Sabato 24 maggio, nella cattedrale di Novara, il vescovo Franco Giulio Brambilla ha ordinato sacerdote due giovani del diaconi, studenti del Seminario San Gaudenzio (qui la cronaca della celebrazione). I due preti novelli sono don Francesco Fittipaldi e don Michele Balzaretti (qui la loro testimonianza di vocazione).
Di seguito il testo integrale della sua omelia.
La triplice nascita dell’amore
Cari Michele e Francesco,
cari genitori, parenti e amici, cari sacerdoti,
e voi che siete convenuti dalle comunità di provenienza dei due diaconi
o dalle parrocchie in cui hanno svolto il loro ministero nel cammino verso il presbiterato,
a voi tutti giunga il mio cordiale saluto nel nome del Signore.
Il testo del Vangelo, che è stato proclamato (Gv 21,15-17), è già stato annunciato in altri due solenni eventi di quest’ultimo periodo: durante i funerali di papa Francesco e poi alla messa del Rito d’inizio del Ministero petrino di Papa Leone. Oggi è nuovamente proposto per i nostri due candidati al presbiterato.
- Essere-per-la-nascita
Il brano odierno è molto intenso e si trova al capitolo 21 nell’appendice del Vangelo di Giovanni. La pericope scelta per la liturgia, riassumendo i primi 14 versetti del capitolo, introduce la narrazione nel modo seguente:
«In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato» (Gv 21,15)
Attraverso questa laconica sintesi introduttiva, il racconto evoca quanto era accaduto poco prima nel brano precedente del capitolo 21, come s’è detto. Difatti l’ultimo capitolo inizia così:
«Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli». (Gv 21,1-2)
Questo darsi convegno dei discepoli che appaiono sulla scena costituisce lo sfondo del testo che abbiamo ascoltato oggi, nel quale appare Pietro dopo che l’evangelista aveva sottolineato che Gesù aveva detto loro:
«“Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore». (Gv 21,12)
LA TRIPLICE NASCITA DELL’AMORE
Omelia per l’ordinazione presbiterale 2025
24-04-2025 Download
Il testo di oggi, dunque, suppone due premesse, nelle quali si annota che Gesù “si manifesta” per l’ultima volta come il Risorto e si manifesta nel “gesto del convito” a cui Egli in persona invita i discepoli a mangiare.
Per commentare il nostro brano mi rifaccio a un intervento del volume in uscita, di cui ho corretto le bozze pochi giorni fa: Lo spirito del Novecento, Solferino 2025. Si tratta di una serie di 45 ritratti di personaggi del Novecento mondiale, che hanno rappresentato al meglio il XX secolo. Uno dei ritratti riguarda la spagnola María Zambrano (Vélez-Málaga, 1904 – Madrid, 1991). Una donna, filosofa e saggista, dai tratti molto interessanti, ma purtroppo sconosciuta, perché usa un modo di scrivere e di argomentare difficile e impegnativo.
Ella ha percorso un itinerario che ci invita a considerare la nostra condizione umana sotto una luce diversa rispetto ad altri grandi filosofi del XX secolo, in particolare colui che potremmo chiamare il “patrono” di molti pensatori del Novecento, Martin Heidegger (Messkirch, Baden, 1889 – Friburgo 1976), il quale considera l’uomo sotto il profilo del suo essere mortale, fragile, vulnerabile, destinato a perire: Essere-per-la morte/Sein-zum-Tode. Così noi abbiamo imparato a descrivere le nostre fragilità, a percepirci limitati, a sentirci mortali, ad avvertire cioè la nostra vita come una parabola che procede verso la sua destinazione finale. Per la filosofa Zambrano, invece, l’evento fondamentale della vita non è la morte, ma la nascita.
Ecco, dunque, l’ultima pagina del Vangelo dice: «Gesù si manifestò come il Risorto…». Per tutto il Novecento abbiamo imparato a dire chi siamo a partire dalla fine, ma dalla fine mortale, non dall’inizio natale. Tuttavia, noi – dice Zambrano – più che mortali siamo “natali”, vale a dire non siamo nati per morire, ma per nascere fino in fondo. Potremmo affermare: per rinascere ogni giorno sempre di nuovo. La vita è passare di nascita in nascita, è l’avventura della nostra continua generazione, è portare a compimento la nostra nascita.
In tale prospettiva, profondamente ispirata dal Vangelo, si prende congedo dalla visione convenzionale che contrassegna la tendenza prevalente del pensiero dell’Occidente, ma anche la sua pratica, percorsa da una venatura nichilista. Quest’ultima visione ci induce a pensare e credere che la vita sia posta sotto la signoria della morte, perché a ciò ci sentiamo destinati. Certo poi si rimanda a una vita nell’aldilà, ma assistiamo al fatto che oggi nessuno o ben pochi ci scommettono più di tanto! Nel leggere il profilo della Zambrano, animata da un pensiero al femminile[1], ho afferrato l’intuizione che siamo esseri non mortali, ma soprattutto natali.
Poi, l’introduzione al brano del Vangelo aggiunge: «quand’ebbero mangiato». È l’altro elemento della cornice del Vangelo di oggi. Gesù è presente in un contesto di convivialità e di comunione. La grande svolta che Gesù porta è esattamente quella di chi rende presente nella storia il Dio un tempo sconosciuto, nascosto come si dice nell’Antico Testamento (Is 54,15). Il Dio che si fa uomo mediante l’incarnazione e si fa conoscere in Gesù, va incontro a un destino tragico, quello di essere incompreso e odiato, proprio perché è colui che si fa conoscere e che ci fa conosce il mistero di Dio. Non tanto perché si nasconde, ma perché il Dio che si fa conoscere in Gesù viene rifiutato dagli uomini e subisce la persecuzione sino ad essere ucciso sulla croce. In Gesù, Dio viene rifiutato perché è un Dio d’amore, un padre sollecito e appassionato, ma gli uomini non sostengono tale scandalo. L’amore puro li sconvolge. Essi non sopportano tutto ciò, preferirebbero fondersi e divenire tutt’uno con Lui e quasi sostituirsi a Lui.
Nel seguito del vangelo, poi, Gesù per tre volte in modo sorprendente chiede a Pietro di confessare il suo amore, tant’è che alla terza volta Pietro si adonta, dicendo: «Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”». Ora possiamo leggere il centro della scena del vangelo odierno.
- Un amore più grande
Cinquant’anni fa, il 7 giugno, fui ordinato prete e sull’immaginetta-ricordo dell’ordinazione avevo fatto scrivere una citazione di Sant’Agostino nella sua lingua originale, in latino (cfr. Sermo 340, In die ordinationis suae):
Amare quippe debeo Redemptorem, et scio quid Petro dixerit: Petre, amas me? Pasce oves meas. Hoc semel, hoc iterum, hoc tertio. Interrogabatur amor, et imperabatur labor: quia ubi maior est amor, minor est labor.
Questa è la traduzione corrispondente:
Sì, devo amare colui che mi ha redento, e conosco quello che ha detto a Pietro: Pietro, mi ami tu? Pasci le mie pecore. Questo una volta, questo una seconda volta, questo una terza volta. Veniva interpellato l’amore ed era imposta la fatica: infatti, dove è più grande l’amore, lì è minore la fatica.
La prima cosa che voglio dirvi cordialmente è questa: oggi potrete compiere il vostro passo decisivo, solo se avete scoperto “un amore più grande”! E ciò riguarda tutti, anche i molti giovani qui presenti che desiderano sposarsi. Per quanto molto innamorati, potranno lasciare veramente la prima casa, solo se avranno trovato “un amore più grande”. Al contrario resteranno legati, vincolati, ingabbiati, tanto che quando l’ardore del primo innamoramento si spegnerà, correranno il rischio di tornare indietro. La vita nasce: siamo infatti “esseri natali”, nascendo e rinascendo passo dopo passo, lasciandoci generare da un amore più grande. Se le motivazioni possono essere le più disparate, sia per chi sceglie la vita consacrata e presbiterale, sia per chi intende sposarsi, le ragioni della scelta non saranno mai sufficienti e non reggeranno, se non sono sospinte da un amore più grande!
«Veniva interpellato l’amore ed era imposta la fatica: infatti, dove è più grande l’amore, lì la fatica è minore».
I giorni che seguiranno la vostra ordinazione e la messa da voi presieduta per la prima volta saranno esaltanti, ma poi inizierà la vita vera immersa nel quotidiano. Ricordo che ai vari corsi in preparazione al matrimonio cristiano, richiamavo ai fidanzati il fatto che, alla sera del giorno delle nozze, si potrebbe provare la sensazione che “ormai è fatta”, che si è arrivati e si è raggiunto il traguardo. Ma non è così, perché è proprio da quel momento in poi che prende avvio la reale esperienza di vita a due! O la reale missione del prete!
