
Lo scorso 31 gennaio il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la messa solenne all’Isola di San Giulio in occasione della festa del santo patrono. Una celebrazione che come tradizione ha visto un’ampia partecipazione di fedeli, autorità del Cusio e della comunità monastica benedettina “Mater Ecclesiae”. Di seguito pubblichiamo il testo integrale della sua omelia, dedicata proprio alla vita monastica.
La stabilitas monastica
Quella sera di quattordici anni fa nevicava, quando nel vespero della vigilia di San Giulio venni per la prima volta – la settimana prima, il 23 gennaio avevo preso il “possesso canonico” della diocesi – facendo visita poi a tutte le altre comunità monastiche che non avrebbero potuto essere presenti il giorno del mio ingresso la domenica 5 febbraio 2012.
Nevicava, dicevo, qui sull’isola di San Giulio. Successivamente, fattasi ormai sera, mi recai al monastero di Ronco di Ghiffa, dove trascorsi la notte. Il mattino seguente fu la volta del monastero di Germagno che trovai immerso nella neve. Tornato a Miasino feci visita alle suore Agostiniane e, infine, terminai nel pomeriggio dalle monache della Visitazione che all’epoca erano ancora presenti ad Arona.
LA STABILITAS MONASTICA
Omelia per la festa di San Giulio
31-01-2026 Download
Lo Spirito Santo, che talvolta illumina le mie riflessioni mattutine, prima che giunga l’alba, mi ha suggerito il tema da sviluppare durante l’omelia, sostando su un’espressione fondamentale della tradizione monastica per onorare, forse per l’ultima volta, le sorelle che sono qui presenti e che hanno fatto rifiorire in questi 53 anni l’isola di San Giulio.
Il tema è di quelli fondamentali della vita monastica, secondo il monachesimo occidentale di San Benedetto. Talora si pensa che la vita monastica, così come la vita religiosa e consacrata in genere, si riferisca ai tre voti classici di povertà, obbedienza e castità. In realtà, i voti della vita monastica benedettina sembrano altri e sono in ordine la stabilitas loci, la conversio morum e l’oboedientia.
Attorno a questo trittico cerco allora di svolgere il mio commento, con un conciso riferimento al Vangelo (Mt 7,21-25). Nella liturgia della Parola di oggi, che abbiamo ascoltato, è stato tagliato nell’ultima parte (Mt 7,26-27) che si riferisce, dopo la casa costruita sulla roccia, a quella costruita sulla sabbia.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia (Mt 7, 24-25).
Ma la parabola sapienziale si conclude poi:
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande (Mt 7, 26-27).
L’uomo e la donna saggi costruiscono, edificano sulla roccia. Il testo è molto attuale, mentre in questi giorni siamo raggiunti da immagini drammatiche e, ahimè, non la prima volta. In passato sono tornato diverse volte su questo testo e avevo detto che abbiamo sovente evidenza di questi fenomeni naturali distruttivi, ma noi andiamo avanti come prima!
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Stabilitas loci
Cosa significa “costruire la casa sulla roccia”? Significa che occorre costruire una casa stabile e sicura. È interessante notare che San Benedetto non sia stato il primo a chiedere la stabilitas ai suoi monaci. Egli, figlio di una tradizione consolidata che risaliva fino a Sant’Antonio abate, di cui abbiamo celebrato da poco la memoria, afferma con forza che la stabilità è una scelta vincente per la vita. Ricordiamo il motto dei padri ricorrente di fronte alla prova e alla tentazione: rimanere nella propria cella!
Infatti, quello che viene chiamato il demonio meridiano non è la tentazione che insorge dopo aver mangiato, ma prima di aver preso cibo! In Evagrio Pontico è così. È rappresentato dalla tentazione di farsi vincere all’accidia, anziché fare l’ultima meditazione del mattino, e pensare piuttosto al cibo con la fame che si fa sentire, tanto più che un tempo il pranzo era intorno all’ora nona del pomeriggio (ore 15).
Il demonio dell’accidia, denominato anche “demonio del mezzogiorno”, è il più gravoso di tutti i demoni: esso s’incolla al monaco verso l’ora quarta e ne assedia l’anima fino all’ora ottava. Dapprima quel demonio gli fa apparire il sole estremamente lento, se non addirittura immobile: gli sembra che il giorno abbia a durare fino a cinquanta ore! In più esso lo induce a volgere continuamente gli occhi verso le sue piccole finestre, lo persuade a uscire fuori dalla sua cella, a scrutare attentamente verso il sole per vedere quanto dista dall’ora nona, ma anche a guardare tutt’attorno per osservare se qualcuno dei fratelli si faccia vivo. E in più quel demonio gli ispira dell’odio per quella sua dimora e per quella stessa sua vita e per il lavoro delle sue mani: (gli fa pensare) che ormai la carità tra i fratelli è venuta meno e che non c’è più nessuno che possa dargli conforto. Se poi, per di più, è avvenuto che qualcuno in quei giorni abbia contristato quel povero monaco, anche questo contribuisce a far sì che il demonio lo spinga ad accrescere la sua avversione. È allora che esso lo induce al desiderio di altri luoghi, nei quali sia possibile trovare facilmente quanto occorre al suo bisogno e così esercitare un lavoro più sopportabile e più profittevole; esso gli insinua ancora come non sia possibile che in quel luogo egli trovi il modo di piacere al Signore: dovunque, insiste a dire, la Divinità può essere adorata. A tutto questo egli aggiunge pure il ricordo dei suoi familiari e della sua vita passata; gli lascia intravedere una lunga durata della sua vita ponendogliela davanti agli occhi di indurre il monaco ad abbandonare la cella e a lasciare il suo campo di lotta. A un tale demonio non si accompagna subito nessun altro demonio; anzi, uno stato di pace e una gioia indicibile subentrano nell’anima dopo la lotta.
(Evagrio Pontico)
È una descrizione impressionante del vizio dell’accidia, forse quello che fotografa meglio la nostra coscienza attuale. È l’immagine viva di chi non riesce ad abitare nel suo posto e pensa che l’erba del vicino sia sempre la migliore. In tal modo si sta nella condizione che la lingua francese esprime con il termine “déplacement”. Si vive in uno stato “déplacé”, che tradotto letteralmente significa spiazzato, ma nella nostra lingua dice ancora troppo poco del suo reale significato. Déplacé dice non solo che non ci si trova mai nel posto giusto, ma che non ci si accorda con la situazione, si rompe l’armonia del contesto. Cosa c’è dietro allora all’istanza della stabilitas loci che costituisce la prima richiesta fatta di San Benedetto?
Per comprendere questo, propongo innanzitutto un testo di san Cesario di Arles, un vescovo del V secolo, che ammoniva:
«Che nessuno ci inganni, non sfuggiamo al maligno, fuggendo da un posto all’altro, ma solo passando dal peccato alla virtù, dalla passione al pentimento. Se pensi di sfuggire al demonio cambiando luogo, lui ti seguirà! Correggiti, il demonio fuggirà da te!».
Quindi la stabilità è una condizione di fondo per la propria conversione, condizione per la coerenza di vita, per la santità. Il rimanere, il dimorare nel proprio luogo obbliga in un certo senso a cambiare intimamente, a cambiare dentro, ad entrare in sé stessi. La stabilitas ci inchioda alla conversione e alla fedeltà, ci impegna a fare dei passi in avanti verso il bene e verso il meglio di noi stessi, senza scuse e senza alibi.
Arriviamo, quindi, al primo capitolo della Regola monastica, in cui San Benedetto dice che il voto fondamentale – oggi non si usa più la parola voto, al suo posto si usa sogno, ma la sostanza è la stessa – il sogno di ognuno è quello di trovare il proprio posto nella vita: soltanto in questo modo si può dire di aver fondato la propria casa sulla roccia.
Ci sono alcuni, purtroppo, che vanno avanti cinquanta o addirittura sessant’anni non avendo mai trovato il loro posto. Quindi comprendiamo bene perché San Benedetto nel primo capitolo della Regola stigmatizzi i monaci girovaghi, che apostrofa come ultimo genere dei monaci: «essi passano la vita errando di regione in regione, facendosi ospitare per tre o quattro giorni nelle celle degli altri, sempre vagabondi, mai stabili, schiavi delle proprie voglie e dei vizi della gola, peggiori persino dei sarabaiti (‘molli come il piombo’)» (RB 1,10-11). Corruzione della volontà, che rimane proprietaria, in balia delle “proprie voglie”: nel monaco girovago, in-stabile, c’è un difetto radicale di consegna di sé, una mancanza sostanziale di obbedienza e di abbandono, e, in fin dei conti, la non volontà interiore di conversione.
Se la stabilitas monastica è quella che ho cercato di descrivere, per noi che siamo preti diocesani, per voi che monaci o monache non siete, che cosa ha a che fare? Perché è importante che troviamo il punto di riferimento in un monastero per indicare che esiste qualcosa che valga per la vita di tutti i cristiani? In verità è un’affermazione che dovrebbe valere per tutti gli uomini e le donne, anche i non credenti, perché trovare il proprio posto, il perno della propria vita – lo diceva anche un cantautore, ormai deceduto che cercava “un centro di gravità permanente” – è fondamentale. Cercherò di illustrare il motivo di tutto ciò e qual è la condizione per comprendere il senso di questa ricerca.
Naturalmente si deve supporre che chi ha posto le fondamenta di questo luogo ne abbia parlato. Ho trovato una citazione proprio sul nostro tema della madre fondatrice, Anna Maria Cànopi, la quale dice:
Ecco perché il novizio che viene aggregato alla famiglia monastica promette la stabilità. Questa è una garanzia per l’integrità sua e della comunità stessa con la quale, nel senso spirituale, egli forma un’unità organica. Promette dunque “alla presenza di tutti” – perché tutti ormai sono suo corpo – di rimanere fedele alla sua chiamata lì dove il Signore lo ha posto. La stabilità è il presupposto indispensabile per tutto il resto dei suoi impegni monastici. Il verbo stare è molto robusto. Si trova tante volte nel Vangelo e nella Regola. Se uno non sta unito al Cristo, perisce; se il monaco non sta unito alla sua comunità – che è il corpo di Cristo – la sua vita monastica non potrà reggersi, perché è senza fondamento.
Vale la stessa cosa anche per chi si sposa, perché egli fa il voto di stabilità con colui/colei che ha scelto, così come la monaca/il monaco ha scelto quel determinato luogo. Facciamo attenzione al fatto che tutti noi siamo portati a sognare sempre in generale, ma Benedetto, che ha una grande esperienza dell’umano, ci dice che l’intuizione generale si realizza nel particolare della vita. Quando dunque uno diventa grande, cioè adulto nella fede, e maturo umanamente? Ciò vale per ogni persona: può essere credente, non credente, mal credente, indifferente. Se chiedete ad un adolescente: “Cosa farai da grande?”. Probabilmente risponderà spavaldamente: “Tutto!”. Mentre, quando uno diventa grande, concentra quel “tutto” nel “particolare” dell’unica scelta che realizzerà da adulto. E lì darà il massimo! Diventerà come Einstein che comprende la teoria della relatività e così dà il suo contributo al mondo! Il contributo al mondo non può essere dato in generale, ma nel particolare, nel “singolare”, perché solo così ci fa diventare “singolari”. Tu non sei uno, nessuno, centomila, ma diventi un tu col tuo nome e col tuo volto.
Qui si nasconde la grande intuizione e San Benedetto, che vedeva molti monaci girovagare per l’Europa: egli aveva intuito che doveva mettere la sua pietra angolare sulla scelta di vita in un luogo particolare. La stabilitas, dunque, pone un fondamento, ci àncora a una terra, a una storia, a uno spazio, a una passione. Essa si oppone alla frammentarietà della vita.
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Conversio morum
San Benedetto vede la stabilitas in funzione della conversio morum, del cambiamento dei costumi di vita, cioè dei valori incarnati: i mores, da cui deriva il termine italiano morale, o in greco ἦθος/éthos, da cui deriva il termine italiano etica, appartiene allo stesso campo semantico dell’agire per il (proprio e altrui) bene. La stabilitas serve per cambiare veramente vita, per avere una vita in movimento, che si riforma continuamente, che cresce, si plasma, si trasforma, si consolida, diventa produttiva, efficace, feconda, fruttuosa. È questo, quindi, l’impegno, il dovere e la chiamata del monaco e della monaca. Dobbiamo essere grati, tutti noi qui presenti, dai sindaci alle autorità e a tutti gli altri, per la presenza di questo monastero qui sull’Isola san Giulio, come faro che illumina tutta la Riviera.
Il pensiero di Madre Canopi che ho citato è realmente illuminato e illuminante: ci fa capire che la nostra vita trova un centro di gravità, trova un punto di riferimento. Nel vangelo di Giovanni tutto questo è espresso attraverso il verbo μείνειν/ménein, che ricorre più volte e che indica il radicamento, il restare, il dimorare. Potrà essere il frutto di un’approfondita ricerca che fa comprendere il senso più profondo della stabilitas monastica.
La stabilità passa per la conversione dei costumi, serve per avere una vita sempre rinnovata, anche se a noi può far paura sentir dire che dobbiamo convertirci! Sia nel testo greco che nel testo latino la parola conversione è espressa con due grandi immagini: la prima dal verbo greco μετανοείν/metanoein, che vuol dire cambiare la mentalità; la seconda con il verbo latino convertere, cioè trovare la strada giusta, o addirittura fare un’inversione di marcia, come dice anche il corrispettivo verbo greco ἐπιστρέφω/epistréfo, che ha proprio questo significato. È quanto fecero i santi Giulio e Giuliano partendo dall’isola di Egina, la località greca di cui erano originari, un luogo vicino al Peloponneso. Attraversarono tutta l’Italia e arrivarono sino a qui. Se noi ora chiedessimo a qualcuno di andare a servire nella parrocchia accanto ed accettasse, sembrerebbe un eroe! Ricordo che all’inizio del mese di gennaio a Gozzano abbiamo accolto un rappresentante laico di quella comunità ortodossa.
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Oboedentia
Il terzo voto della vita monastica, che forse è il più bello, dopo la stabilitas e la conversio morum, è l’oboedientia, che significa coltivare dentro la nostra vita la capacità di ascolto. È la prima parola della regola di San Benedetto, “Obsculta, o fili, praecepta magistri/Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro!”. Se in italiano diciamo il termine obbedienza, forse non sentiamo che la radice etimologica contiene la parola ascolto. Ma se voi la sentiste in latino o in greco, avvertireste maggiormente questo riferimento: in latino è ob-audire che significa ascoltare rivolto verso qualcuno, mettendosi in una relazione con l’altro. Così anche in greco: ὑπακούω/upakúo, ascoltare stando sotto, quindi obbedire, dare ascolto. La vita monastica è circondata di silenzio e fondata sull’ascolto. E la sua interminabile preghiera, l’opus Dei, non è che l’eco nel cuore del monaco o della monaca dell’ascolto.
Oggi è anche il nostro problema più importante: ascoltare che cosa la vita ci chiede, a che cosa ci chiama, con che cosa ci fa crescere: noi dobbiamo diventare uomini e donne dell’ascolto. Quando abbiamo celebrato qui i riti esequiali per le spoglie mortali della Madre, l’abbiamo più volte definita come “donna dell’ascolto”. E se ritornando qui, farete una breve passeggiata sul lungolago, scorgerete che attraverso poche parole scritte su tavolette di metallo appese, impariamo ad “ascoltare”. L’Isola di san Giulio è lo spazio del silenzio e dell’ascolto: queste sono le mie ultime parole e l’augurio per tutti voi!
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
