Nostro fratello vescovo. L’abbraccio a mons. Filippo Ciampanelli

Il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto oggi, giovedì 17 aprile, in cattedrale la Messa crismale. A concelebrare anche mons. Filippo Ciampanelli, vescovo novarese, che ha ricevuto l’ordinazione episcopale lo scorso 19 febbraio in San Pietro a Roma. Di seguito pubblichiamo il testo integrale della sua omelia.

 

Nostro fratello vescovo

Le parole che vi dirò stamattina mi sono sgorgate dal cuore dall’eccezionale circostanza della presenza tra noi di un figlio della nostra Chiesa, divenuto vescovo lo scorso 19 febbraio, mons. Filippo Ciampanelli. È stata una felicissima circostanza aver potuto partecipare all’Ordinazione del nuovo vescovo, Sotto Segretario al Dicastero delle Chiese Orientali, innestando il rito di ordinazione nel contesto del nostro pellegrinaggio giubilare a Roma. Ricordiamo quella sera memorabile che ha illuminato la Basilica di san Pietro con la presenza di circa settecento novaresi. Ringrazio tutti i presenti a Roma per aver dato lustro alla nostra Chiesa.


NOSTRO FRATELLO VESCOVO
Omelia nella Messa Crismale 2025
17-04-2025 Download


Mi sembra bello fare stamattina nel contesto della Messa Crismale quasi l’atto di accoglienza di don Filippo nella sua Chiesa, perché figli si rimane sempre e questa di Novara è la sua Chiesa Madre. Gli avevo chiesto di fare l’omelia a questa celebrazione ma, da signore qual è, ha declinato l’invito dicendo che è di diritto del vescovo diocesano. Allora ho pensato di farti io la predica, ricuperando parte del testo che avevo scritto per l’ordinazione di don Bernardino Giordano a Saluzzo, vescovo di Grosseto e Pitigliano, ma che avevo scritto la settimana prima del pellegrinaggio romano con il cuore rivolto anche a te don Filippo.

Ecco il mio tentativo: cercherò di parlare del ministero ordinato rivolgendomi a te don Filippo ma, come accade spesso nel vangelo, Gesù si rivolge a uno per poi allargare il suo dire a tutti. Come nel famoso brano della pesca: «Quando ebbe finito di parlare, [Gesù] disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare». (Lc 5,4-7). Notate che Gesù dice “prendi il largo” e poi passa al plurale “gettate le reti”, mentre Pietro in perfetto chiasmo risponde “Maestro, abbiamo faticato… e non abbiamo preso nulla”, ma poi aggiunge “sulla tua parola getterò le reti”! A Pietro viene intimata la sfida e lui risponde col coraggio, gli altri condividono la delusione della pesca fallita ma poi raccolgono una quantità enorme di pesci. È possibile fare così anche stamani? Che io mi rivolga a te e che parli a tutti? Proviamo.

Quando stavo scrivendo l’omelia per l’ordinazione episcopale, correva il Vangelo della VIII domenica del Tempo Ordinario (Lc 6,39-45) Il testo di Luca iniziava con un’espressione generica, che presentava alcuni lóghia di Gesù come una “parabola”. Noi sappiamo che la parabola è un racconto, narra una storia che si riferisce ad eventi veri o fittizi e li raccoglie con uno storytelling esemplare, scritto per dilettare il lettore implicito o per costruire un lettore modello. Nel testo di quel vangelo si trattava di detti sapienziali che hanno già un piccolo sviluppo narrativo e Luca, il più abile narratore del NT, li gratifica col titolo di parabola, di storia esemplare. Vi ho intravisto come tre note con cui orchestrare le variazioni della regola d’oro pastorale: oportet magis prodesse, quam praeesse! Il contenuto risale ad Agostino, la formulazione a Gregorio Magno. Due pastori di prima grandezza.

La prima nota riguarda rapporto discepolo-maestro e illumina lo stile della relazione pastorale. La seconda nota riprende il paradosso della pagliuzza e della trave e ricorda il rischio della decisione. La terza nota riflette sui rovi che non possono produrre uva e richiede la valutazione dei frutti. Provo ad addentrarmi in questo breve racconto, nel quale la regola d’oro pastorale è messa alla prova del tempo e della libertà del cuore.

  1. Il discepolo e il maestro: lo stile della relazione

Il testo che Luca ci suggerisce di leggere come parabola inizia così: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro» (Lc 6,39-40). L’evangelista cuce insieme due detti, probabilmente autonomi, ma che hanno un tema comune: lo stile della relazione nel rapporto generativo tra maestro e discepolo. Il primo detto mette in guarda dallo scegliere maestri ciechi, di quelli che, non vedendo, fanno cadere anche te nel fosso. Caro don Filippo, qualche volta sentirai dire da chi verrà da te: “Ho sentito il mio padre spirituale e mi ha detto così…”.  C’è un tipo di maestro che fa solo da specchio al discepolo, in cui questo si riflette narcisisticamente non per crescere, ma per rimanere nella bambagia… Quando qualcuno verrà a dirti così, non temere. Tu dovrai solo ricordargli: un maestro che è solo il tuo io allo specchio, il tuo doppio, è un mentitore. Ma poi aggiungi subito al tuo interlocutore: non c’è problema perché la vita e la realtà ti insegneranno le cose, magari all’inizio con un pugno nello stomaco.

Tuttavia, perché tu possa dire con verità queste parole, devi vivere una condizione essenziale: vivi il tuo episcopato rimanendo sempre discepolo del Signore: «un discepolo non è più del maestro…» (Lc 6,40). Se vuoi essere un maestro, un padre, un diplomatico ascoltato devi rimanere dal mattino alla sera discepolo del Signore, non in balìa degli altri, ma ai piedi del Signore che parla. Puoi salire sulla cattedra solo se rimarrai sempre nell’ultimo banco ad ascoltare la Parola. Essa sarà la parola di Dio, e non la chiacchera dell’ambiente che frequenti, quando essa inquieta, purifica, rinnova, torchia l’anima e consola lo spirito.

Tu prenderai il largo per primo, ma poi getta la rete con gli altri. Il passaggio tra il singolare del “prendere il largo” e il plurale del “gettare le reti” insieme è la questione cruciale di ministero pastorale di oggi. Sta diventando difficile trovare un parroco o un prete che sappia gettare la rete insieme, che faccia spazio ai confratelli, che abbia il tratto di un ministero sinfonico, che sappia dirigere la musica, armonizzando tutti reparti dell’orchestra. Per non parlare del ministro ordinato che deve urgentemente allargarsi a più ampie collaborazioni con i laici, i ministeri battesimali, i religiosi, e fare un coraggioso salto in avanti per rivitalizzare la coscienza battesimale. È più facile vedere chi pensa e pratica il ministero secondo la visione di “una chiesa, un prete e un campanile” (un’immagine di parrocchia che in realtà non ha neppure un secolo), che vive il suo ministero in modo isolato, che desidera ardentemente di sistemarsi in una parrocchia su misura, facendo il prete secondo un modello che celebra l’eucaristia senza chiesa, anzi senza chiesa locale. Talvolta discetta persino sul modello che ha imparato dai social più che averlo appreso dalla grande tradizione della Chiesa.

  1. La pagliuzza e la trave: il rischio della decisione

Il discorso parabolico di Luca poi continua: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,40-41). È difficile distinguere la pagliuzza dalla trave, perché la pagliuzza è nell’occhio degli altri, mentre la trave è nel mio. È difficile riconoscerla perché c’è di mezzo l’ego del mio io e il mistero dell’altro, ed entrambi hanno un lato che rimane sempre in ombra. Allora prima di togliere la pagliuzza altrui, dimenticando la trave propria, è necessario prendere il collirio della misericordia e il balsamo del disinteresse. Per vedere e giudicare bene, bisogna non precipitare. Dalle mie parti si dice che per conoscere bene una persona bisogna mangiare insieme con lei almeno un chilo di sale fine. E quando occorre decidere o reagire ho visto che mi ha fatto sempre bene la regola delle tre notti: non decidere e non rispondere su cose importanti prima di lasciar passare tre giorni e tre notti. Perché il tema o il problema ti apparirà nella sua giusta distanza e proporzione.

Poi anche per te, caro don Filippo, verranno i giorni difficili della solitudine, delle scelte e delle decisioni. Una cosa vorrei dirti di cuore: non circondarti di yesmen o chierichetti, ma scegli persone mature e sagge. Il cerchio magico che sta di solito intorno ai guru e ai capi ha bisogno di un idolo da adorare, il pastore, invece, ha bisogno di compagni di viaggio capaci di edificare e allenàti a portare gli zaini. Un tempo si diceva con vago tono terroristico che la parrocchia o la diocesi ha il pastore che si merita, ma questo slogan ha anche un possibile significato positivo: pastore e popolo si edificano a vicenda senza confusioni di ruoli, ma senza esclusione di fatiche e di confronti. Questo vale per il vescovo, i sacerdoti presenti, i diaconi e anche i nuovi ministeri: la vita della comunità ha bisogno di pastori saggi e forti, umili e coraggiosi, persone mature che non misurano la loro fecondità dall’approvazione che ricevono, ma dalla buona coscienza di lavorare per il Signore portando il fardello e la fatica della comunione. Agostino parlava della sarcina episcopalis ma, quando si tratta di gettare insieme la rete, allora il carico del ministero può diventare un giogo soave e leggero, perché lo faccio contento di portarlo con te, con noi qui presenti, con e per la chiesa tutta!

  1. Il rovo e l’uva: la prova della valutazione

Da ultimo, la sequenza del lóghia di Luca termina così: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo» (Lc 6,43-44). L’albero buono si riconosce dai suoi frutti, dice la saggezza universale, e il Vangelo riprende tale detto sapienziale con due belle variazioni affermando che i fichi non nascono dagli spini, né l’uva fa il grappolo sul rovo. Tu vedrai che l’argomento dei frutti verrà usato come un passe-partout (parrocchie, movimenti, santuari, nuove formazioni laicali, gruppi, ecc.) perché molti ostenteranno i frutti per ottenere il riconoscimento della bontà dell’albero. Ma valutare non è sempre così evidente, ci sono frutti che sembrano ubertosi e gustosi, ma poi il baco o il verme li corrode con il passar del tempo. Ci sono frutti acclamati dalle comunità o dal cerchio degli amici del vescovo e del prete, ma quando il ministro del vangelo se ne deve andare (primo o poi si parte) allora quei frutti si sciolgono con la neve al sole, facendo fatica e tenere sui minimi della vita cristiana. Naturalmente seguiti dalla sindrome della “vedova inconsolabile”, che strilla dicendo: “ah ma il vescovo di prima, ah ma il parroco di prima, ha ma il coadiutore di prima, quello sì che era…”

La durata è il vero vaglio per la bontà dei frutti e la salute dell’albero. Caro don Filippo non devo spiegarlo a te, perché una cosa mi ha colpito: in questi primi vent’anni della tua biografia sacerdotale hai coltivato un antidoto infallibile al logorio della vita diplomatica, per non diventare funzionario di Dio e per riconoscere la bontà dei frutti. Hai amato le famiglie con le loro storie e le loro gioie, le loro fatiche e i loro drammi. Hai imparato che in famiglia il frutto cresce a caro prezzo, deve durare nel tempo, è sempre minacciato, perché il frutto del Vangelo non è una mela o un avocado, bello a vedersi e buono a gustarsi come il frutto dell’albero della Genesi, ma dev’essere anche «desiderabile per acquistare saggezza» (Gn 3,6). Il frutto buono è la saggezza della vita e soprattutto la famiglia è il luogo per trasmettere la saggezza delle relazioni, della cura, della prossimità, in una parola la sapienza della vita.

Mi piacerebbe che lo raccontassi anche a noi: imparare delle famiglie, vuol dire lasciarsi toccare il cuore dalla realtà.  Quando nel 2017 ho pubblicato il mio Liber pastoralis, indicavo nell’accidia il mal sottile della pastorale di allora. Oggi forse abbiamo fatto un passo più in basso verso la noia pastorale. Credo però che la radice di tutto stia nella paura ad affrontare la realtà, perché pensiamo di poterla cambiare con le idee imparate in Seminario e non abbiamo l’umiltà di mettere il lievito del Vangelo dentro la pasta quando è refrattaria e resistente ai nostri desideri. In ogni caso il nostro rapporto con la realtà rivela la nostra cristologia pratica: ci dice semplicemente chi è il Signore per noi, che Lui converte i cuori, apre le menti e cambia il mondo. Caro don Filippo, non è forse così anche delle tue parti a Roma? Spero di sì. E ogni tanto ritorna in questa chiesa che ti ha generato e che insieme abbiamo amato, a raccontarci non i pettegolezzi vaticani, ma la grandezza di essere preti e vescovi per il Signore!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

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