Vergini consacrate, testimoni nella professione e nel mondo

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La dedizione al Signore; il legame alla Chiesa locale; l’abitare nel mondo. Sono le tre dimensioni della vita cristiana, che ne fanno «una vita in 3D», che il vescovo Franco Giulio ha voluto sottolineare, lo scorso 16 novembre nella basilica di San Vittore, per delineare i tratti della vocazione delle vergini consacrate, nell’omelia per la consacrazione nell’Ordo Virginum di Anna Maria Titon e di Elena Trecate.


La vita consacrata in 3D

Omelia per la consacrazione nell’Ordo Virginum di Anna Maria Titon ed Elena Trecate
16-11-2019
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Ordo Virginum: «la parola Ordo indica che è un gruppo istituito e riconosciuto, al quale è aggiunta una specificazione al plurale: virginum, delle Vergini – ha detto il vescovo -. Già nel modo di chiamare questa forma di vita ci viene segnalata una sorta di tensione. La vita religiosa che di solito noi vediamo con un abito, quasi un’uniforme, ha una lunga storia alle spalle, ha molte forme diverse, che sostanzialmente possiamo delineare attorno a due grandi ambiti: la prima si connota per la fuga dal mondo, la fuga mundi; la seconda si connota invece per il rimanere nel mondo. Entrambe però vivono le due prime connotazioni, le prime due dimensioni della vita cristiana: la dedizione al Signore dentro la vita della Chiesa».

Ed è stato da queste due dimensioni che il vescovo è partito nella sua meditazione.

La prima è suggerita dal Cantico dei Cantici « nel quale si dice sostanzialmente che la vita umana può abbandonare il primo amore, quello dei genitori che ci hanno dato la vita, solo se sceglie un nuovo amore! Potrà essere quello di una persona, come nel caso del matrimonio, ma è interessante che tutta la liturgia dell’Ordo Virginum sia connotata dal codice nuziale. Questo significa che è un amore nuziale unico e che ci fa unici, poiché solo attraverso una relazione personale noi diventiamo e ci sentiamo unici nei confronti della persona amata. Questo aspetto è addirittura portato all’estremo più alto, poiché si esprime nel rapporto più sublime, cioè nella dedizione al Signore, per il quale non solo diventiamo unici, ma che ci fa sentire amati come unici e singolari».

La seconda dimensione «è significata dal fatto che questa forma della vita cristiana si vive nella Chiesa e l’accento cade in particolare sulla Chiesa locale, la Chiesa del vescovo, la Chiesa diocesana», ha detto mons. Brambilla sottolineando come « nessuna vocazione si vive in maniera individualistica, ma ha sempre un’intenzionalità ecclesiale e non può non esprimersi che così. Per voi diventa addirittura il connotato della vostra consacrazione al Signore: non un istituto o una congregazione, ma la Chiesa locale».


La fotogallery della celebrazione per la consacrazione nell’Ordo Virginum di Anna Maria Titon ed Elena Trecate


Ed infine, l’elemento che contraddistingue la vocazione di Anna Maria ed Elena, medico la prima, psicologa la secondo: l’abitare il mondo. «Il paradosso della Croce riesce ad essere lievito che fermenta anche nel mondo operando nella propria professione. Allora quando voi, tu Annamaria ascolterai il cuore e tu Elena ascolterai le anime, la “psiche” delle anime, voi dovrete rivelare nel mondo di oggi, in questo mondo, che l’uomo è fatto di un desiderio incolmabile. L’uomo d’oggi non è più capace di desiderare: noi abbiamo solo tanti bisogni, ma l’uomo non è solo un bisogno, non è un vuoto da riempire, resta un desiderio mancante anche quando viene riempito, un desiderio che rimanda sempre oltre!». Ed infine, il suggerimento del vescovo: « Non dite questa relazione al mondo con le parole, ma dovete sentirvi dire da chi vi accosta che con la vostra professione, con la vostra presenza, con il vostro comportamento, con la sua gestualità, voi suscitate un interrogativo, un punto di domanda. Sarà un mettere in questione, che porrà altrettante domande, che farà sorgere chiamate che potranno diventare nuovi inviti. Sarà in questo modo che vedremo il paradosso della Croce, con la sua sapienza, realizzarsi dentro la sapienza di questo mondo».

Di seguito il testo integrale dell’omelia del vescovo.


