Figure dell’amicizia presbiterale

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Omelia per l’Ordinazione sacerdotale
12-06-2021

Oggi partecipiamo al momento solenne, che significativamente si colloca sempre alla fine dell’anno pastorale, e in qualche modo lo corona come il frutto più bello, dell’ordinazione dei presbiteri che provengono dal nostro Seminario, il quale ora beneficia di una sede nuova e smagliante.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che voi avete scelto, ha al centro il Vangelo (Gv 15,9-17), che si trova nella prima parte del capitolo 15 di Giovanni, e che ho avuto modo di commentare lungamente in uno studio dedicato al tema della fraternità sacerdotale. Al centro della prima parte (versetti 1-8, che non abbiamo letto), Gesù dice: “Rimanete in me”. Al centro della seconda parte (versetti 9-17, il brano di oggi), Gesù varia dicendo: “Rimanete nel mio amore”.

Probabilmente sentendo la parola “amore” noi la interpretiamo subito con l’invito a dimorare in una sorta di atmosfera sentimentale, perché oggi “amore” è la parola più equivocata, ma nel testo originale è detto “Rimanete nell’agàpe, quello mio” (μείνατε ἐν τῇ ἀγάπῃ τῇ ἐμῇ). Quando noi sentiamo la parola “agàpe”, che è molto più alta, addirittura oceanica, cioè grande come un oceano, allora forse l’espressione “Rimanete nel mio amore”, che è il tema del Vangelo di oggi, diviene qualcosa di inesauribile.

Il duplice dimorare, di Gesù in noi e di noi in Lui, è svolto nella prima parte con la metafora della linfa vitale che circola tra la vite (che è il tutto) e i tralci (che sono la parte), perché porti molto frutto. Tale riferimento – portare molto frutto – ritorna come chiusa anche alla fine del brano di oggi.

Nella seconda parte, invece, il tema è declinato con il motivo della reciprocità dell’amore tra il Padre e Gesù, e tra Gesù e noi. Ed ecco che da qui l’agàpe trae il suo aspetto oceanico, che non riguarda solo le dimensioni orizzontali dell’amore, anche la sua dimensione verticale, anzi trinitaria. [Prosegui la lettura nel PDF allegato]

È suggestivo immaginare che la prima parte – quella della vite e i tralci – appartenesse originariamente anche a un contesto eucaristico, dopo la distribuzione del calice, il che indicherebbe nell’Eucaristia la sorgente della comunione effettiva e affettiva di Gesù con noi e di noi con Gesù.