Lo scorso 29 aprile il vescovo Franco Giulio ha presieduto in santuario la messa solenne per la Festa della Beata Vergine Maria del Sangue di Re. [Qui il rettore padre Giancarlo Julita racconta della devozione che la festa e il santuario condensano attorno a sé]. Di seguito il testo integrale della sua omelia.
Madonna del latte e del sangue
Carissimi,
due caratteristiche distinguono la raffigurazione della Madonna di Re: la prima la connota come l’icona classica di una “Madonna del latte” (Virgo lactans), che sorprende Maria nel momento di generare alla vita il figlio suo, Gesù; la seconda caratteristica è data dall’evento fondatore della festa odierna e della successiva costruzione del santuario, cioè lo sfregio sacrilego perpetrato nel 1494, che l’ha trasformata in “Madonna del sangue”. Su questo luogo è nata una devozione secolare che ancor oggi vede molti fedeli venire qui in pellegrinaggio.
MADONNA DEL LATTE E DEL SANGUE
Omelia per la festa della Beata Vergine Maria del Sangue di Re2026
29-04-2026 Download
Le due titolazioni “Madonna del latte” e “Madonna del sangue” esprimono in definitiva la drammaticità del generare alla vita in formato adulto. I papà e le mamme qui presenti possono, infatti, riconoscere le fatiche di sempre, che oggi però si sono accentuate paradossalmente perché, quando si hanno a disposizione molti mezzi e tanti beni, diventa difficile generare non solo la vita fisica, ma anche e soprattutto la vita spirituale.
La vita spirituale è una realtà delicata, e trasmetterla è diventato oggi molto impegnativo. Così possiamo aver ascoltato, senza lasciarci impressionare più di tanto, il testo dalla prima lettura (1Gv 3,1-2.21-24). Infatti, Giovanni rassicurandoci ci dice:
«Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio» (1Gv 3,2a)
Molti banalizzano questa espressione dicendo che tutti siamo figli di Dio, nel senso che siamo tutti uguali! Si riduce questa bellissima espressione di Giovanni semplicemente al criterio dell’uguaglianza che, seppure sia una cosa importantissima, è solo la condizione di partenza, non il traguardo di arrivo. Siamo tutti uguali certo, ma per essere valorizzati ciascuno secondo il proprio dono. Se noi, infatti, affermiamo che siamo tutti uguali e immaginiamo questa realtà applicata alla vita di un marito e una moglie che pianificano la loro vita stabilendo in modo rigido ciò che deve fare uno e ciò che deve fare l’altra e viceversa, dopo tre giorni quel matrimonio salta. Non c’è nessuna misura che possa pesare che cosa fa l’uno e che cosa fa l’altra in modo schematico. Giovanni afferma invece:
«Ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2b)
Diventare figli di Dio, coronando l’essere figli degli uomini e delle donne di questo mondo, dà avvio a una storia. Sarebbe meglio dire che diventare figli di Dio è un’impresa drammatica. All’inizio certo ha il sapore del latte, ma poi assume il colore del sangue.
Il Vangelo di oggi ce ne descrive con forza le caratteristiche essenziali. Il brano racconta l’episodio di Gesù dodicenne, quando a quell’età, secondo gli antichi, si diventava grandi. Diventar grandi voleva dire diventare puberi, passare cioè dall’essere piccoli a essere capaci di responsabilità. Ancor oggi presso gli ebrei si celebra questo rito al compimento del dodicesimo anno: è chiamato bar-mitzvah, in ebraico בר מצווה, che letteralmente significa “figlio del precetto”. Vale a dire il ragazzo diventa capace di leggere nella comunità giudaica la Legge – per noi la gran parte dell’Antico Testamento – e ugualmente ne è soggetto, cioè sottomesso, perché ormai è diventato adulto. Nell’episodio viene narrata la storia di Gesù che si smarrisce e poi viene ritrovato al Tempio. In essa si raccontano le caratteristiche del passaggio alla vita adulta.
«Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero» (Lc 2,42-43)
È un testo molto attuale. Infatti, quando un figlio raggiunge quell’età si rischia di perderlo senza sapere che fine abbia fatto. Mi è capitato di trovare sui social in questi giorni un’intervista a una madre che lamentava il fatto che il figlio, diventato adolescente, fosse come un estraneo in casa, con risposte vaghe, volutamente evasive, sfuggente. A questa età – diceva con ironia – in casa si aggira il fantasma di uno sconosciuto. Anche Gesù sembra diventato un estraneo. Il testo è molto eloquente:
«Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme» (Lc 2,44-45)
L’episodio evidenzia l’alternanza tra i verbi “cercare” e “trovare”. Gesù non si trova più, e viene cercato nella direzione sbagliata, perché in realtà si trova da un’altra parte. La scena ci presenta qualcosa di già conosciuto e che si ripete davanti a noi tutte le volte che un figlio di questo mondo diventa grande. Egli viene perso come figlio piccolo, come bambino; viene cercato nella direzione sbagliata e non viene trovato; occorre cercarlo in un’altra direzione per trovarlo. Quanto segue chiarisce nei fatti ciò che accade:
«Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava» (Lc 2,46)
Dopo tre giorni! Notate la precisione: il terzo giorno è il giorno della risurrezione e anche in questo caso assistiamo a una risurrezione. Anche il figlio Gesù dovrà risorgere – e anche i figli di questo mondo, per diventare grandi, devono un po’ morire e risorgere. E morire significa fare qualche sacrificio, rinunciare a qualcosa, saper dire dei “no” per costruire poi dei “sì” più grandi. Ricordo di aver già citato il libro dal titolo – tradotto in italiano in modo forse un po’ ipocrita – I no che aiutano a crescere (1999) di Asha Phillips, una pedagogista inglese, che ha venduto più 500 mila copie solo in Inghilterra. L’originale inglese titolava più francamente: Saying No: Why It’s Important for You and Your Child (Dire no: Perché è importante per te e per tuo figlio). Il testo prosegue certificando che:
«(E) tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte» (Lc 2,47)
È tipico degli adolescenti, di chi si è affaccia alla vita, patire una sorta di schizofrenia: l’adolescente parla come se fosse un adulto, ma i suoi gesti, le sue responsabilità, i suoi modi di fare, i suoi modi di agire sono ancora quelli di un bambino. Ed ecco il dialogo tra Maria, Giuseppe e Gesù.
«Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, – letteralmente il testo originale greco usa il termine Τέκνον/téknon, bambino mio, generato, quasi ancora bisognoso del latte materno – perché ci hai fatto questo?”»
Gustate la bellezza del testo. La madre sente quasi come una ferita alla sua maternità il fatto che Gesù sembra essere scappato dal grembo materno, che si sia fermato a Gerusalemme, abbia perso la strada, non si faccia più trovare, stia in casa senza parlare, torni all’ora che vuole, non dica più niente della sua intimità. Maria continua con una frase che risuona con un tono molto “moderno”:
«Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo»
«Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro» (Lc 2,48-49)
Ritorna ancora il verbo che sottolinea l’azione del “cercare”. La notazione più importante è però quella che segue: “angosciati”. La sottrazione del figlio, quel bambino che sta diventando grande, crea angoscia, paura, timore. In questa Basilica notiamo appesi ad un pannello numerosi fiocchi rosa e azzurri, donati dopo la nascita di un figlio o di una figlia. Sarebbe interessante prendere nota delle date nelle quali furono lasciati qui. È probabile – anche se non posso dirlo con precisione statistica – che se facessimo la verifica dopo l’anno duemila, ci sia stato il crollo della natalità a causa del timore di tirar grande un figlio, una paura che ha inibito persino la volontà di generare. Molte giovani coppie si chiedono come potranno generare e far crescere un figlio in questo mondo, così come lo vediamo oggi. Ne sono testimone io stesso a partire dai corsi di preparazione al matrimonio che ho guidato nella mia esperienza, prima di diventare vescovo! Credo si debba sostenere la coscienza che la vita non è solo nostra, perché se si vuole mettere al mondo un figlio soltanto perché sia nostro erede, non è possibile neppure concepirlo. Così ritroviamo il testo di Giovanni che abbiamo ascoltato:
«Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 2,2a)
Nel vangelo di Luca Gesù, dopo l’obiezione accorata della madre, ribatte con le stesse parole, come fa ogni adolescente:
«Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”». (Lc 2,49)
Gesù ribatte, innanzitutto, perché i suoi genitori non lo debbono più cercare come si cercherebbe un bambino, ma invece come uno che si deve prendere le sue responsabilità. Inoltre, questo brano ci fa comprendere che essere genitori ed educatori, coloro che hanno qualche autorità, sindaci, vescovi, preti esige di sapere di scienza propria (per acquisizione personale) che aver messo al mondo una vita comporta certamente che la si accompagni, ma per ciò stesso non si diventa padroni di quella vita. Popolarmente oggi si dice che ognuno “deve fare la sua strada”, e talvolta anche per lavarsene pilatescamente le mani si afferma che il figlio deve scegliere la sua strada. Tuttavia, lasciarlo/lasciarla a sé stesso e a sé stessa non è così semplice. Questa parola messa in bocca a Gesù è l’unica detta in un discorso diretto, prima del suo ministero pubblico che inizierà verso i trent’anni.
Gesù afferma che deve occuparsi delle cose del Padre suo. Il testo greco letteralmente riporta un’espressione ellittica, perché dice: ἐν τοῖς τοῦ πατρός μου/en tois tou patros mou che tradotto significa “nei/nelle… del Padre mio”; “τοῖς/tois” può essere un maschile o un neutro dando la possibilità di intendere sia “cose” che “casa” (Tempio) oppure “relazione”. Tuttavia, il testo sembra volutamente reticente, tiene in sospeso e non mette il sostantivo. Alcuni esegeti traducono “devo essere nella relazione con il Padre mio”. Tanto è vero che poi l’evangelista Luca riprenderà questa espressione altre volte precisandola e arricchendola nei capitoli seguenti. È significativo che Gesù, il Figlio, ci dica che per diventare adulti deve rispondere Egli stesso, in prima persona, al mistero del Padre suo. Sarebbe meglio dire in modo chiaro dedicarsi alla propria vocazione. E tutti i padri e le madri, i professori e i docenti, gli allenatori, i preti, i catechisti, i sindaci, insomma tutti coloro che hanno la responsabilità di generare la vita in formato grande sono e devono essere solo accompagnatori in questo passaggio nel quale chi diventa grande e adulto è chiamato a scegliere personalmente. Si avrà certamente bisogno di riferimenti autorevoli, ma il riferimento autorevole non deve sostituirsi al “Padre mio”, inteso come Padre nostro. Notate che Gesù fa una tale affermazione davanti ai suoi genitori!
Se tutti noi riuscissimo a condividere questo sentimento, allora quando ci recheremo davanti alla nostra “Madonna del latte… e del sangue”, collocheremo in questi due titoli, quasi fossero due parentesi, tutte le fatiche della vita nostra, dell’esistenza nostra, del generare alla vita in formato grande. Noi, ahimè, abbiamo perso la forza, la fiducia, l’energia che proviene da questa sfida. Abbiamo paura di dire qualche no, per incentivare un sì più grande, per trovare una strada nuova, per far crescere le cose, per dedicare e attendere il tempo che serve per far lievitare la vita. Noi abbiamo paura di questo!
Il Vangelo rimane sempre lì davanti a noi come una sfida che dice: generare i figli di Dio in formato adulto – e lo dico con particolare vigore ai signori sindaci presenti – è il patrimonio di umanità più grande che noi possediamo. Potreste migliorare tutte le strade, sistemare la viabilità per andare in Svizzera, e così via, ma se non cresce il patrimonio di umanità, a nulla vale. L’indice di natalità in crollo verticale in Italia e in Europa è molto legato a questo fattore, perché si è persa la fiducia nella vita. Negli anni ’60-’70 del secolo scorso è accaduto il boom, che non era solo un boom economico, ma era il boom della natalità, perché c’era la fiducia nella vita, c’era una nuova energia, pur con molte ingenuità sulla possibilità di un progresso infinito.
Quasi per consolarvi e consolarci, il testo conclude:
«Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro» (Lc 2, 50)
Maria e Giuseppe non compresero ciò che aveva detto loro. Siccome l’evangelista Luca fa un’annotazione che enfatizza la non comprensione dei genitori, ci rassicura subito aggiungendo:
E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52).
Luca insinua che Gesù, da quel momento fin verso i trent’anni, sia vissuto in modo lineare, mettendo come diremmo noi la testa a posto. Ma questo è il mistero dell’umiltà di Nazareth. L’episodio conclude:
«Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini». (Lc 2,51b- 52)
Il racconto è veramente bello e in modo sorprendente ci lascia con la bocca aperta. Così vuol essere il mio augurio per il vostro futuro!
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