La vita consacrata in 3D

Omelia per la consacrazione nell’Ordo Virginum di Anna Maria Titon ed Elena Trecate

 

Cara Anna Maria, cara Elena,
carissimi genitori e parenti,
voi tutti amici che siete qui presenti,

la vita cristiana, ogni vita cristiana, è connotata da tre dimensioni ed è come se fosse, per usare un linguaggio attuale, “una vita in 3D”! La prima dimensione è la dedizione al Signore; la seconda dice che questa dedizione è vissuta, si nutre, si esprime nella Chiesa; la terza sottolinea che abita nel mondo. Dalla diversa composizione di queste tre dimensioni vengono tutte le vocazioni cristiane, le quali si connotano con la scelta pratica, la figura storica, realizzando una sintesi particolare di queste tre dimensioni. Esse appartengono alla vita cristiana di tutti, degli sposati, di coloro che vivono il ministero sacerdotale, il ministero episcopale, la vita religiosa… e anche questa forma di vita, che si chiama Ordo Virginum. La parola Ordo indica che è un gruppo istituito e riconosciuto, al quale è aggiunta una specificazione al plurale: virginum, delle Vergini.

Già nel modo di chiamare questa forma di vita ci viene segnalata una sorta di tensione. La vita religiosa che di solito noi vediamo con un abito, quasi un’uniforme, ha una lunga storia alle spalle, ha molte forme diverse, che sostanzialmente possiamo delineare attorno a due grandi ambiti: la prima si connota per la fuga dal mondo, la fuga mundi; la seconda si connota invece per il rimanere nel mondo. Entrambe però vivono le due prime connotazioni, le prime due dimensioni della vita cristiana: la dedizione al Signore dentro la vita della Chiesa.

Già nell’antichità, e un esempio ci è dato da Sant’Ambrogio, il primo luogo della vita religiosa, in particolare femminile, fu nella Chiesa locale. Naturalmente questo elemento non va troppo maggiorato perché evidentemente le Chiese locali, anche nella Milano del IV secolo come a Novara, erano piccole realtà, prevalentemente cittadine. I vescovi di allora e, in particolare, sant’Ambrogio, come ci testimoniano i suoi scritti, avevano accolto il proposito di alcune donne, e tra queste la stessa sorella di Sant’Ambrogio, santa Marcellina, che volevano dedicarsi al Signore!

È bello, dunque, che una delle forme principali della vita consacrata, che rimane nel mondo, e non fugge dal mondo, come sarà poi il filone benedettino, nasca presso la Chiesa locale, abiti presso il vescovo e i sacerdoti, che fanno corona alla Chiesa locale.

La vostra vocazione, Elena e Anna Maria, è proprio maturata con due vicende umane diverse, evidentemente seguendo questo filone. Vi siete preparate in questi anni, per arrivare a questo momento facendo il cammino con altre giovani che stanno facendo la stessa scelta, e per mettere sul candelabro, in tale forma della vita consacrata, la dedizione al Signore nella Chiesa, e in particolare nella Chiesa locale.

Vorrei allora raccogliere questi tre elementi, prendendo alcuni suggerimenti dalle letture che abbiamo ascoltato, per colorare quasi questa scelta con le tre dimensioni di cui parlavo.

La dedizione al Signore

La dedizione al Signore è illustrata dalla prima lettura che abbiamo ascoltato, presa dal Cantico dei Cantici (Ct 2,8-14). È un testo che può essere letto anche nella celebrazione del matrimonio, nel quale si dice sostanzialmente che la vita umana può abbandonare il primo amore, quello dei genitori che ci hanno dato la vita, solo se sceglie un nuovo amore! Potrà essere quello di una persona, come nel caso del matrimonio, ma è interessante che tutta la liturgia dell’Ordo Virginum sia connotata dal codice nuziale. Questo significa che è un amore nuziale unico e che ci fa unici, poiché solo attraverso una relazione personale noi diventiamo e ci sentiamo unici nei confronti della persona amata. Questo aspetto è addirittura portato all’estremo più alto, poiché si esprime nel rapporto più sublime, cioè nella dedizione al Signore, per il quale non solo diventiamo unici, ma che ci fa sentire amati come unici e singolari.

Vi auguro di percepire e sentire questo come il momento più profondo, che non sta in vetrina, ma che sta nel cuore e non dovrebbe neppure apparire. Fa riflettere il fatto che nelle forme di vita consacrata degli anni ’70-’80 del Novecento, questa vocazione era addirittura “criptata” perché, come chiarirò più avanti, doveva vivere del mondo, ma questa collocazione poteva a volte favorire, a volte danneggiare, la propria professione. Come il cuore fisico che non si vede, però, questo rimane il cuore della vocazione di ogni cristiano: amare il Signore con cuore indiviso!

