Cercate sopra ogni cosa il Regno di Dio. Omelia nella festa di San Giulio

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(Foto Riccardo Dellupi)

Lunedì 31 gennaio, il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la celebrazione per la festa di San Giulio nella Basilica dell’Isola. Di seguito pubblichiamo il tetso integrale della sua omelia.

 

Cercate sopra ogni cosa il Regno di Dio

Omelia nella solennità di San Giulio

Un saluto cordiale e affettuoso a tutti voi,
ai presenti in numero eletto, anche se ridotto,
alle sorelle monache che lassù in alto ci fanno da corona,
e a tutti gli amministratori qui presenti,

terminiamo la nostra ideale parabola di gennaio che, iniziata il giorno 7 con la ricorrenza di san Giuliano, poi il 22 con San Gaudenzio, primo vescovo, culmina oggi 31 gennaio con la festa di san Giulio.


Cercate sopra ogni cosa il Regno di Dio

Omelia nella solennità di San Giulio
31-01-2022
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Il 7 gennaio avevamo iniziato la nostra riflessione partendo dalla parabola del Seminatore (Mc 4,1-9) e finiamo oggi con il testo proclamato al Vangelo, che ho conservato nel cuore per un po’ di anni e l’ho riservato per il decimo anniversario della mia presenza nella diocesi di Novara. Venni in questo luogo, per la prima volta da Vescovo della diocesi, dieci anni fa come ieri sera, per celebrare i Primi Vespri della Solennità, non potendo presiedere il giorno dopo la festa di san Giulio con l’Eucaristia, poiché non avevo ancora fatto l’ingresso ufficiale, avvenuto poi il 5 febbraio.

Come dicevo, ho conservato questo testo sul primato del regno di Dio (Lc 12,22-32), che è forse uno dei più alti e più belli, dei più ispirati e più poetici del Vangelo di Gesù, e tuttavia pieno di storia, di carne, di ansia, di preoccupazione, di cura della vita.

 

L’ammonimento di Gesù 22 Poi disse ai discepoli: «Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete.
motivazione 23La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito.
Lo sguardo di Gesù sulla
cura di Dio che nutre
24Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! 25Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 26Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto?
Lo sguardo di Gesù sulla
cura di Dio che veste
27Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 28Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede?
L’ammonimento di Gesù 29Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: 30di tutte queste cose si preoccupano i pagani;
motivazione ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno.
La ricerca del Regno sopra ogni cosa 31Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta.
La beatitudine 32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il Regno.

Il testo si articola in un modo abbastanza semplice, con una struttura a sandwich, racchiudendo i due famosi brani sullo “sguardo di Gesù”, tra i due ammonimenti sul valore della vita e su ciò per cui bisogna preoccuparsi ogni giorno. La meditazione poi svetta sulla punta critica del discorso che parla del primato della ricerca del Regno di Dio. Il brano termina con una beatitudine.

La riflessione sapienziale di Gesù si apre con un primo ammonimento di Gesù,

         “Per questo vi dico non datevi pensiero per la vostra vita” (Lc 12,22a)

collegato con una motivazione:

         “la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito”. (Lc 12,23)

Sono poi contenuti due brani di incomparabile bellezza, che si riferiscono allo sguardo di Gesù sugli uccelli del cielo e sui gigli del campo:

         “Guardate i corvi…” (Lc 12,24a)

Forse noi conosciamo maggiormente la versione di Matteo:

         “Guardate gli uccelli del cielo…”  (Mt 6,26a)

e poi ancora:

“Guardate i gigli del campo…” (Lc 12,27)

Ritorna quindi in forma di inclusione il secondo ammonimento di Gesù:

         “Non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l’animo in ansia,  con l’animo sospeso”. (Lc 12,29)

Il testo greco è molto efficace e dice “non state sospesi come un meteorite” – κα μ μετεωρίζεσθε, dal verbo μετεωρίζειν – anche qui corredato da una motivazione:

         “perché il Padre vostro sa che ne avete bisogno”. (Lc 12,30b)

Il discorso sapienziale di Gesù svetta su una cima altissima:

         “cercate piuttosto il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 12,31)

e conclude con una piccola beatitudine:

         “non temere piccolo gregge perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno”. (Lc 12,32)

Si tratta di una struttura molto semplice. Il brano ci consente di raccogliere tre aspetti: lo sguardo di Gesù; gli ammonimenti di Gesù; la ricerca del Regno di Dio.

 

  1. Lo sguardo di Gesù

Faccio notare il punto di partenza: per rispondere alle preoccupazioni della nostra vita – non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete, né per il vostro corpo, per come lo vestirete (Lc 12,22) – Gesù si richiama allo sguardo originario di Dio sulla creazione.

Infatti il racconto della creazione, Genesi 1, inizia così: “Dio vide che era cosa buona” (cfr Gn 1,4.10.12.18.21.25), un ritornello ripetuto in modo insistente per ogni giorno della creazione. È bello che la Parola ci inviti a guardare alla creazione proprio oggi, in questo luogo da sogno. Ogni volta che ho l’occasione di venire a san Giulio, da qualsiasi parte si prenda il battello, o da san Filiberto, o da Orta o da Ortello, mi faccio sempre la stessa domanda: come sarebbe stata quest’isola senza la presenza del Monastero e delle monache? Da lontano appare questa imponente costruzione, tipica di una certa epoca e di una stagione della Chiesa, con la sua storia di prima e l’insediamento attuale: a ottobre prossimo saranno cinquant’anni (1973 – 2022) dall’arrivo delle sorelle! E ci vuole uno sguardo acuto per vedere, su un’isola così conformata, come poteva essere e come è oggi senza la presenza del Monastero. Dentro tale sguardo si può vedere la bellezza dello sguardo sulla creazione e sul mondo.

Questo va detto nonostante la retorica che afferma che la Bibbia sarebbe all’origine – rispetto alle religioni orientali – dello sfruttamento del mondo col comando di Dio: “Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli della terra” (Gn 1,28), cioè con l’imperativo del dominium terrae. Anzi tale compito sarebbe all’origine dell’atteggiamento possessivo e violento nei confronti della natura imputato alla tradizione cristiana. Questo però è un falso storico, poiché fino al 1700, vale a dire fino alla rivoluzione industriale, è evidente che con la natura fosse già un’impresa avere un rapporto dialogico! Ricordiamo per esempio i monti e gli alpeggi, perché ancor oggi è una lotta salvare i pascoli di fronte all’invasione selvatica degli arbusti e delle sterpaglie. A chi frequenta la montagna, è noto che un alpeggio lasciato due anni senza il pastore diventa impraticabile. In questa lettura ideologica, oltre Gesù, solo san Francesco si salverebbe come precursore di un atteggiamento contemplativo nei confronti della natura. Il cristianesimo – questa era l’argomentazione un po’ sbrigativa che veniva proposta – avrebbe coltivato un atteggiamento possessivo, manipolatore nei confronti della natura. Ripeto: questa lettura è totalmente falsa, perché senza la rivoluzione industriale, sarebbe stato inimmaginabile di poter disporre della natura in modo strumentale e distruttivo, considerandola come una grande cava di pietre per la costruzione del mondo “moderno”.

In positivo c’è l’argomento storico: tutto il monachesimo, soprattutto quello benedettino poi cluniacense e, infine, cistercense, è stato il grande movimento che ha sviluppato un rapporto armonioso con la natura. Non dimentichiamo che fino a san Francesco e san Domenico gran parte dei monasteri erano localizzati nella campagna e quindi i monaci sono stati capaci di un’osmosi con la natura, inventando diversi modi di coltivare il territorio perché desse i suoi frutti: l’attenzione all’ambiente, le marcite, le bonifiche, la cultura della vite e dell’ulivo, l’affinamento della produzione della birra, persino l’uso dell’aratro ricurvo. Poi anche la farmacopea, la medicina naturale, fino alla cosmetica hanno ricevuto un grande progresso dal lavoro dei monaci.

