiacci”, perché dentro di noi scorre quel fiume d’acqua viva che ci aiuta a reggere il peso. E non è un peso insopportabile, perché “il mio giogo è leggero”, dice Gesù (Mt 11,30).

Torniamo a casa questa sera, e diciamolo agli altri, che la visita del Vescovo ha voluto raccontarci questa cosa semplice, “la scena indimenticabile” degli Atti degli Apostoli! Dopo verranno le altre parole: cosa dobbiamo fare per gli altri, per i giovani, per la carità, per gli anziani, tutte le cose per cui nei nostri consigli pastorali, anche giustamente, siamo indaffarati. Tutte queste vengono dopo.

L’unica cosa che le precede tutte è questa: che dobbiamo essere uomini e donne della speranza. Dobbiamo essere uomini e donne che non hanno paura di sostenere la battaglia, la lotta della vita. Ormai veleggio anch’io verso la fine dei sessant’anni e ne sento un po’ il peso, ma non ho perso il senso della speranza. Non è merito mio, è proprio un dono del Signore non aver perso la carica della speranza!

La Valsesia deve dire a tutta la diocesi proprio questo. Ho trovato la situazione in Valsesia non male: per il lavoro, per le tante altre realtà che ho incontrato, e devo dire vi sono tante belle possibilità! Però potremmo dire che l’organo di percezione delle possibilità è suscitato dalla speranza. Concludo con un testo molto bello di Péguy proprio sulla speranza:

 

La Speranza è una bambina da nulla. (…)
La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi
e non si nota neanche… (…)
Persa nelle gonne delle sue sorelle.
E crede volentieri che siano le due grandi che tirino la piccola per la mano.
In mezzo.
Tra loro due.
Ciechi che sono che non vedono invece
Che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne già anziane.
Due donne di una certa età.
Sciupate dalla vita.
E’ lei, quella piccina, che trascina tutto.
Perché la Fede non vede che quello che è.
E lei vede quello che sarà.
La Carità non ama che quello che è.
E lei, lei ama quello che sarà.
Dio ci ha fatto speranza.

(Charles Péguy, La speranza bambina – Il portico del mistero della seconda virtù)

La Fede e la Carità non s’accorgono che senza la Speranza non potrebbero camminare verso il domani. Esse non lo sanno, ma la piccola speranza sa che, senza di essa, la Fede e la Carità non saprebbero la direzione verso la quale camminare!

 

 

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara