
Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’omelia del vescovo Franco Giulio per la chiusura del Giubileo in diocesi di Novara, domenica 28 dicembre 2025. La celebrazione ha preso il via nella Basilica di San Gaudenzio con la preghiera guidata dal vescovo novarese Filippo Ciampanelli ed introdotta dal delegato diocesano per il Giubileo don Gianmario Lanfranchini. Poi la processione sino in cattedrale. Al termine della messa, il dono al vescovo di un’icona della Santa Famiglia – “scritta” dalle monache dell’isola di San Giulio – per il suo 50° di ordinazione presbiterale. [Qui il racconto in immagini della celebrazione]
L’eredità del Giubileo
“Pellegrini di speranza”: questo il motto del Giubileo che oggi si chiude nella nostra Diocesi. Giubileo, pellegrinaggio e speranza sono state le tre parole chiave che ci hanno guidato quest’anno. Molti si sono messi in cammino per partecipare all’indulgenza della Chiesa. Il dono della Grazia ha segnato le generazioni di cinque lustri dei credenti. La speranza ne è stato lo sguardo e l’orizzonte.
Possiamo ora raccogliere anche noi cinque messaggi dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. Il primo riguarda la persona di ciascuno, il secondo la nostra fraternità, il terzo ci fa toccare la sua sorgente inesauribile, il quarto la drammatica della vicenda umana, il quinto il ritorno alla vita di ogni giorno con un nome nuovo. Proviamo ad ascoltare questi messaggi.
L’EREDITÀ DEL GIUBILEO
Omelia per la chiusura del Giubileo in diocesi
28-12-2025 Download
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Il dono di essere figli e il potere di diventare figli di Dio
Il primo messaggio riguarda il dono di essere figli e il potere di diventare figli di Dio. Lo abbiamo ascoltato nel Libro del Siracide, un autore sapienziale che riflette sulla vita umana, a partire dalla fede di Israele. È un testo che commenta il quarto comandamento: “onora il padre e la madre”. Lo fa fotografando il momento di quando i figli, già grandi, devono soccorrere i loro genitori, ormai vecchi e in difficoltà a reggere gli anni. È in quel momento che i figli si accorgono che la generazione dei padri e delle madri è una promessa per l’avventura della libertà di essere figli di Dio. Il papà e la mamma ci hanno donato la vita, l’hanno fatta crescere, ci hanno dato non solo l’esistenza naturale, ma la vita culturale, la vita che sa riconoscere e rispondere alle sfide che essa ci pone.
Mediante la vita, la casa, gli affetti, la parola, essi ci hanno attrezzati a riconoscere l’impegno per donare a nostra volta la vita agli altri. Essi ci hanno insegnato a riconoscere il dono grato dell’esistenza per accogliere il compito stupendo e gravoso della vita. Per questo, dice il libro del Siracide: «Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre» (Sir 3,5-6). E il vangelo di Giovanni aggiunge: «a quelli che hanno accolto il Verbo della vita ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Noi possiamo diventare figli di Dio solo se siamo diventati veramente figli del padre e della madre, cioè se la generazione umana è diventata generativa della fede, portatrice di una vita filiale. La prima eredità del Giubileo, la sua grazia radicale, è che siamo figli: possiamo fare e donare tanto, solo perché abbiamo ricevuto e riconosciuto il molto che abbiamo ricevuto. Noi non siamo stati figli, e una volta diventati adulti non lo siamo più, ma siamo figli per sempre, e lo siamo perché solo così siamo autentici figli di Dio con il battesimo, la cresima e l’eucaristia.
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La fraternità cristiana e la trasformazione dei legami umani
Il secondo messaggio ci fa rivivere il clima delle prime comunità cristiane. Ascoltiamo il testo che proviene dalla seconda lettura, la Lettera ai Colossesi: «Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro» (Col 3,12-13). È un testo che ci fa sentire l’atmosfera, il clima della prime comunità cristiane e che ci stupisce per la cascata di parole che scendono come balsamo vivificante sulle nostre ferite, povertà e miserie.