Riconquistiamo, allora, lo sguardo di Gesù sul mondo che rende presente lo sguardo stesso di Dio: “e Dio vide che ogni cosa buona…”. Ora lo sguardo sulla creazione bella e buona (tob) diventa lo sguardo di Gesù. Nel Vangelo leggiamo:

“Guardate i corvi…”. (Lc 12,24) 

Luca, a differenza del testo di Matteo che accenna genericamente agli uccelli del cielo (Mt 6,26), parla di corvi. I corvi vengono lasciati andare nel mondo dalla madre dopo pochi giorni dalla nascita, perché imparino ad arrangiarsi da soli. Dice Ravasi: «I corvi sono considerati impuri dalla legge ebraica (Lev 11,15; Dt 14,14; forse per questo Mt 6,26 preferisce parlare di “uccelli del cielo”), ma sono anche un esempio tipico del bisogno di aiuto, perché i piccoli sono abbandonati molto presto dai genitori» (G. Ravasi, La Bibbia per la famiglia, Nuovo Testamento, vol. I, San Paolo, Milano 1998, 239). Dice, infatti, il salmo: «Egli… fa germogliare l’erba sui monti, provvede il cibo al bestiame, ai piccoli del corvo che gridano» (Sal 147,8-9).

“Non seminano, non mietono, non hanno ripostiglio nei granai e Dio li nutre”. (Lc 12,26)

I due verbi usati da Gesù, per dare sostanza allo sguardo sul mondo, fanno la differenza: l’uno riguarda il cibo e l’altro il vestito. Sono i due gesti della madre e del padre: l’una nutre il figlio e l’altro lavora per vestirlo, per introdurre il piccolo indifeso nella lotta della vita vestendolo, per lanciarlo protetto nel mondo. Sono verbi significativi che indicano la cura essenziale dell’esistenza. Infatti:

“Non datevi pensiero per la vostra vita e per il vostro corpo, come lo nutrirete, come lo vestirete”. (Lc 12,22)

In quest’ anno, su questa isola, e tutte le altre volte in cui torneremo, non diciamo semplicemente che quest’isola è bella, quasi fosse una gratificazione estetica tendenzialmente estetizzante, ma piuttosto com’è bello e buono che l’uomo abbia potuto abitare e costruire su questo luogo un ambiente così armonico. Sto vedendo, tra l’altro, che in questi ultimi anni si sono moltiplicati i video di ottima fattura artistica dedicati all’isola, anche a livello internazionale: è una vera riscoperta! E questo lo dobbiamo al favore degli amministratori e alle generazioni di monache che hanno messo tanta fatica, perché come laboriose formichine hanno diffuso la loro opera silente e il loro profumo orante sull’Isola san Giulio. Che il Signore ci educhi a uno sguardo simile al suo, uno sguardo pieno di bellezza e di custodia del creato!

 

  1. Gli ammonimenti di Gesù

Il secondo passo riguarda i due ammonimenti di Gesù. Nel primo il Signore dice:

         “non datevi pensiero per la vostra vita” (Lc 12,22a)

E la motivazione afferma che “la vita vale di più del cibo e il corpo più del vestito” (Lc 12,23). È il valore aggiunto che è decisivo: il plus del mistero della vita. È buona cosa richiamare come in questi due ultimi anni ci siamo ripiegati solo nel curare l’aspetto organico della vita, ed era certamente e assolutamente necessario, e tuttavia assolutamente insufficiente, perché noi dobbiamo vivere questo “di più” che è l’anima, è lo spirito, la prossimità, la vicinanza, l’attenzione, la cura…

Sabato scorso ho partecipato a un incontro con coloro che si stanno dedicando alla famiglia, in diversi modi, prima, durante e dopo la pandemia. Anche in questo caso si deve notare come molti di noi abbiamo fatto un po’ di retorica nel primo lockdown, perché ci si è azzardati a prevedere che nelle case ci sarebbe stato maggior dialogo. In questi ultimi tempi, invece, gli psicologi hanno evidenziato come la situazione ha fatto emergere rotture, ferite, molte fatiche dentro lo spazio familiare, in cui i rapporti si sono talvolta addirittura aggravati a motivo della vita rinchiusa nella casa. Forse avremmo dovuto dire e dare quel “di più” che è presente nel gesto di cura della vita. Abbiamo detto che bisognava curarsi, indossare la mascherina, rispettare gli altri, e questo era necessario, ma in questa prospettiva occorreva ugualmente dire che non è automatico il valore aggiunto della vita, se non cambia lo sguardo sul mondo e sulla creazione, sui legami sociali, sulla prossimità, un cambiamento che può venire solo dallo sguardo di Gesù, rivolto verso il Padre.

Nel secondo ammonimento Gesù cambia il verbo: se dapprima aveva detto “non datevi pensiero”, in questo secondo intervento aggiunge:

“Non cercate perciò che cosa mangerete o berrete; e non state con l’animo in ansia” (Lc 12,22),

cioè con l’animo sospeso come un ‘meteorite’.

Volevo dire, a tal proposito, una parola precisa per ciò che concerne la vita civile, sociale, prima che politica, cioè per chiarire qual è quest’ansia, lo stare “sospesi come un meteorite” sulla propria vita, senza toccare mai terra.

Il cardinale Carlo Maria Martini spiegava questo “di più”, cioè l’aspetto escatologico della vita umana e cristiana, dicendo che una vita è vissuta bene nell’al di qua, solo se è collocata nella prospettiva dell’al di là. Egli affermava che noi mettiamo sovente in opera una strategia di cosmesi della morte. Possedere i beni e dominare il tempo sono le due forme fondamentali con cui noi oggi tentiamo di nasconderci davanti alla morte. Anzi cerchiamo di nasconderla a noi stessi, tentiamo di imbellettarla, di camuffarla. La cosmesi della morte è il modo con cui cerchiamo di riempire la vita di cose per credere che sia una vita in pienezza; è il modo con cui vogliamo possedere il domani, gli altri, gli eventi, la vita, il futuro. Il possesso delle cose sembra riempire la vita, darle valore, assicurargli futuro, ma la vita le erode consumando alla fine anche noi che le consumiamo. E c’è un’altra forma di cosmesi della morte, con cui pensiamo di fermare il tempo, quasi di bloccare l’orologio della vita: è l’attivismo sfrenato, la rincorsa del tempo cronologico, lo scandire vorticoso dei secondi e degli appuntamenti, consumando anche il tempo, che è invece dono dell’incontro, della cura, dell’ascolto, dell’attenzione, del dialogo, della pace, del gioco, del perdere tempo pur sapendo che non è tempo perso.

La speranza cristiana ci svela il fatto che noi non siamo le cose che possediamo, non siamo il tempo che rincorriamo, ma siamo di più, valiamo di più! C’è in effetti una specie di compulsività nel riempirci la vita di cose da avere, che è la tentazione dei giovani, e nel rincorrere gli impegni da fare, che è la tentazione degli adulti. È il modo con cui imbellettiamo i giorni che passano. Per questo ci lamentiamo spesso di “non avere tempo!” Ritagliamoci, una volta ogni tanto, del tempo riservato per noi e per l’altro, viviamo bene il tempo della festa, non come tempo libero per dissiparci, ma come tempo propizio per incontrarci. E incontrare Dio! Vedrete che il meteorite della nostra esistenza toccherà terra, non saremo più sospesi in aria. Il secondo ammonimento di Gesù esprime quasi una disposizione negativa, un non cercare invano, preoccupandoci del cibo e del vestito e del tempo che ci divora, come i figli di Krónos. Gesù ci dice di togliere le sterpaglie e la zavorra, per compiere il terzo e ultimo passo.

  1. La ricerca del Regno di Dio

Dopo lo sguardo e gli ammonimenti di Gesù siamo esattamente al centro del Vangelo odierno. È come la finestra aperta in alto e in modo solenne dice:

“Cercate piuttosto il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta”. (Lc 12,31)

È un’espressione abbastanza misteriosa al nostro orecchio moderno. Anzitutto per il piuttosto. In realtà il testo greco dice “nient’altro che il Regno di Dio – πλν ζητετε τν βασιλείαν ατο, intesa come quella realtà che sta prima di tutto, al di sopra di tutto. Il regno di Dio vuol dire la buona relazione con Dio e tra di noi, e anche questa è un’affermazione che può essere compresa in molti modi, a cominciare dalle tante parabole con cui Gesù descrive che il Regno dei cieli simile a…  il Regno di Dio simile a… Cercate, dunque, prima di tutto la realtà, la dimensione della vita che ha al centro il primato di Dio, la sua presenza amorevole e misericordiosa. A questo punto dobbiamo rendere omaggio alla vita monastica che pone al centro del suo ideale prima il Regno di Dio che si declina per loro nella preghiera, nel lavoro perché, come ho già esposto in altri anni, la vita monastica fin dall’antichità cerca l’armonia tra preghiera e lavoro: Ora et labora!

È la vita religiosa del secondo millennio quando per ragioni pratiche, che ora sarebbe difficile qui spiegare, il lavoro dei monaci ha prodotto tanta opulenza dei monasteri, minacciando la loro spiritualità. Alcune riforme benedettine – pensiamo a Cluny attraverso le messe di suffragio e le penitenze per conto terzi poterono accumulare grandi ricchezze. I monasteri però sono stati anche i depositari della cultura, là dove si sono tradotti e trascritti tutti i testi dell’antichità compresi i testi pagani, che oggi conosciamo solo grazie a loro, altrimenti non avremmo più nulla dell’antichità, di Platone, di Aristotele, di Cicerone…

Questa forma armonica della vita è la traduzione visualizzata, concreta, del cercare prima di tutto il regno di Dio e poi il vangelo continua:

         “e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta”. (Lc 12,31)

L’aggiunta non va interpretata in modo opportunistico o con una mentalità mercantile. Tutte le altre cose sono già contenute nella ricerca del regno di Dio, perché l’uomo e la donna che pongono al centro il Regno, ricevono la dimensione della bellezza, l’orizzonte di questo lago, il dono dei rapporti fraterni, la gioia della vita comune, lo splendore della carità.

Ecco il grande testo dell’esortazione sapienziale di Gesù. Nei commenti, molto spesso, questo testo viene scartato ed è liquidato frettolosamente come un testo provvidenzialista, un po’ fatalista, tipico della mentalità orientale, soprattutto per le espressioni:

Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. (Lc 12,24)

Forse c’è anche questo tratto nel testo del Vangelo, ma Gesù lo sconvolge dal di dentro, perché arriva alla vetta altissima del cercare il Regno di Dio.

Infine, da qui si comprende la beatitudine finale quando l’evangelista aggiunge:

“Non temere piccolo gregge perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il Regno” (Lc 12,32)

Il Regno è diventato vita reale, concreta. Le sorelle monache sanno che non basta essere chiuse in monastero per trovare il regno di Dio, occorre cercarlo in modo insonne. Il verbo ζητεν significa cercare con metodo, con studio, con applicazione, con tenacia, non tanto cercare qualcosa di smarrito. È cercare ogni cosa con lo sguardo che ridona la sostanza della vita. E del mondo.

Vi ringraziamo, care sorelle, per essere qui al centro della nostra diocesi così numerose – il numero ha la sua importanza ed è pure un segno eloquente – a dirci con semplicità mediante la vostra vita cosa significa il mistero del Regno, da cercare sopra ogni cosa!

 

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara