Dieci vergini stolte e sagge. Omelia per la Giornata della Vita Consacrata

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Un momento dell’omelia del vescovo Franco Giulio (Foto Dellupi)

Lo scorso 4 febbraio, nella chiesa di Maria Ausiliatrice di Borgomanero, si è tenuta la celebrazione diocesana della Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Il vescovo Franco Giulio ha presieduto la messa, al termine della quale sono stati ricordati gli anniversari significativi di ordinazione e consacrazione [Qui la giornata raccontata sui settimanali diocesani con un’ampia galleria fotografica]. Di seguito il testo integrale dell’omelia del vescovo Franco Giulio.

 

Dieci vergini stolte e sagge

Saluti e introduzione

Un caro e affettuoso saluto a tutti,
a voi religiosi e consacrati presbiteri,
a voi religiose e consacrate.
Rivolgo un particolare saluto alle sorelle di vita contemplativa,
molto feconde e numerose nella nostra Diocesi, collegate in video.

Lo scorso martedì sono stato a celebrare la festa di san Giulio all’Isola sul lago d’Orta, dove attualmente risiede la comunità benedettina più numerosa, non solo d’Italia, ma addirittura di tutta Europa. Da quell’incontro ho avuto lo spunto per individuare il testo di riflessione che intendo proporvi quest’oggi. È un testo – la parabola delle dieci vergini, cinque sagge e cinque stolte – che tradizionalmente viene riferito alla vita consacrata a motivo del codice con cui è scritta, ma nell’economia del vangelo di Matteo è rivolta a ogni credente.
Per la celebrazione di San Giulio avevo proposto un brano del capitolo 25 di Matteo, nel quale si colloca pure il testo proclamato oggi. Il capitolo è ordinatissimo ed è composto da tre parabole, tutte e tre, potremmo dire con un’espressione forte, sono un pugno nello stomaco! Quella di oggi, intitolata delle dieci vergini, di cui cinque stolte e cinque sagge, alla fine ci presenta persino un litigio per via dell’olio che viene a mancare a metà di loro. La parabola che ho commentato martedì è la parabola dei talenti, nella quale chi riceve un solo talento, che egli sotterra e nasconde, registra un esito disastroso. La terza parabola del capitolo 25 è detta “del giudizio universale”, con la separazione tra gli eletti e i reprobi. Sono tre parabole che portano al loro interno una ferita, una rottura. Non sono facili da interpretare poiché si trovano incastonate tra il capitolo 24, che contiene il discorso escatologico, cioè le parole di Gesù sulla fine dei tempi, e il capitolo 26, con cui inizia il racconto della Passione. Appartengono dunque a quel momento della vita cristiana che sottolinea non l’immediato della vita, ma l’al di là delle cose, la trascendenza che sta oltre l’esistenza umana. La vita consacrata tradizionalmente, e persino in modo unilaterale, è stata interpretata come prefigurazione della vita futura.
È quindi comprensibile che nel mondo d’oggi così incentrato sul presente, sull’immediato, sul qui ed ora, si registri la caduta verticale delle vocazioni alla vita religiosa e consacrata. V’è un rapporto diretto con tale interpretazione della vita religiosa e lo dicono anche i vostri volti, che prima stavo osservando come in un album di ricordi. Molti visi che ormai vedo e conosco da tanti anni raccontano che il tempo passa. Tale interpretazione, legata alla dimensione escatologica della vita, prima era presente molto di più anche nella vita delle famiglie. Ricordo la grande impressione che suscitò in me la mamma del parroco dove svolsi il mio primo ministero a cui era morto un figlio disabile. Raccontandomi l’accaduto aveva avuto l’ardire di commentare: “Meno male che il Signore l’ha preso su con sé!”, cosa che detta da una mamma per un figlio morto verso i quarantacinque anni mi aveva molto colpito! Quella mamma ottantenne apparteneva all’epoca nella quale, anche in ambito teologico, intorno agli anni ’50 del Novecento si registrò un dibattito tra incarnazionisti ed escatologisti. Venne poi il Concilio Vaticano II che si indirizzò, addirittura con un eccesso d’attenzione, alla dimensione “incarnata” della vita cristiana. Questo ci permette oggi di inquadrare e contestualizzare meglio la vita religiosa. Esprimo per questo la mia grande preoccupazione per il calo della vita religiosa, perché il suo impoverimento non è un bel segno per la vita cristiana in quanto tale. È inquietante che nessuno d’attorno alzi il grido di dolore per denunciare questo calo. La nostra vita sta diventando una vita ripiegata tutta sul qui ed ora, sull’immediato, e manca della dimensione che richiama l’al di là, l’oltre della vita umana e cristiana. Facciamoci dunque insegnare “l’oltre” dalla parabola che abbiamo ascoltato.
Innanzitutto la parabola è detta delle dieci vergini (Mt 25,1-12), ma in realtà si tratta di dieci damigelle per le nozze. È un po’ quello che accade nei matrimoni americani, come mi è capitato di vedere in qualche film, nei quali c’è la consuetudine che alcune damigelle, tutte vestite allo stesso modo, accompagnino la sposa, anche se nel caso della parabola si tratta di attendere lo sposo. La narrazione rimanda a un altro testo al Vangelo di Luca (12,35-38) che ne è il nucleo generatore. Il vangelo lucano non ha come protagoniste le dieci vergini ma è semplicemente rivolto agli ascoltatori. Ascoltiamolo:

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! (Lc 12,35-38)

È opportuno sottolineare alcuni particolari: nel brano matteano delle vergini non sono menzionate le vesti cinte ai fianchi, ma ci sono solamente le lampade accese; è lo sposo che è atteso, non il padrone che torna dalle nozze; mentre nel breve brano di Luca alla fine la veste propria dei servi viene indossata dal padrone con un interessante scambio simbolico, perché egli li fa mettere a tavola e passa a servirli.
Commentando la parabola dei talenti, che viene appena subito dopo e su cui ho meditato e riflettuto, come dicevo per l’omelia di martedì scorso, mi ero chiesto perché Gesù utilizza molte parabole, iscrivendole nel binomio e nel confronto servo/padrone? Nell’antichità un buon 70% della popolazione era rappresentato dai servi e dagli schiavi, e allora Gesù forse si serve di un linguaggio incarnato, usando questa coppia di termini, perché molti che vivevano quella condizione fossero aiutati a capire il messaggio teologico.
Dunque in Luca troviamo il nucleo generatore della parabola che poi l’evangelista Matteo, colui che redige il vangelo più lungo, allarga, facendolo diventare la parabola delle dieci vergini. Ricavo quattro spunti di meditazione da alcuni passaggi della parabola.

1. Le lampade e le vesti cinte

“Allora il regno dei cieli sarà simile a…” (Mt 25,1).

Questa espressione, che a noi sembra solo un espediente didattico cioè un modo per farsi capire, come ben sanno le insegnanti che sono qui presenti, introduce sovente la parabola (in ebraico mashal/משל), che ha uno sviluppo narrativo e spesso assume uno schema ternario: due situazioni uguali suscitano la suspence e l’interesse, mentre la terza situazione sorprende e introduce una rottura: è in essa che si nasconde il messaggio. L’inizio della parabola (il regno dei cieli sarà simile a…), dicevo, non riguarda solo un espediente didattico, ma serve a indicare una realtà fondamentale che accade nella vita umana e cristiana: avviene, per esempio, uno scambio simbolico tra situazioni simili, che sono raccontate per illuminare un passaggio della vita cristiana.
Nel caso del paragone di san Luca abbiamo addirittura due simboli, la lampada accesa e i fianchi cinti, che ci istruiscono e ci spingono ad agire. Il simbolo è proprio questo: è il modo con cui Gesù non solo dà da pensare, ma anche ci sprona ad agire (non è solo un modo facile di spiegare di fronte ad elucubrazioni teologiche complicate). La parabola ha spesso un esito pratico, pragmatico. Per esempio la parabola del figlio prodigo e del fratello maggiore (Lc 15, 11-32) è raccontata per far tornare in casa quest’ultimo, non più come mercenario, ma come figlio. Il fratello maggiore in effetti era rimasto in casa, ma quando è tornato il fratello minore, il cosiddetto figliol prodigo, non riconosce più la casa in cui lui ha abitato, e quindi si rifiuta di rientrare. Raccontano che il cardinale Martini avesse ipotizzato che la parabola si sarebbe potuta concludere con un punto interrogativo: “Non bisognava forse far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato?» (Lc 15,32). Anzi pare che l’unica battuta che abbia mai fatto il cardinale in tutta la sua docenza, sia stata proprio attorno all’esito di questa parabola: “Ebbene è duemila anni che stiamo aspettando di sapere se il fratello maggiore sia rientrato in casa?!?”.
Il racconto evangelico è perciò una parabola aperta, così come lo è quella da cui siamo partiti.

“Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo” (Mt 25,1).

Come ho ricordato, qui in Matteo non ci sono le vesti cinte intorno ai fianchi, indicate nel paragone di Luca: tuttavia lampade accese e vesti cinte stanno simbolicamente insieme. Infatti, le lampade accese e la cintura delle vesti stanno ad indicare la posizione eretta, la posizione della prontezza, dell’essere disponibili a… che viene di solito identificata con il senso sintetico dei tre voti.
V’è, oggi, una vivace discussione sulla vita consacrata, circa quale sia il suo proprium: se siano i tre voti, o se sia la forma pratica in cui si traducano i voti, e in particolare se il proprium non sia la vita comune nei quali i voti si traducono e si praticano. Ricordo un convegno sulle vocazioni a cui partecipavano quasi mille persone di cui la maggioranza erano suore e nel quale avevo tenuto una relazione. Al termine si avvicinò una maestra delle novizie che mi chiese di poter tenere una meditazione alle giovani novizie del suo istituto. Le dissi di sì, ma provocatoriamente aggiunsi che avrei accettato se avesse risposto affermativamente a un’altra mia domanda: “Se una giovane venisse da voi per sei mesi, non una settimana, si innamorerebbe della vostra vita?” Se la risposta fosse stata positiva, avrei subito accettato!
In conclusione, le lampade accese e le vesti strette ai fianchi indicano la posizione dell’esodo (cfr. Es 12,11), illustrano l’atteggiamento e la postura di chi concepisce la propria vita come un cammino.

2. La trappola dell’assopimento

“Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono” (Mt 25,5).

Il secondo tratto della parabola parla del ritardo dello sposo e dell’inevitabile pericolo di assopirsi durante la sua attesa. Le vergini devono essere pronte per fare le damigelle del matrimonio ed accompagnare lo sposo – questo è il codice della parabola –, tuttavia lo sposo tarda ad arrivare ed esse si assopiscono e si addormentano. È la prima cosa che si rileva nella nostra di vita: è la minaccia presente nel momento in cui per ciascuno di noi anche la vita religiosa si addormenta, si assopisce, fa fatica a mantenere la trasparenza di aver scelto un tipo di esistenza che anticipa l’al di là delle cose visibili.
Anche per i sacerdoti religiosi di vita attiva, qui presenti, spesso emerge che nelle difficoltà che si incontrano, la scelta fondamentale è stata quella della vita sacerdotale, a cui si è unita poi la vocazione religiosa: molti scelgono prima di diventare preti e poi religiosi: anche se questa anteriorità è una tematica molto delicata da decifrare.
Dobbiamo essere consapevoli che ci sarà un momento nel quale ci assopiremo, ci verrà il desiderio di addormentarci. Sarebbe interessante ascoltare l’esperienza dei nostri amici più anziani. Non bisogna pensare che sia una situazione subito negativa, ma è una eventualità nella quale si ritrova prima o poi ogni vita umana che ha momenti di contrazione, persino un po’ di opacità, e momenti invece di luminosità e di slancio. L’assopimento che talvolta ci affligge non deve turbarci, anzi bisogna difendersi prevedendolo e guidandolo, diventando capaci di gestire la noia e la durata.

3. L’arrivo dello sposo

“A mezzanotte si alzò un grido…” (Mt 25,6a)

Il terzo tratto descrive il momento esaltante dell’arrivo dello sposo. È interessante perché lo sposo arriva a mezzanotte, al culmine della notte, perché nella corsa del tempo questo è il momento per eccellenza dell’incontro.

“Ecco lo sposo! Andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade” (Mt 25,6b-7).

Quando lo sposo arriva suscita un annuncio di gioia e come tale va proclamato. Sì, ci vuole un po’ di gioia, perché la vita religiosa, come la vita cristiana, trova una delle metafore più belle nello sposalizio. Non è la vita delle rinunce, ma è la vita che ha una marcia in più e ciò si deve in qualche modo vedere. Ritornando alla provocazione di prima, se una ragazza venisse a trascorrere sei mesi nella vostra comunità, percepirebbe, con la vista e il cuore, l’ardere del roveto ardente per l’incontro con lo sposo?! Talvolta mi capita di ricordarlo anche alle nostre comunità cristiane: non possiamo andare in giro in tutto il Mediterraneo per fare un solo proselito e poi, quando lo portiamo in parrocchia, egli trova un’atmosfera che lo congela. Tanta fatica per nulla?!
Il terzo tratto della parabola ci dice che la vita religiosa deve trasmettere la gioia – parola dimenticata! – per il fatto che questo tipo di esistenza è una vita umana piena, e può essere vissuto solo come vita in pienezza. Lo si deve vedere, dobbiamo persino testimoniarlo l’uno all’altro e all’altra. Quanto a me, ringrazio il Signore che, nonostante il trascorrere degli anni, non abbia perso la grinta e la gioia di far sentire la bellezza della vita cristiana e presbiterale, e di saperla riconoscere anche negli altri.

4. La ferita e il ritmo

L’ultimo tratto è drammatico: la parabola termina con una ferita aperta.

“Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: ‘Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono’” (Mt 25,7-8)

Martedì scorso ricordavo alle monache dell’Isola, e alla numerosa folla che era presente, come da bambino ho imparato questi brani di vangelo in latino, grazie al mio prevosto, a cui reggevo la palmatoria. Ancor prima di comprendere il senso di ciò che ripetevo, ho appreso la forza di alcune espressioni nella lingua di Cicerone. La lingua prima si impara e poi si capisce e così avviene ed è avvenuto per tutti noi da piccoli. Al contrario di quanto accade oggi, quando si vuol far capire tutto, ma dopo si impara poco. E così in questo passo il testo latino è particolarmente efficace:

“Date nobis de oleo vestro, quia lampades nostrae exstinguuntur” (Mt 25,8).

Al grido disperato delle vergini stolte, che risuona in quell’interminabile exstinguuntur, le sagge rispondono a muso duro:

“No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene” (Mt 25,9a)

A noi pare un’affermazione egoistica di chi si lava le mani dell’insipienza degli altri (arrangiatevi!). Sarebbe interessante registrare quali commenti offrono i diversi predicatori e commentatori su questo punto della parabola.

“Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa” (Mt 25,10).

E il latino perentoriamente conclude, quasi facendo calare una mannaia senza speranza:

“… et clausa est ianua!”.

Non c’è più possibilità di accedere all’incontro con lo sposo, la porta è sigillata, clausa est!

“Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: ‘In verità io vi dico: non vi conosco’” (Mt 25,11-12).

La parabola termina con una sentenza di Gesù:

“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13).