Questo accade perché non siamo esseri mortali, ma siamo esseri “natali”, che devono rinascere sempre daccapo, che possono sempre rispondere all’appello della vita che ci genera. Oggi, dunque, anche per voi è una partenza e non un traguardo. Un tempo, ai figli che diventavano adulti, i genitori si rivolgevano con la fatidica espressione “è ora di sistemarsi!”. Ma in realtà scegliere la propria strada non è un “sistemarsi”, quanto piuttosto un “mettersi per strada”, un diventare generativi.
- Come diventa più grande?
A questo punto desidero fermarmi su un’espressione che mi ha sempre intrigato e travagliato l’anima. È presa dal Vangelo ascoltato oggi ed è contenuta nella prima domanda riferita a Pietro in relazione agli altri discepoli. Dice il testo:
«Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (Gv 21, 15)
Il punto di confronto posto da Gesù a Pietro è molto impegnativo. In quel momento la domanda fu rivolta solo a Pietro, ma oggi è certamente estensibile a ciascuno di noi. Gesù ci chiede non solo “un amore più grande”, ma che sia un amore “maggiore di costoro”!
Come potremo amare con un amore più grande? Come potremo amare “più di costoro”? Riferendomi ancora al pensiero di María Zambrano, la filosofa introduce tre brevi passi che possiamo definire la triplice nascita dell’amore, a sua volta declinabili con altrettante espressioni che potrebbero persino intimorirci. La scrittrice – dicevamo all’inizio – legge la condizione umana, quella di tutti noi che siamo qui presenti, dal più piccolo al più grande, come quella di un essere che deve continuamente nascere, diventare adulto, anzi passare alla vita in formato grande, attraversando i tempi diversi della ricerca, talvolta confusa, della strada della vita. Un tempo era una situazione che andava giustificata, ora è quanto mai evidente che abbiamo in giro giovani tra i venticinque e i quarant’anni ancora “vaganti” alla ricerca della propria identità. La Zambrano descrive i momenti della nascita della nostra identità come una triplice nascita dell’amore.
Il primo momento è il più impressionante. La filosofa lo definisce come il momento del “delirare”, nel senso che in un primo tempo si può “dar fuori di testa”. Il sogno è così potente che può farci impazzire. Altre volte ho descritto il primo decennio della vita da preti (ma anche da sposati) come l’adolescenza del ministero (o della vita di coppia). Infatti, cosa fa un’adolescente? Delira! Sembra che vada fuori strada, che perda la bussola. È un’espressione che mi ha colpito tanto che ho riletto più volte il capitolo del libro della Zambrano, L’uomo e il divino, Morcelliana, Brescia 2022. La scrittrice afferma che l’etimologia del verbo delirare deriva dalla parola latina lira che indica “solco”, “confine” che segna il passaggio tra due terreni, per cui “delirare” significa andar fuori dal solco, perdere la strada, sconfinare. Significa metaforicamente anche passare il segno, cercare un’identità che non è la propria, appoggiarsi ad altri puntelli per poter stare in piedi. L’essere umano si muove di norma sbagliando, aderendo a un’identità che non è sua. In effetti se provassimo a guardare a questi ultimi cinque anni, successivi al Covid-19, noteremmo come noi, gente di chiesa, abbiamo fatto le cose più strane e persino deliranti, tanto che spesso chiedo al Signore di metter fine a questo indecoroso spettacolo che appare in Tv o sui social: abbiamo delirato, siamo andati oltre, abbiamo sconfinato. La Zambrano afferma che è inevitabile, è ineludibile. Questo momento diventa una categoria universale dell’esperienza umana, il primo passo erratico della nascita dell’amore.
Il secondo momento è invisibile e quindi nascosto. Zambrano lo definisce come il momento del “disnascere”. Esso risulta essere il più insidioso, è il tentativo di sottrarsi al passaggio per trovare la propria strada, per nascere di nuovo, pensando di (poter) tornare indietro. Ciò accade quando si rifiuta di affrontare il viaggio dell’esistenza, quindi, per voi e per tutti noi, quando si evita la sfida del ministero, che impara dalla vita, dalle cose che vengono incontro. Anche per i coniugi quando si rinuncia a imparare dalla relazione con l’altra persona, soprattutto quando intervengono difficoltà nel rapporto con l’altra/altro, magari con la presunzione di cambiarlo/la e di modellarlo/la adeguandolo/a all’immagine di sé. L’altro rimane altro ed è bello perché rimane altro! Pur senza rassegnarsi al fatto che l’altro diventi alternativo a sé! La Zambrano chiama questo secondo passo il disnascere, il tentativo cioè di disfare il proprio nascere, di fermarsi mentre si sta vivendo, per l’angoscia di doversi esporre all’ignoto che ci aspetta oltre il confine. Così questo può accadere nel ministero per i sacerdoti adulti un po’ più avanti negli anni e nell’esperienza. Man mano che la vita va avanti, il gruppo degli amici si restringe, le possibilità che tenevamo aperte si riducono, dalla nostra barca buttiamo in mare quanto pensiamo non sia più necessario per la sopravvivenza e tratteniamo solo pochi elementi per una vita in formato ridotto. Non abbiamo più il coraggio di tenere sulla barca tanti strumenti che ci aiutano a lottare contro i marosi della vita. È una sindrome che affligge il ministero e ogni altra vocazione dopo la prima stagione entusiasmante. La sintesi degli ideali e delle pratiche rimanenti è fatta al ribasso, per questo il secondo momento ha i tratti di una “disnascita”. Tuttavia, i primi due momenti, il delirio e la disnascita, non esauriscono le possibilità della persona.
Il terzo momento è quello della figura adulta del ministero e più in generale di ogni scelta di vita. La filosofa spagnola la chiama “(ri)nascita”. Con esso formulo il mio augurio a voi ordinandi e a tutti i sacerdoti e cristiani che sono presenti. Riprendo il testo del Vangelo di Giovanni:
«Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”». (Gv 21, 17)
Come ricordavo sopra, questa terza domanda di Gesù mi ha sempre messo in questione. La lettura più facile, la spiegazione più immediata ed evidente del dialogo tra Gesù e Pietro risale al triplice rinnegamento dell’apostolo, che Gesù fa rielaborare ponendo per tre volte la domanda “mi ami tu?”. Ma se restiamo sulla superficie dell’episodio non ne capiamo il senso più profondo. Il terzo è il momento che ci reca dolore, ci fa un po’ (a volte anche tanto) soffrire, ma è come la realtà ineludibile della morte donata che però si apre alla risurrezione, ci fa nascere di nuovo, ci ridona la vita, ci fa diventare nuove creature, come ha detto la seconda lettura (cfr. 1Cor 5, 14-20). La vocazione vera, per quanto ardua, è quella di nascere! Non basta a nessuno, infatti, la nascita fisica o organica, occorre nascere umanamente, cioè proporsi la vita in formato grande, e per il prete nascere alla forma matura del ministero. Ho consigliato spesso anche a quelli che si sposano di esprimere e avere un senso di gratitudine per la famiglia (i genitori) che ci si lascia alle spalle, per la vita che con loro fino a quel momento si è vissuta e condivisa! Allo stesso modo voi che tra poco sarete ordinati, siate capaci di esprimere la vostra gratitudine – il vostro “grazie!” – verso i vostri genitori, i familiari, gli educatori, le persone che vi hanno accompagnato sino ad oggi e vi vogliono bene. Il vostro “grazie” diventa la pista di lancio per nascere in formato grande, per nascere umanamente, per essere preti non in proprio, ma nella Chiesa, riconoscendo il debito grato per i doni che avete ricevuto, per la persona che state diventando, per i sogni che vorreste rivestire di carne.
Concludo con la famosa espressione che si trova proprio all’inizio del Vangelo di Giovanni e che, dopo questa riflessione, ha un sapore del tutto singolare:
«Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati». (Gv 1, 11-13)
Gesù Cristo ci ha dato il potere (exousía) di diventare figli di Dio! Noi abbiamo banalizzato tale passaggio, tant’è che, quando dobbiamo trattare un problema di uguaglianza, lo risolviamo dicendo: “siamo tutti figli di Dio!”. L’espressione di Giovanni è molto più forte. Gesù ci dà il potere, la capacità di diventare figli di Dio, di nascere alla vita in formato grande, maturo, sereno, forte, consapevole, disinteressato, donato, forse anche speso sino alla fine. Non meno di questo significano le due espressioni su cui abbiamo intessuto la nostra riflessione: un “amore più grande” e “mi ami tu, più di costoro?”. Buon cammino!
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
[1] Per approfondire il tema della nascita come forma del pensiero e della vita, si veda F.G. Brambilla, La libertà, un andare nascendo. Un pensiero e una spiritualità della nascita?, «Rivista del Clero Italiano» 102 (2021) 23-37.
