La memoria grata della beata Panacea patrona della Valsesia

Lo scorso 7 settembre il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la celebrazione per il 150° anniversario dell’inaugurazione dello Scurolo della Beata Panacea a Ghemme. Di seguito il testo integrale della sua omelia.

 

La memoria grata della beata Panacea patrona della Valsesia

 

All’inizio vorrei fare memoria grata della felice ripresa della devozione della singolare figura della Beata Panacea che il 10 settembre 2023 è stata elevata al titolo di “Patrona della Valsesia”. La celebrazione di oggi segna il traguardo che porta a compimento due anni di celebrazioni e di convegni di studio.

In questo tempo ho sovente additato la celebrazione per il titolo di Patrona come una delle più belle ed esemplari degli ultimi cinque anni vissute nella nostra diocesi, unitamente a quella per i cinquant’anni del monastero sull’isola San Giulio sempre nel 2023 e, infine, lo scorso anno per la beatificazione di don Giuseppe Rossi. Tre celebrazioni perfette che hanno avuto anche un grande riscontro tra i fedeli.


LA MEMORIA GRATA DELLA BEATA PANACEA PATRONA DELLA VALESESIA
Omelia peril 150° anniversario dell’inaugurazione dello Scurolo  della Beata Panacea
07-09-2025 Download


Ringrazio il moderatore, don Manuel Spadaccini, per l’accoglienza fraterna e per aver sottolineato il fatto che le parrocchie di questa Unità Pastorale, porta d’ingresso della Valsesia – tra l’altro più volte ho citato nelle mie conferenze questa realtà pastorale come esempio e quindi siete conosciuti in tutta Italia – che all’inizio di settembre hanno avuto un assestamento con le nuove nomine di giovani parroci, unitamente alla veneranda figura di Don Italo. Pertanto, questa prima unità pastorale della Valsesia, che va da Briona fino qui a Ghemme, raggiunge una certa omogeneità e il vostro lavorare insieme, per quanto impegnativo, indica che state seguendo la strada giusta. Ci è di esempio il coro che si è unito per questa liturgia e che non esiste neppure per la Cattedrale di Novara.  Questo è il primo motivo di gratitudine.

Il secondo motivo di gratitudine è per quanto ha operato il vostro parroco, don Damiano Pomi, prodigandosi in questi due anni per riportare allo splendore gli elementi fondamentali della devozione alla Beata Panacea. Raccolgo attorno a tre momenti, come fossimo in famiglia, il nostro sguardo sul cammino percorso sinora.

Il primo momento è evidentemente l’elevazione della Beata Panacea al titolo di Patrona di tutta la Valsesia. Su questo aspetto, rimando all’omelia che ho fatto due anni fa nell’occasione solenne della proclamazione del patronato della Valsesia.

Il secondo momento è rappresentato dalle celebrazioni dello scorso maggio, e da quella odierna per il centocinquantesimo dello scurolo dell’Antonelli, il quale avendo avuto qui i suoi natali ha creato una delle realizzazioni più belle, innestando in una chiesa barocca, lui che fu uno dei rappresentanti dello stile neoclassico ottocentesco, la rotonda della Beata senza soluzione di continuità, vale a dire senza nessun contrasto tra la chiesa e lo scurolo. Viene chiamato “scurolo” quell’elemento architettonico che conserva le reliquie di un santo, perché avendo poche aperture verso l’esterno riceve poco o non riceve affatto la luce, tanto da rimanere un luogo buio o semibuio come avviene per le cripte delle chiese che essendo luoghi nascosti sono appunto “allo scuro”. Qui a Ghemme, come a Fontaneto d’Agogna, la cappella è allo stesso livello della chiesa, ma prende ugualmente lo stesso nome, come avviene pure per lo scurolo di san Gaudenzio nella basilica a lui dedicata a Novara, che essendo rivestito di marmi neri risulta effettivamente un luogo buio, se non è illuminato o dalla luce delle candele o dalla luce artificiale. Come dicevo, questo della Beata Panacea è di fattura ottocentesca, in stile neoclassico ed è una d’una bellezza incomparabile per la cura che ne ebbe l’Antonelli, ingegnere e architetto con qualche mania di grandezza, se pensiamo che la cupola di san Gaudenzio a Novara è ancor oggi la cupola realizzata in mattoni più alta del mondo.

Il terzo momento è rappresentato da due segni. Il primo è la nuova statua della Beata, inaugurata a maggio in occasione della festa liturgica, realizzata in cartapesta modellata da un artista secondo la scuola pugliese e, infine, come avete potuto ascoltare all’inizio in tutta la sua estensione, l’inno che vi avevo già commentato nel mese di maggio. Oggi l’abbiamo apprezzato nella versione musicata dal maestro Luca Canneto che, con don Lorenzo Marchetti, ha limato e reso cantabile il testo in lingua italiana tradotto dal latino. La vista e l’udito risultano, dunque, allietati da due segni che resteranno nella vostra storia e nella vostra memoria come un momento importante. Abbiamo recuperato l’inno nella versione più lunga attraverso la scoperta di un amico di Briona, legato comunque a Ghemme, che nella penultima biografia settecentesca della Beata Panacea (l’ultima fu scritta nientemeno che da Silvio Pellico), aveva trovato nel risguardo un foglio scritto a mano che riportava, senza un errore, l’inno per intero. Così avrete modo di apprezzare questa nuova edizione e di cantarlo tutti insieme. Ieri sera ho presieduto una processione a Luzzogno, in una forma che è tra le più straordinarie della nostra diocesi e c’erano moltissime persone. Era bello vedere che, a partire dai bambini fino alle donne anziane, tutti cantavano lo stesso inno della Madonna della Colletta! Possiamo dire anche qui a Ghemme di aver fatto un grande passo in avanti per trasmettere alle nuove generazioni ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto dai padri, consegnando l’immagine della Beata e l’inno musicato come una realtà sapida, cioè che ha sapore e valore, perché aiuta il nostro cammino di vita.

Attraverso la parola di Dio proclamata in questa domenica, XXIII del Tempo Ordinario, mi piace allora raccogliere tre piccole pennellate che consentono di sentire com’è il sapore della festa, per indicare il messaggio per quest’anno nuovo.

 

  1. La Sapienza per conoscere

La prima lettura è tratta dal libro della Sapienza, uno degli ultimi libri dell’Antico Testamento, già scritto direttamente in greco e non come la quasi totalità che è scritta in ebraico. L’Antico Testamento fu tradotto in greco prima dell’avvento di Cristo. Questa traduzione viene chiamata la “Settanta”, perché secondo la tradizione furono settanta i traduttori dei libri biblici. In realtà è la traduzione della comunità di Alessandria d’Egitto, là dove c’era la più grande biblioteca del mondo, nella città fondata in onore di Alessandro Magno e collocata in una posizione strategica sul delta del Nilo, crocevia fondamentale della cultura ellenistica. Tutto il Nuovo Testamento è scritto in greco, ma non quello che si studia al liceo classico, bensì un greco facilitato che consentiva di parlare una sorta di greco come lingua internazionale. Il libro della Sapienza, che abbiamo ascoltato, si esprime dunque in un linguaggio ellenistico:

«Quale uomo può conoscere il volere di Dio?» (Sap 9,13a)

Talvolta anche in noi è sorta la stessa domanda e il libro dà una risposta semplice: occorre che noi ci lasciamo istruire dalla sapienza di Dio e dal suo Spirito Santo. Oggi abbiamo smarrito il senso di questa risposta. Per questo evoco un ricordo di mia nonna, che era una donna sapiente e aveva un fiuto, guidato da un giudizio sulle persone benevolo e compassionevole, ma precisissimo, quasi chirurgico, a riguardo di un fatto: un suo nipote era entrato in seminario, ma a un certo punto era tornato a casa. Lei commentò il fatto dicendo semplicemente che, se quella non era la sua vocazione, aveva scelto bene, potendo almeno fare il bravo cristiano là dove viveva! Tale sapienza è la più difficile, perché è il sapere pratico: non è solo l’intelligenza, anche se certamente comporta un certo grado di comprensione, ma è molto di più, è la sintesi pratica tra la visione delle cose e l’esperienza della vita. Dobbiamo, dunque, raccogliere nel nostro cammino la sapienza della vita che i ragazzi, i bambini qui presenti, imparano nel rapporto vivo con i genitori. Ciò ha a che fare con il “mestiere di vivere”! Il mestiere di vivere si apprende bene acquisendo pian piano la sapienza della vita. È interessante ciò che dice il seguito del testo:

«A stento immaginiamo le cose della terra,
scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi ha investigato le cose del cielo?
Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo Spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito
e furono salvati per mezzo della sapienza» (
Sap 9,16-18).

 

È un brano legato anche al tema della Legge: infatti per gli ebrei la Legge non è solo la norma. La norma è la via per arrivare al bene! Come ci indica in modo efficace un salmo: “Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119/118, 105). La legge non è da intendersi come sovente la intendiamo, nel senso di un divieto – noi, infatti, abbiamo scambiato la forma del comandamento che dice non rubare, non uccidere, non dire falsa testimonianza, con il suo contenuto, che al contrario è positivo, e non è solo un divieto. Per farlo comprendere meglio mi riferisco a un’immagine. Quando si va in autostrada le tre corsie sono delimitate dalle barriere di sicurezza spartitraffico e dal guardrail; ma il correre sulla prima, sulla seconda o sulla terza corsia a seconda della velocità – e speriamo non contromano, come purtroppo è ultimamente accaduto – è lasciato alla nostra libertà, alla nostra sapienza, alla nostra prudenza. È la prima cosa che dobbiamo raccogliere da questi due anni che abbiamo vissuto e celebrato insieme: la mia generazione, ma anche quella successiva, ha avuto la fortuna di non essere bombardata da migliaia di messaggi. Oggi al contrario questi ragazzi sono bombardati da milioni di messaggi. In questo marasma come faranno a discernere la strada o, meglio, il volere di Dio?

