Omelia nella chiusura dell’anno giubilare delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote

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Pubblichiamo di seguito l’omelia del vescovo Franco Giulio, pronunciata in occasione della celebrazione per la chiusura della celebrazione del giubileo delle delle suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote., svoltasi a Varallo, nella chiesa della Madonna delle Grazie il 26 novembre 2022.

 

 

La parola e la risposta

Omelia a conclusione dell’anno giubilare
delle Suore Missionarie di Gesù Eterno sacerdote

 

Saluto e introduzione

Un caro saluto a tutte voi e a tutti voi, convenuti qui per celebrare questa festa di ringraziamento al termine dell’anno giubilare delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote, nella speranza che dia buoni frutti e contribuisca anche al buon esito della causa di beatificazione della Madre fondatrice.

Come avviene per ogni festa di ringraziamento, l’esercizio più bello sarebbe quello di prendere in mano l’album delle foto di famiglia e farle passare, mentre state celebrando questi anniversari significativi: il centoventesimo della nascita della Fondatrice, il settantacinquesimo della fondazione dell’Istituto, il quarantacinquesimo della costituzione del Movimento Apostolico “Nuovi”, per così dire un’aggregazione laicale di “aficionados” che, come in altri casi, ha formato un movimento che condivide il vostro cammino e la vostra spiritualità.

Oggi vi offro solo due pensieri, ricavati dalle espressioni delle due letture che abbiamo scelto e che sono state proclamate, per raccogliere il senso spirituale di questo giubileo e rilanciarlo per il futuro.

Un momento della celebrazione a Varallo

  1. Ascoltare una parola che dà origine

Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele, nella cornice di apertura sono presentati i tre personaggi: da un lato Eli e Samuele e dall’altro lato Dio, che animano la scena e il contesto nella quale essa si svolge. Si dice infatti:

“Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti” (1Sam 1,1). 

La situazione non è diversa da quella che viviamo noi oggi. Infatti, anche per noi è difficile sentire o vedere persone che abbiano il coraggio di iniziare un grande movimento spirituale o anche intraprendere una forte iniziativa sociale con uno spirito “carismatico”, come accadde per esempio nella seconda metà del ’900, dove sono apparse ancora un certo numero di persone con questa caratteristica. Ora sembra di vivere una sorta di parabola discendente anche per i grandi movimenti e le associazioni, che stanno “presentando il conto” della loro intuizione carismatica.

Il brano biblico ci dice cosa fare per ritornare alla sorgente, quando si deve “riattaccare la spina” all’origine per far scorrere nuova linfa e acqua fresca. Ciò emerge proprio nel triangolo dei tre personaggi: infatti c’è il Signore che parla, c’è un giovane che ascolta e una persona un po’ meno giovane, che dovrebbe essere il riferimento, il maestro, il padre spirituale, l’autorità che fa crescere, il quale però all’inizio si dimostra un po’ duro d’orecchi! E non tanto perché con l’andar degli anni si perde un po’ di udito, quanto piuttosto perché l’adulto percepisce che la vita è complicata, è complessa, che deve tenere insieme molti elementi e cose diverse, e per questo incontra tante difficoltà. Questo, talvolta, diventa paralizzante e non riesce a riattivare lo slancio di una nuova avventura. Dall’altra parte abbiamo il giovane, forse addirittura l’adolescente, che invece vorrebbe cambiare il mondo subito domani, anche se poi s’accorgerà che non è così semplice. Tuttavia è più disponibile, e perciò ha un udito un po’ più fine. Forse per questo motivo nella “Regola” di tutte regole, che organizza la vita monastica, la Regola di san Benedetto, al capitolo III, La consultazione della comunità, viene detto che l’abate deve ascoltare anche il monaco più giovane (cfr. RB III,3[1]). Nel testo di Samuele abbiamo una scena simile: per tre volte, Samuele va a dire ad Eli che qualcuno lo ha chiamato, ma l’altro non percepisce la voce. Riguardo alla vicenda della vostra fondazione, all’inizio Madre Margherita Maria seppe ascoltare qualcuno che le suggeriva la possibilità di poter aprire e continuare l’opera anche nelle Filippine, nell’America Latina e ugualmente si poteva prevedere un’apertura in India. Così oggi se guardiamo i vostri volti, salvo i tratti di qualcuna che proviene ancora dalla Brianza, un tempo ricchissima di vocazioni, o da altre regioni italiane, è evidente che l’Istituto sia potuto fiorire soprattutto in quelle terre.

Ecco, dunque il primo elemento di rilancio che vi offro: sappiate ascoltare ancora la parola che dà origine, che è il motore che fa ripartire. Abbiamo sentito che il giovane deve insistere tre volte, andando a risvegliare e a ridestare la coscienza della sua guida spirituale, la quale poi intuisce e comprende. Eli finalmente dice a Samuele:

«… se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”» (1 Sam 1,9)

Insistete, dunque, fatevi avanti con qualche giovane ragazza, che potrebbe sentire anche oggi di partire o ripartire per una scelta di vocazione. 

  1. Resta con noi Signore, perché si fa sera!

Raccolgo il secondo pensiero dal brano di Vangelo che abbiamo ascoltato, e che mi è stato suggerito come tra più adatti a vostro riguardo, in quanto proprio la Fondatrice volle che al centro della vostra spiritualità, oltre naturalmente l’Eucaristia, fosse data una particolare rilevanza all’Adorazione eucaristica – ricordiamo l’originale “orologio eucaristico”! –. È l’episodio dei discepoli di Emmaus che può essere definito il racconto perfetto di tutta la letteratura mondiale e che ho avuto occasione di commentare ampiamente in più occasioni.

Il passaggio che oggi porto alla vostra attenzione è il più sorprendente e dice così:

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano”. (Lc 24,28) 

Prima di questo snodo del racconto vi sono due scene. Nella prima è detto che i due discepoli, appartenenti certamente alla cerchia ristretta di coloro che avevano seguito Gesù, non lo riconoscono, nonostante portino dentro la speranza che il terzo giorno [dopo la morte di Gesù] qualcosa potrebbe accadere. L’evangelista all’inizio del racconto infatti dice che:

“Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. (Lc 24,15)

Nel testo greco si dice ⸀αὐτὸς Ἰησοῦς/autòs Jesùs vale a dire “proprio Gesù”. È interessante annotare l’enfasi con cui Luca dice che si tratta proprio di quel Gesù morto in croce, come era stato narrato poco prima. Sembra che l’evangelista abbia la preoccupazione di evidenziarlo per il lettore che non può essere un testimone presente, così come lo siamo anche noi oggi. Pure l’evangelista è un testimone di “seconda mano”, come afferma il filosofo Kierkegaard (1813 -1855), al contrario dei due discepoli di Emmaus che sono testimoni della prima ora. Insistendo sull’inciso “proprio Gesù/Gesù in persona”, Luca elimina la distanza, l’alibi per il discepolo di seconda mano. L’alibi afferma: se fossi stato presente l’avrei riconosciuto, ma purtroppo io sono distante! Allora il lettore non deve saltare questo primo passo, per cui anzitutto deve ascoltare per intero il Vangelo, che qui viene narrato in sintesi (Lc 24,19-24): la lunghezza è persino misurabile sul testo (sei lunghi versetti) nel racconto che i discepoli hanno vissuto con Gesù:

“uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?»”. Domandò loro: “che cosa?” (Lc 24, 18) 

Gesù li sollecita e i due raccontano una sorta di “vangelo in miniatura”: di tutto il Vangelo di Luca il brano che segue risulta come l’indice integrato nel testo sull’ultima pagina del Libro. Comprende anche la narrazione di quanto hanno fatto le donne dopo la risurrezione:

 “Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba ci hanno sconvolti; e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo”. (Lc 24,22-23)

Alla fine del racconto che i due discepoli fanno al viandante misterioso, si dice però che Lui non l’hanno visto! Tutti i dati della storia sono confermati, ma non c’è l’incontro vivo con Lui.  Siamo in presenza del racconto di una storia, ma senza l’incontro con la persona.

La seconda scena ci presenta finalmente l’incontro vivo con Gesù. Dice il testo:

“Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. (Lc 24, 25-27)

Gesù non solo esplicita i contenuti, ma il testo dice qual è l’argomento, che è il più sconvolgente, il motivo per cui il Messia deve soffrire e morire sulla croce. Di tutta la vicenda di Gesù è l’unica cosa che va veramente spiegata, e per cui si chiama a testimonio la Legge e i Profeti.

E poi segue il versetto che voglio lasciarvi come spunto di riflessione:

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano”. (Lc 24, 28)

Altre volte nel Vangelo ricorre questo modo di dire, per esempio quando Gesù narra la parabola dei talenti nel Vangelo di Matteo 25,14-30 oppure nel Vangelo di Luca 19,11-28 oppure la parabola dei dieci servi, nelle quali è detto che il padrone o il re deve partire e andare lontano…

E infine la narrazione afferma:

“Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». (Lc 24, 29)

Qual è il tempo per cui si può dire che il giorno è ormai al tramonto? San Paolo nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 7 scrive:

“Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; (…)  passa infatti la figura di questo mondo!” (1Cor 7,29a.31b)

I cristiani della prima generazione pensavano che fosse ormai prossima la fine del mondo, dato che Gesù era risorto. Oggi viviamo un po’ la stessa situazione. Per questa ragione possiamo collocare in questo ambito l’intuizione che la Madre fondatrice ebbe per il suo Istituto: come trattenere Gesù? «Resta con noi, perché si fa sera».

Quante volte anche nella storia del canto sacro gli autori hanno musicato questo testo e ciò mette ancora una volta in evidenza che la tradizione riconosce in questa espressione la realtà della Chiesa che diventa un grembo accogliente e si fa spazio ospitale e orante nei confronti del Signore Gesù.

La Madre comprese tutto ciò! Ebbe un’intuizione folgorante e la collegò anche al ministero dei sacerdoti. Ella capì che per essere ospitali nei confronti del Signore, occorreva declinare, esprimere nella vita e nella missione la stessa invocazione:

«Resta con noi, perché si fa sera»!

Da ciò consegue naturalmente l’adorazione dell’Eucaristia, su cui rifletteremo un’altra volta. Ma questa dei discepoli di Emmaus è l’invocazione, la preghiera che dilata il grembo della Chiesa, aumenta lo spazio dell’accoglienza, allarga la nostra disponibilità per accoglierLo. 

Conclusione

Concludo facendo un confronto. Nella diocesi di Novara abbiamo due casi simili, due situazioni che hanno aspetti che le accomunano. Anche se storicamente è avvenuto per secondo, ricordo anzitutto “il caso” dell’Isola San Giulio. In ambienti che stavano ormai diventando fatiscenti, con grossi problemi dal punto di vista strutturale, esattamente cinquant’anni fa, l’11 ottobre del 1973, anche lì con la guida di una madre e con l’intervento più diretto del vescovo d’allora, mons. Aldo Del Monte (1915 – 2005) vi approdarono sei donne, di cui cinque venivano da sud di Milano, dall’abbazia di Viboldone, mentre all’ultima diedero appuntamento sulla banchina dell’imbarcadero di Orta. Tale è stato il loro inizio! Ogni volta che vado all’Isola faccio questa osservazione rivolgendomi a tutti i presenti, anche ai sindaci: cosa sarebbe stato di quel luogo, pur importante da un punto di vista storico e artistico, senza la presenza del monastero di San Giulio, senza la testimonianza delle monache – è un caso unico in Italia e in Europa proprio per il numero di membri attuali della comunità e dove in cinquant’anni sono passate oltre centocinquanta donne, con due fondazioni e due subentri in altri monasteri! – dove ogni anno si calcola il passaggio di circa ventimila persone?! E quando nel 2019 la Badessa morì ci fu anche in quei giorni un grandissimo afflusso di persone e visitatori.

Alla fine degli anni ’40 del Novecento avviene il “secondo caso”, anche se è stato precedente: quando la Madre Guaini, arrivando a Varallo, dapprima ha trovato dimora a Villa Maracca, allora tenuta dai padri Dottrinari, e poco tempo dopo fu accolta qui nel Convento della Madonna delle Grazie. Anche in quella situazione, con l’interessamento del vescovo di allora, mons. Gilla Vincenzo Gremigni (1891 -1963), fu data ospitalità in un sito tra i più belli della diocesi di Novara. Per chi fa visita al Sacro Monte questa deve essere una tappa obbligata, prima di salire dall’antica strada dei pellegrini! Entrando in questa chiesa è come fare l’esperienza di chi va a teatro: si riceve il libretto dove poter seguire la trama dell’opera, che poi si svolge nel “Gran Teatro” del Sacro Monte. E qui, contemplando la Parete Gaudenziana, è come avere tra mano il libretto di quell’opera che poi si vede narrata attraverso le cappelle del Sacro Monte di Varallo.

Anche la vostra preziosa presenza è stata un miracolo ed è un grande dono per la città di Varallo. È una presenza importante per cui le sorelle che vengono qui ad attingere allo spirito originario della Madre devono sentire la carica missionaria che è capace persino di cambiare il volto di una città. Con tanti auguri per i prossimi anni a venire!

 

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

 


[1] Regola di San Benedetto: Capitolo III – La consultazione della comunità: 1. Ogni volta che in monastero bisogna trattare qualche questione importante, l’abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l’affare in oggetto. 2. Poi, dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno. 3. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore. (…)