Vorrei che partecipaste anche voi a questa parte drammatica della parabola, per la quale non riusciamo a intuire quale sia il contenuto, la punta critica come dicono gli esegeti. È un testo forte, che punge, è una conclusione che ci da un pugno nello stomaco! Che ne è stato delle vergini stolte? Non c’è rimedio alla loro ignavia o insipienza. In fondo è lo sposo che ha tardato…
Vi offro allora una possibile spiegazione. L’olio che le sagge hanno preparato e che invece le stolte hanno dimenticato di approntare rappresenta l’esperienza che si è sedimentata nella nostra vita. Non possiamo pretendere, al momento del bisogno, che l’altro ce la presti, perché se alla fine non l’abbiamo sperimentata, vissuta, accumulata, diciamo pure anche guadagnata lungo il cammino, non è possibile riceverla per conto terzi. È un’esperienza che non si può scambiare, che non si può prestare, perché è il vissuto della nostra vita consacrata, perché coincide con noi stessi.
In che senso? Prima vi osservavo e mi chiedevo come avrei potuto spiegarmi. Le cose fondamentali che rappresentano i polmoni della vita cristiana e della Chiesa sono due: la formazione e la carità. Conosco da tempo diversi e diverse di voi e riconosco che quasi tutti gli ordini religiosi che rappresentate hanno nella loro forma vitae “due polmoni”. Per vent’anni circa ho accompagnato le suore di Maria Bambina e tra di loro si distinguevano le ospedaliere e le professoresse, avendo all’interno dello stesso istituto le due anime della vita cristiana. Così molte di voi qui presenti vivete all’interno le due anime dell’educazione e del servizio. Forse le monache che ci ascoltano e ci vedono tramite internet evidenziano di più l’aspetto contemplativo, ma anche la vita monastica è riassunta nel motto “ora et labora”. È sempre presente la dimensione pratica, il lavoro che può essere condiviso. Ecco questo è l’olio, quello buono e utile, da tenere, da far crescere e da capitalizzare, prima che ci assopiamo, perché ve ne sia fino a quando il Signore torni. L’olio di riserva per la lampada è rappresentato proprio dalla capacità di tenere insieme queste due dimensioni nella nostra vita consacrata.
Quando il mio maestro don Moioli ci insegnava storia della spiritualità, ci spiegò che ci fu un periodo, dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, durante il quale, soprattutto gli ordini religiosi di vita attiva, quindi la maggior parte degli ordini da cui provenite, sentirono il bisogno di un approfondimento spirituale del loro carisma, sottolineando la dimensione non solo pratica, che correva il rischio di diventare “praticona”, ma spirituale della vita consacrata. Esiste in effetti una specie di idea sbagliata: che noi dobbiamo solo dare il nostro amore, che la carità significhi solo donare; ma se poi uno/una ha dato tutto, e si è svuotato di tutto, cosa gli o le resterà da donare? Se non rimane più un momento nel quale anche noi ci alimentiamo e cresciamo spiritualmente, in cui viviamo in modo armonico il ritmo tra il donare il nostro tempo e il far crescere la nostra umanità, non corriamo il rischio di esaurire il nostro olio? È quanto è avvenuto all’interno degli ordini di vita attiva che si sono sviluppati nel periodo di fine Ottocento. Sullo sfondo di quel momento storico ci fu un tempo nel quale l’Italia viveva il periodo postunitario e i cristiani non potevano impegnarsi direttamente in politica e quindi ci fu una specie di florilegio di impegno sociale. Ma dopo venti o trent’anni i consacrati di allora hanno sentito il bisogno non solo di avere mani che aiutavano, ma anche il cuore che continuava a crescere. Questo è l’olio delle vergini sagge che viene custodito e mantenuto!
Concludo: perché la famosa ragazza del mio apologo possa venire ad abitare con voi sei mesi e sperimentare che le piacerebbe condividere la vostra vita, è necessario ritornare a questa armonia, che non è un equilibrio, ma il ritmo vitale che si instaura tra formazione-educazione-spiritualità e carità-servizio-attenzione ai poveri. Solo così la vita religiosa rinascerà e, quando verrà lo Sposo, non solo saremo pronti, ma avverrà l’incontro con lo Sposo e non con un padrone duro. Perché la parabola non dà solo da pensare, ma soprattutto ci sprona ad operare: vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara