La professione perpetua di due sorelle missionarie di Gesù eterno sacerdote

Lo scorso 10 maggio nella Collegiata  il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la celebrazione per la professione perpetua di due sorelle dell’istituto delle Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote, suor Mary Viyani Surin e Sr. M. Rose Toppo. Di seguito il testo integrale dell’omelia.

In attesa dello Spirito Santo

Carissimi,

saluto la Madre Generale e le suore missionarie di Gesù Eterno Sacerdote. Saluto voi tutti, ma in particolare rivolgo il mio cordiale saluto a suor Mary Viyani Surin e Sr. M. Rose Toppo, che tra poco emetteranno i loro voti perpetui.

La celebrazione delle professioni perpetue di quest’anno si svolge eccezionalmente in questa Chiesa collegiata di Varallo, e per questo motivo non abbiamo l’ausilio visivo della grande Parete Gaudenziana, dato il suo restauro in corso, con la quale di solito formulavo il mio augurio per la vita consacrata delle neoprofesse. Tuttavia, in questa bella chiesa siamo, per così dire, accompagnati dalla Madonna Incoronata.


IN ATTESA DELLO SPIRITO SANTO

Professione perpetua di due sorelle MGES

10 – 05 – 2026 Download


Il rito della Professione perpetua è molto simile ed è esemplato sul calco di quello dell’ordinazione presbiterale. Si colloca nella sesta domenica di Pasqua e ormai siamo proiettati spiritualmente e liturgicamente verso la Pentecoste. Secondo il calendario ufficiale il prossimo giovedì si celebra l’Ascensione (in Italia la festa è traslata alla domenica successiva) e con essa inizia la novena per l’attesa dello Spirito Santo. È l’unica novena biblica, poiché se ne parla nel libro degli Atti nei primi due capitoli, mentre gli apostoli con Maria sono raccolti in preghiera nel Cenacolo.

Le tre letture che abbiamo ascoltato sono provvidenzialmente molto opportune per questo nostro evento e sembrano scritte per indicarci cosa si deve fare per attendere lo Spirito Santo, per invocare lo Spirito Santo, per vivere lo Spirito Santo atteso.

  1. Attendere lo Spirito Santo

La prima lettura (At 8, 14- 17) contiene una scena che ricorre due volte nel Libro degli Atti degli Apostoli, e ci narra di alcuni che hanno aderito alla fede in Gesù, epperò sono battezzati ancora secondo il battesimo di Giovanni, ma non hanno ancora ricevuto il battesimo secondo lo Spirito Santo.

Sono due piccoli frammenti, uno è quello che abbiamo ascoltato dal capitolo ottavo, a piede dall’attività missionaria di Filippo, che è tra gli apostoli colui di cui viene descritta un’intensa attività di evangelizzatore. Sarebbe auspicabile che lo eleggeste tra i vostri patroni!

Dice il testo:

«Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,14 -17).

Questo brano ci consente di fare una prima riflessione che riguarda tutti noi credenti: come sarebbero una donna o un uomo senza lo Spirito Santo? Capita infatti qualche volta, dalla nostra esperienza sia umana sia spirituale, che si percepisca chiaramente cosa significhi vivere senza lo Spirito Santo! Lo illustro con un linguaggio semplice, dicendo che saremmo in definitiva uomini e donne che vivono una vita regolata solamente o dal principio del “dovere” o dal principio del “piacere”.

Molti, soprattutto della generazione un po’ meno giovane, vivono la vita e anche la fede – dato che le due realtà si saldano insieme – perché si deve, perché è un dovere. Non è una cosa in sé negativa, tuttavia si corre il rischio di ritenersi “a posto” quando uno ha fatto ciò che doveva, come dice il verbo stesso. Il pericolo che si corre è il “legalismo” (si è messa in pratica la legge, il comandamento, il dovere, il servizio, da parte di un padre, una madre, un professore, un allenatore, un prete, tutti vivono secondo il principio del dovere).

La generazione più giovane (i trentenni, i quarantenni), al contrario, corre il rischio, di vivere una vita e una religione del “piacere”: “faccio quello che mi sento… oppure mi sento o non mi sento di agire così…”. Anche in questo tipo di vita e di religiosità, si può correre il rischio di essere afflitti da un altro malessere, che è il contrario del legalismo ed è lo “spontaneismo”: “faccio solo le cose che mi sento di fare”. Offro solo un riscontro, facile da comprendere: qualcuno potrebbe essere convinto che le preghiere non devono essere quelle scritte sui libri: il Padre Nostro, l’Ave Maria, ecc., perché sono ripetitive. Ciò suppone l’idea che una cosa è libera solo se è spontanea. Si insinua la convinzione che una cosa è bella e viva, è appunto spirituale, solo se è spontanea. Questi due modi di vivere la vita e la fede non sono di per sé errati; lo sono però quando ci si riduce unicamente a questi.

Una vita e una religione del dovere, o una vita e una religione del piacere, come spesso si vede intorno a noi, oggi sembrano contrapporsi e aver la meglio.

Si tratta di una religione senza lo Spirito Santo, cioè una religione senza quella marcia in più, quella sfida in più che viene dal fatto che lo Spirito a volte ci aiuta a vivere come dobbiamo, qualche altra volta ci aiuta a vivere come ci sentiamo, ma soprattutto ci aiuta a stringere i denti e a sognare in grande. La religione dello Spirito è la religione dell’amore, che non è più debole della religione del dovere o del piacere, ma è la fede animata dallo Spirito che è dono, vincolo e legame buono. È la religione dell’agàpe!

Per questo i primi discepoli, pur battezzati nel nome di Gesù hanno la necessità di ricevere anche il dono dello Spirito. Come la liturgia, attraverso i testi biblici nel tempo che precede il Natale ci prepara alla venuta di Gesù, così prima della Pentecoste ci dispone a vivere nell’attesa dello Spirito Santo.

  1. Invocare lo Spirito Santo

Nel brano di Vangelo che è stato proclamato, Gesù all’inizio ci dice:

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).

È interessante notare che per la Sacra Scrittura, il comandamento da osservare, non è soltanto per la religione del dovere. Infatti, il salmo 118/119 dice:

«Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino» (
Sal 119, 105).

Il comandamento è di più del puro dovere fissato su una tavola di leggi, scritte nel Decalogo per intenderci. Nell’Antico Testamento, in particolare nei profeti Ezechiele e Geremia, viene stigmatizzata la religione del legalismo. Se tu esegui perfettamente il comandamento che è scritto su tavole di pietra, esso rende di pietra anche il tuo cuore, la sua esecuzione ti pietrifica il cuore. Al contrario il Vangelo dice:

«E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità» (Gv 14, 16-17).

Il termine παράκλητος/parákletos, in greco letteralmente significa intercessore, avvocato, persuasore. Deriva dal verbo καλέω/chiamare, per cui παρακαλέω/parakaléo significa intercedere. Così lo Spirito agisce e intercede per noi presso Dio e anche fra di noi. Vale a dire ci aiuta a comprendere che cosa si deve fare qui e ora, superando la religione del piacere e del dovere, per approdare alla religione dell’agàpe. Trattare il tema dell’amore oggi è impegnativo, se non difficile, dato che si può dire tutto e il contrario di tutto. Invece la religione dell’amore o dell’amare, ci aiuta ad affrontare ciò che è bello e buono da vivere qui e ora. Per questo Gesù aggiunge più avanti:

«Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (Gv 14, 18-19).

Ciò si realizza anche per voi oggi, sorelle carissime, grazie al fatto che l’azione dello Spirito, accolta dalla Chiesa il giorno di Pentecoste, si rinnova ora e ogni anno nel mistero della liturgia e della grazia che scrive la sua legge nel cuore dei credenti.

È significativo evocare che la Pentecoste, cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, ricorra durante la Pentecoste ebraica, chiamata Shavuot (che significa “settimane”), in cui celebra il dono della Torah (la Legge) da parte di Dio a Mosè sul Monte Sinai, avvenuto appunto cinquanta giorni dopo la Pasqua. Non per nulla l’evangelista Luca colloca la manifestazione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dopo Pasqua, e noi ricevendo lo Spirito, diventiamo noi stessi, come dice la parola stessa, uomini e donne spirituali.

Ciò naturalmente non significa che le donne e gli uomini spirituali hanno sempre e solo la testa in cielo “tra le nuvole”, o vivono “con le bollicine” e non hanno i piedi ben piantati a terra! Numeroso e disteso potrebbe invece il lunghissimo elenco di uomini e donne spirituali che hanno cambiato il mondo proprio perché avevano uno sguardo rivolto verso il cielo: cito solo San Benedetto, San Francesco, San Teresa e la vostra stessa madre fondatrice pronta come è stata allora ad aprire missioni in America Latina, nelle Filippine, in India.

Per la Chiesa e anche per il vostro Istituto la sfida ora viene dalla Cina, con il suo miliardo e più di abitanti, come è stato per l’India e come ho suggerito alla vostra attuale Madre generale! Anche la comunità di consacrate (La Nostra Famiglia) che seguo da anni e che hanno come voi una casa a Ponte Lambro, hanno già una comunità in Cina composta da una decina di persone. Anche in questo caso, all’inizio non fu una scelta strategica, ma anzi fu quasi casuale dopo che una di loro era partita con grande coraggio alla volta della Cina. Si realizza veramente il detto che il Signore scrive dritto sulle nostre righe storte!

Ecco, dunque, come agisce lo Spirito: ci aiuta a non restare orfani di Gesù, ma anzi ci aiuta a vivere Gesù, le sue parole, i suoi gesti, le sue azioni, qui e ora, perché vivere qui e ora da discepoli è difficile e impegnativo. Accade la stessa cosa per chi è sposato o per chi ha fatto un’altra scelta di vita. Quante volte ci siamo chiesti: “ma cosa significa essere cristiani in questo tempo: cioè essere sobri, giusti, onesti, attenti, prossimi, qui e ora in questa situazione?!”. Ed ecco, lì si colloca lo Spirito Santo! Oggi si usa – e forse di abusa – l’espressione “fare discernimento”, ma si corre il rischio di non conoscerne il vero significato!

Discernimento è realizzare il “qui e ora” dello Spirito, il quale ci aiuta a leggere e a interpretare la situazione. Egli ci rende contemporanei a Gesù e rende contemporaneo Gesù a noi. Sennò saremmo orfani e purtroppo siamo circondati da (o immersi in) un cristianesimo di orfani. Al contrario ho ricevuto da voi un segno molto positivo quando tre anni fa in occasione del congresso eucaristico nazionale, ho potuto far visita alla vostra comunità di Matera e sono stato felice di vedere con quale gioia e freschezza vivono le vostre consorelle in quella realtà parrocchiale. Così auguro a voi di vivere la stessa gioia e freschezza con cui possiamo realizzare questo secondo passo.

  1. Vivere nello Spirito Santo

Il terzo e ultimo passo ci è richiamato dalla prima lettera di Pietro che è stata proclamata come seconda lettura. In essa è contenuta una frase che è una tra le più citate della Bibbia. Dice:

«Carissimi adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).

Il greco dice πρòς ἀπολογίαν, che significa fare l’apologia della speranza, vale a dire la difesa e l’incoraggiamento alla speranza. Lo Spirito è lo spirito della speranza, colui che ci mostra quello che non c’è, ci indica il domani e ci aiuta a interpretare la situazione, fugando la tentazione all’ansia.

Lo Spirito Santo accompagna sul cammino della speranza, ci fa fare il discernimento del nostro tempo, ma non con il fiato corto e la vista annebbiata, ma con un grande slancio dentro il nostro cuore. Ecco, il mio augurio: siate portatrici della speranza che nasce dallo Spirito. Voi provenite dall’India e dobbiamo rendervi merito per una scelta fatta con grande coraggio. Fino ad un secolo fa molti uomini e donne partivano per andare in missione. Ora viviamo una sorta di inversione: prima abbiamo vissuto noi la missione verso i paesi che un tempo si chiamavano del Terzo Mondo, adesso sono loro che fanno la missione da noi.

In conclusione, mettiamo sotto la protezione della Madonna Incoronata i tre passi che vi ho suggerito. Al termine sosteremo qualche attimo in preghiera davanti al simulacro della Regina Incoronata. Qui a Varallo è molto amata e venerata, e ho avuto la gioia di incoronarla nuovamente dopo i restauri. In confidenza lascio qui un po’ del mio cuore, e terrò sempre cara la sua immagine, una volta partito dalla diocesi. Ci affidiamo a Lei perché il Signore ci aiuti ad essere uomini e donne dello Spirito.

+ Franco Giulio Brambilla

Vescovo di Novara

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