Il Signore è amato con cuore indiviso anche dalla persona sposata, attraverso la mediazione del marito; nella vostra vocazione abbiamo l’identificazione di questi due profili, perché è un’esperienza cristiana che porta sulla soglia della dimensione escatologica, anche se non manca di una mediazione, che si concretizza nel legame con la Chiesa locale vissuto nel mondo. Mi piace sottolineare, trasformandolo in augurio per voi, il fatto che da questo giorno voi appartenete al Signore, che vi fa uniche con un’appartenenza singolare! Da questo momento non siamo un numero, siamo persone che di fronte al Signore abbiamo un volto e un nome. Egli ci chiama dentro questa scelta di vita. Questa è la prima dimensione che va coltivata nella preghiera, va coltivata dentro le forme della vita quotidiana, ma con slancio sempre più grande!

Vissuta nella Chiesa locale

La seconda dimensione è significata dal fatto che questa forma della vita cristiana si vive nella Chiesa e l’accento cade in particolare sulla Chiesa locale, la Chiesa del vescovo, la Chiesa diocesana.

Questo significherà che ciascuna di voi, così come le altre che seguiranno, cercherà una collocazione pratica per vivere questo, ma ciò che è importante è che nessuna vocazione si vive in maniera individualistica, ma ha sempre un’intenzionalità ecclesiale e non può non esprimersi che così. Per voi diventa addirittura il connotato della vostra consacrazione al Signore: non un istituto o una congregazione, ma la Chiesa locale. Ce lo ricorda il Vangelo di oggi, perché il nostro rapporto con il Signore è quello della vite e dei tralci. Infatti la vite dice l’intero, non c’è il tronco da una parte e i tralci dall’altra, ma i tralci sono parte della vite. Questo è molto bello, perché l’immagine è stata una delle metafore più usate dai cristiani, per far capire come il dono di Dio non è alternativo alla risposta dell’uomo; lo dice insistentemente il testo:

“Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, cosi voi se non rimanete in me”. (Gv 15, 4b)

Il Concilio di Trento quando dovette risolvere la grande controversia sul rapporto tra la grazia e la libertà (il merito dell’uomo), al capitolo sedicesimo del Decreto sulla Giustificazione usa questa espressione riferendosi all’immagine “delle vite e del tralci”, accanto all’altra “del Capo e delle membra”. Erano due immagini di relazione tra la grazia e la libertà, tra il dono di Dio e l’opera dell’uomo, mentre al capitolo settimo la formulazione del Concilio era ancora polemica nei confronti di Lutero, quando affermava: l’unica causa formale è la giustizia di Dio, non certo è quella per cui Egli è giusto, ma è quella per la quale Egli ci rende giusti (unica formalis causa est iustitia Dei, non qua ipse istus est, sed qua nos iustos facit) [1]. Al capitolo sedicesimo il Concilio spiega la relazione tra la grazia e il merito con un’espressione bellissima: Dio è talmente buono verso tutti gli uomini da volere che diventino loro meriti quelli che sono i suoi doni!  (ut eorum velit esse merita, quae sunt ipsius dona)[2].

Cos’è il merito? È l’azione dell’uomo, è la sua vita di ogni giorno, è ciò che opera, è come ama, è il modo con cui si apre agli altri. Dio ha voluto che i suoi doni diventassero il nostro merito! Ancora meglio si potrebbe rendere: Dio ha reso possibile che fossero nostri meriti quelli che sono i suoi doni! Il mio secondo augurio, dunque, è questo: Dio rende possibile ogni giorno che il suo dono diventi il motore della nostra opera. È interessante perché nell’esperienza di Anna Maria e nell’esperienza di Elena, come mi scriveva ieri simpaticamente una di voi, nella loro professione lavorativa, l’una cura la testa e l’altra il cuore! Forse si può dire ancora meglio: l’una cura l’anima e l’altra il cuore!

Dentro la vostra professione, voi dovete fare crescere questa opera: sentire che il dono di Dio è capace di alimentare la vostra azione, come la linfa della vite alimenta i tralci ogni giorno. Così che quel che fate sia radicato nel dono del Signore. Il tralcio non può pensarsi senza la vite a cui è collegato. Il “rimanere in Lui” è molto importante – in greco il verbo μείνειν (meinein) vuol dire proprio rimanere, dimorare in Lui – pertanto non possiamo dimorare da soli, perché anche voi prendete casa con Lui! Come in ogni rapporto sponsale si prende casa, il vostro prendere casa è presso il Signore, ma la casa del Signore si chiama appunto la Chiesa!

