Giovedì 8 giugno in Basilica di San Gaudenzio a Novara, il vescovo Franco Giulio ha presieduto la celebrazione del Corpus Domini. Di seguito il testo integrale della sua omelia. [Qui il racconto per immagini della celebrazione].
La memoria del cammino dell’Esodo
Omelia nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo
La festa del Corpo e del Sangue del Signore conclude il ciclo delle grandi feste dell’anno liturgico (rimane solo, venerdì della prossima settimana, la festa devozionale del Sacro Cuore). Come la domenica della Trinità, anche questa festa ci aiuta a raccogliere l’anno liturgico in uno sguardo sintetico: la solennità della Trinità nel cuore del mistero di Dio, la solennità del Corpo e Sangue del Signore che celebriamo questa sera fissa il nostro sguardo nel gesto del pane spezzato e del calice condiviso. Già altre volte ho commentato il testo del Deuteronomio (Dt 8,2-3.14b-16a), proclamato come prima lettura. Quest’anno mi piace riferirlo soprattutto alla vita di famiglia, il tema della lettera pastorale, perché riassume bene il senso del cammino. Quando predichiamo, quando insegniamo, quando diamo consigli, quando esortiamo, spesso presentiamo alle persone i valori che stanno nel cielo platonico, così lontani da noi, mentre è difficile dare come aiuto alle persone la capacità di interpretare e leggere i fatti, le cose accadono attorno a noi e come conviene agire lungo il cammino.
La memoria del cammino dell’Esodo
Omelia nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo
08-06-2023
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Il breve testo del Deuteronomio, attraverso i suoi tre versetti più il quarto, forse il più bello, non presente nella pericope che è stata letta ma che ricorderò, descrivono il cammino della vita umana, della vita familiare, della vita delle comunità cristiane, illustrando il paradigma dell’esodo:
“Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto”. (Dt 8,2a)
In realtà conviene leggere anche il versetto precedente che raccomanda:
“Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso della terra che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri”. (Dt 8,1)
All’inizio della prima lettura si dice il senso del cammino che abbiamo percorso quest’anno, perché siamo ormai alla fine dell’anno pastorale, e la prossima settimana anche i ragazzi finiranno le lezioni scolastiche. È un cammino che è un itinerario di vita (perché viviate), per essere fecondi (diveniate numerosi) e per entrare nella terra promessa dove scorrono latte e miele (entriate in possesso della terra).
Nella celebrazione di questa sera, il cammino percorso ha la figura del “memoriale” (Ricòrdati di tutto il cammino) che rende presente un tempo perfetto (questi quarant’anni nel deserto), che è la storia dell’esodo pasquale, il senso dell’anno liturgico. A questo punto seguono nel testo due verbi che fanno sobbalzare. Perché si deve riportare alla memoria il cammino?
“…per umiliarti e metterti alla prova”. (Dt 8,2b).
In questo testo pare che la prova e l’umiliazione nel cammino siano quasi una situazione voluta dal Signore. In realtà la prova accompagna ciascuno di noi nella vita, e quando uno è nella prova si sente a terra. Infatti, l’etimologia della parola umiliare deriva dal latino humus-terra. La prova ci prostra, ci abbatte e mette la nostra libertà davvero sotto torchio. A che serve tutto ciò? Il testo ci accompagna passo dopo passo e ci dà la risposta:
“per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”. (Dt 8,2c).
La prova serve anzitutto per rendersi conto di cosa c’è nel cuore, fa acquisire un cuore saggio che diventa tale obbedendo al comandamento di Dio. Come il cuore dei bambini qui presenti che diventano saggi e grandi se ascoltano la parola del papà e della mamma. Pian piano il papà e la mamma trasmettono loro il sapere della vita e delle cose, di ciò che è giusto fare, cioè il saper vivere. La prova, le difficoltà, le cadute, le capacità di rialzarsi, avvengono nel cammino di ogni vita. Così più ascolto il comandamento, e maggiormente rendo saggio il mio cuore. Nella nostra società nella quale l’autorità è diventata impalpabile ed evanescente (in famiglia, nella scuola, nel mondo), è difficile che il cuore possa crescere, essere plasmato, possa essere duttile e non sia soggetto semplicemente a provare con la bocca tutte le cose, per vedere se mi fanno star bene, se mi piacciono. Il comandamento dice che tu non devi semplicemente farti piacere le cose, anzi sbarra la strada al desiderio ingordo e vorace e lo educa a diventare un desiderio duttile e buono. Ogni genitore non va al lavoro solo se se la sente o se gli piace, ma partecipa con qualsiasi tempo e condizione, perché l’operosità del lavoro trasmette non solo ciò che ti fa star bene, ma ciò che ti fa camminare verso il bene. Ecco dunque il senso della prova. Rende saggio il cuore perché il Comandamento gli dischiude la via al bene, impedendo di ridurlo alla saturazione del bisogno immediato.
Il cammino della vita è pieno di queste tappe e il testo biblico è come il sedimento di tanti esperimenti di vita che insegnano questi due atteggiamenti: il cuore diventa saggio se apre l’orecchio al comandamento di Dio.
Arriviamo così il centro del brano:
“Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame…” (Dt 8,3a)
Il testo riprende il tema dell’umiliazione nel deserto e introduce la percezione della fame. Che sia questo il motivo per cui noi non proviamo più il desiderio di Dio perché siamo troppo pieni, siamo troppo sazi, siamo troppo travolti dalle cose?!? Egli dunque ti ha fatto provare la fame, ti ha messo cioè nella condizione di sapere cosa accade quando il bene della vita, il bene della salute, il bene del lavoro, il bene dell’affetto, il bene delle buone relazioni, il bene della carità, il bene della città vengono meno, totalmente o parzialmente. In questo modo tu vai in crisi. Non ci sono più le persone che danno una mano, i volontari sono in forte calo. L’ho ricordato anche all’inizio dell’anno nella messa di San Gaudenzio, facendo osservare come il volontariato stia diminuendo anche nei numeri. Un tempo erano numerosi i volontari per la Caritas e per le missioni, mentre ora l’esercito si è assottigliato. Sì, il Signore ci mette alla prova e ci fa provare la fame che è la mancanza del bene necessario per vivere.
“(Il Signore) poi ti ha nutrito di manna…” (Dt 8,3b)
Il Signore non ti lascia senza nutrimento, ti fa provare la fame, il senso della mancanza dei beni disponibili, sottomano, manipolabili, acquistabili. Sono le cose di cui riempiamo la casa, spesso la nostra vita è piena di tutte queste cose.
Il testo però prosegue aprendo una prospettiva nuova: “Il Signore ti ha nutrito di manna. A questo punto il Signore ci nutre di un cibo che ha la forma di una domanda: “manna” deriva dall’ebraico “man-hu/che cos’è?”. Cos’è questo di cui abbiamo bisogno per nutrirci, per stare in piedi, per amare, per crescere, per comporre le nostre aggressività, per rispettare la donna, per voler bene ai bambini? Che cos’è questo nutrimento di cui abbiamo bisogno? Oggi purtroppo non è necessario formulare tale domanda, perché siamo colmi di cose e di beni.
“Il Signore – invece – ti ha nutrito di manna”, cioè di un cibo di fronte al quale devi domandarti che “cos’è?”, come ti serve, come ti nutre, come ti fa crescere. Il libro del Deuteronomio aggiunge poi in modo mirabile:
“che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto”. (Dt 8,3c)
Si tratta di un cibo che per essere gustato, corrisposto, capito, denominato, non può far conto della tua sapienza (che tu non conoscevi), né della sapienza dei padri (i tuoi padri non avevano mai conosciuto). Giunge il momento nel quale sei tu che devi prendere una decisione, devi entrare, devi esserci dentro, devi poter dire qual è per te è il cibo che ti fa vivere, il bene che ti fa crescere, l’amore che tu riesci a scambiare. Che cos’è per te tutto questo? C’è un momento nel quale il soccorso della tua storia personale, oppure della storia familiare, non serve più, non è più sufficiente…
E finalmente il testo giunge al suo climax di cui Gesù stesso fa comprendere l’importanza. Dice:
“Per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3d).
Gesù cita esattamente questo testo del Deuteronomio nel rispondere alla prima tentazione (Mt 4,4), là nel deserto delle tentazioni. In verità non è tanto la prima, ma è l’unica tentazione, quella più grande, la tentazione di vivere non del pane che fa vivere, ma piuttosto di tante cose che sono il puntello della nostra libertà, che non rendono il cuore sapiente. Occorre prestare attenzione perché il testo non dice esattamente che l’uomo non deve vivere di pane, ma l’avverbio chiarisce bene che l’uomo non vive di “solo” pane! E aggiunge:
“l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.
La parola del Signore è la parola zampillante, che devo ascoltare qui e ora; non quella di ieri, neppure di chi pensa di sapere già tutto, perché l’ha da sempre ascoltata. Questa non è la parola viva che esce dalla bocca del Signore, ma è la parola pietrificata nei testi.
Ecco com’è il cammino esodico! Il brano del Deuteronomio è in sostanza un testo molto consolante perché, mentre non ci risparmia nessuna diagnosi delle nostre difficoltà, ci offre il pane sul cammino.
Finalmente vi ricordo l’ultimo versetto, perché accompagni il cammino di questa sera. La processione che avverrà è figura del cammino della vita. In essa viene portato quel Pane per il quale ci domandiamo “che cos’è per me, che cosa mi fa vivere e crescere?”
“Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni”. (Dt 8,4)
Ognuno può sentire il proprio passo appesantito e il piede gonfio, può portare il vestito logoro per le fatiche della vita. È l’unico modo – nutrirsi della Parola del Signore – per cui la vita non ci logori e non ci affatichi. Mentre porteremo il Signore questa sera in processione, formuliamo questa preghiera: “Signore aiutaci perché non si gonfi il nostro piede, il nostro vestito non si logori, non si laceri, mentre camminiamo sul sentiero della nostra vita”.
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