 

  1. La Sequela per agire

Il Vangelo di oggi ci presenta due detti di Gesù esemplari, mentre la prima parte del brano è di forte impatto. L’inizio sottolinea che:

«Una folla numerosa andava con lui» (Lc 14,25)

Ci troviamo oltre la metà del Vangelo di Luca. Nei capitoli precedenti è narrato come attraverso i segni e i prodigi operati, Gesù “spopola”, vale a dire miete un grande successo. Con la sua fama attira dietro di sé tanta gente. Tuttavia, nel momento in cui si accorge che tanti lo seguono, Gesù chiarisce in quale modo deve avvenire la sequela. Infatti, il Vangelo prosegue:

«Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”» (Lc 14, 25-27)

Gli esempi portati da Gesù indicano la radicalità del suo messaggio. Dobbiamo fare attenzione a non interpretare il testo in modo banale. Infatti, egli non intende dire di non amare il padre, la madre, i fratelli, con quanto segue, ma dice piuttosto che occorre mettere in ordine i valori per poter amare bene, anzi in modo perfetto il padre, la madre, i fratelli, le sorelle. Per questo, bisogna che essi e perfino la propria vita non siano l’ultimo valore, ma siano posti al penultimo posto! L’ultimo valore può essere solo qualcosa o, meglio, Qualcuno di più grande tra me e loro, sennò diventerò io il valore assoluto e l’unità di misura di tutto sarà il mio “io”. E su tale parametro verrà misurata ogni cosa e ogni situazione. Possiamo notare che oggi nelle varie condizioni di vita, dall’ambiente di lavoro all’occasione del divertimento, se non si ha più un riferimento più grande, che in questo caso è l’essere discepoli di Gesù, ognuno diventa l’unità di misura di sé stesso e l’unico riferimento per tutto, quasi fosse il metro esemplare depositato a Parigi! Anche in rapporto alla scuola, di fronte alle difficoltà di apprendimento o ai problemi relazionali dei figli, un papà e una mamma pretendono essi stessi di stabilire come e cosa deve insegnare il maestro o il docente! Ugualmente, nel rapporto con il medico, egli si trova a dover prescrivere ciò che il paziente ha letto su internet! Viviamo una sorta di appiattimento generale che, come dice la parola stessa, “rende piatti” e ciò non fa bene alla vita. Gesù invece ci indica un criterio di eccellenza, un criterio di radicalità. Ciò rappresenta il secondo aspetto: non basta che la Legge, lo Spirito Santo, la Sapienza guidino i nostri passi, occorre mettere in ordine i valori, seguire Gesù mettendolo al primo posto.

 

  1. La Conta dei giorni per vivere

Il terzo punto è la conseguenza immediata dei primi due perché, se è indicata la meta, cioè l’essere discepoli di Gesù, occorre individuare la strada per arrivare alla meta. Gesù infatti dice:

«Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”» (Lc 14, 28-30)

Gli esempi di Gesù sono essenziali e non lasciano incertezze. Continua ancora con un altro esempio:

«Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 31-33)

Ancor oggi si vede quanto sia complicato trovare un compromesso per raggiungere la pace. Questa è la terza sottolineatura che vi consegno con un’espressione, una preghiera a me molto cara, che si trova nel salmo con cui abbiamo pregato dopo la Prima Lettura:

«Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio» (
Sal 90/89, 12)

Quanto è vero che il tempo vola via e fugge. È ormai finito il tempo estivo, è passato in fretta. È l’impressione che si ha vedendo crescere i nostri figli e ragazzi che dapprima piccoli, non sembrano mai arrivare alla maggiore età, ma poi in un baleno te li trovi adulti! L’espressione del salmo “Insegnaci a contare i nostri giorni” non significa certo fare il computo banale delle giornate che trascorrono inesorabili, piuttosto insegna a contare il peso delle ore, degli incontri e dei volti delle persone a cui vogliamo bene. Significa sostare ogni tanto non solo a misurare le cose in modo quantitativo, ma vedere e osservare le persone, gli incontri in modo qualitativo!

Ecco queste sono, dopo ascoltato la Parola di Dio di questa domenica, le tre cose che possiamo raccogliere: dobbiamo vivere la vita con sapienza; dobbiamo tenere in ordine i valori; e dobbiamo, infine, imparare a contare i nostri giorni.

In una manciata di tempo abbiamo già portato a compimento un quarto del secolo XXI e i due anni intensissimi trascorsi dopo la proclamazione della Beata Panacea, patrona della Valsesia, potranno e dovranno continuare ad imprimere forza ed energia anche per i prossimi venticinque anni alle presenti e alle future generazioni. Fino al prossimo Giubileo!

+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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