La seconda dimensione della vita cristiana si colora di questo secondo tratto molto importante perché oggi le vocazioni sono percepite in termini molto individualistici. Invece la vostra, che è una vocazione personale deve buttarsi dentro ed esprimersi nel corpo della Chiesa, nella casa della Chiesa.

Abitando nel mondo

E, infine, la terza dimensione connota in modo particolare il vostro tipo di vocazione. Sabato scorso, 9 novembre, ero all’Isola San Giulio per la professione solenne di una monaca e là non avrei potuto dire a lei la stessa cosa che dico adesso a voi. La illustro con le parole della prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (1 Cor 1,22-31). In particolare il testo dice:

“Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. (1 Cor 1,22)

C’è un elemento paradossale – “paradosso” è il termine appropriato – nel vivere la vita consacrata nel mondo, dentro una professione lavorativa! Solitamente si pensa che la vita consacrata abbia bisogno di essere vissuta nel monastero, come all’Isola d’Orta, oppure nelle vocazioni moderne dentro un convento, un istituto, in una congregazione. No, la vostra è una vocazione che abita nel mondo! Il paradosso della Croce riesce ad essere lievito che fermenta anche nel mondo operando nella propria professione. Allora quando voi, tu Annamaria ascolterai il cuore e tu Elena ascolterai le anime, la “psiche” delle anime (quei nove/decimi dell’inconscio che sono nascosti), voi dovrete rivelare nel mondo di oggi, in questo mondo, che l’uomo è fatto di un desiderio incolmabile. L’uomo d’oggi non è più capace di desiderare: noi abbiamo solo tanti bisogni, ma l’uomo non è solo un bisogno, non è un vuoto da riempire, resta un desiderio mancante anche quando viene riempito, un desiderio che rimanda sempre oltre! Il desiderio è, per definizione, incolmabile. Dirlo nella professione significa manifestarlo nel gesto della mano, tendere l’orecchio che ascolta l’altra persona. Ascoltare il cuore e l’anima esige molto spirito di finezza, esige di aver fatto questa operazione prima dentro noi stessi, di aver sperimentato dentro di noi che il Signore è capace di ascoltare i nostri giorni e di entrare nel nostro cuore ogni momento.

Ecco, questo è il paradosso cristiano! Questa è la sapienza di Dio, per la quale non c’è niente di quanto facciamo ciascun giorno, che sia semplicemente mondano, profano, che non sia riscattabile dal dono di Dio. Questa sarebbe una lettura “mondana” del mondo. È la lettura che separa ciò che originariamente è unito, è la lettura che confonde ciò che invece va messo in relazione. Il mondo certo rimane il mondo e quindi la professione di medico deve seguire le regole della scienza, la professione di psicologa deve seguire le regole della psicologia, o almeno la scuola di pensiero che si professa: e tuttavia anche questo aspetto è assolutamente permeabile al dono di Dio. Tutto questo passerà attraverso le vostre persone.

Volete un piccolo suggerimento!? Non dite questa relazione al mondo con le parole, ma dovete sentirvi dire da chi vi accosta che con la vostra professione, con la vostra presenza, con il vostro comportamento, con la sua gestualità, voi suscitate un interrogativo, un punto di domanda. Sarà un mettere in questione, che porrà altrettante domande, che farà sorgere chiamate che potranno diventare nuovi inviti. Sarà in questo modo che vedremo il paradosso della Croce, con la sua sapienza, realizzarsi dentro la sapienza di questo mondo. La sapienza di questo mondo al contrario vuole afferrare il mistero della vita, mentre la sapienza della Croce è una sapienza che si lascia afferrare dal mistero del Signore. Nella Lettera ai Filippesi, san Paolo dice che per tutta la vita ha cercato di correre dietro al Signore, ma alla fine ha scoperto che era lui ad essere stato conquistato da Cristo (cfr Fil 3,12)!

Portate dunque questa bella testimonianza nel mondo. Che da domani la gente possa dire che la vostra consacrazione è stato un momento nel quale una luce è brillata in questo mondo. In un tempo ormai diventato opaco, possa il dono di Dio vedersi attraverso di voi. All’inizio può essere che sia solo un lumeggiare, ma almeno che provochi domande nuove alle persone che vi incontrano, che si chiedano e vedano quanto è importante per voi il Signore! Allora la vostra vocazione comincerà a fiorire e a portare frutto.

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


[1] Cfr. Conciliorum Œcumenicorum Decreta, Sessione VI, Decreto sulla giustificazione, Alberigo G., Dossetti G.L., Joannou P.P., Leonardi C., Prodi P. (a cura di), EDB, Bologna, 1991, 673.
[2] Ibid., 678.