L’unica mensa della Parola e del Pane

Domenica 20 settembre, il vescovo Franco Giulio ha presieduto la messa e il rito di consacrazione dell’altare della chiesa della parrocchia di Sant’Agabio a Novara, nel 100 anniversario della fondazione. Di seguito il testo integrale della sua omelia.

L’unica mensa della Parola e del Pane

Sono contento di essere qui oggi in mezzo a voi. Come ha detto il vostro parroco, si compie quasi un segno: ho iniziato la mia presenza a Novara 15 anni fa e, dopo due anni, abbiamo inaugurato la nuova Chiesa e consacrato l’altare di San Rocco e oggi, mentre vado terminando il mio ministero episcopale a Novara, consacriamo l’altare di Sant’Agabio. Si realizza così una bella inclusione tra l’inizio e la fine: la consacrazione dell’altare con la dedicazione della Chiesa, sono due riti che possono andare insieme o essere anche distinti. Questo diventa un momento molto importante perché la liturgia ci fa fermare e meditare su che cosa significa il fatto che la comunità cristiana, con i suoi sacerdoti, ogni domenica si raduna per celebrare nel nome del Signore.


L’UNICA MENSA DELLA PAROLA E DEL PANE

Omelia per la consacrazione dell’altare nella chiesa parrocchiale di Sant’Agabio

20-09-2026 Download


Avete notato che dopo il Covid il ritorno della gente in Chiesa è diventato difficile. Lo si nota dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, perché, girando per l’Italia, tutti registrano che la frequenza è sempre più in calo. Una delle cause è probabilmente il fatto che, durante quel periodo, abbiamo trasmesso a go go molte celebrazioni in streaming. La gente ci incoraggiava dicendoci che ci vedeva in TV comoda e seduta sul divano, magari anche mentre preparava il pranzo della domenica. Però quella non era la Cena del Signore, non era l’Eucaristia domenicale. Dal punto di vista della norma canonica, la messa in TV vale per gli ammalati e gli anziani infermi. Bisogna saperlo e ricordarlo e poi ciascuno si regola secondo la propria coscienza. Perché così è l’indicazione della Chiesa, che un tempo si chiamava precetto. Qual era e rimane la ragione positiva del precetto? La ragione è illustrata da quello che compiremo tra un momento, consacrando l’altare.

  1. La mensa del Pane di vita

Il Concilio Vaticano II, con la costituzione Dei Verbum, che ha a tema la Parola di Dio, riporta una bellissima espressione che di solito viene citata in modo leggermente difforme. Talvolta si dice: “la duplice mensa della Parola e del Pane”. In realtà non sta scritto così, perché il Concilio afferma che: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli (ex mensa tam verbi Dei quam Corporis Christi panem vitae sumere atque fidelibus porrigere)» (DV 21).

È la mensa unica del pane di vita, quello della Parola di Dio e quello del Corpo di Cristo. E voi sapete che sia la mensa della Parola, sia quella del Pane eucaristico, si riferiscono all’esperienza delle nostre mense di casa, dove ci raduniamo. Vedrete tra poco che la mensa del pane spezzato e del calice condiviso è una mensa vivente, che diventa mensa partecipando al sacrificio di Cristo e accostandosi alla comunione al suo Corpo e al suo Sangue. Un tempo anche la mensa della Parola proclamata non era il leggio/ambone, ma la cattedra del Vescovo, che era il luogo da cui la Parola proclamata diventava Parola viva, perché spiegata e spezzata per tutti.

Il Vescovo, infatti, predicava seduto sulla cattedra, da cui deriva il termine “Cattedrale”. La Cattedrale è la chiesa del Vescovo, dove egli spiega e condivide la Parola per il popolo. La Chiesa della città corrispondeva alla chiesa del Vescovo. È interessante che ancora fino a tutto il medioevo, per le chiese periferiche della città, il diacono partiva dall’Eucaristia della Cattedrale, celebrata dal Vescovo, e portava un pezzo di pane consacrato (fermentum) e la metteva nel calice delle Chiese sussidiarie della città, così che significasse la partecipazione all’unica comunione della Chiesa riunita intorno al Vescovo. Ancor oggi il sacerdote spezza l’ostia e mette un frammento (immixtio) di pane nel calice: è rimasto solo il gesto di risulta, ma non si vede più l’origine di tale gesto.

Dunque, noi siamo qui a consacrare il nuovo altare, ma ciò che si celebra è la Parola proclamata e spiegata, e il pane spezzato e il calice condiviso. Sostanzialmente il rito, che celebriamo oggi, è il commento a un versetto del Deuteronomio, capitolo 8, versetto 3, citato da Gesù come risposta alla prima tentazione, cioè la tentazione più difficile e decisiva: «l’uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3; Mt 4,4). L’uomo vive di pane, cerca soddisfazione ai suoi bisogni essenziali, ma non vive solo di queste cose (non perdiamo l’avverbio “solo”), ma queste realtà umane sono portatrici di vita solo nella misura in cui sono illuminate, riscaldate, rinnovate, rivitalizzate dalla parola che “esce dalla bocca” di Dio. Notiamo l’immagine: non è la parola scritta, il comandamento pietrificato sulle tavole, ma la parola zampillante ricevuta e accolta qui e ora dalla bocca del Signore.

Sono certamente necessari i beni essenziali della vita, ma noi possiamo vivere solo di parola vivente e presente, come il bambino vive della parola che esce dalla bocca del papà e della mamma. Se i genitori lasciassero ai figli solo i biglietti, la relazione con il bambino non sarebbe più una relazione di crescita, non parliamo poi del ragazzo, dell’adolescente, del giovane. Non è bellissimo tutto questo? È come l’acqua zampillante che esce continuamente dalla bocca di Dio. Per questo l’altro segno, oltre all’altare, è la cattedra, non l’ambone, quando la parola viene pronunciata in modo vivo e attivo ogni domenica.

  1. L’uomo vive del dono di grazia

E qual è oggi il suo messaggio? Avete notato che ho fatto sostituire il testo del vangelo riportato sul fascicolo che avete tra mano, con il Vangelo della Domenica XXV per annum che oggi si legge in tutte le chiese del mondo. È un Vangelo che, letto qui nella comunità a Sant’Agabio, è come un pugno nello stomaco, anche se è molto più interessante di quanto sembri.

Gesù non ha disdegnato di usare i diversi campi dell’esperienza per raccontare il suo messaggio sul volto di Dio e sulla vita degli uomini e delle donne. Ha usato il linguaggio agricolo, che egli utilizza nelle parabole sul campo, sulla semina, sulla zizzania, sulla senape; ha assunto il linguaggio conviviale e nuziale, che colora tutte le parabole sulla cena e sulle nozze; ha usato anche il linguaggio amministrativo ed economico. Ricordate la parabola dell’amministratore infedele che fino a qualche tempo fa nessuno conosceva perché non era letta nei vangeli della domenica. Dopo il concilio è stata inserita nella sequenza dei vangeli e questa parabola metteva i brividi ai sacerdoti che dovevano spiegare per quale motivo l’amministratore infedele e infingardo veniva lodato da Gesù.

La parabola di oggi sembra usare addirittura il linguaggio sindacale. Ve la riassumo in breve perché il messaggio mi sembra particolarmente bello, non solo qui a Sant’Agabio. Cerco di dirlo con una frase sintetica e poi mi spiego. Avete sentito che nel racconto hanno tradotto le ore in linguaggio attuale, mentre prima si parlava di quelli dell’ultima ora che era l’undicesima, adesso tradotta con le cinque del pomeriggio. I lavoratori dell’undicesima ora hanno cominciato a lavorare alle cinque del pomeriggio. Alle sei tutto era finito.

Al momento della retribuzione sono presenti tutti insieme, ma gli ultimi hanno preso ciascuno un soldo come quelli della prima ora, che avevano lavorato fin dalle nove del mattino, sopportando il peso del giorno e la calura (pondus et aestus). La parabola è sconvolgente. Chi si lamenta ha ragione, quando dice: a me che sono qui dalla prima ora dai un soldo, come peraltro era pattuito, e invece dai ugualmente un soldo anche a quelli dell’ultima ora… Francamente io che ho lavorato tutto il giorno mi sarei aspettato un po’ di più! Questo è il dispositivo della parabola, ma Gesù vuole sconvolgere l’esperienza, dare un pugno nello stomaco. E cosa dice a noi il senso della parabola?