Anche il Papa nel Discorso alla Curia Romana dello scorso 22 dicembre 2025 ci ha ricordato come si fatichi a lasciarci trasformare dal clima esemplare delle comunità delle origini che ci sembra persino un po’ romantico. Sentite la sua parola che sembra severa, ma che è soprattutto vera: «Questa amarezza a volte si fa strada anche tra di noi quando […] notiamo con delusione che alcune dinamiche legate all’esercizio del potere, alla smania del primeggiare, alla cura dei propri interessi, stentano a cambiare. E ci si chiede: è possibile essere amici nella Curia Romana? Avere rapporti di amichevole fraternità? Nella fatica quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono maschere e sotterfugi, quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando ci si aiuta a vicenda, quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e la propria competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori. C’è una conversione personale che dobbiamo desiderare e perseguire, perché nelle nostre relazioni possa trasparire l’amore di Cristo che ci rende fratelli». Dovremmo chiederci come avviene questo anche nelle nostre comunità parrocchiali, nel presbiterio, nei gruppi e movimenti, nelle confraternite, nelle comunità di religiosi e religiose.
Vorrei ricordare che è soprattutto la pratica cristiana, e non i buoni sentimenti, che forgia la Chiesa come testimonianza. Noi abbiamo della pratica un’immagine un po’ praticona, quella di un agire che non conta molto per il nostro essere, perché ciò che conta sono le nostre intenzioni e le nostre emozioni. Ma l’agire buono si iscrive nel corpo, nelle relazioni, rende stabili i sentimenti, rinforza i legami, come ancora una volta ci dice la Lettera ai Colossesi: «Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!» (Col 3,13-15).
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La parola di Dio che rischiara le nostre parole incerte
Il terzo messaggio che costituisce l’eredità del Giubileo ci riporta al centro l’annuncio del Vangelo, fatto di Parole e Sacramenti, che sono il vangelo di Gesù da amare, conoscere, meditare, da accogliere e far crescere come perno della vita delle nostre comunità. È bello sentire ancora nella Lettera ai Colossesi il richiamo a questa centralità della pratica cristiana: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3,16-17)
L’amore e la fraternità cristiana non si ottengono a buon prezzo, ma a caro prezzo, passando per il perdono, riconoscendo i propri errori, riconciliandosi con il fratello, non per convenienza, ma come un modo per riconoscere la sovranità della Parola di Dio e la centralità dell’eucaristia, sacramento del perdono e della comunione che viene dal sacrificio di Gesù. Come noi possiamo celebrare l’eucaristia, ascoltare la Parola della riconciliazione, salire i gradini dell’altare, e poi vivere una vita di rancori e ostilità, di sospetti e calunnie, non avvertendo che non solo deturpiamo l’immagine di Dio nell’altro, ma anche la nostra in noi?
Paolo arriva a dire che persino i rapporti tra mariti e mogli, tra genitori e figli, possono essere trasformati dall’agape che si vive nella fraternità cristiana. Se nella società del tempo erano rapporti di sottomissione e di dipendenza, l’Apostolo invita a viverli «come si conviene nel Signore» (Col 3,18). Ci viene alla mente anche il biglietto a Filemone: Paolo non sovverte subito i rapporti di schiavitù, ma vi introduce un dinamismo nuovo, quello dell’agape, che darà frutto più lentamente, ma con un esito più duraturo. La storia di questi due millenni ha mostrato che cambiare i legami umani, perché da rapporti di dipendenza diventino relazioni liberanti, è una sfida che riparte sempre da capo: così nel Medioevo con i servi della gleba, così nel Rinascimento con le Signorie e i Principati, così nel Seicento fino all’Ottocento con il colonialismo. Le forme di schiavitù generano rapporti di oppressione che rinascono come il mostro dalla cento teste. E oggi la nostra schiavitù dei consumi non è una sottile forma di dipendenza, per giunta sotto la maschera della libertà?
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La fuga da Betlemme e il ritorno del Figlio
Gli ultimi due messaggi dell’eredità del Giubileo ci vengono dal Vangelo di Matteo che racconta la fuga e il ritorno di Gesù dall’Egitto, con Maria e Giuseppe. Gesù condivide l’esodo del suo popolo e il ritorno nella sua terra come il Figlio amato. Anzitutto l’evangelista Matteo ci narra che Gesù ha subìto l’esodo dalla sua patria, perché Maria e Giuseppe erano preoccupati che la strage degli innocenti, comandata da Erode, non coinvolgesse anche Gesù. Di notte, con l’aiuto di un asino, Gesù viene portato in Egitto. Lo potete vedere nella scena di Gaudenzio Ferrari sulla Parete della Chiesa delle Grazie a Varallo, riprodotta qui in Duomo. Maria siede sulla sella come su un trono, portando Gesù in braccio: la cura materna è un appoggio sicuro, tra le sue braccia non si può temere di affrontare anche l’esodo dalla casa, per affrontare la drammatica della vita.
Giuseppe cammina accanto, con il vincastro che lo sorregge e con lo sguardo che fissa l’orizzonte: il padre scruta il futuro della famiglia, protegge il domani della madre e del figlio, non può permettersi il lusso delle distrazioni. E l’asino o il mulo che guarda noi che guardiamo la scena, sembra strizzarci l’occhio per dirci: sappi che la vita è una sfida, non puoi stare comodo in pantofole. Il Giubileo che hai vissuto dei tuoi primi, secondi o terzi venticinque anni è una pietra miliare della vita: tu trasforma la fuga in esodo, la paura in liberazione, l’ansia in movimento.
Matteo aggiunge con una voce fuori campo: «perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”» (Mt 2,15). L’Egitto non è solo il luogo della schiavitù, ma è anche la partenza per la liberazione. Dall’Egitto Gesù si ritorna come il Figlio, condividendo la sorte di Israele che dall’Egitto è tornato come popolo di Dio. Se il Giubileo ci ha fatto scoprire il dono grato dell’essere figli e fratelli, ciò non costituisce un’assicurazione per il domani, ma è una promessa per il futuro.
Se l’esperienza dell’esodo e della schiavitù fu triste e faticosa, quella della liberazione è stata dura e gravosa: fu più facile liberare gli Israeliti dall’Egitto, che liberare la testa degli Israeliti dalla nostalgia per le cipolle e i coriandoli di carne dell’Egitto. Il deserto è stato una prova drammatica: raccogliere ogni giorno la manna e spremere l’acqua dalla roccia metteva in una condizione di precarietà. In tal modo però il popolo ha imparato a fidarsi del Signore, ha ricevuto da lui l’alleanza e la legge, è diventato sempre più un popolo fondato non sull’urgenza del bisogno, ma sul rischio della libertà. Nel futuro immediato dovremo riprendere un cammino che sarà di liberazione: non si può essere cristiani per comodo, ma solo perché si ha il coraggio di attraversare il deserto struggente e meraviglioso, ma anche drammatico e periglioso della libertà e dei legami comuni. Nei prossimi anni dovremo rinascere così!
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Il dirottamento nella terra che dà un nome nuovo
Da qui l’ultimo messaggio del Giubileo: il ritorno a casa di Gesù subisce un triplice dirottamento (nel racconto ricorre tre volte la preposizione eîs: in Israele, in Galilea, a Nazareth). «[Giuseppe] si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella (eîs) terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella (eîs) regione della Galilea e andò ad abitare in (eîs) una città chiamata Nàzaret» (Mt 2,21-23). Gesù subisce un triplice dirottamento: nato a Betlemme, deve ritornare a casa in Israele, ma non può tornare in Giudea perché vi regnava il figlio di Erode, Archelao, ma viene dirottato in Galilea, e poi di nuovo deve rifugiarsi a Nazaret. In questo modo l’evangelista Matteo spiega la differenza tra il luogo di nascita e quello di abitazione di Gesù, mentre Luca lo giustifica con il censimento che ha fatto partire Giuseppe e Maria da Nazaret per andare a Betlemme. Gesù vive non solo l’esperienza dell’esodo di Israele, ma anche quella del ritorno dall’esilio. Egli si immerge non solo nell’umiltà di Nazaret, ma nella storia drammatica di Israele, percorre per così dire la sua storia in miniatura.
Il dirottamento di Gesù in Galilea e a Nazaret consente a Matteo di giustificare il Nome di Gesù: «Sarà chiamato Nazareno» (Mt 2,23). L’ultima esperienza di Gesù bambino in Matteo gli conferisce il nome della sua missione. Anche per noi questo ultimo messaggio del Giubileo della speranza ci faccia ritrovare il volto e il nome della nostra vocazione e missione. Nel prossimo Giubileo io non ci sarò più: auguro a quelli che vi arriveranno di sperimentare la gioia della terra promessa, perché avranno scoperto il loro nome nuovo, il volto del loro essere credenti in modo nuovo nel mondo di oggi.