Intanto osserviamo questa cosa bella rimasta nel linguaggio fino ai nostri giorni: per dire che si andava a lavorare si usava l’espressione “andare a giornata”, perché alla fine della giornata il lavorante prendeva il compenso. Vedete? Sono belle queste parabole perché, mentre Gesù racconta, attira la nostra fantasia e la nostra attenzione, per poi sferrare per così dire il suo colpo allo stomaco. E qual è l’urto che Gesù vuol provocare?

Esso riguarda la vita personale, la vita familiare, la vita parrocchiale e la vita sociale. Potremmo dirlo con una frase semplice: tu non puoi vivere solo di calcoli, ma devi vivere anche di doni e di grazia. Se tu calcoli soltanto, ha ragione il personaggio della prima ora che si lamenta con Gesù. Il calcolo esprime una proporzione di giustizia. I primi hanno lavorato dalla prima ora, gli ultimi hanno lavorato un’ora sola, e dovrebbero prendere di più i primi che gli ultimi.

Tuttavia, la vita è fatta anche di questa incertezza, anzi di questa sorpresa, che è la grazia, che è il dono di Dio, cioè la generosità, l’amicizia, l’attenzione, la prossimità, la fiducia. Quando c’è una crisi economica, la prima cosa che salta è la fiducia. Fa crollare la moneta più la carenza di fiducia che i conti in rosso. Se nella sua vita personale un giovane fa solo i calcoli, dicendo faccio questa scuola, poi ottengo questo risultato, ricevo questo stipendio, faccio questa carriera, vivrà una vita sempre sotto la cifra del calcolo. Non avrà lo slancio che la vita richiede. Pensate anche al rapporto tra marito e moglie, tra genitori e figli: una famiglia diventa ariosa, ossigenata, respirabile, solo se è capace di non vivere solo di scambi, di servizi dati e ricevuti. Pensate se due giovani sposi, lavorando entrambi, nei primi anni di matrimonio dovessero vivere secondo la regola: tu fai una cosa a me e io faccio una cosa a te, in un estenuante equilibrismo di compiti e doveri. Se fosse solo una vita di calcolo, moriremmo. Abbiamo bisogno di una marcia in più, dello slancio della gratuità.

Da ultimo, anche la vita della comunità è fatta di gratuità. Dovremmo poter dire così: io vengo qui ogni domenica per imparare dall’unica mensa della Parola e del Pane che la vita non si calcola soltanto, ma è fatta di gratuità, generosità, attenzione, prossimità, fiducia, anticipazione, speranza. Lo impariamo ogni domenica da una sottolineatura del Vangelo che ascoltiamo, dalle persone che incontriamo, dalla notizia che una persona è ammalata e la prossima settimana posso andare a visitarla. Durante il primo lockdown, nel 2020, se non ci fosse stata gente che andava in giro a pulire la città, che portava la spesa, le medicine, i giornali, quando tutto era blindato, non saremmo sopravvissuti. Certo, le cose della città erano in ordine, l’Assa passava a raccogliere i rifiuti, ecc., ma sarebbe mancato il balsamo della gratuità e della carità.

Adesso noi consacreremo questo altare. Noi verremo qui ogni domenica non solo a imparare, ma a ricevere in dono quel “di più” senza il quale non possiamo fare solo un po’ di bene, ma soprattutto senza il quale non possiamo vivere.

Gesù dice che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Il verbo usato è “vivere”, non è solo “qualcosa in più”. Questa è la grande legge della vita. Pensare che invece l’uomo possa vivere solo di pane e di beni, è mortifero. Quando oggi andrete a casa, anche qui a Sant’Agabio, guardate le tante cose che avete in casa. I ragazzi hanno camere che sono come la foresta amazzonica, così che per entrare ci vorrebbe l’ascia per disboscarle. Ma anche gli armadi delle signore sono stipati di vestiti, e per fortuna c’è la Caritas, così che ogni tanto dieci capi vengono donati per poter… comprare ancora dieci nuovi abiti.

Noi, dunque, veniamo qui all’unica mensa della Parola e del Pane, perché possiamo vivere la grande legge della gratuità, che non sopprime la giustizia, ma la esalta e la porta a pienezza. È quanto oggi vogliamo portare a casa come il dono della consacrazione dell’altare di sant’Agabio!

+Franco Giulio Brambilla

Vescovo di Novara

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